Gli ebrei Talmudisti non fanno alcuna difficoltà di rendere le loro

tradizioni a livello della Legge di Mosè; essi appoggiano questa

opinione sopra quella che sostengono i Rabbini, cioè che la תורה שבכתב

(Torah Scebihtau) _legge scritta_ non sarebbe che un corpo senz'anima,

ed una lampada senza luce, se fosse quelle separata dalla תורה שבעל פה

(_Torah_ Scebenghal Peh) _legge tradizionale_. Quindi è che dessi si

fanno un pressante dovere di credere, sotto pena di Scomunica contro chi

opinasse altrimenti, che Dio ha dettato a Mosè non solo tutto ciò che è

racchiuso nel Pentateuco, fino alle minime sillabe che vi si contengono;

ma ch'egli ha parimente comunicato allo stesso Mosè sul monte Sinaj

(durante la sua dimora colà di quaranta giorni) l'intera spiegazione

mentale di questa legge medesima, che pretendono essersi conservata

intatta fra di essi, anche dopo la morte di questo Legislatore, fino che

un giorno si riconobbe la necessità di metterla per iscritto affine di

conservarne le traccie fino alla più tarda posterità. Ma di ciò mi

riserbo a ragionare più diffusamente, allorchè in breve mi emergerà di

parlare delle Parafrasi Rabiniche, e dell'origine della Misnah, e del

Talmud ossia della Ghemarah (ved. il Cap. IX. di questo Vol. con tutte

le annot. che vi si contengono).

(47) Tale è la condizione miserabile dell'uomo, che siccome generalmente

parlando le idee sulla Religione sono per esso, quali debbono essere, in

ogni senso, di una specie oltremodo rispettabile, giacchè desso teme

sempre di essere tradito dalla frode, o sorpreso dall'errore, così ei si

fa un pressante dovere di credere macchinalmente senza riflessione,

senza esame, e senza mettere in dubbio un solo istante che desso può in

questa parte ingannarsi, non meno per rapporto alle Leggi scritte, che

alle tradizioni ricevute, ed allontana inconsideratamente per tale

debole riflesso ciò che ha l'apparenza di attaccare le opinioni

religiose addottate alla mamella, siccome tutto quello che avrebbe per

se stesso un efficacia possente ad illuminarlo, ed a toglierlo

dall'inganno in cui vivea, per folle arbitrio, ciecamente sepolto. Tutto

questo mostruoso complesso di contraddittorie opinioni risede fatalmente

in un angolo remoto del cervello dell'uomo, come in un santuario

inaccessibile, in cui non oserebbe in verun tempo avvicinarsi.

(48) La facoltà esimia che l'essere supremo ci ha somministrata, e da

noi distinta col carattere di _lume naturale_ o di _Ragione_ non

saprebbe mai in veruna guisa ingannarci nelle cose ch'essa osserva, e

che discerne, poichè tuttociò che è a sua portata dee credersi chiaro,

evidente, e irrefragabile; altrimenti, (come lo pensa un filosofo

insigne) avremmo adeguato motivo di opinare che Dio ingannati ci avesse,

accordandoci quella facoltà in modo che noi prendessimo il falso per il

vero, anche facendone buon uso: e non sarebb'egli questo il massimo, ed

il più esecrabile degli assurdi? _Descart. Princip. de la Philosop. 1.

Part. pag. 22._

(A) _Exo. Cap. XII. v. 14._

(49) Chi potrebbe mai somministrarci una giusta, e sensata spiegazione

di quel testo comandato agli Ebrei da Mosè (_Exodo cap. 35. v. 3._) לא

תבערו אש בכל מושבותכם ביום השבת (lo tebangharu esc vehol moscebotehem

vejom asciabath) _non accenderete fuoco in alcuna delle vostre

abitazioni il giorno di Sabato_? vorrà egli significare questo precetto

non usarne di sorte alcuna giammai, e ad imitazione de' _saducei_, o de'

