contrassegnavano anche i Cristiani, la marca destinata per gli ebrei era
del tutto differente da quella che fissavasi per gli altri, benchè non
molto visibile, e per conseguenza meno avvilente di quella con cui
venivano marcati sotto il cielo apostolico romano; ma una gran parte
degli ebrei, per altro, ben lontana dal riguardarla come tale,
compiacevasene al segno di considerare come pessimi ebrei quelli che
cercavano di ocultarla, o che al prezzo di moneta pervenivano a
conseguirne l'esenzione.
(63) _Nostre Raison_ (dice il celebre D'Argens) _est un don de Dieu, qui
ne saurait nous tromper; c'est un présent qu'il nous a fait pour nous
donner le moyen de le connoître, et de le servir_ _Lett. Juiv. lett.
XXXIII. pag. 81._ infatti se questa sublime ragione, massime nelle cose
dimostrativamente evidenti, ci facesse smarrire dall'ameno sentiero che
conduce alla solida perenne felicità ch'essa promette, ne verrebbe per
illazione che Dio c'ingannerebbe, ciò che non può assolutamente
sostenersi senza il colmo dell'insania, Dio essendo la verità
inalterabile medesima.
CAPITOLO IX.
Dall'origine della Misnah, e del Talmud; ossia della Ghemarah;
oggetto, e scopo di entrambe.
I grandi avvenimenti, dice un pensatore inglese, sono per l'ordinario da
gran cause prodotti; ma siccome i filosofi rigettano il più delle volte,
con certe ragioni da essi loro credute valide, ed inoppugnabili, queste
vantate cause misteriose, e soprannaturali immaginate, com'essi opinano,
da un certo numero di antichi ad oggetto di accreditare le loro
stravaganti opinioni colle quali ammaliarono lo spirito del volgo, sì
facile ad illudere e sì malagevole a disingannare, essi avrebbero dovuto
piuttosto cercarne la sorgente nelle antiche massime religionarie, e
studiare con diligenza il carattere genuino di que' soggetti che le
hanno prodotte, diffuse, ed accreditate, onde con più pronta e più
agevole maniera pervenire alla esatta cognizione degli enimmi sacri
generalmente venerati, sì familiari ad essi, e di cui la moltitudine
insensata, si fa depositaria, senza speranze di potere giugnere per niun
mezzo a comprenderli giammai (64).
Tale appunto è l'intima natura delle innumerabili mistiche visioni delle
quali sono inondate le opere di cui entriamo a ragionare, e tale è
precisamente l'indole che ci fecero in ogni senso conoscere avere
quegl'individui che le hanno fino a noi tramandate.
Per altro l'antichità di queste opere, il rispetto illimitato verso gli
estensori d'esse che si ebbe la scaltrezza d'insinuare nell'animo di
quelli sventurati che si avea precedentemente sedotti, il fermo loro
accanimento nel seguitare le une, nel difendere gli altri, la cura
indefessa che fu da quelli presa in ogni tempo ad oggetto di propalarle,
e perpetuarle, come opere provenienti dal Cielo, e dettate dalla stessa
increata mente dell'Essere Supremo: tutto ciò, dico, dovea per necessità
indispensabile impedire loro di credere che quelle opere, in gran parte,
altro non fossero per elleno medesime che un aggregato informe d'idee
bizzarre, scaturite da altrettante immaginazioni travviate, il delirio
particolare delle quali divenne pur troppo in breve spazio di tempo,
come succedere dovea senza scampo, uno smarrimento quasi universale di
tutto un popolo immenso (65); verità che frappoco sarà posta da noi al
chiarore dell'evidenza.
Dal fin quì esposto sembrami rendersi quanto è duopo manifesto che
inferire solo io voglio di quelle opere unicamente che la tradizione
fece pervenire fino e noi, cioè il _Talmud_, ovvero come altri dicono la
_Ghemarah_, e di tutte le parafrasi complicate che la seguono (66), ma
affine di procedere con un ordine metodico, e sicuro in tale utile
ricerca, fa d'uopo avanti d'ogni altra cosa analizzare la sorgente
immediata da cui esso emana, e discendere in seguito a conoscere i
presunti solidi fondamenti su' quali appoggia l'ebreismo quella cieca
macchinale venerazione ch'esso ebbe sempre per riguardo ad un tal libro,
considerandolo come un codice non meno antico, e tanto sacro quanto lo
stesso pentateuco di Mosè (67).
