(82) Non dobbiamo che richiamare quanto fu già da noi esposto fino ad

ora per restare ampliamente convinti, che se l'Israelita de' nostri

tempi dovesse prefiggersi di osservare alla lettera, e tutto ciò che gli

venne ordinato da Mosè, ed altrettanto che la tradizione gli prescrive,

esso non vi riuscirebbe giammai senza un prodigio; mentre è presso che

impossibile che l'uomo debole quale esso è per sua natura sentisse forze

bastanti per respignere le passioni sregolate dalle quali è soggiogato,

e ad un tempo medesimo, vincere gli affetti viziosi che lo seducono, e

rinunziare, in una parola, al di lui essere, come sarebbe necessario per

caricarsi di una soma di gran lunga preponderante alla sua capacità: ma

non per tanto l'attaccamento degli ebrei per le loro tradizioni è tale,

ch'essi trascureranno venti precetti fondamentali del pentateuco

(siccome lo abbiamo rimarcato non è che un istante) piuttosto che

estinguere un lume in sera di festa, o che prendere anche scarso cibo la

sera, ed il giorno del 9 del mese di _Av_, o negli altri digiuni (de'

quali è fatta speciale menzione nella seguente annot. 131) e che gustare

un volatile condito, o cucinato nel butirro, benchè la scrittura non lo

vieti di sorte alcuna, o che desistere in fine per un solo giorno dal

recitare le leggende quotidiane, e cose di tal fatta, in tanto che la

vera osservanza dell'essenziale è quella che l'occupa il meno, e che

forma l'ultima, e la più indifferente delle sue cure.

(83) Questo deplorabile malore in vero non è affatto nuovo nel mondo, e

per quanto io mi accorgo gli ebrei non furono già fra gli uomini i soli

ad esserne gravemente infetti, poichè vi fu già un tempo sulla terra, al

dire dell'abate _Cartaut_ in cui le scienze, e l'arte di scrivere furono

dalla chiesa romana riguardate come occupazioni labili, e mondane, e per

conseguenza indegne totalmente di un ottimo cristiano.

(84) E con quale fondamento lusingare ci dovremo di potere mai ritrovare

irreprensibili costumi laddove i mezzi che sarebbero sufficientemente

capaci a farceli apprendere, a regolargli, sono totalmente ignorati

dalle massima parte fra noi? E quale meraviglia se quelli in particolare

della prosapia d'Israel ci appaiono cotanto insociabili, e sì strani?

Essi dovranno andare sempre mai su questo piede fino a tanto che la

superstizione sarà dalla medesima preferita alla solida coltura dello

spirito, le pratiche ridicole anteposte all'esercizio delle massime

salutari della pretta Religione, e fino a tanto che questa nazione,

impressionata de' suoi antichi errori, stimerà più necessario di essere

devota, che instruita.

(85) Quanto più sanamente osservata, e mantenuta sarebbe dagli uomini la

vera Religione, quante meno querele suscitare si vedrebbero a suo

riguardo, e quanto più rispettabile, in ogni senso riuscirebbe la

pratica di essa in faccia degli increduli, se la chiarezza, e la

precisione fossero l'appannaggio de' suoi ammirabili principj, nel modo

che la tersa verità dee essere la sola interprete genuina delle sue

massime; coloro che ne fanno pubblico esercizio non si vedrebbero allora

più astretti, come accade loro sovente, di credere ciecamente senza

potere rendersi a se stessi la benchè minima efficace ragione di ciò che

forma la base radicale della loro propria credenza; ciascuno

ritroverebbe spiegati nella pratica medesima di esse quei solidi motivi

sufficienti del loro credere, senza brancolare inutilmente col pensiere

nel vortice immenso de' dubbj tormentosi, e delle arcane illusioni, che

gli si fanno servire di ammaliante corredo; ma frattanto alcun vantaggio

reale risultare non se ne vede in favore di coloro che la professano. Ma

tutto ciò sarà mai sempre ineseguibile fra gli uomini fino a tanto che

la religione diverrà per certuni un soggetto di speculazione sulla

terra, ed un mestiere da potersi esercitare coll'ingannevole orpello

dell'umiltà, e della devozione.

