Ora, vedete, la rappresentazione comincia.»)

=Programma:=

=Il Crotalo Rabda-kamaï, serpente a sonagli.=

=Le Cinque Tigri del Bengala, presentate in libertà dalla domatrice

Nouma-Hawa.=

=L'Elefante Ahmed-Alì.=

=L'Orso Teddy.=

=L'Ultimo degli Atzechi.=

=Nouma-Hawa:=

Questo Crotalo, o signori, che dal collo mi pende come una doppia

formidabile collana, è lungo 3 metri e 40 centimetri, pesa 66 chili a

ventre vuoto, e sorpassa i 120 anni d'età. Prima di avvicinare questo

serpente velenosissimo al quale ho dato il nome di Rabda-kamaï, che in

arabo vuol dire Desiderio dei sensi, devo lungamente stregarlo con la

melodia del flauto magico, finchè non lo veda come una chiocciola di

spirali, con il capo dritto, rimaner fermo nell'incanto.

=Il Crotalo Rabda-kamaï:=

Questa madama Nouma-Hawa panciuta come una bufala e paurosa come

una gazzella crede di adularmi quando invece mi calunnia. È ben vero

che fischio talvolta, nei momenti d'allegria, ma la storiella che mi

piaccia la musica è tutta un'invenzione. Se io potessi prendere un uomo

e presentarlo in una baracca di serpenti laggiù nel mio paese, direi:

«Rispettabile pubblico: questo è l'Uomo! l'animale che inventa tutte

le bugie, che rovina tutta la semplicità della vita; un ipocrita

pericoloso, un fatuo crudele, che si proclama re del creato perchè sta

in piedi su due gambe, esattamente come fanno le gru. È il solo, fra

tutti gli animali, che non abbia compreso la vita.»

Ecco; ed ora tiriamo fuori la lingua per far piacere a Madama.

=Nouma-Hawa:=

Avrò adesso l'onore di presentare a questo rispettabile pubblico le

mie cinque Tigri del Bengala, catturate nella Jungla or son tre mesi

a prezzo della vita di sei cacciatori indigeni, quelle stesse che

sbranarono ad Amburgo il celebre domatore giapponese Ito-Matsu.

=Le Tigri del Bengala:=

Che cosa sia la libertà noi sappiamo ad un incirca, per averlo inteso

raccontare da un vecchio Leone cieco e proverbioso il quale sempre

ci ripeteva: — Ragazze, non lasciatevi andare ai vostri nervi! Siate

ubbidienti, state al vostro posto, mostrate i denti con un bel sorriso,

ma non graffiate mai: è il solo mezzo per far la tigre presso l'uomo.

Sì, ragazze mie, l'uomo è una bestia che sente il bisogno di farsi

applaudire.»

Poi cantava, con la sua vecchia voce, alcune belle canzoni della Jungla

che facevano piangere; narrava certe lunghe storie che s'ascoltavan

a bocca aperta con l'anima piena di malinconia... Noi non l'abbiamo

veduta la Jungla immensa e terribile, perchè siamo nate in gabbia, e

questo celebre Ito-Matsu è precisamente il domatore che fece la nostra

educazione.

Certo non è una bella cosa parlar male dei morti, ma la buon'anima per

dirla schietta era tutt'altro che uno stinco di santo! Vecchio e riarso

dall'acquavite morì nel suo letto per un colpo d'apoplessia; Madama il

giorno dopo s'è precipitata a far stampare dappertutto che l'avessimo

sbranato noi!

E il buon Leone a raccomandarci: — Ragazze, lasciatela dire... Che mai

v'importa la stima degli uomini? È lecito esser buoni, a condizione di

non farlo sapere, altrimenti non si mangia più.

=Nouma-Hawa:=

Ed ora si produce l'Elefante Ahmed-Alì, sapiente come un uomo.