Benchè molti critici sieno fra loro discordi circa lo stabilire il tempo
in cui il Talmud sia stato effettivamente compilato, pure noi lo
fisseremo a 125. anni dopo la devastazione del secondo tempio; tale
essendo l'opinione la più generalmente conosciuta, e adottata.
Il Rabbino _Jeudah_ il quale vivea in que' tempi, e che attesa
l'esemplarità della sua vita era denominato degli ebrei de' suoi tempi
רבנו הקדוש (Rabenu Akadosh) (_nostro maestro il santo_); questo Rabbino,
dico, il quale era eccessivamente dovizioso, ed amico intimo
dell'Imperatore Antonino il Pio, veggendo che la dispersione degli ebrei
avrebbe fatta dimenticare questa legge di bocca, ossia orale, scrisse
tutti i sentimenti, constituzioni, e tradizioni de' Rabbini che lo
avevano preceduto in un grosso corpo di opere, che distinse col nome di
משנה (Misnah) cioè _Ripetizione della legge_ che divise in sei parti; la
1. riguarda l'Agricoltura; la 2. si rivolge a fissare l'epoca in cui
debbono cominciare, e finire il sabato, e le altre feste; la 3. tratta
dei matrimonj, e di tutto ciò che rapportasi alle femmine; la 4. delle
procedure giudiziarie, e delle vertenze che nascono sopra ogni sorta di
affare civile; la 5. ha per iscopo la santità, ovvero i sacrifizj, ed i
principali riti della religione; la 6. finalmente si aggira sulle
purità, e sulle impurità (68). Ma siccome questo libro era per se stesso
molto succinto, e per conseguenza poco intelligibile; un inconveniente
di tale natura ha dato origine a delle forti, e interminabili questioni,
le quali fecero in ultimo risolvere due colti Rabbini abitanti in
Babilonia, l'uno chiamato _Rabenah_, e l'altro _Rabascè_ di riepilogare
tutto ciò che era stato esposto, ed agitato fino a' loro tempi sulla
Misnah, aggiugnendo molte altre osservazioni loro proprie, apotemmi e
detti rimarcabili, fissando la misnah come per testo, e le appendici
accresciute ad essa da' medesimi, come una spiegazione creduta ovvia, e
analoga, dal complesso delle quali essi formarono poscia l'intero corpo
del libro, che denominarono תלמוד בבלי _Talmud Bably_, cioè Talmud
Babilonico, oppure גמרה (Ghemarah) che significa _perfezione_, diviso
così ancora in 6 parti, denominate מסכתות (Massahtoth) _Trattati_; non
tacendo però che alcuni anni avanti un certo Rabbino Johanan di
Gerusalem avea compilata un opera quasi uniforme che chiamò תלמוד ירשלמי
(Talmud Jerusalmi) cioè, _Talmud di Gerusalem_; ma essendo stata questa
ritrovata molto concisa, rapporto alla vastità delle materie sulle quali
si aggirava, ed anche riconosciuto di uno stile alquanto barbaro, e
inusitato, il babilonico gli fu di gran lunga preferito, come più vasto,
più elegante, e più intelligibile.
A questi poi dopo qualche spazio di tempo il Rabbino Salomon, detto
comunemente _Rascì_ (_R. Scelomoh Yarki_) di origine francese, fece un
brevissimo commentario, ed un accademia di vari altri differenti Rabbini
vi aggiunse così pure una certa dose di questioni, che appellarono
תוספות (Tossaffoth) cioè _appendici_, o _addizioni_. E quì opportuno
però di rimarcare che da questo Talmud Babilonico, furono già da gran
tempo elise molte cose, particolarmente i tre trattati compresi ne' sei
de' quali io vengo di parlare, attesochè quelli che concernono le
materie riguardanti l'agricoltura, o le semenze, i sagrifizj, le purità,
e le impurità più non sono attualmente in uso di sorte alcuna presso gli
Israeliti de' secoli recenti.
