ora per restare ampliamente convinti, che se l'Israelita de' nostri
tempi dovesse prefiggersi di osservare alla lettera, e tutto ciò che gli
venne ordinato da Mosè, ed altrettanto che la tradizione gli prescrive,
esso non vi riuscirebbe giammai senza un prodigio; mentre è presso che
impossibile che l'uomo debole quale esso è per sua natura sentisse forze
bastanti per respignere le passioni sregolate dalle quali è soggiogato,
e ad un tempo medesimo, vincere gli affetti viziosi che lo seducono, e
rinunziare, in una parola, al di lui essere, come sarebbe necessario per
caricarsi di una soma di gran lunga preponderante alla sua capacità: ma
non per tanto l'attaccamento degli ebrei per le loro tradizioni è tale,
ch'essi trascureranno venti precetti fondamentali del pentateuco
(siccome lo abbiamo rimarcato non è che un istante) piuttosto che
estinguere un lume in sera di festa, o che prendere anche scarso cibo la
sera, ed il giorno del 9 del mese di _Av_, o negli altri digiuni (de'
quali è fatta speciale menzione nella seguente annot. 131) e che gustare
un volatile condito, o cucinato nel butirro, benchè la scrittura non lo
vieti di sorte alcuna, o che desistere in fine per un solo giorno dal
recitare le leggende quotidiane, e cose di tal fatta, in tanto che la
vera osservanza dell'essenziale è quella che l'occupa il meno, e che
forma l'ultima, e la più indifferente delle sue cure.
(83) Questo deplorabile malore in vero non è affatto nuovo nel mondo, e
per quanto io mi accorgo gli ebrei non furono già fra gli uomini i soli
ad esserne gravemente infetti, poichè vi fu già un tempo sulla terra, al
dire dell'abate _Cartaut_ in cui le scienze, e l'arte di scrivere furono
dalla chiesa romana riguardate come occupazioni labili, e mondane, e per
conseguenza indegne totalmente di un ottimo cristiano.
(84) E con quale fondamento lusingare ci dovremo di potere mai ritrovare
irreprensibili costumi laddove i mezzi che sarebbero sufficientemente
capaci a farceli apprendere, a regolargli, sono totalmente ignorati
dalle massima parte fra noi? E quale meraviglia se quelli in particolare
della prosapia d'Israel ci appaiono cotanto insociabili, e sì strani?
Essi dovranno andare sempre mai su questo piede fino a tanto che la
superstizione sarà dalla medesima preferita alla solida coltura dello
spirito, le pratiche ridicole anteposte all'esercizio delle massime
salutari della pretta Religione, e fino a tanto che questa nazione,
impressionata de' suoi antichi errori, stimerà più necessario di essere
devota, che instruita.
(85) Quanto più sanamente osservata, e mantenuta sarebbe dagli uomini la
vera Religione, quante meno querele suscitare si vedrebbero a suo
riguardo, e quanto più rispettabile, in ogni senso riuscirebbe la
pratica di essa in faccia degli increduli, se la chiarezza, e la
precisione fossero l'appannaggio de' suoi ammirabili principj, nel modo
che la tersa verità dee essere la sola interprete genuina delle sue
massime; coloro che ne fanno pubblico esercizio non si vedrebbero allora
più astretti, come accade loro sovente, di credere ciecamente senza
potere rendersi a se stessi la benchè minima efficace ragione di ciò che
forma la base radicale della loro propria credenza; ciascuno
ritroverebbe spiegati nella pratica medesima di esse quei solidi motivi
sufficienti del loro credere, senza brancolare inutilmente col pensiere
nel vortice immenso de' dubbj tormentosi, e delle arcane illusioni, che
gli si fanno servire di ammaliante corredo; ma frattanto alcun vantaggio
reale risultare non se ne vede in favore di coloro che la professano. Ma
tutto ciò sarà mai sempre ineseguibile fra gli uomini fino a tanto che
la religione diverrà per certuni un soggetto di speculazione sulla
terra, ed un mestiere da potersi esercitare coll'ingannevole orpello
dell'umiltà, e della devozione.