=L'elefante Ahmed-Alì:=

Come un uomo?... Grazie del complimento, Madama! Questo, perchè ho

la delicatezza di non schiacciarvi quando vi cammino sopra, nè di

scaraventarvi contro il soffitto quando con la proboscide vi sollevo

sul mio dorso! Ah, burloni! quando voi non capivate ancor niente, io

possedevo già quel senno dell'elefante ch'è proverbiale anche fra di

voi. Siete piccoli da far pena, e d'una petulanza inconcepibile! Nella

vostra vita che dura un soffio, nel vostro cervello microscopico,

volete saperne più dell'elefante! Proprio come le scimmie! Saltimbanchi

e schiamazzatori! golosi e pettegoli! vendicativi e teatranti! Con

tutto ciò, vi voglio bene, mentre non posso vedere le scimmie. Vi

voglio bene perchè nella vostra piccolezza e nella vostra boria avete

un certo coraggio che le scimmie non hanno. L'elefante vi ha protetti

sempre con indulgenza e da buon saggio si è prestato volentieri ai

vostri capricci da birichini intelligenti. Perfino quando volete farmi

stare in piedi su due zampe o in equilibrio su quattro bottiglie, muovo

il mio codino per avvertirvi ch'è stupido, ma nondimeno ci sto.

Insomma sentite cari amici: da qualche tempo le scimmie vanno facendovi

una gran corte per attrarvi dalla lor parte e convincervi ad imitarle.

Volete un consiglio? Disprezzate le scimmie, che sono il solo animale

veramente ridicolo, e date retta alla saggezza del buono, vecchio

Elefante.

=Nouma-Hawa:=

Pranzerò davanti al rispettabile pubblico insieme con mio cugino, il

celebre Orso Teddy, ricchissimo gentleman oriundo Californese.

=L'Orso Teddy:=

Inutile, cara Madama, farmi tutte quelle moine, perchè senta, gliel'ho

già detto: Lei non sarà mai di mio gusto. Mi versi da bere, oh, questo

sì! è la sola cosa buona che hanno gli uomini, il vino! Tracannare

un goccio, anche allungato, non mi dispiace punto; poi si balla più

volentieri. Ma quanto a moine, le ripeto, perde il suo tempo, cara

Madama! Vede, quell'adornarsi di tanta stracceria per riparare alla

mancanza del pelo, non è certo un espediente che possa convincere

l'Orso Teddy, per quanto galante sia.

Ed è un bel pezzo che volevo domandarle una cosa. O perchè, visto

che sono un orso, Lei non mi lascia far l'orso, ma vuole a tutti i

costi che mi camuffi da uomo, che faccia l'uomo? Io, per sua regola,

non ci tengo affatto a parere un uomo! Siccome Lei mi ha messo una

catena al collo, io mi presto gentilmente a' suoi desiderii e faccio

anche l'uomo, visto ch'è tanto facile; ma per amore di franchezza devo

dirle che l'Orso Teddy, ricchissimo gentleman, come lei dice, oriundo

Californese, non si dimentica d'essere una persona seria la quale balla

soltanto quando ha paura del bastone!

E mi usi la cortesia di non scordarselo.

=Nouma-Hawa:=

Mentre mio cugino l'Orso Teddy va in giro per i primi posti a vendere

la sua fotografia, — la loro buona grazia! obbligo non c'è, — avrò

l'onore di presentare al rispettabile pubblico l'Ultimo degli Atzechi,

unico sopravvivente d'una razza nana dell'America centrale che popolava

cinque o seimil'anni prima di Gesù Cristo i territori del Messico e del

Perù.

Voi vedete il suo naso da condor, i suoi baffi gialli e spioventi,

la sua nerissima folta capigliatura che finisce con una treccia da

indiano; l'età di questo Atzeco è un mistero; egli misura 78 centimetri

d'altezza, è tubercoloso e stranuta una settantina di volte al giorno.

Parla una lingua incomprensibile, di cui nessuno ha potuto finora

decifrare neanche le lettere dell'alfabeto; il professor Lincoln

Brownie-Sargent dell'Università di Cincinnati ha offerto diecimila

dollari del suo cadavere, per tentarne la mummificazione.

=L'Ultimo degli Atzechi:=

Farebbero meglio a darmene mille súbito, ed accopparmi fra un paio di

mesi. È un bel mestiere anche quello di far l'Ultimo degli Atzechi!