_caraiti_ restare all'oscuro la notte entrando il Sabato, ed accendere

il fuoco solo nella contrada, com'essi fanno, in prospetto delle loro

Case? Sarà egli stata forse la mente del Legislatore, comandando un

simile Precetto, che non possano gli ebrei muovere il fuoco tutto quel

giorno, e la sera antecedente, ma che d'altronde sia eglino permesso di

servirsi di qualche incirconciso, per tale ufficio, nel modo appunto che

or lo praticano gli ortodossi Talmudisti? Dissimulare io non posso

certamente che a fronte di tutta l'inerenza rispettosa che io sento per

l'essenzialità delle Instituzioni mosaiche, siccome l'assunto da me

intrapreso in chiari sensi lo dimostra, io non saprei ritrovare

sufficienti ragioni di sorte alcuna, onde adattare questo precetto, che

alla lettera riuscirebbe assolutamente ineseguibile, e che preso secondo

la tradizione più non sarebbe allora quello stesso che Mosè intese di

ordinare; ma la sola parafrasi rabbinica sarebbe quella unicamente che

ne terrebbe le veci. A quale partito dunque appigliare ci dovremo in

simile caso affine di colpire il senso inalterato di sì fatta

prescrizione senza cadere nelle pratiche ridicole de' primi, nè essere

trascinati dal torrente delle superstizioni deplorabili de' secondi?

L'annot. 86 di questo volume somministrerà ad esuberanza le ragioni

adeguate che potrebbero fare credere l'Israelita dei nostri tempi, se

non dispensato interamente dalla osservanza di questa prescrizione,

almeno in gran parte alleggerito da quelle rigorose cerimonie che dalla

tradizione gli furono imposte in simile giorno.

(A) Ved. le _Annot._ 28, e 29 di questo Vol.

(50) Gl'Israeliti erano soliti a distinguere due speci di anni, cioè,

l'anno Santo, e l'anno Civile; il Santo cominciava il mese di _Nissan_

(Marzo) nella metà del quale è comandata la Pasqua delle Azzime;

(notando che questo stesso mese fu parimente denominato dalla Scrittura

_Abib_, cioè il mese delle _spigature_ delle nuove biade, o come dice il

Sacro testo, delle nuove spighe, verdeggianti, che cominciavano a

biondeggiare); ed il Civile avea il suo principio dal settimo mese

chiamato _Tisrì_ (Settembre). Il _Levitico_ dice (_cap. 25 v. 4._) che

si comincieranno a contare gli anni del Giubileo, non già dal mese di

Nissan, ma da quello delle seminagioni, che era propriamente il settimo

di cui parliamo; e nell'_Exodo_ poi si legge (_cap. 23 v. 16._) che si

celebrerà la festa dei tabernacoli allorchè sul terminare dell'anno si

ripongono tutti i frutti delle campagne, ciocchè regolarmente accadere

non potea che nel mese di Settembre. Tale è dunque la distinzione

dell'anno presso gli antichi ebrei.

(A) Ved. le Annot. anteced. 32 33 34.

(B) Ved. l'Annot. anteced. 50.

(51) Questo Precetto consiste nel suono della _Tuba_ praticato dagli

ebrei in quel giorno il quale essendo chiamato dalla Scritture (_Num.

cap. 29 v. 1 2._) יום תרוע (_Yom_ Terungha) _giorno strepitoso_; essi,

prendendo al materiale il senso metaforico di questa frase, non sanno in

altra guisa rappresentare sensibilmente un tale strepito, che stordire

il popolo con cento numerate irregolari voci di corno senza modulazione,

e senza ordine, che a varie riprese, durante le loro interminabili

orazioni di quelle due mattine, tramanda entro la Sinagoga un individuo

postato sopra il Pulpito, ed espressamente destinato per tale ufficio.

