(38) A fronte di tutto lo zelo che gli ebrei dimostrano di avere per la

Religione che professano, si potrebbe avanzare con qualche sicurezza,

che niente è meno osservato da essi di questo Precetto. In fatti sarà

egli mai un rispetto il fare dei conciliaboli com'essi fanno entro le

loro Sinagoghe, durante il tempo delle loro preci, ed anche sovente

trattare, e conchiudere degli affari? Sarà forse un rispetto il passarvi

le 8, e 9 ore del giorno, reiterando sempre le medesime rapsodie

insignificanti, indirizzando a Dio cento Benedizioni (che tante sono

quelle prescritte da' Rabbini _Ghem. Trac. Berah._) entro lo spazio di

un solo giorno, o molte altre sì fatte repliche futili, che ad altro

oggetto non servono che ad annojare il supplicante, ed a stancare

l'esauditore? Sarà forse venerare il luogo Sacro le ridicole contorsioni

che a guisa di Bonzi, o di Bracmani mirasi fare degli ebrei

nell'occasione de' Tabernacoli, col fascicolo di palme che tengono fra

le mani, che rivolgono postato a foggia di arma, or alla parte

dell'oriente, or a quella di occidente; ora verso il Cielo, ed ora sulla

terra, percuotendosi il petto; convinti di espellere, o conquidere il

Demonio con sì fatte stravaganti giravolte? E quell'asta pubblica che

osservasi fare dal (Sciamash) _inserviente_, in qualche luogo ogni

sabato, ed in qualche altro ogni novilunio, consistente nell'incanto

formale, in favore del migliore offerente, dell'apertura dell'armadio

delle Bibbie, del trasporto del Sacro viluppo da questo dove si estrae,

fino al pulpito dove si legge, nudarlo, sfasciarlo, indi avvilupparlo di

nuovo per rimetterlo in esso; esservi chiamato astante alla lettura, e

cose di tal fatta, saranno esse, dico, marche di rispetto, e di

venerazione in un locale che si reputa santificato dalla gloria

ineffabile dello stesso Eterno Creatore, che rendono testimonio delle

loro pratiche puerili, e delle più ridicole cerimonie? Dovrà egli

supporsi? . . . ma io non finirei sì tosto certamente, se tutti quì

riportare io dovessi le tante altre varie trasgressioni che si

commettono ad ognora dall'Israelita de' nostri tempi, contro questo

essenzialissimo Precetto, che non giugnerà mai questo popolo a mantenere

con esattezza, fino a tanto ch'esso non dispongasi, con animo integro, a

riformare, unito a questo, i tanti altri abusi de' quali la sua

Religione è da tempo immemorabile aggravata.

(39) I disordini che si veggono introdurre contro la decenza, ed i

costumi per tutto dove questo abuso è tollerato, mi ha indotto ad

inserire quì anche questo Precetto, già ordinato da Mosè (_Deut. cap. 22

v. 5._), il quale vietando agli uomini ogni azione effeminata, siccome

proibendo alle femmine di usare ciò che serve all'abbigliamento de'

maschi, esso non ebbe altro scopo certamente, l'urbanità, e la politezza

de' costumi del suo Popolo, sì soggetto a corrompersi con tali bizzarre

trasformazioni. Io credo per altro, che lo stesso disegno abbia dato

origine all'altro divieto imposto agli ebrei dallo stesso Legislatore

(_Levit. cap. 19 v. 27._) di radersi la barba col rasojo dalle tempie

discendendo lungo le gote; ma questa prescrizione può essere oggi ancora

mantenuta intatta da' soli ebrei dell'oriente, poich'essa si uniforma

col costume universale di que' popoli; però sarebbe cosa ridicola

oltremodo praticarlo in Europa dove le Nazioni che vi abitano

generalmente usano di raderla.