(86) Il primo scopo che si prefissero in ogni tempo i propalatori delle

tradizioni sacre in generale, si fu quello di ammaliare la stupida

curiosità di quegli uomini che stabilirono di sedurre; e di allontanare

dall'occhio dell'esame qualunque dogma, di cui l'assurdità troppo

evidente, avrebbe dovuto necessariamente a prima vista, in mille guise

colpirgli. Non meno nell'uno, che nell'altro essi vi sono completamente

riusciti. La pratica delle superstizioni è assai più agevolmente appresa

di ciò che riesca facile conoscere l'esercizio commendevole di una

pretta religione, della virtù, del disinganno. In fatti è molto meno

arduo per l'uomo di genuflettersi a' piedi degli altari, e recitarvi le

preghiere, immergersi nel Gange come i _Bonzi_, nutrirsi di magro le

vigilie, confessare le proprie colpe all'orecchio di un'altro uomo,

abbigliarsi di certi arnesi, o astenersi da certi cibi, di ciò che sia

perdonare come _Camillo_ agli snaturati concittadini, o calpestare con

isdegno le ricchezze, come _Papirio_, o farsi il corifeo della virtù,

come _Aristide_, ovvero instruire il mondo come _Socrate_. Sempre

indifferenti a questi sublimi tratti di straordinarie virtù, essi non

sono ad altro interessati che a sostituire a queste le offerte, i

digiuni, le espiazioni, persuadendo scaltramente gli uomini che si può,

senza ostacolo, col solo mezzo di certe cerimonie superstiziose,

giugnere per sino ad imbianchire l'anima anerrita dai più atroci, ed

esecrabili misfatti. Ciò che ha dato sorgente funesta in ogni tempo fra

gli uomini, siccome io l'ho altrove rimarcata (annot. 100.) sul

proposito della confessione auriculare, a tutti quei criminosi

travviamenti a quali può essere soggetto lo spirito umano.

CAPITOLO XI.

Seguito del medesimo soggetto. Esame delle verità esposte.