Dover prendere dieci volte al giorno la nasalina per starnutire!

aver i baffi tinti di giallo e non poter mai mettere la testa in mano

d'un parrucchiere! Guai se per caso, davanti al pubblico, mi sfugge

una parola che non sia d'atzeco. Se almeno i soldi che guadagno me

li potessi goder io, pazienza! Ma l'impresario, che m'ha comprato

nell'allevamento di Barnum, se li prende lui... sono un pigmeo, come

posso aver ragione contro un gigante?

In treno, per non pagare il biglietto, qualchevolta m'avvolge

nell'impermeabile e mi porta sotto il braccio; quando mi tira fuori son

mezzo asfissiato. Se faccio bene l'Atzeco, cioè se gli affari vanno

bene, l'impresario è allegro e si può vivere alla meglio; ma quando

s'incassa poco mi dice che nessuno crede più agli Atzechi, sicchè vuol

mandarmi alla malora e comprare una di quelle scimmie che sanno andare

in bicicletta. Guai se fosse vero che la gente non crede più agli

Atzechi! perchè di nani ve ne sono molti e la concorrenza nella statura

è la più temibile che vi sia.

Dunque ha ragione l'impresario: bisogna che impari correntemente a

parlare atzeco.

=Il pedante:=

Scusi, egregio Cavalier Compare, Lei ha detto di comprendere il

linguaggio delle fiere... ma l'Ultimo degli Atzechi, almeno ch'io mi

sappia, non è mai stata una fiera!

*

* *

(Davanti a quest'obbiezione precisa e terribile, il Cavalier Compare

dopo un lieve indugio risponde:

«Se la Signoria Vostra opina per ciò che vi sia fraude nello

spettacolo, noi potremo dal camerino dell'Impresario farle restituire

il prezzo del suo biglietto; ma io sostengo nondimeno ch'essendo questo

Atzeco l'ultimo essere d'una razza spenta, nè potendo egli esprimersi

con linguaggio umano, i termini di paragone mancano per decidere in

modo assoluto se si tratti d'una fiera o d'un uomo. La cosa certa è

questa: che oltre il suo nativo idioma egli parla benissimo anche il

linguaggio delle fiere... sicchè l'ho inteso».

La cavata piace al pubblico, e vien zittito il pedante che si alza

per insistere. Il Cavalier Compare fa un inchino di correttezza

impeccabile, dando a comprendere tuttavia che tutte queste celie

di cui l'uditorio s'allieta o s'irrita provengono dalla bocca unica

del Mascherato Suggeritore, che dentro la sua nicchia improvvisa la

Commedia. Perfino il pedante non era che uno spettatore finto mandato

lì dal buttafuori per interrompere a bella posta; era semplicemente un

buon attore della numerosa Compagnia Comica, ed or fra poco tornerà al

proscenio, con mutate sembianze, per farla da millantatore.

Frattanto, su la scena, il pubblico sfolla dal serraglio pensando

più al denaro speso che al piacere avutone, mentre su l'ingresso la

scimmia sbertuccia di bel nuovo sparando il fucile o maltrattando quei

calzoncini da bersagliere che le vietano di spulciarsi con libertà,

mentre il paonazzo banditore, tra il putiferio delle trombe calamitose,

urla di bel nuovo con una convinzione che intenerisce: — L'Orso Teddy!

il Crotalo Rabda-kamaï! Entrino, signori, che subito si comincia!

E il Compare dice dal proscenio:

«Chi saranno e chi furono fra tutti costoro i più ciurmati? Le povere

fiere che vollero mordere e furon chiuse in una tana di ferro?...

I bestiarii che vollero vivere da zingari applauditi speculando su

quattro zanne logore, su qualche artiglio inoffensivo, e perciò son

ridotti a correre le fiere forensi, talvolta senza carne di carogna

per la fame dei leopardi e senza companatico per sè?... Il pubblico,

millantatore dei pericoli, che con sei soldi vuol vedere un uomo in

rischio della propria pelle, vuol pascere di ruggiti africani e di

serpenti attorcigliati ad ippopotami la sua casalinga fantasia, onde

va, e paga, e torna con un puzzo camaleontico di bestieria legato

alle narici, un'idea lacrimevole della ferocia e dell'intrepidezza una

compassionevole ironia?...

Dame Compiute, Nobili Uomini, vedo per l'appunto che un millantatore

scoverto ed una schiera di ciurmati confessi vengono per di qui a

narrarvi le loro immutevoli dolenze.