Questa Ghemarah, e Talmud Babilonico che serve di regola fondamentale
agli ebrei in tutte le loro cerimonie religiose, non meno che in tutti i
loro affari, sia civili, o criminali, è scritto in un linguaggio caldeo
di que' tempi ch'è assai difficile ad intendersi, perchè, al riferire
dei dotti, è molto lontano dalla purità dell'antico terso caldeo che
parlavasi in Babilonia; oltre a ciò quell'opera è piena di confuse
questioni, di storie, o piuttosto di leggende fatte a piacere, che i
semplici decantano per vere, ma per poco discernimento che si abbia,
riesce agevole il comprendere, non solo altro queste non essere che
allegorìe inventate da persone più dedite a sorprendere il lettore, che
ad instruirlo, e che ad altro non tendono in massima, che a rendere gli
ebrei all'eccesso ridicoli in faccia agli altri popoli, ma che si scorge
in esso altresì delle falsità evidenti, massime in ciò che riguarda
l'istoria, la cronologia, e le scienze. Il loro principale scopo, in una
parola, non è ad altro fine rivolto che ad aggravare la mente di un
affluenza incalcolabile di usi, e cerimonie il più delle volte opposte,
ma quasi sempre estranee all'essenzialità della vera legge primitive, la
quale era onninamente aliena da quelle superfluità, o sottigliezze che
formano la base delle odierne instituzioni tradizionali (69).
È ben vero, per altro, che gli ebrei forniti di talenti, e di coltura,
non prestano fede e questi fatti, senza un ben maturo ponderato esame;
ma frattanto la generalità di questa nazione riguarda come un esecrabile
apostasia il dubitare un solo istante della validità delle decisioni
talmudiche, per le quali essa nutre una venerazione tale, come se quelle
fossero esternate dalla bocca dello stesso legislatore Mosè.
Egli è dunque così che queste tradizioni sono divenute sì affluenti
presso i recenti Israeliti, (benchè sopra un tale proposito qualunque
altra nazione non la ceda all'ebrea in verun modo) che tutta l'intera
vita di Mosè non sarebbe stata sufficiente per riceverle da Dio sulla
vetta di Sinai, dove suppongono che le abbia esso apprese durante lo
spazio di 40. giorni di sua non interrotta permanenza sopra quel monte:
ma gli ebrei Talmudisti pretendono di fare tacere ogni oppositore col
loro autorevole assioma הלכה למשה מסיני (Alahah Lemoscè Missinaj)
_Decisione che Mosè ha ricevuta sulla montagna di Sinai_. Ma non veggono
quanto sia fallace una simile asserzione; e quando ancora nascondesse
quella in se medesima qualche ombra di possibilità, l'errore che la
segue in ogni parte, l'inverosimiglianza che l'accompagna, ovunque la
farebbe senza ritegno, ad ogni riguardo allontanare. E ciò che di peggio
io vi scorgo si è che sotto questo nome specioso di tradizione gli ebrei
hanno abbracciato, alla rinfusa, i vaneggiamenti de' loro dottori, come
se Dio stesso glieli avesse loro rivelati sotto l'apparenza d'inspirate
intuizioni, non permettendosi neppure di esaminarli (70), a meno di non
volere cadere nell'eresia de' _Caraiti_ (di cui sarà da noi parlato
difusamente altrove); e se alcuno si facesse a richiedere loro le
fondate ragioni di quelle innumerabili glose rabbiniche, le quali
sembrano allontanarsi onninamente dal genuino testo della legge, essi
non hanno altra risposta a dare, che אמרו חכמנו (Amerù Hahamenu), cioè,
_lo dissero i nostri savi_, aggiugnendo così una fede implicita alle
confuse interminabili discussioni dei loro talmudisti, nella guisa che
procedevano appunto i discepoli di _Pitagora_, quando erano interrogati
sopra qualche assunto alquanto difficile e risolversi: _egli lo ha
detto_, era per quelli lo soluzione la più positiva, ed inconcussa di
qualunque siasi arduo problema. (71).
Tale è propriamente l'origine e lo scopo di quel tanto decantato codice,
sì profondamente venerato dall'intero giudaismo, distinto generalmente
col nome di _Talmud_, le affluenti frivole questioni delle quali è
quest'opera immensa per ogni parte ripiena, non solo sdegnarono per
tante volte i filosofi saggi, ed illuminati fino a rigettarne le
massime, e a deriderlo; ma quale appunto lo fu in seguito l'apocalisse
per rapporto al cristianesimo, non servì quello che d'un arma offensiva
della quale usarono i nemici d'Israel, in ogni tempo, per attaccarlo,
anche nelle sue massime più essenziali, e orribilmente infierire contro
di esso (72).