(86) Il primo scopo che si prefissero in ogni tempo i propalatori delle
tradizioni sacre in generale, si fu quello di ammaliare la stupida
curiosità di quegli uomini che stabilirono di sedurre; e di allontanare
dall'occhio dell'esame qualunque dogma, di cui l'assurdità troppo
evidente, avrebbe dovuto necessariamente a prima vista, in mille guise
colpirgli. Non meno nell'uno, che nell'altro essi vi sono completamente
riusciti. La pratica delle superstizioni è assai più agevolmente appresa
di ciò che riesca facile conoscere l'esercizio commendevole di una
pretta religione, della virtù, del disinganno. In fatti è molto meno
arduo per l'uomo di genuflettersi a' piedi degli altari, e recitarvi le
preghiere, immergersi nel Gange come i _Bonzi_, nutrirsi di magro le
vigilie, confessare le proprie colpe all'orecchio di un'altro uomo,
abbigliarsi di certi arnesi, o astenersi da certi cibi, di ciò che sia
perdonare come _Camillo_ agli snaturati concittadini, o calpestare con
isdegno le ricchezze, come _Papirio_, o farsi il corifeo della virtù,
come _Aristide_, ovvero instruire il mondo come _Socrate_. Sempre
indifferenti a questi sublimi tratti di straordinarie virtù, essi non
sono ad altro interessati che a sostituire a queste le offerte, i
digiuni, le espiazioni, persuadendo scaltramente gli uomini che si può,
senza ostacolo, col solo mezzo di certe cerimonie superstiziose,
giugnere per sino ad imbianchire l'anima anerrita dai più atroci, ed
esecrabili misfatti. Ciò che ha dato sorgente funesta in ogni tempo fra
gli uomini, siccome io l'ho altrove rimarcata (annot. 100.) sul
proposito della confessione auriculare, a tutti quei criminosi
travviamenti a quali può essere soggetto lo spirito umano.
CAPITOLO XI.
Seguito del medesimo soggetto. Esame delle verità esposte.
Tutto che molte sensate persone sdegnate restino, e percosse dalle
complicate assurdità di dettaglio di cui non solo le tradizioni
ebraiche, ma tutte quelle altresì dei popoli che conosciamo sono
ripiene, esse frattanto non ebbero giammai fino ad ora il risoluto
coraggio di rimontare fino alla sorgente venefica dalla quale sì fatte
assurdità dovettero probabilmente ritrarre l'origine fatale, per tutto
non vi si scorge che uomini, o criminosamente ipocriti, o brutalmente
zelanti, proclivi ad accreditare le più assurde contraddizioni, le più
ridicole novellette, e le intuitive follìe, riscaldando, o seducendo
colle illusioni le più bizzarre la credula fantasia degli uomini i quali
finiscono in ultimo coll'identificarvisi, e idolatrare delle chimere: _o
homme!_ esclamava altre volte un saggio illustre, _qui saura jamais_
_jusqu'où tu portes la folie, et la sottise? Le Théologien le sait, en
rit, et en tire bon parti._
Si ha d'altronde un bel sostenere, e dagli ebrei non meno che da tutte
le altre sette concordi, che la sola legge scritta non sarà mai per se
medesima sufficiente, quanto l'urgenza lo richiede, a fondare le
inconcusse basi della religione; senza l'immediato soccorso della
tradizione; oltre che ciò resta formalmente smentito da' moltiplici
percuotenti esempi da noi altrove opportunamente riportati di quei tanti
distinti soggetti, a tempo debito citati, i quali senza conoscere
tradizione di sorte alcuna non lasciavano di essere perciò gli esemplari
modelli della credenze d'Israel (e de' quali si cercherebbero indarno
imitatori in tutto l'antico, ed il recente Giudaismo) ed i veri
prediletti dell'Essere Supremo; si potrebbe, all'opposto, senza timore
d'ingannarci, dimostrare con evidenza che altrettanto le parafrasi, ed i
commenti riescono utili, e sovente necessarj, allorchè tendono a
semplificare il soggetto originale, col mezzo d'idee chiare,
compendiose, e intelligibili, quanto non meno gli uni che le altre si
rendono all'eccesso aggravanti, e perniciose allo spirito, se diffusi, o
enigmatici si scorgono; nel primo caso il testo acquista nuovi lumi
efficaci a rischiarare la mente poco idonea di approfondirne per se
stessa il vero senso; nell'ultimo poi esso diventa molto più oscuro, più
confuso, inutile del tutto. Or, quale di questi sarà, dunque giustamente
il caso nostro? Basta farci a considerare di slancio la soma enormemente
onerosa, della quale oggi trovasi aggravato il Popolo d'Israel in tante
guise differenti, in proposito di Culto, e religione, per ritrovare
senza gran pena la soluzione positiva di simile problema. Dicasi pure,
come sarebbe in verun modo possibile all'ebreo Talmudista di mantenere
il sabato al rigore delle cerimonie innumerabili che vi aggiungono i
Rabbini, minacciando una dannazione irremissibile contro chiunque
individuo il quale si dimostrasse refrattario, o trasgressore delle
medesime? Non bastava forse la sola prescrizione ordinata da Mosè di
santificarlo e fare cessare in esso qualunque opera servile, per
accrescervi, nella guisa che fece la tradizione, tante futili
controversie, tante glose incongruenti del tutto estranee all'osservanza
primitiva del precetto ed alla mente dell'Institutore (87)?