Tutto che molte sensate persone sdegnate restino, e percosse dalle

complicate assurdità di dettaglio di cui non solo le tradizioni

ebraiche, ma tutte quelle altresì dei popoli che conosciamo sono

ripiene, esse frattanto non ebbero giammai fino ad ora il risoluto

coraggio di rimontare fino alla sorgente venefica dalla quale sì fatte

assurdità dovettero probabilmente ritrarre l'origine fatale, per tutto

non vi si scorge che uomini, o criminosamente ipocriti, o brutalmente

zelanti, proclivi ad accreditare le più assurde contraddizioni, le più

ridicole novellette, e le intuitive follìe, riscaldando, o seducendo

colle illusioni le più bizzarre la credula fantasia degli uomini i quali

finiscono in ultimo coll'identificarvisi, e idolatrare delle chimere: _o

homme!_ esclamava altre volte un saggio illustre, _qui saura jamais_

_jusqu'où tu portes la folie, et la sottise? Le Théologien le sait, en

rit, et en tire bon parti._

Si ha d'altronde un bel sostenere, e dagli ebrei non meno che da tutte

le altre sette concordi, che la sola legge scritta non sarà mai per se

medesima sufficiente, quanto l'urgenza lo richiede, a fondare le

inconcusse basi della religione; senza l'immediato soccorso della

tradizione; oltre che ciò resta formalmente smentito da' moltiplici

percuotenti esempi da noi altrove opportunamente riportati di quei tanti

distinti soggetti, a tempo debito citati, i quali senza conoscere

tradizione di sorte alcuna non lasciavano di essere perciò gli esemplari

modelli della credenze d'Israel (e de' quali si cercherebbero indarno

imitatori in tutto l'antico, ed il recente Giudaismo) ed i veri

prediletti dell'Essere Supremo; si potrebbe, all'opposto, senza timore

d'ingannarci, dimostrare con evidenza che altrettanto le parafrasi, ed i

commenti riescono utili, e sovente necessarj, allorchè tendono a

semplificare il soggetto originale, col mezzo d'idee chiare,

compendiose, e intelligibili, quanto non meno gli uni che le altre si

rendono all'eccesso aggravanti, e perniciose allo spirito, se diffusi, o

enigmatici si scorgono; nel primo caso il testo acquista nuovi lumi

efficaci a rischiarare la mente poco idonea di approfondirne per se

stessa il vero senso; nell'ultimo poi esso diventa molto più oscuro, più

confuso, inutile del tutto. Or, quale di questi sarà, dunque giustamente

il caso nostro? Basta farci a considerare di slancio la soma enormemente

onerosa, della quale oggi trovasi aggravato il Popolo d'Israel in tante

guise differenti, in proposito di Culto, e religione, per ritrovare

senza gran pena la soluzione positiva di simile problema. Dicasi pure,

come sarebbe in verun modo possibile all'ebreo Talmudista di mantenere

il sabato al rigore delle cerimonie innumerabili che vi aggiungono i

Rabbini, minacciando una dannazione irremissibile contro chiunque

individuo il quale si dimostrasse refrattario, o trasgressore delle

medesime? Non bastava forse la sola prescrizione ordinata da Mosè di

santificarlo e fare cessare in esso qualunque opera servile, per

accrescervi, nella guisa che fece la tradizione, tante futili

controversie, tante glose incongruenti del tutto estranee all'osservanza

primitiva del precetto ed alla mente dell'Institutore (87)?

Ed in qual modo potrebbe egli osservare giammai con esattezza tutto

quanto le parafrasi rabbiniche gli prescrivono concernente le altre

feste, oltre i tanti numerosi precetti che dagli espressi ripetuti

comandi della Divinità medesima sono ad esso autorevolmente imposti,

senza ledere, o trascurare gli articoli essenziali del suo Culto? Ma che

diremo già noi, se attignere si dovesse le nostre idee relativamente

all'Essere Supremo nelle discussioni tradizionali? Non si

mostrerebb'egli quest'Essere a noi sotto i tratti i più proprj a

rigettare la nostra adorazione il nostro amore? In fatti come

sarebb'egli possibile giammai di sentire del trasporto per un Essere di

cui l'idea che ci viene rappresentata, ad altro non serve, che ad

eccitare il terrore, e di cui i giudizj che vengono dalla medesima

riportati fanno fremere (88)? Come ravvisare senz'allarmarsi un Dio che

ora ride, ora piagne, ed ora scherza, come immaginare, senza orrore, un

Dio che secondo la tradizione sembra prendersi a scherno il destino de'

mortali, occupato di farsi sempre temere, e mai di farsi amare? Eh, che?

Tale forse non è il carattere odibile che la tenebrosa tradizione di

tutti i popoli della terra, senza escluderne forse alcuno, ci trasmise

dell'Autore Supremo delle natura (89)?

E se da testè riportati assunti passare si volesse ad interrogare la

tradizione Israelistica specialmente sopra i cibi, supporremo noi forse

che potesse meglio riuscirci, la ritroveremo noi, per qualche parte

almeno, più sensata, meno ridicola, più congruente? Che l'astinenza di

alcuni cibi, o il divieto di nutrirsi di certi animali, autorizzato

parimente presso molti popoli antichi, nel modo che lo abbiamo altrove

chiaramente significato (ann. 28) ed imposta agli ebrei come un precetto

non meno urgente ad osservarsi degli altri che il Codice Mosaico avea

eglino già prescritti, sia che fosse il medesimo basato sopra uno di

quei menzionati disegni da' quali erano que' popoli guidati, sia che

diretto venisse da qualche altro, che le sacre pagine rivelarci non

vollero, debba riguardarsi come una instituzione utile, ed anche in

certi climi, a molti riguardi ovvia, e indispensabile, ciò potrebbe

senza ostacolo accordarsi, ed io ne convengo di buon grado, ma che una

semplice ingiunzione ordinata da Mosè, benchè triplicatamente di _non

cuocere l'agnello nel latte della capra_ (90), e che altro per se

medesimo non è che un mero suggerimento di umanità, onde fare

sott'intendere con esso di non incrudelire contro di coloro da' quali

abbiamo tratta l'esistenza sulla terra, che un avvertimento morale di

simile natura, dico, debba implicare una quantità di altri usi, e di

astinenze, le quali, anche a senso di qualche accreditato Rabbino, non

hanno il benchè minimo rapporto collo spirito intimo del precetto di

Mosè; ecco ciò che una mente illuminata soffrire certamente non potrebbe

senza indignazione (91).