Ma chi potrebbe mai significarci, con qualche precisione, quale sorta

d'istrumento fosse quello che udivasi prodigiosamente suonare con

veemenza allora quando, per la prima volta Dio manifestossi al Popolo

ebreo sulla montagna di Sinaj, e che l'_Exodo_ (_cap. 19 v. 16 19._)

distingue col nome di שופר _Scioffar_? così appunto chiamano gli ebrei

l'indicato instrumento di cui si servono in que' due giorni (purchè

l'uno di questi non cada in Sabato nel quale giorno l'uso n'è vietato da

Rabbini _Ghem. trat. Sciab. e Ros. Asciana_) e che altro non è che un

corno di montone ridotto al più nitido pulimento, preferendolo a quello

di ogni altro animale munito di questo arnese, in allusione al montone

che improvvisamente si offrì al Patriarca Abramo, per essere fatta la

vittima del Signore, in vece dal di lui figlio Isaak, che ne era

destinato (_Gen. cap. 22 v. 13._)

(52) Siccome questa festa oltre essere chiamata _delle Capanne_ in varj

luoghi della Scrittura, è anche contradistinta da questa _Ricolta de'

prodotti Campestri_; così l'ordine quì prescritto di prendere fra le

mani il primo giorno di essa quest'indicato fascicolo di erbe differenti

può racchiudere in se stesso un duplice significato; l'uno l'espansione

di giubilo per vedere portate ad ottimo successo le attese produzioni

delle terre; e l'altro il sintomo di trionfo (che tale denota la palma)

per la liberazione che il Popolo ebreo avea conseguita dalla tenace

cattività dell'Egitto, e per la lunga dimora straordinaria fatta da esso

ne' Deserti; ma in entrambi questi sensi lo spirito genuino del testo

essendo al solito, non solo enormemente alterato dalle appendici

tradizionali; ma all'eccesso ridicola rendutane la pratica, nella guisa

medesima che di moltissime altre prescrizioni avvenne, siccome io mi

affretto a dimostrarlo in seguito, noi abbiamo creduto di poterlo, senza

scrupolo sopprimere come precetto obbligatorio, ed all'opposto solo

renderne arbitraria l'osservanza; e questa, al più ridotta al solo primo

giorno della solennità delle Capanne, come restaci ordinato dall'oracolo

medesimo della Scrittura.

(53) Quali fondate cagioni assegnare con giustizia potremo alle tante

ripetizioni delle cose per loro stesse identiche, e uniformi, che sono

sì di frequente reperibili in ogni parte della Scrittura, e tutte per lo

più tendenti allo stesso disegno, e tutte raccomandate con eguale

calore? Altra sembrami non potersi addurre certamente in questo caso

fuorchè la più ammissibile, quale da molti fu ritrovata essere quella

che Mosè conoscendo per isperienza l'indole zotica, e turbolente di quel

popolo che dirigeva, suscettibile, senza freno, della più stupida

incostanza, arrendevole a tutte le prime impressioni che gli si

offrivano, all'eccesso barbaro, e ignorante, egli è perciò che quel

Legislatore vedessi costretto a dovere per reiterate volte replicare li

precetti medesimi già proclamati, onde farglieli più esattamente capire,

e renderlo meglio edotto di que' doveri che l'eterna volontà dell'Essere

Supremo gl'imponeva per suo mezzo. Ma a fronte ancora degli amorevoli

suggerimenti, delle continue ripetizioni, e delle cure incessanti di

questo zelante Conduttore d'Israel, le Legge Venerabile del Sommo Dio

de' Patriarchi non era mai frattanto che molto debolmente osservata, se

non trasgredita del tutto, e calpestata, or colle mormorazioni le più

oltraggianti, ed ora coll'idolatrìa la più vituperosa, e la più

esecrabile.

CAPITOLO VII.

Quali disegni possono aver fatto determinare Mosè a comandare al

Popolo Ebreo certi Precetti, che riconosciuti oggi ineseguibili secondo

lo spirito della prescrizione, ci veggiamo costretti parimente di

abrogare.

Tutti i più dotti, ed i più rinomati Giureconsulti del mondo, e fra

questi Grozio, e Puffendorff, non cessano di ripeterci d'accordo ad ogni

tratto, che non solo fuori della Legge naturale altra certamente non

v'ha che possa caratterizzarsi per se stessa perpetua, irrevocabile, ma

che tutte le altre Leggi positive tanto umane quanto Divine, sono tali

che si può, e si dee qualche volta sopprimerle, ciò che secondo i detti

Autori si farebbe espressamente, o tacitamente nelle due seguenti

circostanze: Prima allorchè si trascura, durante un lungo intervallo di

tempo, di osservare una Legge; o che desse tollera che gli oggetti che

vi si rapportano si regolino di una tutt'altra differente maniera di

quella che è in origine prescritta. Seconda; quando lo stato delle cose

si altera, o cambiasi di tale maniera che la legge diventa inutile, o

che questa non saprebbe più avere luogo di legge, la medesima cade

allora da per se stessa, benchè il Legislatore non l'abbia espressamente

abrogata; e quando ancora egli l'avesse stabilita per dovere sempre

durare.