(40) Di queste _Neomenie_, cioè, feste del novilunio che si celebravano

il primo giorno di ciascun mese. La Scrittura ne parla espressamente in

varj luoghi (_Ps. 80 v. 4 Num. 28 v. 11._) ma questo non era mai

considerato giorno di festa, benchè vi si offrissero altri sacrifizj,

eccetto il quotidiano, e si suonassero trombe di argento, ciò non

ostante non prefiggevasi dovere di astenersi da opera servile, come non

se ne astengono gli ebrei nè pure ai nostri tempi: questo ad altro non

serve, che a contraddistinguere il giorno, e l'epoca indicante le grandi

solennità; del resto non vi ha che le donne maritate presso gli ebrei,

che ne abbiano conservata qualche debole memoria, cessando com'esse

fanno in detto giorno qualunque travaglio anche di famiglia,

eccettuatane la cucina. Per altro, non mi sembra inopportuno di

ragionare quì qualche cosa meramente di passaggio sulla natura de' mesi

ebraici, e su' motivi delle fissate intercalazioni.

I mesi degli antichi ebrei dunque erano lunarj, ma ad oggetto di rendere

il loro anno così lungo come il nostro, ed accordarlo coll'apparente

corso del Sole, essi intercalavano di tempo in tempo un mese; quindi è

che ve ne era qualche volta 12, e qualche volta 13 nel periodo di un

anno completo; d'altronde siccome celebravasi ogni primo giorno di mese,

nel modo che testè lo abbiamo espresso, questo cominciamento dipendeva

dalle apparizioni della Luna; si avea la precauzione di spedire delle

persone sulla vetta delle montagne affine di scuoprire i primi momenti

in cui la Luna compariva sull'Orizzonte, ed era tosto comunicato al

Consiglio, il quale dietro il loro rapporto esatto, proclamava che in

tale giorno era la Luna nuova, festa dell'Eterno, ed il principio del

mese (ved. _Cuz. p. 3 et not. Buxt. 207 ad 213 Sim. Dict. de la Bib. T.

1 pag. 384._) Ma i Rabbini essendo accostumati di rapportare tutto a

Mosè, dicono che Dio gli mostrasse in visione una figura della nuova

Lune, comandandogli di riguardarla attentamente, e di regolarsi intorno

a ciò per fissare il primo giorno di ciascun mese, ciò ch'egli eseguì

sempre con tutta diligenza.

Tale è dunque la prima, e la più positiva maniera che fu anticamente

praticata nel fissare il calendario, o il principio del mese. Inoltre i

Rabbini avendo rimarcato diversi inconvenienti in questo metodo, atteso

che la Luna non comparisce sempre sullo orizzonte; e può non essere

veduta per cagione delle nubi, o delle nebbie, specialmente nel suo

primo quarto in cui essa non ha che una luce debole e tremolante,

procurarono di rimediarvi colle intercalazioni, od aumento di un mese,

facendo così l'anno ogni triennio di 13 lune, e questo è quello che gli

ebrei chiamano מעובר (menghubar) che significa _Pieno_.

(41) Molti critici, e _Warburthon_, e _Voltaire_ fra questi, ritrovano

difficile di rendere ragione, perchè le leggi portate dall'Exodo, dal

Levitico, dal Deuteronomio non facciano alcuna menzione di questo dogma

terribile, che solo può mettere un freno ai rimorsi interni, ed alle

colpe secrete; quindi essi pretendono illativamente inferire che

l'Immortalità dell'anima fosse del tutto sconosciuta agli antichi ebrei.