Ma cessiamo di più lungamente inveire contro gli smarrimenti umani; la

sola esposizione sarebbe stata sufficiente per se stessa a dimostrarne

l'assurdo; e farci quindi giudicare quale intimo valore il sensato

filosofo ebreo vi attacca, e la fede che il medesimo vi presta. Ma

essendoci prefissi fondatamente di condurre il popolo d'Israel nel

sentiere della ragione; disingannarlo de' vetusti suoi errori,

restituirlo al suo antico decoro, ed illuminarlo intorno i di lui veri

interessi, noi fummo astretti ad esporre una parte di que' dogmi, riti,

o cerimonie che la tradizione gli fece, per tanti secoli, considerare

come sacre, corredate ovunque di quelle osservazioni analoghe, che ci

sembrarono le più efficaci a sortire il nostro premeditato intento, ed a

giustificare nel tempo stesso i fondati motivi delle nostre salutari

operazioni. Quindi tutto ciò che fu da noi opportunamente riportato

sulla evidente inutilità della massima parte delle glose tradizionali,

sembrami sufficiente a fare ampliamente comprendere quanto meno

stravagante oggi comparirebbe il Codice mosaico nelle menti sovvertite

de' filosofi increduli, se non gli fossero eccessivamente addizionate

quelle moltiplici bizzarre cerimonie che fin quì combattemmo, colle

innumerabili altre prescrizioni strane, ed insensato che ommesse abbiamo

come non solo destituito affatto di verità, di base, e di ragione, ma

come opposte diametralmente alla purità inalterabile del fonte

incontaminato da cui si pretende follemente farle derivare (92).

Conchiudendo, in ultimo coll'evidenza irrefragabile alla mano che tutti

i principj di tal fatta non sono che il risultato genuino di una

sregolata immaginazione, o di entusiastico trasporto in cui

l'esperienza, e il raziocinio non ebbero giammai alcuna parte; e

l'eccessiva difficoltà che sovente incontrasi a combattere simili

principj solo dipende dall'indole riprovabile della fantasia umana, la

quale preoccupata una volta dalle illusorie visioni che la sorprendino,

e la rimuovino, si rende incapace assolutamente di riflettere, di

ragionare (93): Colui che si accigne a combattere la superstizione, ed i

suoi terribili fantasmi colle armi della ragione (dice sensatamente

_Shaftesbury_) rassomiglia ad un uomo il quale si servisse di una spada

per uccidere delle zanzare, o de' moscherini, sì tosto che il colpo è

vibrato, le chimere fatali, a guisa di que' tormentosi insetti,

ritornano a svolazzare intorno all'uomo, riprendendo nel suo spirito il

luogo stesso da cui supponevasi forse di averle proscritte per

sempre (94).

E pure questo male ancora, tutto che all'eccesso orrido, e flagellatore

apparisca agli occhi nostri, non è, nulla ostante, senza qualche pronto,

ed efficace rimedio; ma questo, per altro in vano ci potremo lusingare

di conseguirlo fuorchè dalla sola ragione; procuriamo dunque di

allontanare da' suoi recinti lo sciame infetto delle contaminate visioni

che rendevano fino ad ora un peso incomodo, e lacerante per l'uomo;

rinunziamo fermamente di accordo a quelle odiose follìe che la

degradarono sì di frequente, e che la nostra insensata credulità gli

fece servire miseramente di pascolo, e di arredo per sì lungo periodo di

secoli, proclamiamola definitivamente nostra guida, ed essa ci farà, in

ogni senso, conoscere ciò che sia vera felicità sopra la terra, e per

quali mezzi adeguati ed infallibili può l'uomo pervenire a distinguerne

il sembiante, a possederla in tutta la sua integra purità, ed

estensione.

(87) Il prototipo occasionale da cui emana il fondato motivo

dell'osservanza del sabato non può essere per se stesso più edificante,

nè l'alta idea che ne ha concepito il popolo d'Israel più solidamente

radicata; ma gli accessorj enormi che si ebbe l'imbecillità di

aumentarvi, sono quelli unicamente che oscurarono, al solito, la genuina

intelligenza di simile precetto.