Or le nove decime parti de' 613 precetti che Mosè prescrisse agli ebrei

nel Pentateuco, e che molte imponenti, ed efficaci ragioni determinare

ci fecero a sopprimere, non si trovano elleno espresse in ogni parte

nelle accennate circostanze, non le abbracciano entrambe in ogni senso?

Ecco ad evidenza, oltre le tante altre, a tempo debito prodotte, due

possenti cagioni di più per abolirle.

Premessa dunque l'opinione incontrovertibile de' preallegati

Giureconsulti, non abbiamo che farci a ponderare con diligenza la

significazione meramente letterale de' precetti abrogati da noi nelle

tre fissate classi, applicandoli allo spirito del testo da cui partono,

per restare intimamente convinti della massima inutilità de' medesimi;

sia che appartenghino all'una, sia che riguardino l'altra delle

circostanze testè riportate.

Oltre a ciò sembrami opportuno quì di rimarcare che Mosè non occupandosi

ad ogni evento che del suo solo Popolo, non lasciò mezzo intentato per

renderlo esemplare sopra la terra, isolandolo da tutti gli altri, allora

conosciuti, e ne' costumi, e ne' doveri, e nelle pratiche religiose, nel

modo appunto che singolarizzare lo volle anche in molte instituzioni del

tutto indifferenti alla essenzialità del culto che imponevagli, sebbene

da esso lui comandate con le stesse prescrizioni dei precetti primarj,

ed i più importanti, e senza che alcuno potesse mai rinvenirne

l'intrinseca utilità, nè i probabili motivi. Di tale sorte sarebbe, per

esempio, l'ordine che in senso di Precetto impone Mosè agli ebrei di

portare dei fili, o de' cordoni appesi ai quattro angoli inferiori de'

due lembi negli abiti degli uomini, ciò che la Scrittura denomina ציצית

_zizith_: Or qual disegno potrebbe mai racchiudere in se stessa una sì

fatta prescrizione, se quello non fosse almeno di contraddistinguere,

con tale marca visibile, l'individuo Israelita da chi tale non lo

era (54)? Quale analogo rapporto potrebbe mai avere coll'esercizio

fondamentale del culto il divieto comandato da Mosè di non seminare due

articoli dissimili entro il medesimo recinto di un campo (A); o pure di

non mettere sotto il giogo e trascinare l'aratro due animali di specie

differente, come l'asino, e il bue (A); di non cignersi di abiti tessuti

di lino, e lana uniti (B); non isvellersi, o radere i peli de' lati

della barba con ferro tagliente, che oggi spiegasi rasojo (C)? Cosa

implicano mai tali, ed altre simili ordinanze, quale rapporto possono

elleno avere, di sorte alcuna, colla semplice Religione, o

coll'esercizio integro del Culto, che ogni Israelita era in dovere di

conoscere, e praticare, se quelle non tendevano propriamente all'oggetto

medesimo del primo, se non erano basate sugli stessi identici motivi

delle prescrizioni del _Zizith_, e de' _Teffilin_? Niente di ciò più

naturale, nè maggiormente comprovato dall'esperienza che il Codice

Mosaico ci fornisce in tante altre prescrizioni quasi uniformi, e da noi

fondatamente abrogate come pratiche destituite di base, e di ragione a'