Che nella Scrittura non trovisi alcun passaggio che dimostri

espressamente esistere nell'uomo un essere incorporeo e non suscettibile

di morte, come tanti altri ve n'ha che provano chiaro ad ogni tratto

l'esistenza di un Dio Creatore, io ne convengo, ma condiscendere, al

contrario, io non posso, che non vi sieno in essa delle espressioni che

lo facciano distintamente sotto intendere (ved. _Comment. Abrab. negli

ult. cap. del Levit._ _Gen. 17_ _Exod. 12_ _Levit. 18_ _Menas. Ben Isr.

suo Nishmat Haym cap. 3 e 5._). In fatti cosa vorrebbero mai significare

quelle frasi per tante volte reiterate in varj luoghi del Pentateuco di

חיו תחיה (hajò tihjeh) _vivere vivrai_; מות תמות (moth tamuth) _morire

morrai_ ונכרתה הנפש (venihretah anefesh) _e sarà squarciata, o distrutta

l'anima_, se rapportare non si facessero alla Immortalità, od alla

ricompensa, ed alle pene eterne dell'anima umana? Poichè diversamente

opinando, io ricercherei di buon grado a' suddetti critici, come

spiegherebbero essi mai quel vivere due volte, e due volte morire? E a

quale oggetto minacciare l'anima di sterminio, se sobire essa dovea il

medesimo destino del corpo, e soggiacere alla stessa dissoluzione di

questo? Da tutto ciò chiaro apparisce che sebbene Mosè non insegnasse

apertamente al suo Popolo il dogma dell'Immortalità dell'anima, esso con

tali espressioni rendevagli agevole il mezzo di farglielo in ogni senso

capire.

D'altronde mi sembra il massimo degli assurdi il credere che gli ebrei

(come alcuni lo pensano senza fondamento) non conoscessero questo

principio, se non se dopo di essere divenuti la conquista de' Romani,

giacchè l'Istoria dimostraci, all'opposto, come evidente, che a' tempi

di Nerone tutta Roma ripeteva che la Dottrina dell'altro mondo

nuovamente introdotta, snervava il coraggio de' soldati, gli rendeva più

pusillanimi, e togliendo loro l'unico, il principale conforto degli

sventurati raddoppiava finalmente la morte colle minaccie di nuove

sofferenze dopo questa vita (ved. _M. Deslandes. Hyst. Crit. de la

Philos._). Siccome è del pari una menzogna incontestabile l'asserire che

gli ebrei apprendessero questo dogma da' primi Padri del cristianesimo

(come alcuni altri erroneamente lo sostengono) mentre non solo

l'ignoravano essi ancora, ma ne concepivano inoltre le idee le più

informi, e le più materiali. _S. Ireneo_ diceva che l'anima era un

soffio, _flatus est enim vita_ (_Teol. Pagana_). Tertulliano nel suo

Trattato dell'anima la pretende corporea (_De Anima cap. 7 pag. 268_).

S. Ambrogio insegna che non v'ha che la trinità esente da composizione

materiale (_Ambr. de Abramo_). S. Ilario vuole che tutto ciò che è

creato è corporeo (_Hil. in Math. pag. 633._). Nel secondo Concilio di

Nicea credeasi ancora fermamente gli angeli corporei, così vi si legge,

senza scandalo, queste parole di _Giovanni di Tessalonica_: _Pingendi

Angeli quia corporei_. _S. Giustino_, e _Origene_ credevano l'anima così

pure materiale;, essi consideravano la sua immortalità come un mero

favore unicamente dell'Essere Supremo. E Agostino stesso, benchè a noi

assai più recente degli altri menzionati, quali idee confuse non ci ha

esso pure tramandate sulla spiritualità delle sostanze immateriali?

(ved. _Aug. De Civit. Dei Lib. II. Cap. XXIII. T. VII. pag. 290_ _De

Gen. contr. Manich. Lib. I. Cap. XI._) con tali assurdi principj, si

oserà egli sostenere ancora che gli antichi ebrei imparassero il dogma

dell'Immortalità da' primi Padri della Chiesa Cristiana?

(42) Questa prescrizione non ha per iscopo che un mero suggerimento di

pietà; come sarebbe quello appunto di non dovere cuocere l'agnello nel

latte della capra; di che sarà da noi frappoco espressamente ragionato.