Ed in qual modo potrebbe egli osservare giammai con esattezza tutto
quanto le parafrasi rabbiniche gli prescrivono concernente le altre
feste, oltre i tanti numerosi precetti che dagli espressi ripetuti
comandi della Divinità medesima sono ad esso autorevolmente imposti,
senza ledere, o trascurare gli articoli essenziali del suo Culto? Ma che
diremo già noi, se attignere si dovesse le nostre idee relativamente
all'Essere Supremo nelle discussioni tradizionali? Non si
mostrerebb'egli quest'Essere a noi sotto i tratti i più proprj a
rigettare la nostra adorazione il nostro amore? In fatti come
sarebb'egli possibile giammai di sentire del trasporto per un Essere di
cui l'idea che ci viene rappresentata, ad altro non serve, che ad
eccitare il terrore, e di cui i giudizj che vengono dalla medesima
riportati fanno fremere (88)? Come ravvisare senz'allarmarsi un Dio che
ora ride, ora piagne, ed ora scherza, come immaginare, senza orrore, un
Dio che secondo la tradizione sembra prendersi a scherno il destino de'
mortali, occupato di farsi sempre temere, e mai di farsi amare? Eh, che?
Tale forse non è il carattere odibile che la tenebrosa tradizione di
tutti i popoli della terra, senza escluderne forse alcuno, ci trasmise
dell'Autore Supremo delle natura (89)?
E se da testè riportati assunti passare si volesse ad interrogare la
tradizione Israelistica specialmente sopra i cibi, supporremo noi forse
che potesse meglio riuscirci, la ritroveremo noi, per qualche parte
almeno, più sensata, meno ridicola, più congruente? Che l'astinenza di
alcuni cibi, o il divieto di nutrirsi di certi animali, autorizzato
parimente presso molti popoli antichi, nel modo che lo abbiamo altrove
chiaramente significato (ann. 28) ed imposta agli ebrei come un precetto
non meno urgente ad osservarsi degli altri che il Codice Mosaico avea
eglino già prescritti, sia che fosse il medesimo basato sopra uno di
quei menzionati disegni da' quali erano que' popoli guidati, sia che
diretto venisse da qualche altro, che le sacre pagine rivelarci non
vollero, debba riguardarsi come una instituzione utile, ed anche in
certi climi, a molti riguardi ovvia, e indispensabile, ciò potrebbe
senza ostacolo accordarsi, ed io ne convengo di buon grado, ma che una
semplice ingiunzione ordinata da Mosè, benchè triplicatamente di _non
cuocere l'agnello nel latte della capra_ (90), e che altro per se
medesimo non è che un mero suggerimento di umanità, onde fare
sott'intendere con esso di non incrudelire contro di coloro da' quali
abbiamo tratta l'esistenza sulla terra, che un avvertimento morale di
simile natura, dico, debba implicare una quantità di altri usi, e di
astinenze, le quali, anche a senso di qualche accreditato Rabbino, non
hanno il benchè minimo rapporto collo spirito intimo del precetto di
Mosè; ecco ciò che una mente illuminata soffrire certamente non potrebbe
senza indignazione (91).