tempi recenti, nei quali offronsi all'ebreo infiniti altri mezzi più

decorosi, e più efficaci per distinguersi fra gli esseri sociabili di

quello che lo fossero le adotte marche ridicole, e impotenti, destinate

unicamente a rendere l'ebreo un essere straordinario sulla terra, e ad

allontanarlo da quelle barbare idolatre nazioni esecrate per tante volte

da Dio (A), e che più non esistono attualmente in alcuna di quelle parti

dove questo popolo è soggetto; e tanti altri divieti, de' quali fa

reiterato cenno la Scrittura, e che di soverchio prolisso io diverrei,

se diffondere io quì mi volessi a redigerne il dettaglio, hanno essi

forse una più solida base, motivi più giusti, più convincenti? Come

supporre che una lussazione accidentale cagionata nell'anca di Jacob il

Patriarca, in conseguenza della prodigiosa lotta, che la Genesi ci narra

avere questi sostenuta con un angelo competitore, che gli apparve in

umana sembianza (55), come, dico, un sì fatto strano avvenimento può

avere dato l'origine al divieto espresso nella Scrittura medesima di

cibarsi del nervo dell'anca di qualunque siasi animale; anche

permesso (A)? Cosa, per se stesso mai significare vorrà quel Precetto di

non oltrepassare un certo tratto di cammino fuori del recinto della

città il giorno di Sabato con qualunque siasi arredo, sia fra le mani,

sia nelle tasche, senza escludere lo stesso fazzoletto, il di cui uso è

indispensabile, e che i Rabbini poi, per indulgenza, permisero di

portarlo avviluppato a guisa di fascia intorno i lombi (56)?

Ma prescindiamo per ora dalla serie deplorabile delle infinite altre

pratiche superstiziose che fecero adottare all'ebreismo queste e molte

differenti prescrizioni delle quali sembra che desso sia stato sempre

condannato ad ignorare lo spirito e il senso genuino, o ad interpetrare

l'uno, e l'altro erroneamente. Noi dovremo riassumere fremendo, sì

malagevole proposito, allorchè imprenderemo a tempo più opportuno a

dimostrare quale enorme detrimento ha per mille parti risentito la

prisca consolante Religione d'Israel dalle mistiche tradizioni,

commenti, e parafrasi talmudiche.

In tanto quì ci è duopo, per assoluta necessità, illativamente

conchiudere, che l'oscurità in cui ci lascia il Pentateuco di ciò che

più avrebbe questo dovuto porre, senza mistero, al chiarore

dell'evidenza, viemaggiormente concorre a confermarmi nella mia

preallegata opinione, che tre soli disegni potesse prefiggersi Mosè

proclamando que' divieti già riportati, e molti altri dell'ordine

medesimo, tacendone i motivi, e le cagioni (57). Primo, singolarizzare,

come si disse, il Popolo ebreo, e contraddistinguerlo da tutti gli

altri, in quella epoca esistenti sulla terra, ed a spese ancora della

propria ragione; Secondo, occuparlo incessantemente di ciò che recare

gli potesse una diuturna distrazione, onde allontanarlo, per quanto era

possibile, dalle pratiche odiose delle idolatre Nazioni, delle quali era

esso per ogni parte circondato, e che tanta proclivia ei dimostrava ad

imitare sì di frequente; Terzo, finalmente, cimentare la sua costanza,

oltremodo soggetta a vacillare, ed a smarrirsi. Disegni certamente sono

questi riconosciuti molto adeguati per l'Israelita del Secolo di Mosè,

ma del tutto assolutamente inopportuni per l'ebreo di nostra età, il

quale, purchè tratto non abbia i natali sotto uno di que' barbari cieli,

dove l'impronta di uomo non può essere mai disgiunta dal carattere di

schiavo; ma che la sorte, al contrario, sia per esso lui stata propizia,

accordandogli per patria un suolo in cui l'uomo che sente di possedere

una ragione, gli si reputa un infamia il non usarne, può, come si disse,

ritrovare oggi, a suo piacere, altri mezzi plausibili assai più, e molto

più solidi per distinguersi nel mondo; nè più ha esso duopo attualmente

di tali distrazioni labili, e tormentose, mentre i popoli fra i quali

esso vive a' tempi odierni non sono già i Cananei, gli Ibusei, o gli

Amaleciti de' secoli remoti, e de' quali l'Israelita era in dovere di

abominare la relazione, di rigettare i costumi, di esecrare la condotta;

ma Nazioni colte, tolleranti, e civilizzate, che nulla esso perderebbe

certamente ad imitare, e di cui l'esempio ben lungi dal corrompere, o

depravare i suoi costumi, vieppiù lo renderebbe urbano, illuminato, ed

utile alla società, quando ei sapesse almeno cogliere l'opportunità di

profittarne a suo individuale vantaggio, ed a quello de' suoi simili.