Ecco, e la mia Dama frattanto vuole che l'accompagni dalla sarta»).

=Il millantatore:=

Non sono affatto pericoloso, poichè racconto il più delle volte cose

immaginarie ma che si denunziano agli ascoltatori per la loro mancanza

di sobrietà. Veri millantatori son quelli che raccontano cose false in

maniera di farsi credere; essi hanno la vera eloquenza, mentr'io non

sono che facondo; e la pretesa che ho d'aver compiuto imprese illustri

è simile molto alla vanagloria d'un bambino che sferraglia per la

stanza con in testa un berretto da generale. I falsificatori narrano

al pari di me d'essere andati alla guerra: ma vi andarono da sergenti

e presero la medaglia di bronzo...

Io, generale d'esercito, faccio scappare i sorci; a loro, graduati di

bassa forza, il pubblico fa il saluto militare.

=Entra il Coro dei Pifferi di montagna:=

(_Nell'Orchestra un andar patetico di gente che torna, e — naturalmente

— pifferi._)

Con rispetto, e con dispetto,

vi cantiamo lo strambotto

di quell'asino perfetto

che, per farla a Fra Culagna,

ritornò dalla montagna

con le pive nel fagotto.

Già; noi siamo divenuti celebri per quella spedizione mal fortunata

che ci fece ritornare con lo scorno della pifferata su la montagna.

Prendersi gabbo del prossimo non è facile impresa quando gli

strumenti per concertare il pezzo d'opera si chiamino pive. Un

piffero di montagna è quel desso che volle fare agli altri ciò che

gli altri tentano senza tregua di poter fare a lui; solo ebbe il

torto immoralissimo di peccare nella riuscita. In questo bel mondo

caritatevole dove ognuno può leggere tanti onesti libri che lodano la

probità, spalancar la bocca davanti alle parabole dei declamatori che

flagellano il vizio, scolpirsi nella mente a lettere d'oro le insegne

apocalittiche di tutte le vetrine, il piffero di montagna è colui che

da uno spillo invisibile si lasciò bucare la sua turgida sampogna. Il

pubblico si beffa di noi chiamandoci scornati, laddove non fummo che

gente in rotta con la fortuna; il pubblico ride volentieri del nome che

fa ridere, mentre del fatto in sè men che niente si cura. Noi siamo

dunque le vittime del portare un nome grottesco, malanno che a molti

cápita per accrescere i lor guai.

Se i Pifferi di montagna potessero di punto in bianco mutare il loro

nome lacrimevole con quello non privo di somiglianze dei Trombettieri

di Waterloo, ecco i derisori abbrunarsi di lutto e salutare i Pifferi

come sciagurati eroi.

Nel nome che si porta è la metà dell'uomo... il resto, signori della

platea, è la fortuna o la disgrazia che fa.

Con le pive nel fagotto

ritornò dalla montagna

quei che volle a Fra Culagna

fare un piccolo dispetto...

Oh, se avesse il poveretto

prima letto il mio strambotto!

*

* *

(Quivi dice il Compare:

«Con umiltà siamo alteri del buon esito che presso l'onorato pubblico

trovò lo strambotto dei Pifferi di Montagna, forse per l'intonazione

felice con la quale i nostri attori lo recitarono, forse per la

comicità irresistibile delle lor facce compunte. De' vostri applausi

una giusta parte vada a quell'invisibile orchestra in sordina che,

sommessa e varia, commenta lo svolgersi della Commedia, e quivi ricamò

felicemente sui pifferi l'infelicità burlesca dei Pifferi di Montagna.

Non siamo noi di quelli altezzosi che dicono «Vale nec parce!» innanzi

o dopo la parlata... «Valete super omniaque parcete!» — ecco il nostro

motto.

La Dama bellissima ch'io servo in questa per me piacevole Giornata,

vuol ora che l'accompagni dalla sarta, essendochè, dice, alcune lievi

compere le son di bisogno anch'oggi, sebbene le sue guardarobe armadii

e canterani sian così stipati e ricolmi che più non vi starebbe,

senz'arricciarsi, un velo.

