28. Non giurare in nome delle false divinità adorate dai Popoli

idolatri.

29. Non fare incisione d'idolatrìa sulle membra del corpo (31).

30. Non imitare i costumi de' Gentili.

31. Non castrare un Israelita per farlo Eunuco.

32. Festeggiare, e riposare il primo giorno della neomenia del settimo

mese (32).

33. Digiunare il giorno decimo, del settimo mese, con astinenza totale

di qualunque siasi nutrimento durante lo spazio di 24 ore dalla sera del

9 al tramontare del sole fino al periodo stesso del giorno dieci, e

solennizzarlo colle medesime prescrizioni del sabato (33).

34. Solennizzare la festa delle capanne il giorno 15, e il 21 di detto

mese; mangiare sotto le medesime per sette giorni, ed il primo di questi

prendere la palma, il mirto, il salce, il cedro durante la preghiera di

quella sola mattina (34).

35. Festeggiare l'ottavo giorno susseguente alla solennità delle capanne

con gli stessi doveri delle osservanze imposte nel primo giorno, e nel

settimo di detta festa (35).

36. Contare sette settimane; decorrendo dal secondo giorno della Pasqua

delle Azzime, al termine delle quali solennizzare la festa delle

primizie, così distinta festa di settimane colle prescrizioni medesime

delle altre (36).

37. Non prestare ad usura (37).

38. Rispettare la virtù, e la vecchiezza.

39. Non prestare fede a' mendaci Profeti.

40. Non prestare fede egli aruspici, nè agli esorcizzatori.

41. Ubidire le leggi civili, senza, mai prevaricarle.

42. Venerare i luoghi Sacri (38).

43. Pregare Dio per la conservazione del Sovrano, e per la tranquillità

dello Stato.

44. Non ritenere, nè ritardare le mercedi altrui.

45. Non abbigliarsi l'uomo delle suppellettili da femmina; nè questa

ornarsi degli abiti di quello (39).

46. Non commettere azioni che possano cagionare scandalo.

47. Osservare, e mantenere con esattezza le promesse pie.

48. Proclamare i novilunj (40).

49. Credere nell'Immortalità dell'anima umana (41).

50. Restituire gli oggetti perduti al loro legittimo proprietario.

51. Usare ospitalità cogli stranieri.

52. Una femmina divorziata passata a seconde nozze, ed indi restata

vedova, non potrà più accoppiarsi col di lei primo consorte.

53. Chiunque avesse avuto commercio violentato con una fanciulla senza

renderne consci i di lei genitori, esso è in dovere di sposarla, senza

poterla in alcun tempo ripudiare.

54. Instruirsi nella legge mosaica.

55. Non mormorare contro un sordo, od una persona assente.

56. Non mettere impedimento davanti un cieco.

57. Non negare ciò che si è ricevuto in deposito.

58. Non uccidere gli animali co' loro piccoli entro lo spazio di un

medesimo giorno (42).

59. Tenere le bilancie, i pesi, e le misure giuste.

60. Non alterare i Precetti della Scrittura con inutili commenti (43).

In seguito dunque delle indagini le più accurate, e lo più profonde,

tali noi ritrovammo potere in massime ridurre tutti i _Precetti_, gli

_Statuti_, ed i _Giudizj_ proclamati già da Mosè al Popolo ebreo de'

suoi tempi (44).

Ma sul dubbio che alcuno s'inducesse quì ad obbjettarmi (animato forse

da impocrito zelo) come una diminuzione, in apparenza, sì rimarcabile,

potrebbe ragionevolmente farsi luogo in un Codice, che oggi conta ormai

30 e più secoli, e sempre intatto conservatosi nel mondo, senza che

alcuno in verun epoca osasse minorarne il valore, nè alterarlo, io non

debbo dispensarmi del fare illativamente riflettere, in primo luogo; che

il Popolo ebreo non potea fino ad ora determinarsi giammai ad un tale

partito salutare, atteso che dopo la memorabile sua dispersione, desso

non ebbe in alcun tempo un protettore per difenderlo; un padre sensibile

per interessarsi de' suoi solidi, e durabili vantaggi; un NAPOLEONE in

fine per illuminarlo, e fare ad esso ampliamente comprendere che ciò che

era necessario nella Palestina potrebbe essere inutile in Francia, ed in

Italia, siccome quello che è adottato ottimo in un tempo, viene sovente

considerato riprovabile in un altro; e che 30 e più secoli di antichità

non potranno mai trasformare l'accessorio in essenziale, nè l'errore in

verità (45). Ed ecco propriamente le solo vere dimostrate cagioni per le

quali niuno ha osato giammai per l'addietro effettuarlo.