(54) Da quando gli ebrei dovettero abbandonare le loro terre e divenire

subalterni di quelle di altri Popoli co' quali furono alternativamente

mischiati, riconobbero quanto sarebbe stato ridicolo per essi di dovere

comparire in pubblico adorni di que' fili su' quattro lembi delle loro

vestimenta; essi perciò autorizzati dai loro Rabbini si permisero di

cambiarne la pratica, sostituendone invece un pezzo di drappo quadrato

che ora portano soltanto sotto i loro abiti, in modo non osservato con

quattro cordoni pendenti che chiamano ארבע כנפות (arbangh canfoth)

_quattro lati, o ale_. Questi cordoni sono ciascuno di 8 fili di lana

(qualche volta di refe di lino, ed anche di seta) filata espressamente

per questo effetto, con 5 nodi ogn'uno, corrispondenti a' 5 libri di

Mosè, que' nodi ne occupano la metà della lunghezza, e ciò che non è

annodato essendo sfilato termina di fare una specie di nappa: _Funiculus

in fimbriis facies; per quatuor angulos pallii tui quo operieris_ (ved.

_Num. cap. 15 v. 38_ e _Deut. cap. 22 v. 12._)

In questa prescrizione ordinata per due volte da Mosè fanno gli ebrei

consistere il più solido fondamento della credenza dell'Israelismo,

atteso che gl'indicati nodi ch'essi vi fanno essendo in numero di 26 che

tale è il calcolo che deducono dalle lettere delle quali si compone il

Nome ineffabile יה.ה (Jehovah) L'_Essere Supremo_. Ma nel tempo delle

preghiere che fanno entro la Sinagoga, gli ebrei s'involgono con un velo

di lana, o di seta quadrato colle indicate nappe negli angoli; questo

drappo essi lo chiamano _Taleth_, ovvero Manto che si mette sopra tutti

gli altri: ma quale ne sia l'origine inutile non mi sembra investigarla

avanti di passare oltre.

Allorchè Mosè ritornò dal monte Sinaj nel campo degl'Israeliti, dopo di

avere avuta la gloria di conferire coll'Eterno, la Beatitudine Divina

restando espressa sul volto di questo Legislatore, offuscò talmente gli

occhi del popolo nel rimirarlo, che Mosè fu obbligato di coprirsi il

volto con un velo, siccome in chiari sensi lo abbiamo dalla Scrittura

(_Exodo cap. 34 v. 35._) ed ecco, secondo i Rabbini, la primitiva

origine del Taleth.

Alcuni altri ancora pensano che quest'arnese fosse inventato per ovviar

le distrazioni durante le preghiere; quindi è che i Rabbini titolati, e

i più devoti fra gli ebrei, se ne cuoprono interamente quando altri lo

tengono soltanto ondeggiante sulle spalle. Avvi degli autori poi che

opinano che gli ebrei prendessero quest'uso da' Romani, i quali

pregavano i loro Dei colla testa velata; ed essi dicevano di avere

ricavato un tale costume da Enea, che lo avea portato da Troia, come

rilevasi da _Virgilio_, il quale gli fa dire _Æneid lib. 2._

_Caput ante aras Phrygio velamur amictu._

Per altro quelli che pretendono ripetere l'origine del Taleth da' Romani

rimarcano che gli ebrei hanno presi molti usi da' medesimi dopo che ne

furono sottomessi. Tutte queste prove sono tanto poco valevoli, o

convincenti, quanto sono quelle allegate dagli stessi Romani, e da'

Rabini ancora che il presentarsi davanti Dio colla testa coperta, come

facevano i primi, e nel modo che lo praticano gli ultimi attualmente, è

una marca di penitenza, di rispetto, di umiltà, di modestia, e di

timore.

Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I · 第 8 / 23 段