Quindi siccome questo dì è chiamato dalla scrittura giorno di riposo, e

di ricreazione; così i fautori Talmudisti avvezzi a prendere tutto al

letterale del senso, indagando quale ricompensa potere stabilire a chi

tale dovere compisse, si fecero ad immaginare che Dio nell'ingresso del

sabato accordasse ad ogni individuo ebreo un _anima superflua_ נשמה יתרה

(_Nesciamah Jeterah_), o come altri dicono, uno spirito ricreatore,

affine di potere meglio riposare in quel giorno, e onde più agiatamente

mangiare, bere, e sollazzarsi, e che al decremento del sabato Dio

ritirasse tutte le anime, che avea esso distribuite la sera precedente:

_R. Abraham_ ragiona seriosamente di quest'anima superflua nel suo

_Commentario sul Pentateuco_ che esso chiama אגודת אזוב (Agudath ezob),

cioè _mazzetto di mirra_. Essi rendono pure in quel giorno gli angeli

commensali degli ebrei, ed i più fanatici fra questi persuasi

intimamente dell'arrivo di tali nuovi ospiti serafici, si fanno loro

incontro fino nelle scale con un certo complimento ad uso angelico.

Nell'intonare di un certo inno espresso a tale riguardo la sera di

venerdì, essi ritengono per sicuro che lo anime eschino dall'inferno,

dove non rientrano che all'imbrunire del sabato, allorchè la preghiera è

terminata, e alcuni Rabini sostengono che anche le sofferenze degli

ebrei dannati cessano in quel giorno.

I Talmudisti prescrivono altresì come un precetto indispensabile di

dovere fare tre splendidi pasti durante il giorno di sabato, affine di

essere con tali mezzi garantiti, come essi dicono, da tre funesti mali,

cioè dalle pene dal Messia, dalla micidiale guerra di Gog, e Magog, e

dalle fiamme del Gheinam. (ved. _Mas. Sciab. cap. IV._) Il rimedio in

vero non può essere più grato, nè più idoneo ad attirare degli

applicanti. E quante altre decisioni superstiziose non si sono parimente

sostenute da' Rabini, relativamente alla proibizione di accender fuoco

la sera, ed il giorno di sabato, un trattato intero di Misnah sopra

questa materia contiene le regole molto austere per l'esatta osservanza

di questo riposo corporale, di cui fu da noi già parlato (annot. 56) non

meno che sul fuoco, ed altre cerimonie per ovviare che non vengano

trasgredite, mentre che si ha tanto poco zelo per la vera pietà.

Ma essi, per altro non comprendono che il riposo macchinale ordinato

agli ebrei da Mosè di non muoversi alcuno in questo giorno dalla sua

posizione in cui ritrovavasi nel momento dell'ingresso della festa (ved.

l'annot. citata) conveniva agli ebrei solo nel deserto, dure non doveano

essi altro fare che rimuoversi per raccogliere la manna che in duplice

dose cadeva loro prodigiosamente il giorno avanti; prescrizione che oggi

eseguire non si potrebbe in verun modo; siccome non mi sembrerebbe

inverosimile l'opinare che il divieto di accendere fuoco in simile

giorno entro le abitazioni domiciliarie si riferisse a un doppio senso

primo al fuoco sacro usato allora dal Pontefice sommo per servizio

dell'altare, dove in quel giorno soleva ripetersi l'olocausto per tre

volte, e ciò vuole implicare di non doversi servire nè accendere di quel

fuoco per uso di famiglia, che ne sarebbe rimasto profanato, ed il

trasgressore divenuto reo di esecrabile sacrilegio: secondo; essendo gli

ebrei nutriti nel deserto colla prodigiosa caduta della manna, che ad

ogni loro richiesta trasformava qualunque sapore, senza il soccorso

dell'arte di cucina, e riscaldati da un ignea nube, che secondo la

scrittura additava loro il cammino che doveano tenere durante il corso

delle loro marcie notturne, inutile, come bene si scorge, rendevasi loro

il fuoco, non meno per l'uno, che per l'altro oggetto.