Infatti cosa potevano mai pensare gli antichi filosofi Greci, Arabi, e
Romani, osservando agitare delle lunghe, e pertinaci discussioni per
giugnere a diffinire se sia permesso in giorno di sabato cavalcare un
asino per condurlo a bere, oppure se debba tenersi per la cavezza? se si
possa in tale giorno camminare sopra un terreno seminato da poco tempo,
per non incorrere nell'inconveniente di calpestare, o portare via,
qualche granello di semenza co' piedi, ed essere quindi obbligati a
seminario di nuovo, ciò che in sabato non lice? se sia permesso, in quel
giorno medesimo scrivere tante lettere, o parole capaci a formare
unitamente un discreto paragrafo completo? se debba pure permettersi di
mangiare un uovo nato, o prodotto entro quel medesimo giorno ec.? E di
quanti altri sì fatti scrupoli bizzarri, e paradossali non sono ripieni
ovunque il Talmud con tutti i suoi differenti commentarj per rapporto
alla pasqua delle azzime, ed alla purificazione del vecchio fermento
lievitato nelle case? Vi si fa un lunghissimo trattato per decidere se
mirando passare un sorcio in qualche parte della casa con una mollica
tenuissima di pane in bocca, dopo fattovi lo sgombro generale, debbasi
ricominciare con nuove rigorose indagini le purificazione di detta casa;
se si possa cucinare i cibi destinati per uso della pasqua, delle azzime
col residuo dei carboni serviti ad abbruciare il vecchio pane
fermentato, ed altre simili mostruose questioni che opportunamente mi
emergerà di riportare (A) le quali non solo allontanavano gli ebrei
dalla vera inalterabile osservanza delle sacre instituzioni mosaiche, ma
gli rendevano altresì rozzi, ignoranti, e spregevoli all'eccesso in
faccia di tutti gli altri popoli del mondo, ed in particolare i Greci,
ed i Romani i quali vedevano sensibilmente la discrepanza, rimarcabile
che potea con fondata, ragione assegnarsi fra le loro classiche scuole;
e gli assunti utili, e rilevanti che vi si trattavano, e quelle de'
talmudisti, e le loro stravaganti; e prolisse controversie; ma passiamo
a rendere, più dimostrativamente sensibili queste verità sublimi, e
interessanti.
(64) L'accidia, e l'indolenza, vizj sì ordinari alla massima parte degli
uomini sono, al parere di un dotto moderno, molto confluenti ad
alimentare i progressi poco vantaggiosi della tradizione. L'uomo,
generalmente parlando, è per indole sua più proclive a credere
macchinalmente una cosa che gli si assicura vera, di ciò che inducasi ad
affaticarsi con un esame lungo, e costante, e con uno studio assiduo e
penoso, ritrovando molto più agevole di seguitare con una stupida
quiescenza il corso delle cose già conosciute, ed usitate, che di
analizzarne l'origine, o sormontare fino alla primitiva sorgente dalla
quale si fanno quelle scaturire; così è che la generalità delle persone
lasciasi trascinare dal torrente impetuoso degli assurdi dominanti, e
finisce in ultimo col precipitare miseramente nel baratro immenso di
tutti i più orridi smarrimenti, dietro l'esempio fatale di quelli
(stupidi senza dubbio al pari di esso) che lo hanno preceduto, chiunque,
per tanto, vuole sanare di sì fatta deplorabile cecità, dee seguitare
con una cauta fermezza il precetto salutare di Seneca il filosofo, non
curare i giudizj del volgo, e sfuggirne la relazione: _Unusquisque
mavult credere quam judicare: nunquam de vita judicatur, semper
creditur, versatque nos et præcipitat traditus per manus error,
alienisque perimus exemplis: Sanabimur si modo separemur a cœtu._ _Sen.