Ordunque, levata la Nuvola che provvede alla disparizione del

serraglio, manifesto vi sarà un de' luoghi sacramentali e gloriosi

dove la vaghissima Dama Comare ch'io servo adorna con arte paziente il

prodigio della sua bellezza. E vedrete su le provatrici le innumeri

centinaia d'abiti ch'ella osserva con occhio esperto ma negligente

prima di scovrire una veste fatta in guisa che le piaccia, una stoffa

che paia tessuta per il colore della sua pelle, un nastro, un pizzo,

una cintura, un fronzolo che le paiano adorni d'una qualche insolita

fantasia. Queste belle ragazze provatrici, (tutte pronte, se pur già

non lo furono, a lasciarsi cogliere dai lor donneatori,) sgranano tanto

d'occhi e tremano di ammirazione quando la mia Dama Comare giunge nelle

lor sale; madama la direttrice non sa più da che parte voltarsi; la

maestra di prova corre per ogni verso perdendo spilli e tutta nevicosa

di fili; dagli usci occhieggiano le sartine del cucitorio, mentre il

tagliatore cattedratico sfoglia per lei con impazienza qualche grosso

fascicolo di figurini.

Dame Compiute, Nobili Uomini, osservate che appunto la Nuvola s'alza...

Ahimè!... Che avvenne? Le vetrine della sartoria son chiuse; dietro le

finestre dell'ammezzato, quali spente, quali già velate con lo schermo

delle tendine, si vedono affaccendarsi poche frettolose ombre; per

la strada sciama una garrula ed assediata falange di sartine, che in

fretta col passo elastico dei lor vent'anni tornano alla libertà... «È

tardi, o mia bella Dama, e per oggi non potrete isceglier nulla, cosa

tristissima in fede mia!»

La Comare dice:

«Il male non è poi così grande, quanto per cortesia volete che paia!

Mi rassegnerò senza piangere; andremo invece, amico mio, se non vi

disturba, dalla modista, per certe piume che ho date a far mettere

in opera, le quali devon esser compiute. Mentre voi fate segno

all'automobile che s'avanzi, affiderò una commissione per madama Yvette

alla piccola Stella, mia sartina preferita, che appunto mi saluta con

il suo bel sorriso. Un minuto, amico mio, e sono a voi.

— Sicuro, piccola Stella, sono arrivata un po' tardi stasera, ma non

importa; senza che le telefoni, dirai tu a madama Yvette domattina quel

che le volevo dire: cioè che sospenda la mia veste da ballo reseda e

nero, perchè ho mutato parere, non mi piace più».

La sartina si mette le mani tra i capelli, od almeno tra quei capelli

che le lascia scappar fuori la sua cuffietta di tulle capriccioso, e

dice: «Oh, povere noi! lavoriamo da cinque giorni a questo bell'abito

reseda! E bisogna disfar tutto?...

— Sì, tutto, ma non importa, ho un'altra idea. A domani, carina.

L'automobile se ne va scornettando; rimane sul marciapiedi la piccola

Stella, che alza le spalle poi si mette a ridere).

=La sartina:=

È un problema da risolvere.

Il commendatore m'invita a cena, mi promette un anello con brillanti,

un appartamentino mobiliato, una maestra di francese. — È calvo, ha una

pancia da bonzo, i suoi baffi pungono come uno spazzolino da denti.

Il bellissimo avvocatino, ch'è stato l'amante di tutte le mie amiche,

mi fa gli occhi dolci e mi manda qualche scatola di «marrons glacés».

Perchè mi piacciono molto i «marrons glacés» e mi piace anche

l'avvocatino, ma sono troppo mal vestita per lasciarmi svestire da lui.

Quest'uomo trova naturale ch'io passi per le sue mani... è una bella

pretesa!

Uno studente del politecnico m'insegue fin su le scale di casa mia;

un impiegato viene a prendermi quasi tutte le sere quand'esco dalla

sartoria. La domenica mi conduce a ballare, mi paga un vermouth, e dopo

il ballo, un caffè. Guadagna centoventi franchi al mese, ride poco,

sospira molto, ed è pronto a sposarmi.

Io, siccome sono vergine, guadagno al giorno due franchi e cinquanta...

È un problema da risolvere.