In secondo luogo poi, trattandosi di un oggetto sì rilevante, quale

apparisce una sì enorme restrizione di oltre nove decime parti de'

Precetti Mosaici, affine di diminuire la sorpresa che recare dessa forse

potrebbe nella riscaldata fantasia de' zelanti, noi entriamo nel

Capitolo seguente a produrre in detaglio i genuini motivi pe' quali

fummo costretti ad abrogare anche una gran parte degli altri che

parrebbero escludere interamente quelli che comprendono le due prime

classi, ed entrare al contrario nell'ordine della terza, riguardata da

noi come ovvia, e necessaria a costituire, o fissare solidamente il

propostoci nuovo piano di riforma del Culto del Popolo d'Israel.

(A) _Genesi cap. 1. v. 20._

(B) _Ibid. cap. 17 v. 10 11 12._

(24) I Rabbini oltre la recisione del prepuzio, comandata da Dio al

Patriarca Abramo, vi aggiungono cert'altra operazione, che chiamano

פריעה (Peringha) _scuoprimento_, che vogliono doversi fare scuoprendo

colle due unghie del police (che gli addetti a tale ufficio denominati

מוהלים (mohelim) _circoncisori_ lasciano espressamente accuminate) la

tenue pellicola che copre l'orificio dell'uretera dopo la recisione del

prepuzio, affinchè la sommità della corona del pene resti per ogni parte

dilatata; essi appoggiano questa nuova prescrizione sul comando che Dio

fece a Jesuè di circoncidere gl'Israeliti una seconda volta. _Eo tempora

ait Dominus ad Josuè: Fac tibi cultros lapideos, et circumcide secundo

filios Israel_. _Jos. c. 5 v. 2._ L'autore del _Berescit Rabah_ la

pretende inserita nell'ordinazione fatta da Dio stesso ad Abramo con la

replica di המול ימול (himol, imol) _circoncidere circonciderai_. _Gen.

cap. 17 v. 13._ quale replica (aggiugne quell'autore) riguardare si

potrebbe come affatto inutile, se non volesse altro significare che la

semplice recisione del prepuzio (Ved. _Talmud Trat. Ievam. c. 71 p. 2

Comm. Tossaf. Id. Com. R. Ief. Toar._) fermi dunque in tale opinione i

Rabbini conchiudono che מל ולא פרע כאילו לא מל (mal velò parangh cheilu

lo mal) _chiunque circoncidesse senza lo scuoprimento, è come se non

avesse circonciso_. (_Ved. Iorè Deng. cap. 264 § 4 Mis. fol. 137._). Le

Nazioni che menzionammo anticamente praticarla, non usavano lo

scoprimento; siccome non lo conoscono nè pure i Musulmani a' nostri

tempi.