de vita beata Cap. 1._
(65) È ne' tempi calamitosi di smarrimento, e d'imbecillità, dice un
illuminato filosofo moderno (_Philosoph. du bon sens Tom. 1 Réfl. 1. §
IX. pag. 94._) che la massima parte delle tradizioni che fanno fremere
le persone dotate di acume, e di talenti, ha presa la primitiva
sorgente, e benchè i nostri progenitori abbiano voluto dare a queste un
antichità più insigne di quella che si può elleno fondatamente
attribuire, non è frattanto che alla loro arbitraria ignoranza, ed alla
smodata credulità de' medesimi che noi ne siamo interamente debitori;
essi sono stati pur troppo la vittima sciagurata degl'impostori loro
contemporanei, e noi saremmo la loro, se non tentassimo di scuotere il
giogo lacerante che dessi vollero imporre alla nostra ragione, dopo di
averla per tante vie sedotta, illaqueata, e renduta quasi affatto
impotente di riuscirvi.
(66) Tanto la _Misnah_, della quale noi entriamo bentosto a ragionare,
quanto il _Talmud_, ossia la _Ghemarah_ che serve alla medesima di
commento, e di cui mi riserbo a ragionare opportunamente in seguito,
altro infatti non sono che un ammasso complicato, e assai diffuso di
decisioni sopra un infinito numero di casi di coscienza, che nascono di
frequente sulla pratica de' riti, e delle cerimonie, nella massima parte
rabiniche, per le cui osservanza fu più volte rimarcato da' critici che
l'ardore del popolo ebreo tiene certamente del prodigioso.
(67) Il celebre Maimonide nella sua prefazione alla di lui opera (Yad
Hazakah _mano forte_) dice che Mosè avanti la sua morte scrisse di
proprio suo pugno tanti esemplari del codice delle sua legge, quante
erano le tribù d'Israel, distribuendone una per ciascuna di esse, e
deponendo un altro simile nell'arca detta di alleanza; e che desse,
aggiugne lo stesso Autore, comunicò in seguito di viva voce al sinedrio
del suo tempo l'interpretazione di questa medesima legge, quale
interpretazione ch'egli sostiene comunicata da Dio a Mosè direttamente
sulla vetta di Sinaj, fu poscia insegnata dopo la morte di esso agli
antichi seniori da Gesuè suo successore, e luce del popolo d'Israel
(_vedi_ _Pirkè avoth cap. 4_) e che quelli che gli succederono, in
qualità di capi, e Sanhedrim fecero lo stesso al riguardo degli altri
più recenti che ne accrebbero il numero all'eccesso fino a _R. Jeudah il
santo_, che tutte le raccolse, conferì loro il metodo di cui mancavano,
e le mise il primo per iscritto.
(68) È opportuno quì di avvertire che ognuno di questi ordini, o regole
è parimente suddiviso in molti libri, o trattati differenti, che noi non
faremo in questo luogo che accennare di slancio, riguardando come opera
lunghissima, e penosa il riportarla tutta per intero, potendosene
agevolmente osservare il dettaglio in _Bustorfio_ (_Recens. Oper.
Thalmud._) Per esempio, quello delle semenze, o dell'agricoltura
contiene undici trattati; il 2. è diviso in dodici libri, il 3. ne
comprende sette, il 4. dieci, il 5. undici; il 6. finalmente racchiude
dodici libri. Il Talmud ha così pure sei ordini, i quali sono divisi in
sessanta tre libri, e questi libri vengono ancora suddivisi in cinque
cento, e venti quattro capitoli, de' quali si compone l'intero corpo
immenso di quest'opera.
(69) Oltre le numerose prescrizioni di tante speci differenti che sono
comprese in questo Talmud, ed alle quali tutti gli ebrei sono obbligati
di sottomettersi ciecamente, senza riserva, essi hanno certi usi che
differiscono, secondo le varie posizioni dove si trovano; essi chiamano
questi usi locali מנהגים (_minhaghim_) costumanze; e per meglio
ritenerli vi fu per sino chi ne ha così pure composti de' libri
particolari: si può inoltre chiaramente rimarcarli leggendo i libri di
preghiere che sono in uso fra gli ebrei, e ne' quali avvi qualche tenue
diversità sia per l'ordine, sia per le cose, giacchè il metodo seguito
dagli ebrei italiani, polacchi, ed orientali nell'esercizio di tali
preghiere, è alquanto differente da quello praticato dagli ebrei di
origine spagnuola o portoghese.