Ma cessiamo di più lungamente inveire contro gli smarrimenti umani; la
sola esposizione sarebbe stata sufficiente per se stessa a dimostrarne
l'assurdo; e farci quindi giudicare quale intimo valore il sensato
filosofo ebreo vi attacca, e la fede che il medesimo vi presta. Ma
essendoci prefissi fondatamente di condurre il popolo d'Israel nel
sentiere della ragione; disingannarlo de' vetusti suoi errori,
restituirlo al suo antico decoro, ed illuminarlo intorno i di lui veri
interessi, noi fummo astretti ad esporre una parte di que' dogmi, riti,
o cerimonie che la tradizione gli fece, per tanti secoli, considerare
come sacre, corredate ovunque di quelle osservazioni analoghe, che ci
sembrarono le più efficaci a sortire il nostro premeditato intento, ed a
giustificare nel tempo stesso i fondati motivi delle nostre salutari
operazioni. Quindi tutto ciò che fu da noi opportunamente riportato
sulla evidente inutilità della massima parte delle glose tradizionali,
sembrami sufficiente a fare ampliamente comprendere quanto meno
stravagante oggi comparirebbe il Codice mosaico nelle menti sovvertite
de' filosofi increduli, se non gli fossero eccessivamente addizionate
quelle moltiplici bizzarre cerimonie che fin quì combattemmo, colle
innumerabili altre prescrizioni strane, ed insensato che ommesse abbiamo
come non solo destituito affatto di verità, di base, e di ragione, ma
come opposte diametralmente alla purità inalterabile del fonte
incontaminato da cui si pretende follemente farle derivare (92).
Conchiudendo, in ultimo coll'evidenza irrefragabile alla mano che tutti
i principj di tal fatta non sono che il risultato genuino di una
sregolata immaginazione, o di entusiastico trasporto in cui
l'esperienza, e il raziocinio non ebbero giammai alcuna parte; e
l'eccessiva difficoltà che sovente incontrasi a combattere simili
principj solo dipende dall'indole riprovabile della fantasia umana, la
quale preoccupata una volta dalle illusorie visioni che la sorprendino,
e la rimuovino, si rende incapace assolutamente di riflettere, di
ragionare (93): Colui che si accigne a combattere la superstizione, ed i
suoi terribili fantasmi colle armi della ragione (dice sensatamente
_Shaftesbury_) rassomiglia ad un uomo il quale si servisse di una spada
per uccidere delle zanzare, o de' moscherini, sì tosto che il colpo è
vibrato, le chimere fatali, a guisa di que' tormentosi insetti,
ritornano a svolazzare intorno all'uomo, riprendendo nel suo spirito il
luogo stesso da cui supponevasi forse di averle proscritte per
sempre (94).
E pure questo male ancora, tutto che all'eccesso orrido, e flagellatore
apparisca agli occhi nostri, non è, nulla ostante, senza qualche pronto,
ed efficace rimedio; ma questo, per altro in vano ci potremo lusingare
di conseguirlo fuorchè dalla sola ragione; procuriamo dunque di
allontanare da' suoi recinti lo sciame infetto delle contaminate visioni
che rendevano fino ad ora un peso incomodo, e lacerante per l'uomo;
rinunziamo fermamente di accordo a quelle odiose follìe che la
degradarono sì di frequente, e che la nostra insensata credulità gli
fece servire miseramente di pascolo, e di arredo per sì lungo periodo di
secoli, proclamiamola definitivamente nostra guida, ed essa ci farà, in
ogni senso, conoscere ciò che sia vera felicità sopra la terra, e per
quali mezzi adeguati ed infallibili può l'uomo pervenire a distinguerne
il sembiante, a possederla in tutta la sua integra purità, ed
estensione.
(87) Il prototipo occasionale da cui emana il fondato motivo
dell'osservanza del sabato non può essere per se stesso più edificante,
nè l'alta idea che ne ha concepito il popolo d'Israel più solidamente
radicata; ma gli accessorj enormi che si ebbe l'imbecillità di
aumentarvi, sono quelli unicamente che oscurarono, al solito, la genuina
intelligenza di simile precetto.