Sul nostro pianerottolo, abita con sua madre uno chauffeur molto

elegante che chiamano Toby. Quand'esce col suo pelliccione è bello da

morire! Mi ha detto: «Signorina Stella, vorrei proporle una cosa...

ma gliela dirò il primo giorno che avremo tempo. Intanto mi permetta

d'offrirle questo mazzolino di violette.»

E parla come un signore.

Toh... by... se dovessi cominciare, comincerei di lì.

È un problema da risolvere.

*

* *

(E quivi d'improvviso, per un gioco di scena quasi fulmineo, l'angolo

di strada ove sciamano le allegre sartine coi loro inseguitori si

muta in una magnifica sala di modisteria con grandi specchiere per

intorno, dritte, inclini, ferme, portatili, ad una luce, a due luci,

a tre. Dappertutto svariano cappelli piume penne fiori fiocchi nastri

velette veli, ed è così grande la profusione di tutte queste leggere

cose volanti, che a prima vista pare d'esser avvolti fra un turbine di

maravigliose farfalle.

«Ma queste farfalle, — dice il Cavalier Compare, — sono vecchi struzzi

che hanno mandato le lor piume a farsi doppie o triple nonchè a

prendere il riccio nei laboratorii di Parigi; sono invisibili colibrì

e splendidi paradisi, che stanchi per r inosservanza delle signore

selvagge, hanno mandato alle signore d'Europa, con un plebiscito di

piume, una prova delicatissima di quei servigi e di quell'amore che

gli uccellini di tutto il mondo hanno sempre saputo rendere alle belle

signore; sono farfalle che suggono il nettare da un giardino di fiori

artificiali e qualchevolta bevono per rugiada l'henné, saturandosi con

il polline d'oro che nasce dall'acqua ossigenata.

Nobili Uomini dell'uditorio, per una volta mi sia concesso di parlar

solo con voi; lasciamo che le Dame nostre Compiute si dilettino a

guardare quella scelta che fa la bellissima etèra Meridiana e come lei

fanno altre vaghe bellezze nella sala di modisteria. Non è luogo per

noi tra questo piumare, tra questo infiorellare minutissimo, e poichè

vedo un altro giovine signore di mia conoscenza, il quale, com'io la

mia Dama, così del paro la transatlantica sua consorte aspetta, forse

preferibil cosa per voi sarà che noi conversiamo un poco insieme,

liberi da quella soggezione castigata nella quale il gentil sesso ci

tiene.

Questo giovine di casato principesco navigava in perfide acque

monetarie, allorchè intese dire che di là dall'atlantico mare vivessero

alcune prodigiose fidanzate per i principi e duchi latini, le quali

avevano tant'oro di recente coniato, che si poteva con quest'oro

giovine risollevare tutta una stirpe.

Vinse la nequizia del mal di mare, che tanto più affligge i popoli

quanto più marinareschi sono, e trasmigrato alle rive leggendarie

ove le nuove amazzoni auratamente accolgono i molto nobili cavalieri,

s'avventurò sì bene in quella terra democratica e libera, che ne tornò

con una sposa di suo genio e senza più conoscere le doloranze del mal

di mare.

Questo vi confido, Messeri, prima che l'avvicini e lo saluti»).

=La modista:=

Per fare un cappello occorrono tre cose: una «Maison» che lo mandi, una

signora che lo compri, un uomo che lo paghi.

Le mie clienti si dividono in tre categorie: quelle che credono

di abbellirsi con un cappello; quelle che credono di abbellire un

cappello; quelle che trovano a ridire su qualsiasi cappello.

I miei cappelli sono di tre generi: serii, stravaganti, serii e

stravaganti insieme. Alla donna seria sta bene il cappello un poco

stravagante; alla stravagante il serio; per la donna indefinita ci

vuole un cappello indefinito.

Molte sono le mie disgrazie, ma ne citerò sol una: gli uomini che

accompagnan le mie clienti in sala per mettere il loro becco nelle cose

di modisteria.

=Il nobile povero che ha sposato l'americana:=

L'araldica è la soluzione della vita; il dollaro vale cinque lire;

il nobile italiano, anche quando è decaduto, vale per lo meno qualche

dozzina di «yankees».

