=L'efebo:=
Io vado cercando un uomo che mi voglia bene; che fortemente mi voglia
bene... che lungamente mi voglia bene... Oh, com'è dolce sentirsi voler
bene! Senonchè l'amore della donna è vuoto... e solo muove in me un
diletto che manca di penetrazione...
Io sono dolce, dolce, dolce... nondimeno amo la marzialità. Oh, gli
scrittori penetranti!...
Conoscete una canzone che si chiama la Vispa Teresa? Essa dice: —
«Vivendo, volando che male vi fo? Tu sì mi fai male...» Ma non importa;
anzi meglio!
*
* *
(Dice il Compare:
«Ahimè, sciagurato! Il Nobile Uditorio protesta! Come potete voi
prediligere canzoni così puerili ed innocenti! Non vedete che la platea
si sbellica dalle risa e fa mille divagazioni sul vostro conto?... Lo
sdegno è grande per la vostra insulsaggine! così grande che la Commedia
pericola di finire tra un diavolìo di fischi! Sciagurato! Non vedete
che per ischerno vi si lanciano fiori? O forse ch'io m'inganno?...
Cos'è mai questo? Veh! Un ramo di giglio! Solamente un ramo di giglio.
Mistero!...
Dame Compiute, Nobili Uomini, ditemi verbigrazia quale fu la irata e
casta mano avventatrice del giglio?!...»
Dalla platea risponde la voce apocalittica d'un uomo assai più tetro
che la morte, il quale si leva in piedi e guata.
«Fu la mia! —
«Chi voi siete, verbigrazia, o grande magnanimo sconosciuto?»
«Io sono il Presidente-Apostolo d'una Lega di Pubblica Moralità, e vi
ammonisco di cessare una Commedia, la quale da capo a fondo vitupera il
buon costume!»
Grande brivido nel Teatro; alcune signore sbigottite per la voce
profetica si fanno il segno della Croce. Un silenzio grande come
l'attesa d'un miracolo invade la sala. Dice il Compare:
— «O poveri noi, che sciagura! E proprio quando mancano poche battute!
Cadremo sotto i fischi per la colpa di questo giovinetto scellerato,
il quale non seppe scegliere una canzone meno invereconda che la Vispa
Teresa! O poveri noi, che mala sorte! per uno scemerello dolce dolce...
ahimè troppo dolce! Che fare? Che scegliere? O magnanimo Presidente,
ritto nel mezzo della platea come il Fato greco in una tragedia di
Sofocle, vogliate non incrudelire su tutta una povera famiglia di
comici che domani vedrà il suo teatro deserto, se pure non se ne
mischino i tribunali! Venite voi stesso a diffondere dalla ribalta
una parola che riscatti, e mondi l'aria troppo sonora di vituperio!...
Deh, o lanciatore del ramo di giglio, salite quassù come ad un pergamo,
venite celestialmente, o purissimo, ad implorare il perdono sopra di
noi!»