Quindi siccome questo dì è chiamato dalla scrittura giorno di riposo, e
di ricreazione; così i fautori Talmudisti avvezzi a prendere tutto al
letterale del senso, indagando quale ricompensa potere stabilire a chi
tale dovere compisse, si fecero ad immaginare che Dio nell'ingresso del
sabato accordasse ad ogni individuo ebreo un _anima superflua_ נשמה יתרה
(_Nesciamah Jeterah_), o come altri dicono, uno spirito ricreatore,
affine di potere meglio riposare in quel giorno, e onde più agiatamente
mangiare, bere, e sollazzarsi, e che al decremento del sabato Dio
ritirasse tutte le anime, che avea esso distribuite la sera precedente:
_R. Abraham_ ragiona seriosamente di quest'anima superflua nel suo
_Commentario sul Pentateuco_ che esso chiama אגודת אזוב (Agudath ezob),
cioè _mazzetto di mirra_. Essi rendono pure in quel giorno gli angeli
commensali degli ebrei, ed i più fanatici fra questi persuasi
intimamente dell'arrivo di tali nuovi ospiti serafici, si fanno loro
incontro fino nelle scale con un certo complimento ad uso angelico.
Nell'intonare di un certo inno espresso a tale riguardo la sera di
venerdì, essi ritengono per sicuro che lo anime eschino dall'inferno,
dove non rientrano che all'imbrunire del sabato, allorchè la preghiera è
terminata, e alcuni Rabini sostengono che anche le sofferenze degli
ebrei dannati cessano in quel giorno.
I Talmudisti prescrivono altresì come un precetto indispensabile di
dovere fare tre splendidi pasti durante il giorno di sabato, affine di
essere con tali mezzi garantiti, come essi dicono, da tre funesti mali,
cioè dalle pene dal Messia, dalla micidiale guerra di Gog, e Magog, e
dalle fiamme del Gheinam. (ved. _Mas. Sciab. cap. IV._) Il rimedio in
vero non può essere più grato, nè più idoneo ad attirare degli
applicanti. E quante altre decisioni superstiziose non si sono parimente
sostenute da' Rabini, relativamente alla proibizione di accender fuoco
la sera, ed il giorno di sabato, un trattato intero di Misnah sopra
questa materia contiene le regole molto austere per l'esatta osservanza
di questo riposo corporale, di cui fu da noi già parlato (annot. 56) non
meno che sul fuoco, ed altre cerimonie per ovviare che non vengano
trasgredite, mentre che si ha tanto poco zelo per la vera pietà.
Ma essi, per altro non comprendono che il riposo macchinale ordinato
agli ebrei da Mosè di non muoversi alcuno in questo giorno dalla sua
posizione in cui ritrovavasi nel momento dell'ingresso della festa (ved.
l'annot. citata) conveniva agli ebrei solo nel deserto, dure non doveano
essi altro fare che rimuoversi per raccogliere la manna che in duplice
dose cadeva loro prodigiosamente il giorno avanti; prescrizione che oggi
eseguire non si potrebbe in verun modo; siccome non mi sembrerebbe
inverosimile l'opinare che il divieto di accendere fuoco in simile
giorno entro le abitazioni domiciliarie si riferisse a un doppio senso
primo al fuoco sacro usato allora dal Pontefice sommo per servizio
dell'altare, dove in quel giorno soleva ripetersi l'olocausto per tre
volte, e ciò vuole implicare di non doversi servire nè accendere di quel
fuoco per uso di famiglia, che ne sarebbe rimasto profanato, ed il
trasgressore divenuto reo di esecrabile sacrilegio: secondo; essendo gli
ebrei nutriti nel deserto colla prodigiosa caduta della manna, che ad
ogni loro richiesta trasformava qualunque sapore, senza il soccorso
dell'arte di cucina, e riscaldati da un ignea nube, che secondo la
scrittura additava loro il cammino che doveano tenere durante il corso
delle loro marcie notturne, inutile, come bene si scorge, rendevasi loro
il fuoco, non meno per l'uno, che per l'altro oggetto.