(43) I primi Padri della chiesa Giudaica erano sì persuasi, e convinti,

che non era permesso di aggiugnere la benchè minima cosa alla Legge

primitiva, e che i Profeti stessi non aveano il diritto, nè la facoltà

di farvi degli aumenti di sorte alcuna, ch'essi presero a grande

scrupolo l'ordine che Mordocheo, ed Ester hanno pubblicato di leggere

tutti gli anni l'involto che conteneva l'Istoria della prodigiosa

rivocazione che dessi avevano procurata della crudele sentenza di morte,

già pronunziata contro l'intero Popolo ebreo della Media, e della

Persia, che il reprobo Amano vice Re di quelle veste Province, tentava

di sradicare dalla terra.

(44) Prescindendo da que' tanti raffinamenti co' quali pretendono i

Talmudisti sottilizzare la divisione di simili Precetti; noi non

facciamo quì espressa menzione, che de' tre soli nomi de' quali si è

servito lo stesso Legislatore Mosè per esprimerli, e significarli al suo

Popolo; questi nomi dunque sono: 1.º, מצות (mizvoth) _Precetti_ 2.º

חוקים (Hukim) _Statuti_; 3.º משפטים (mishpatim) _giudizj_. A' primi

dicono appartenere que' Precetti di cui la ragione è renduta espressa

nel resto della Legge; per esempio, i motivi pe' quali gli Ebrei debbono

solennizzare le feste, questi sono in chiari sensi menzionati nella

Scrittura: i secondi racchiudono in essi medesimi le loro ragioni nelle

parole stesse della Legge; Dio, si aggiugne volle rendere queste ragioni

occulte al Popolo Ebreo, e ciò pe' suoi arcani imperscrutabili disegni;

gli ultimi finalmente contraddistinguono _Precetti dell'intendimento_, i

quali, se anche non fossero menzionati delle sacre pagine, la ragione

medesima dell'uomo gli ordinerebbe.

(45) Chi potrà mai sostenere di proposito che la credenza di un certo

dato numero d'individui ed anche di un antichità immemorabile, possa

avere efficacia bastante di trasformare l'inutile in necessario

l'illusione in evidenza? Il celebre _Bayle_ (_Pens. Sur les Comêt. T. I.

pag. 198._) osserva con ragione, che non si prescrive mai contro quello

che è certo per se stesso colla tradizione anche universale, ne col

consenso, benchè unanimi, e il più antico, di tutto il genere umano, ciò

che viene ad inferire lo stesso del pensiere che ci trasmise il filosofo

_Averoe_ avanti Bayle, cioè che uno stuolo di Teologi non sarebbe stato

mai sufficiente per cambiare la natura dell'errore, e per farne una

verità. Vi fu già un tempo in cui tutti gli uomini hanno fermamente

creduto che il Sole girasse intorno il globo terraqueo, mentre che

questo supponevano restasse immobile nel centro di tutto il sistema del

mondo; non è appena che due secoli che quest'errore è distrutto, vi e

stato così pure un tempo in cui alcuno non volea credere l'esistenza

degli antipodi, e quindi perseguitavasi quelli che aveano la temerità di

sostenerli; oggi verun uomo instruito non osa più dubitarne: rimarcasi

che tutti i Popoli del mondo, ad eccezione di un ristretto numero

d'individui meno creduli degli altri, credono tutta via, con intima

persuasione, nelle streghe, negli esorcizzatori, negli incantesimi,

nelle apparizioni, negli spiriti ec. ed alcun uomo sensato non

immaginasi attualmente di dovere accreditare queste puerili stravaganze.

Tale è l'indole deplorabile del volgo, il quale non potendosi elevare

colla forza del raziocinio fino all'investigazione delle cose, per

quindi pervenire a discernere il grado di possibilità dell'esistenza di

esse dee arrendersi ciecamente nell'asserzione altrui; ma i filosofi

illuminati non credono se non se ciò che è evidente, consentaneo alla

ragione, salutare, e necessario di ammettere.

CAPITOLO VI.

Ragioni efficaci che rendono indispensabile la riduzione del Codice di

Mosè a 60 soli Precetti, cioè 24 affermativi e 36 negativi.