(25) _Dies prima erit Sancta, atque Solemnis, et dies Septima eadem

festivitate venerabilis: nihil operis facietis in eis, exceptis his quæ

ad vescendum pertinent_. _Exo. cap. 12 V. 16._

Questa Pasqua è stata instituita in commemorazione dell'uscita

prodigiosa del Popolo ebreo dall'Egitto; ed essa è chiamata _delle

azzime_, riferendo al pane senza lievito di cui si è esso alimentato,

che per fretta di sua partenza non potè lasciare fermentare: la medesima

è distinta dalle sacre pagine col nome di פסח (Pesah) a cui la Scrittura

istessa assegna l'etimologia di פסח (Passah) che significa _saltare_, o

_tragittare_ alludendo al tragitto che fece l'angelo sterminatore nella

notte dell'orribile strage de' primogeniti dell'Egitto, lasciando illese

le abitazioni degli ebrei, e portando la desolazione, e la morte in

quella de' loro barbari oppressori:_ Transibit enim Dominus percutiens

Ægyptios cumque viderit sanguinem in superliminari, et in utroque poste,

transcendet ostium domus, et non sinet percussorem ingredi domos vestras

et lædere_ _Exo. Cap. 12 v. 23._

Ma senza nulla spiegare sul valore intimo di sì fatta etimologia, non si

potrebbe farla inoltre significare il passaggio repentino che fece il

popolo ebreo dalla schiavitù, alla libertà? Io la riguarderei molto più

degna del nitido fonte da cui parte; riserbandomi a parlare delle tante

superstizioni che hanno luogo in questa Pasqua presso gli ebrei,

allorchè mi emergerà in seguito di ragionare de' Talmudisti, e de' loro

interminabili commenti.

(26) Il deciso ingenuo trasporto che io sento per la verità, mi astrigne

a dovere quì formalmente smentire l'opinione che da varj pensatori

stravaganti si è preteso erroneamente sostenere con qualche pertinace

asseveranza, cioè che i due punti essenziali reggenti qualunque sistema

religioso, l'Esistenza di Dio, e l'immortalità dell'anima umana, sono

interamente tacciuti da Mosè; nè che questi dogmi trovinsi menzionati,

di sorte alcuna, in verun luogo del Pentateuco. In quanto alla prima si

porrebbe, senza scrupolo, tacciare di delirio chiunque volesse

immaginare che gli ebrei potessero dubitare un solo istante

dell'esistenza di un Essere, che ad ogni momento manifestavasi ad essi

ora con proteste, or con prodigi, or con minaccie, ed ora con gastighi

differenti. Oltre a ciò quante volte ritrovasi nella Scrittura la

confessione esplicite e universale di tutto questo Popolo di credere,

obbedire, ed adorare il Dio de' suoi Padri? E il primo dei comandamenti

del Decalogo non forma egli la prova la più convincente, e la più chiara

dell'Esistenza di un Dio? Perciò che riguarda poi l'immortalità

dell'anima umana, di questa sarà da noi parlato quanto fa duopo nella

susseguente Annot. 41, dove la Scrittura stessa concorrerà con eguali

prove irrefragabili a dimostrarla.

(27) Supponendo che la creazione dell'universo avesse il suo primitivo

cominciamento il giorno che noi chiamiamo Domenica, da questo decorrendo

sette giorni, che tanti furono, secondo il primo capit. della Genesi,

quelli che Dio ha impiegati in tutta l'opera immensa tratta

dall'onnisciente suo consiglio, il giorno settimo fu contraddistinto col

nome di שבת (sciabat) che significa _Riposo_. Quindi è che Mosè lo ha

instituito come un giorno sacro dedicato perpetuamente al Creatore, ed

un giorno di delizia, e di ricreazione: ma come gli ebrei Talmudisti lo

abbiano in seguito alterato, colle infinite superstiziose cerimonie che

vi aggiunsero, noi lo dimostreremo fra qualche breve momento, non

essendo quì l'opportuna occasione di ragionarne.