A tempi nostri però che i sacrifizj sono cessati, e che si fattamente
rari si rendono fra noi tali prodigi, parrebbe, che l'ebreo della nostra
età dovrebbe esservi dispensato dall'osservanza di simile precetto il
quale, nella guisa che testè accennato abbiamo, sarebbe ad esso lui
presso che impossibile di mantenere oggi a rigore, sia che considerato
venga alla lettere, come lo pensano i Caraiti, sia che prendasi in
astratto nella guisa che praticare veggiamo a recenti Talmudisti.
(88) I panici timori che incute la tradizione teologica, anche sopra
oggetti che religiosamente parlando non implicano timore, degradano lo
spirito, e l'anima, traviano l'uno paralizzano l'altra, ed incapaci le
rendono entrambe di lumi, e di ragione, così è pur troppo, che
comprimendo essa l'uomo sotto l'aggravante peso del timore, allontana in
lui la speranza di un conforto, debilita le sue forze, e di un integro
adoratore del Dio vivente forma uno schiavo pusillanime, e spregevole,
la cui devozione macchinale altro a fondo non è che un cupo velo di cui
si serve, il più delle volte, per inorpellare i suoi orribili assurdi, e
i suoi misfatti. Ben diversa però è la massima dell'uomo saggio; egli sa
essere religioso senza essere pavido, perchè la sua ingenua coscienza è
sempre mai limpida, ed uniforme a' sani principj del suo credere.
(89) Io ho già di proposito rimarcato in qualche luogo (ved. l'_annot.
8. T. I. pag. 41. delle Notti Campestri_) che il primo scopo che si
prefissero in ogni epoca del mondo i promulgatori di Sacre chimere fu
quello di attribuirsi il carattere imponente di Direttori Spirituali
delle Nazioni, onde con tale mezzo a colpo sicuro pervenire a disporre a
loro talento; per meglio dunque riuscirci essi opinarono di
rappresentare Dio come un Essere occupato unicamente d'incutere timore
nell'animo de' suoi creati, e dedito giammai a farsi amare, e quindi
risultare lo fanno nelle loro assurde illazioni, a un tale riguardo, or
come un Essere debole, ed or come tremendo, or come benefico, ed or come
tiranno, senza altra ragione che la sua propria volontà. Nè dee recarci
sorpresa di ritrovare dei popoli i quali giunghino al delirio
spaventevole di concepire idee cotanto mostruose, e ripugnanti del
provido Autore della Natura, dal momento che ci faremo ad investigare
per una parte l'indole infelice del volgo nel credere ciecamente alla
rinfusa ciò che ha l'apparenza di prodigioso, e di stravagante, ed a
conoscere sensibilmente dall'altra l'artifizio perverso di una certa
classe d'individui, nel farsi reputare da esso l'oracolo portentoso
della Divinità suprema, e l'organo immediato de' suoi Eterni
inalterabili Decreti.
(90) Essendo questo divieto ripetuto per tre volte nella Scrittura
(_Num. c. 23. v. 19. c. 34. v. 25. e Deut. c. 14. v. 19_) i Talmudisti
ne amplificarono talmente l'osservanza, che oggi più non tiene che alla
classe delle tante altre pratiche inutili conosciute, e professate dal
recente giudaismo. Essi dunque inferirono conseguentemente di dovere non
solo mantenere detto precetto al puro senso originario della lettera
genuina, ma di astenersi parimenti da qualunque siasi cibo dove entrasse
tutta specie di carne, pure di volatile unitamente ad ogni sorta di
formaggio, o di latticinio, e per cautela, maggiore nell'esatta
osservanza di questa pratica superstiziosa, i Rabbini ordinano
scrupolosamente di dovere tenere anche gli utensili per cucina
interamente separati (ved. _misn. hol. fol. 104. Din. Joré Deng. c.
92._).
I medesimi vietano inoltre con eguale rigore di mangiare in uno stesso
convito prima una vivanda di carne, indi altra di formaggio, se non dopo
decorso l'intervallo di sei ore, (Ibid. e _Beth Joseph_) permettendo
l'ultima però avanti quella previa una breve interruzione di pochi
minuti, dopo essersi lavate ambe le mani. Tanto possono le tradizionali
follìe in mente umana!