Negli Stati Uniti d'America si trova ancora, ma ogni anno con maggiori

difficoltà, la fidanzata ideale, mentre in Italia cresce di continuo

la frequenza dei nobili decaduti. Si chiama fidanzata ideale quella

ragazza che, potendo scegliere fra mille pretendenti, s'incapriccia

proprio di voi.

Questo è il vade-mecum del nobile povero in caccia d'un'americana:

1.º Quattro quarti, lucidi, rinfrescati, assoluti.

2.º Aria vaporosa, misteriosa, dell'uomo ch'ebbe un passato.

3.º Tipo di famiglia. — Biografia degli antenati. Citazioni storiche.

— Possibilmente, battaglie.

4.º Sapere tanto inglese che basti per dire: — my dear, good bye, I

love You, etc.

5.º Conoscere l'Ambasciatore.

6.º Avere un proprio poeta, musicista, pittore, filosofo, etc, tra

quelli che l'America non capisce.

7.º Strimpellare un po' di musica o per lo meno la chitarra. Tener bene

in mano la racchetta e non far troppo ridicole figure al gioco del polo

e del foot-ball.

8.º Essere fortissimi al bridge.

9.º Compatire con molta finezza l'America, pur chiamandola grande

paese. Le americane han voglia dell'Europa come d'uno scandalo che le

diverta. Inoltre ci temono, sebbene con ironia, mentre non hanno de'

lor uomini rispetto alcuno. Questi uomini sono anche robusti, ma «non

sanno guardarle». È lo sguardo nostro che temono,

10.º Avere, se possibile, un castello, anche spossato d'ipoteche o

singhiozzante di screpolature.

11.º Divertirle. Scandalizzarle. Essere o troppo allegri o troppo

tristi. L'eccesso impensierisce tutte le creature primitive.

L'americana è una creatura primitiva.

12.º Cercare i loro sensi dietro la loro apparente insensibilità.

Quando si sono trovati, essere virili ma non bruschi, voluttuosi ma non

irritanti. La poesia della loro gioventù ascolta volentieri la poesia

della nostra vecchiezza. Son donne, ossia femmine, come le nostre, ma

non sempre non dappertutto non per l'intera giornata. Talora lo sono

troppo a lungo di notte, poi la loro femminilità subisce una pausa, o

pare che s'interrompa.

13.º Rimanete oscuri e cauti per non darle il tempo che vi disprezzi,

almeno fin dopo il matrimonio. Poichè, vi ho detto, l'americana è una

creatura primitiva; la sua morale è tagliata bizzarramente a colpi di

scure: mentr'è curiosa di tutto quello che non sa, in morale disprezza

le anime che non capisce.

14.º Sono per noi ad un tempo le sorelle più timide, le amanti più

fresche, le mogli più «nuove».

*

* *

(Il Compare, Cavaliere della Films, chiama la Nuvola.

«O Nuvola che tutto nascondi, fuorchè la mia persona da poco e la

persona paradisiaca della Dama che servo, ancora una volta discendi

e rannuvola i grandi specchi a molte luci che guardano sul giardino

artificiale!

Àlzati, e vedansi di lontano come in una visione pantagruelica tutti

i lumi e tutti i fumi dei banchetti che verso quest'ora simposica

ristorano i millantamila stomaci della sconfinata Città! Vedansi tra

fasci di ghirlande elettriche le vetrate gloriose dei ristoranti

babelici, con la rossa orchestra che suona a correre d'archetto e

l'orda salsifera de' camerieri che sollevano, su le teste chine dei

desinatori, la calda ricchezza dell'agape ne' vassoi fumiganti! Vedasi

brillar da lungi quella finestra illuminata che nella casa dell'uomo

è fra tutte la più gaia, la finestra dietro la quale si mangia, — soli

o poveri, ma si mangia, — ricchi o nel cuore d'una famiglia prospera,

ma si mangia, — tristi o pensando all'innamorata, ma si mangia... la

finestra più gaia e più universale di tutte l'altre dietro le quali

nella vita cotidiana l'uomo, animale versatile, medita opera discute

balla dorme o fa l'amore!

Il Cavaliere dello Spirito Santo: Storia d'una giornata · 第 13 / 24 题