Qualunque siasi regolamento, legge, o statuto che non abbia per base la

solida imperturbabile felicità di quelli che ne formano l'oggetto, o che

non tenda al miglior essere di quelli pe' quali sono gli uni, o l'altra

destinati, o come perniciosi debbono essere del tutto abrogati, senza

ritardo, o come inutili rigettati, e proscritti dal consorzio degli

uomini. Ma, per altro, due ostacoli funesti che a pochi è riuscito fino

ad ora sormontare con felice successo, opposero in ogni tempo un

ostinato contrasto ad un riparo sì ovvio, e sì urgente per tutte la

specie umana; il primo di questi dunque si è la soverchia cieca

venerazione che si ha generalmente per le decisioni tradizionali di

quelli che ci hanno preceduti; lo che presso quasi tutte le sette

odierne si approssima all'eccesso (46); l'altro, il quale realmente non

è che l'immediata conseguenza del primo, io ritrovo consistere nello

scrupolo deciso che tenti uomini si fanno d'inalzarsi fino al

raziocinio, col soccorso del quale tentare di acquisire maggiori lumi

rapporto alla credenza che professano, conoscerne le basi, discuterne le

massime, investigarne i principj, onde in tale maniera pervenire a

discernere il reale, e il necessario che ci giova, dall'apparente

illusorio che ci nuoce, senza scampo, e ci confonde (47).

Ma ostacoli di tale natura, mi lusingo, che non saranno essi già così

pure ineluttabili per noi, che riconosciamo non averci Dio accordato

inutilmente un intelletto e una Ragione (48), come lo furono pur troppo

per gli ingannati nostri progenitori che reputavano un delitto

irremissibile il fare uso di mente, e di buon senso, in proposito di

culto specialmente. Egli è appunto per ciò che di raro si conoscono

presso questi i fondati motivi delle pratiche innumerabili adottate con

tanta sommessa venerazione da' medesimi. Quando noi, al contrario, ci

disponghiamo a rendere convincenti, ed efficaci ragioni, ad ogni evento,

non meno in giustificazione dei motivi che ci indussero ad ommetterne

quelle che riguardammo come soverchie, o inopportune, che per avvalorare

la osservanza esatta di quei Precetti che abbiamo riconosciuti necessarj

a costituire radicalmente il sensato Culto inoppugnabile dell'Ebreismo.

Avendo noi altrove riportate le ragioni sufficienti per giustificare in

faccia al Popolo ebreo l'abrogazione fatte di tutti que' Precetti, che

comprendemmo in entrambe le categorìe di prima, e seconda classe, nulla

per tanto, io dirò di ciò che a quelli si rapporta, limitandomi soltanto

alle ponderate osservazioni che pare assolutamente necessario dover fare

intorno i fondati motivi che c'indussero ad abolire una gran parte di

que' Precetti spettanti alla terza classe che abbiamo noi quì d'intero

proposito addottata.

Cominciando da' Precetti che si rapportano alla Pasqua delle Azzime

comandati dalla Scrittura in numero di otto, siccome questi non sono

propriamente che la replica l'uno dell'altro, volendo in massima

inferire presso che l'ordine medesimo, cioè allontanare ogni specie di

pane fermentato per sette giorni, cibarsi per detto spazio di tempo di

pane senza lievito, ossia di pane azzimo, e solennizzare la Pasqua, il

giorno primo, e il settimo di questi, facendo in essi cessare ogni opera

servile, come rilevasi dalla Scrittura (A), noi gli abbiamo tutti

ristretti ad uno solo che tutti gli comprende seguendo la mente del

Legislatore, e che costituisce la materia del secondo, in seguito dello

stabilito nostro nuovo Elenco.