(28) L'astinenza di certi animali per principio di Religione, non era

già dogma particolare unicamente degli ebrei, i popoli attigui ne

facevano lo stesso. I Sirj, e gli Egizj non mangiavano pesce, ed Erodoto

(_cap. 2._) assicura che per motivo di superstizione, se ne astenessero

anche i Greci. I Tebani non si cibavano di montone, atteso che adornano

_Ammone_ sotto il simbolo di un becco, ma uccidevano le capre; altrove

astenevansi delle capre, ed uccidevano il montone. I Sacerdoti

dell'Egitto si astenevano de tutti que' cibi, siccome pure da tutte

quelle bevande portate dalle estere città (_Porphy. Abstin. 4_); erano

loro parimente vietate le bestie che hanno il piede di figura rotonda,

ovvero in più dita partito, o che non hanno affatto corna, egualmente

che degli uccelli di rapina; e durante l'intervallo delle loro

purificazioni, astenevansi anche dagli ovi (_Herod. Ibid._). Tutti gli

Egizj reputavano immondo il porco, non già perchè non rumina, ma perchè

desso è attaccato sovente da una specie di lepra dalla quale si ripete,

secondo gli osservatori, la prima, e la sola cagione delle peste a cui è

ora soggetto quasi tutto l'oriente, dove questi animali allignavano un

tempo con un affluenza incalcolabile, e gli stessi Egizj portavano il

loro scrupolo a tal segno che chiunque ne avesse toccato uno, anche per

accidente, dovea tosto lavarsi tutto il corpo, e le vestimenta

(_Ibid._). Platone ancora fieramente inveisce contro quelli che si

cibano, e nutriscono questo animale. Non avvi alcuno che ignori che

attualmente pure, i Bracmani delle Indie, non mangiano, e non uccidono

alcuna specie di animale, ed è cosa conosciuta che vivono in tal foggia

da oltre venti secoli.

Da tutto l'esposto dunque chiaro apparisce, che le instituzioni di Mosè,

concernenti le indicate astinenze non avevano niente di straordinario,

ne di nuovo sulla terra; ma sembrami che quelle non tendessero

propriamente che a ritenere il popolo entro i limiti della continenza, e

vietando ad esso l'uso di certi cibi, si può arguire con qualche grado

di certezza, non essersi Mosè prefisso altro disegno che la sua sanità,

e i suoi costumi: esso vietò agli ebrei di mangiare sangue, come un cibo

non solo assai difficile a digerire, ma in ogni senso ripugnante

all'essere umano (vedi la seguente Annot. 29). La carne di porco, o di

majale è ancora molto aggravante per lo stomaco, e di penosa digestione;

lo stesso dicasi de' pesci che non hanno ala nè squama, la loro polpa

regolarmente è oleosa, e grossa, e quindi oltremodo perniciosa al corpo

umano. In tale maniera, per non più diffondermi di soverchio, si possono

assegnare delle ragioni molto efficaci, della massima parte di simili

divieti.

(29) Le stesse identiche regioni stabilite poc'anzi per l'astinenza di

certi cibi si possono fondatamente assegnare (come osservammo) alla

proibizione del sangue, e solo potrebbe quì aggiugnersi, che siccome da

questo fluido è sostenuta, e alimentata l'esistenza di ogni vivente,

così l'uomo facendosene il nutrimento potrebbe con fierezza maggiore, e

meno ribrezzo incrudelire contro il proprio suo simile, nella guisa che

l'ho chiaramente dimostrato in altro luogo, parlando delle carnificine

che miransi fare ogni dì pubblicamente degli animali destinati per l'uso

della mensa quotidiana dell'uomo (vedi _l'Annot. 25 al tom. I. delle

Notti Campest. pag. 80._)

(30) Questa è parimente una prescrizione di sanità, non meno dell'altra

tendente al medesimo salutare disegno. La femmina imbrattata de' suoi

corsi mestruali, essendo soggetta ad uno scolamento perenne di sangue

_viziato_, come chiamano i medici, accoppiandosi ad un uomo in tale

stato, in cui essa è più facilmente suscettibile di concezione, non solo

pericolerebbe forse di generare una prole difettano viziata; ma

ridurrebbe l'uomo pure ad acquistare frequenti malattie flogistiche, se

si vuole avere riguardo alle varie _discrasìe_ delle quali può essere

affetto, e di cui ei perverrebbe dopo un lungo periodo di tempo, e con

gran pena a liberarsi; le medesime ragioni si possono probabilmente

assegnare al tempo de' _lochii_, o purgazioni alle quali è la puerpera

soggetta dopo lo sgravamento del parto, lo che gli lascia una

spossatezza tale che potrebbe cagionarle delle funeste conseguenze

unendosi ad un uomo, sebbene il pericolo dalla parte di questo, per

quanto asseriscono i medici, non sia tanto considerabile nè sì dannoso

come nel primo caso.

(31) Era costume generalmente praticato da' Pagani dell'antichità, di

incidere sopra a qualche parte del loro corpo le figure degl'idoli, e

de' simulacri adorati da' medesimi, co' simbolici caratteri allusivi

ch'essi vi applicavano. I cattolici romani de' nostri tempi hanno

adottato questo abominevole costume, specialmente la parte idiota di

questo popolo; barcajuoli, nautici, operai, facchini, ed altri di tal

fatta, i quali colla punta di un ago immersa nell'inchiostro, che fanno

con eccessivo spasimo penetrare entro la cute, o di un braccio, o di una

mano, od anche del petto, imprimono qualunque immagine, o carattere che

niun arte umana è giammai sufficiente a cancellare.