A tempi nostri però che i sacrifizj sono cessati, e che si fattamente

rari si rendono fra noi tali prodigi, parrebbe, che l'ebreo della nostra

età dovrebbe esservi dispensato dall'osservanza di simile precetto il

quale, nella guisa che testè accennato abbiamo, sarebbe ad esso lui

presso che impossibile di mantenere oggi a rigore, sia che considerato

venga alla lettere, come lo pensano i Caraiti, sia che prendasi in

astratto nella guisa che praticare veggiamo a recenti Talmudisti.

(88) I panici timori che incute la tradizione teologica, anche sopra

oggetti che religiosamente parlando non implicano timore, degradano lo

spirito, e l'anima, traviano l'uno paralizzano l'altra, ed incapaci le

rendono entrambe di lumi, e di ragione, così è pur troppo, che

comprimendo essa l'uomo sotto l'aggravante peso del timore, allontana in

lui la speranza di un conforto, debilita le sue forze, e di un integro

adoratore del Dio vivente forma uno schiavo pusillanime, e spregevole,

la cui devozione macchinale altro a fondo non è che un cupo velo di cui

si serve, il più delle volte, per inorpellare i suoi orribili assurdi, e

i suoi misfatti. Ben diversa però è la massima dell'uomo saggio; egli sa

essere religioso senza essere pavido, perchè la sua ingenua coscienza è

sempre mai limpida, ed uniforme a' sani principj del suo credere.

(89) Io ho già di proposito rimarcato in qualche luogo (ved. l'_annot.

8. T. I. pag. 41. delle Notti Campestri_) che il primo scopo che si

prefissero in ogni epoca del mondo i promulgatori di Sacre chimere fu

quello di attribuirsi il carattere imponente di Direttori Spirituali

delle Nazioni, onde con tale mezzo a colpo sicuro pervenire a disporre a

loro talento; per meglio dunque riuscirci essi opinarono di

rappresentare Dio come un Essere occupato unicamente d'incutere timore

nell'animo de' suoi creati, e dedito giammai a farsi amare, e quindi

risultare lo fanno nelle loro assurde illazioni, a un tale riguardo, or

come un Essere debole, ed or come tremendo, or come benefico, ed or come

tiranno, senza altra ragione che la sua propria volontà. Nè dee recarci

sorpresa di ritrovare dei popoli i quali giunghino al delirio

spaventevole di concepire idee cotanto mostruose, e ripugnanti del

provido Autore della Natura, dal momento che ci faremo ad investigare

per una parte l'indole infelice del volgo nel credere ciecamente alla

rinfusa ciò che ha l'apparenza di prodigioso, e di stravagante, ed a

conoscere sensibilmente dall'altra l'artifizio perverso di una certa

classe d'individui, nel farsi reputare da esso l'oracolo portentoso

della Divinità suprema, e l'organo immediato de' suoi Eterni

inalterabili Decreti.

(90) Essendo questo divieto ripetuto per tre volte nella Scrittura

(_Num. c. 23. v. 19. c. 34. v. 25. e Deut. c. 14. v. 19_) i Talmudisti

ne amplificarono talmente l'osservanza, che oggi più non tiene che alla

classe delle tante altre pratiche inutili conosciute, e professate dal

recente giudaismo. Essi dunque inferirono conseguentemente di dovere non

solo mantenere detto precetto al puro senso originario della lettera

genuina, ma di astenersi parimenti da qualunque siasi cibo dove entrasse

tutta specie di carne, pure di volatile unitamente ad ogni sorta di

formaggio, o di latticinio, e per cautela, maggiore nell'esatta

osservanza di questa pratica superstiziosa, i Rabbini ordinano

scrupolosamente di dovere tenere anche gli utensili per cucina

interamente separati (ved. _misn. hol. fol. 104. Din. Joré Deng. c.

92._).

I medesimi vietano inoltre con eguale rigore di mangiare in uno stesso

convito prima una vivanda di carne, indi altra di formaggio, se non dopo

decorso l'intervallo di sei ore, (Ibid. e _Beth Joseph_) permettendo

l'ultima però avanti quella previa una breve interruzione di pochi

minuti, dopo essersi lavate ambe le mani. Tanto possono le tradizionali

follìe in mente umana!

Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I · 第 12 / 23 段