Otto parimente sono i Precetti co' quali Mosè comanda, in altrettante

guise differenti, al popolo ebreo l'adorazione del Creatore; ma siccome

adorarlo, conoscerlo, santificarlo, amarlo; esserne convinti

dell'esistenza, mi sembra che coincidono perfettamente insieme, e che

non formino d'accordo che un solo articolo essenziale, qual è quello di

ammettere, e adorare un Essere Supremo, egli è dunque solo a questo che

noi riducemmo tutti gli altri, stabilendolo il terzo de' Precetti

formanti lo nostre nuove sacre Instituzioni.

La ragione medesima può applicarsi viceversamente al divieto

dell'adorazione delle Immagini, e del commercio de' simulacri, che noi

ristrigniamo ad un solo Precetto i quattro che le Sacre pagine

prescrivono per imporlo agli ebrei.

Venendo poi alle soppressioni quì fatte relativamente a' cinque Precetti

co' quali resta per altrettante volte comandata in differenti luoghi del

Pentateuco l'osservanza del Sabato, limitati da noi ad un solo Precetto,

siccome desso, in origine, spiegasi riposo, e come tale considerato

anche da quelli che ora ne rigettano l'osservanza, io stimai cosa

opportuna livellarla a quella di tutte le altre solennità delle quali

ragioneremo frappoco, prescrivendo i medesimi riguardi, e gli stessi

doveri che s'impongono a quelle, stimando il resto come oscuro,

indissolubile, ed inutile affatto per conseguenza al propostoci salutare

disegno (49).

Per ciò che riguarda l'astinenza di certi cibi, e la proibizione di varj

differenti animali, che la Scrittura sottopone a undici Precetti, noi

gli racchiudiamo tutti a due soltanto, avendo altrove giù estesamente

riportate le cagioni fisiche, ed i più probabili motivi di simili

comandati divieti (A).

L'infamante delitto d'incesto, racchiudendo per se stesso qualunque

siasi accoppiamento di fornicazione commessa da amendue i sessi in grado

della più prossima parentela, come sarebbe i genitori colla loro prole,

o questa con quelli; sorelle co' fratelli, o gli uni colle altre, sieno

di padre, ed uterini, suocere, nuore, matrigne ec. che la Scrittura in

varj luoghi ne annovera fino dodici, noi gli riportiamo sotto il solo

precetto d incesto, che tutti complessivamente gli abbraccia, senza fare

però la minima abrogazione, o detrimento di alcuno degli altri, benchè

da noi non menzionati partitamente; la trasgressione dei quali troppo

riuscirebbe lesiva alle leggi, ed oltraggiante alla Natura.

La riduzione da noi fatta de' Precetti che risguardano i doveri

assoluti, e indispensabili dell'uomo cogli esseri della sua specie a

quello di amare il proprio simile come se stesso, mi sembra potere da se

solo contenere onninamente gli otto comandati nel Pentateuco per

conchiudere, in concreto, l'ingiunzione medesima da noi testè

riepilogata; essendo troppo evidente che amando il nostro simile non si

può certamente odiarlo, nè maledirlo, nè defraudarlo nel commercio, nè

nelle parole, nè nelle misure, nè usare seco lui delle violenze e molto

meno ricusarli il nostro ajuto ne' suoi urgenti bisogni.

Ciò che abbiamo rimarcato essenzialmente nelle indagini fatte su'

precetti antecedenti, è da notarsi appunto in quelli de' quali ora ci

occupiamo, e che hanno per iscopo le _Neomenie_, o il novilunio del

settimo mese (50); il giorno decimo di esso chiamato il digiuno di

espiazione, ed il 15 dello stesso mese fino il 21 compreso, cioè la

festa de' tabernacoli, o delle capanne per sette giorni.

Io prescindo dall'addurre quì i motivi dell'osservanza di queste tre

feste accennate, mentre quelli furono da noi già diffusamente riportati

laddove più si rendevano adattabili (A); solo dirò che nella

instituzione della prima, cioè del cominciamento dell'anno trovasi

quattro precetti, tre de' quali non essendo che la replica l'uno

dell'altro, noi abbiamo stimato conveniente limitarli ad uno solo, che è

l'osservanza della festa di un solo giorno, e cessazione di lavoro; tale

essendo lo spirito genuino de' medesimi; il quarto precetto poi di

questi è stato da noi totalmente soppresso, mentre non conoscendosene il

vero scopo (se non è quello almeno da noi già riportato altrove (B)) non

resta in verun modo esattamente osservato dagli ebrei moderni (51).