I Rabbini scrissero così pure sopra questo medesimo soggetto
un'altr'opera che ha per titolo דינים (_Dinim_) _giudizj_, che si
possono quasi ridurre alle costumanze, per che gli ebrei variano in ciò;
e questi Dinim non contengono che delle ragioni probabili perchè si
debba fare una cerimonia piuttosto d'una maniera, che di un altra.
(70) I partigiani della tradizione sostenuti da' ministri di questa non
cessano di ripeterci che i motivi della fede, come le picciole ali date
a Mercurio, sono troppo deboli per sostenerla; ciò che ha indotto forse
il _Mallebranche_ ad opinare, che _pour être philosophe il faut voir
évidemment; et pour être fidèle il faut croire aveuglément_ _Rech. de la
ver. Tom. II. pag. 168_. Peraltro Mallebranche quì non s'accorge che del
suo fedele, esso forma un imbecille, poichè in che mai consiste
l'imbecillità? a credere senza un motivo plausibile sufficiente per
credere: _tout homme_ (come giustamente lo riflette un dotto scrittore
moderno) _qui se vante d'une foi aveugle et d'une croyance sur oui dire,
est donc un homme enorgueilli de sa sottise_. _Elvet. de l'hom. Tom.
III. pag. 89._
(71) Del resto benchè gli ebrei nutrino uno zelo straordinario per le
tradizioni ch'essi pretendono di avere gradatamente ricevute da' loro
più lontani progenitori, come si disse, e che difendono con pertinace
accanimento, essi non hanno potuto giammai, ciò non pertanto, convenire
fra di loro degli autori da' quali gli hanno i medesimi realmente
ricevute, ciò che riesce molto agevole a provarlo, unendo insieme i
libri che ne hanno trattato diffusamente di proposito, come sarebbero,
per esempio, i commentari che sono stati fatti sul trattato che ha per
titolo (Pirkè Avoth) _I Capitoli de' padri_. L'illuminato _Abravanel_
(nella sua prefazione all'opera che ha per titolo (Nahaloth Avoth) cioè,
_Retaggio de' padri_, ha usato di ogni suo sforzo per giustificare
questa pretesa non interrotta tradizione, ma inutilmente, _A. Iosef
Hajon_, e _David Gantz_ l'Autore del _Iuhasim_, ovvero _il libro delle
famiglie_, e tanti altri che hanno agitate simili questioni non ci sono
meglio riusciti. Ciò, per altro, sopra di cui tutti i rabbini sono
concordi si è che dopo Jesuè successore di Mosè, fino a Jeudah il santo,
che raccolse tutte le tradizioni, come osservammo, e le mise il primo
per iscritto, vi ha parimente una classe di antichi, la quale ricevè in
origine da Jesuè l'interpretazione della legge, indi a questi successero
i profeti di cui Samuel è stato il primo; e dopo i Profeti ebbe luogo la
grande assemblea, o sinagoga che si tenne sotto _Esdra_. Il dotto _R.
Mosè da Cotsì_ (nel suo gran libro de' _comandamenti della legge
Mosaica_) ad oggetto di unire questa catena immensa di tradizioni, e
dimostrare ad un tempo medesimo che dessa non era stata interrotta
giammai durante la cattività degli ebrei nella Babilonia produce certi
illustri soggetti della tribù di Judah; e di quella di Beniamino che
furono condotti cattivi in Babilonia, ed assicura inoltre che dessi vi
stabilirono la celebre accademia di _Nahardea_ sull'Eufrate, la quale vi
fu in seguito conservata del pari che le tradizione, che venne poscia
insegnata a quegli ebrei che ritornarono da Babilonia in Gerusalem con
Zorobabel, ed Esdra, dove si stabili così pure un accademia ad
imitazione di quella di Babilonia, che non lasciò perciò di sussistere
ancora perchè tutto il corpo degli Israeliti non ritornò già interamente
in Gerusalem. Finalmente questa tradizione fu conservata pure dopo
Esdra, il quale era capo dell'assemblea che si nomina la _grande_ fino
a' tempi del più volte riportato R. Jeudah il santo che tutte le
raccolse, come accennammo.