(32) Molti Commentatori hanno creduto che questa festa, altrimenti

chiamata _delle trombe_ (_Num. cap. 9 v. 33._) fosse instituita affine

di rendere grazie a Dio per avere data la legge al suo Popolo sul monte

Sinai fra i tuoni, e lo strepito delle trombe, ossia _Scioffar_ (tuba)

di cui sarà da noi parlato altrove (ved. la seguente annot. 51), altri

opinano che questa festa fosse instituita per avvertire gl'Israeliti che

in quel giorno cominciava _l'anno civile_, onde eccitarli e servire Dio

con maggiore divozione nell'anno nuovo; e disporli nel tempo stesso alla

festa del Digiuno di Espiazione, che dovea solennemente celebrarsi nove

giorni appresso.

(33) Questa festa è contraddistinta dalla Scrittura col nome di כפור

_Chipur_ ovvero Digiuno di Espiazione delle colpe del Popolo, e della

purificazione del Tabernacolo, e del Santuario. (_Levit. cap. 23 v. 31 e

seq._). Essa è stata instituita, secondo quello che ci fa travedere la

Scrittura, per assicurare il Popolo, il quale avea contro di esso

provocata l'ira Divina coll'adorazione del Vitello d'oro, e garantirlo

così che Dio erasi riconciliato seco lui. In tale giorno erano offerti

due caproni per ispiazione dei peccati del Popolo; uno de' quali era

immolato, e rimandavasi l'altro sciolto nel deserto carco di

maledizioni, ed aggravato dei peccati del Popolo, che imponevagli il

nome di Emissario (_Levit. cap. 16 v. 26._)

(34) Queste Solennità denominata dalla Scrittura חג הסכת (Hag assucoth)

_festa de' Tabernacoli_, o delle _Tende_ (_Levit. cap. 23 v. 40._), fu

instituita affinchè gli ebrei si ricordassero del tempo in cui abitarono

in esse i loro vetusti padri nel deserto per sì lungo intervallo di

anni; la celebrazione di questa Solennità cedeva per lo più entro il

mese di settembre, tanto per che la stagione allora temperata, riusciva

più confacente, e meno incomodo a rimanere sotto le tende all'aperta

campagna, quanto perchè sceglievasi la stagione nella quale erano

raccolti i frutti della terra, onde ringraziare Dio per tutti que'

favori ricevuti durante il decorso periodo dell'anno. In quanto poi al

fascicolo prescritto in detta festa, mi riserbo a ragionarne altrove

(ved. l'ann. 52).

(35) Le festa delle quale è quì falle menzione viene chiamata dalla

Scrittura שמיני עצרת (Sceminì nghazereth) _l'ottava_ (_Levit. cap. 23 v.

36._) essa era un complimento della festa precedente, e la conclusione

di tutte le altre, quasi che significare volendo propriamente la _festa

di congedo_, imperciocchè la solennità de' tabernacoli terminando il

settimo giorno, il susseguente, celebravasi la festa della _Riunione_

degli Israeliti i quali essendo restati per sette giorni entro le tende,

se ne ritornano tutti insieme nelle rispettive loro case, in quella

guisa medesima che i loro padri dopo di avere abitato sotto le capanne

per lungo corso di anni in mezzo de' deserti, ritrovarono nell'ubertosa

terra di promissione un domicilio ameno, stabile, e tranquillo. Tale è

l'oggetto delle commemorazione delle testè indicata solennità

dell'_assemblea_, o della Riunione.

(36) Dal giorno susseguente al primo della Pasqua delle azzime le

Scrittura ordina (_Levit. cap. 20 v. 15._) di contare sette settimane,

esse formano 49 giorni, ed il cinquantesimo osservare la solennità della

חג שבועות (Hag Sciabungoth) _festa delle settimane_, o delle primizie,

perchè dalla messe che facevasi allora, offrivasi a Dio le primizie

unitamente a due Pani, ed a' sacrifizj di surerogazione. Una tal festa

si allude parimenti alla commemorazione della legge che Dio proclamò in

quel medesimo giorno per mezzo di Mosè sulla prodigiosa vetta di Sinaj.