La seconda di queste feste comandata per varie volte da Mosè come un

giorno consecrato all'Essere Supremo di solennità, di penitenza, e di

digiuno, e di cui esso non ispiega fino, a qual limite dee una tale

astinenza dilatarsi, noi abbiamo in questo fissate le prescrizioni

medesime del Sabato, restrignendone l'osservanza, come in quello ad un

solo Precetto, cioè, il riposo, e di più l'astinenza totale di qualunque

nutrimento dal tramontare del Sole del nono giorno del mese di Tisrì

fino all'imbrunire del giorno decimo susseguente.

La terza nomata festa de' Tabernacoli, o delle capanne, non meno delle

altre in guise differenti ripetuta per imporne l'osservanza

agl'Israeliti, può, siccome tutte le altre, ridursi del pari ad una

semplice prescrizione, cioè a quella di solennizzare il giorno 15 e il

21 del settimo mese, e per sette giorni mangiare sotto l'ombra delle

capanne, per le ragioni a suo luogo opportunamente riportate (_Annot._

34) lasciando però ad arbitrio il prendere la palma, un elegante frutto

di albero (che i Rabbini lo pretendono un cedro, ma che le Scrittura

lascia indefinito) il mirto, il salcio ordinato da Mosè in puro segno di

gaudio, e di trionfo, e ciò nel solo primo giorno di tale

solennità (52).

La solennità delle _primizie_, ovvero delle settimane è l'ultima di cui

le Scrittura faccia esplicita menzione, fissata ad un solo giorno, cioè,

il cinquantesimo, contende del secondo giorno della Pasqua delle Azzime,

ovvero nel giorno dopo il plenilunio del mese di Nissan; ma non venendo

nella medesima prescritta veruna di quelle cerimonie che imposte furono

per le altre, noi la stabiliamo così pure un solo giorno di festa, colla

cessazione di qualunque opera servile, a guisa che abbiamo nelle altre

fino e questo momento praticato.

Or tutte le moltiplici restrizioni dunque riguardato da noi come

necessario di dovere fare alle testè riportate osservanze, non avendo

per oggetto che semplificare l'essenzialità inalterabile di ciò che in

massima è prescritto a ciascuna delle medesime, esse non tendono

soltanto che ed ovviare come inutile, ed a sopprimere come soverchie le

frequenti ripetizioni nulle quali si diffonde la Scrittura comandando un

precetto medesimo, nel modo appunto che noi già con evidenza dimostrammo

altrove (53).

In quanto poi a' Precetti restanti che abbiamo stabilito appartenere

alla terza classe adottata da noi, e de' quali non vedesi quì fatta fino

ad ora speciale menzione, di sorte alcuna, nè in compendio, nè in

diffuso, noi passiamo a ragionarne di proposito deliberato nel Capitolo

seguente, il quale ci farà conoscere in chiari sensi lo spirito che ha

dettati simili Precetti, e il disegno del Legislatore che gli ha

prescritti: da tali indagini risultare quindi vedremo le ragioni le più

inconcusse, ed i più idonei motivi che c'indussero ad ommetterli nel

nostro nuovo Piano, e ci fecero riguardare come fondata, ed opportuna

l'abrogazione de' medesimi.

(46) Tutti i popoli della terra hanno le loro particolari tradizioni che

tutti credono costanti, uniformi alla più esatta verità, ed al superiore

grado portentose; esse sono appoggiate, come le nostre, sull'antichità,

e sulla superstizione religiosa, come l'osserva un dotto scrittore de'

nostri tempi (_Philosoph. du B. Sens T. 1 Refl. 1 p. 102._)

Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I · 第 7 / 23 段