(37) Dopo le tante dotte ponderate riflessioni, e gli energici discorsi

fatti sopra questo proposito da entrambe le assemblee Israelitiche

convocate in Parigi, l'una il Luglio 1806, l'altra in Febbrajo 1807 per

Augusta Paterna disposizione dell'Illuminato Monarca della Francia, e

dell'Italia, sempre intento a migliorare la condizione dell'ebreo

soggetto alle ammirabili sue Leggi, cosa mai aggiugnere io potrei per

dimostrare l'onta incancellabile che risulta all'ebreo la trasgressione

di questo Precetto, per cui esso fu in ogni tempo, e ovunque preso di

mira, sebbene non sia quello il solo ad esercitare impunemente

l'infamante mestiere di usurajo? Che l'ebreo esercitasse l'usura in que'

tempi calamitosi ne' quali un avverso destino lo volea soggiogato sotto

l'impotente dominio di certi devoti, ed imbecilli regoluzzi, che

religiosamente gli toglievano qualunque mezzo di sussistenza,

interdicendoli per sino tutte le vie regolari di un commercio decoroso,

il possesso di fondi, l'esercizio delle arti liberali, il diritto pur

anche di cittadino, esso potea in tale stato ripeterne la legittima

cagione dalla pressante necessità a cui trovavasi astretto: ma come

potrebbe mai giustificarlo attualmente l'ebreo della Francia, e

dell'Italia, in particolare, protetto, e governato da un Sovrano, il di

cui vasto potere eguaglia l'estensione de' suoi lumi, che lo ha posto a

livello della più insigne Nazione che calpesti l'universo, e della quale

esso è felicemente per quello il Capo, la delizia, ed il sostegno? Or

che all'ebreo fu permesso di rientrare nella classe degli enti

ragionevoli, da cui la superstizione, l'orgoglio, e l'ignoranza

tentarono sempre di eccettuarlo; ora che libero può disporre di que'

talenti de' quali esso è fornito, che può usare di quella industria

ch'egli sente; che può impiegare a suo piacere quelle dovizie che

possede, or, in una parola, che esso è fatto Cittadino delle più

cospicua monarchia che oggi esista, chi potrebbe mai, senza fremere,

mirarlo esercitare ancora sì detestabile ufficio? A fronte di tanti

considerabili vantaggi che ora concorrono a migliorare la di lui sorte,

non è egli condannabile oltremodo, il vedere tutta via esistere fra noi

queste sanguisughe crudeli, sitibonde delle sostanze altrui, come se non

vi fosse altro mestiere da professare fuori di quello, che oltre essere

cotanto vituperoso per se stesso, tende ad estenuare le facoltà le più

opime, ed a porre nella desolazione la classe la più benemerita dello

Stato, perchè la più laboriosa, e la più utile, ma quasi sempre scarsa

di fortune, ed impotente? Si ha un bel opporci da costoro di esserne

ampliamente autorizzati; adducendo che avvene parimente nella Francia, e

nell'Italia un affluenza d'individui non ebrei, che esercitano l'usura

con eguale avidità, come se ciò che è evidentemente contrario alla

natura, e recalcitrante alle Leggi della società, sarebbe meno

pernicioso per essere approvato, e come se permesso fosse all'uomo di

giustificare le proprie colpe, adducendo per iscusa i depravati esempj

altrui. Ma finiamo col conchiudere che l'usura, da chiunque siasi che

venga esercitata, sarà sempre mai l'arte la più vile, che abbia saputo

in alcun tempo immaginare la sordidezza umana, ed ovunque degna della

perpetua esecuzione delle Leggi Divine, e terrene, e che per conseguenza

l'interesse di ogni illuminato governo, che vuole la felicità de' propri

sudditi, e l'equilibrio delle loro sostanze, dee essere quello di

proscriverla sotto austere comminatorie da tutta la estensione de' loro

dominj.

Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I · 第 6 / 23 段