=Entra il coro dei Gastronomi.=
(_Nell'Orchestra un tinnire gaio, come di porcellane che si urtano, di
posaterie che squillano, di coppe toccate nei brindisi. Un bollire, uno
sfriggere, un gorgogliare continuo di tutti gli strumenti._)
Ave Primissimo, Pantagruele!
Noi siamo i coltivatori dello stomaco, i golosi della rara e fertile
vivanda che si trasmuta in sangue più rosso. Nulla conta la trachea,
l'uomo vive con l'esofago!
I maialini d'India ben ripieni, le trifole del Périgord, gli asparagi
d'Argenteuil, il fegato d'oca di Strasburgo, i capponi del Mans, le
ostriche di Colchester, e tutte l'altre leccornie che la terra pingue
o l'industria paziente produce, sono per noi le cose più sublimi che
accadono sotto l'emisfero. Un genio rivelatore non è niente appresso un
sopraccuoco prelibato.
Ave Primissimo, Pantagruele!
I vini delle giaciture più polverose, i liquori decrepiti custoditi
con tutta la lor forza entro gelidi cristalli o tepide porcellane, sono
per noi veramente il lirismo della vita! Noi adoperiamo lo stomaco per
custodire in noi la Bellezza. Non siamo atei: crediamo profondamente
nel piacere di quel che si mangia, nell'ambrosia di ciò che si beve.
In questo crediamo imperterriti come il fanatico in Dio. Siamo anche
filosofi, poichè possiamo dirvi che la digestione è l'unica felicità
delle razze. Siamo anche sociologhi e fisiologi perchè v'insegniamo con
la sapienza dei secoli che creerete un popolo grande facendolo mangiar
bene.
La delizia di filtrare attraverso la nostra carne intellettiva una
vivanda complicata e squisita, equivale alla delizia di comprendere un
difficile pensiero.
Noi siamo quelli che nel mondo abbiamo conservato l'appetito
intelligente e quella benefica giovialità dello stomaco pagano che
il Buon Pastore volle, come un gran vizio, bandita. Nel Cristianesimo
non v'è di orrido che il digiuno scellerato e la nefanda eresia degli
astemii.
Noi dubitiamo in verità che il Nazzareno abbia fatta questa
predicazione; dev'essere un'aggiunta postuma di alcuni evangelisti
biliosi e mal digerenti. Per chi non fosse del nostro parere, noi
faremo notare che i preti la tennero come non detta, e per tutta l'era
cristiana, in barba degli uomini e di Dio, con uno splendido appetito
mangiarono a quattro ganasce.
Il peccato della gola è invero la più nobile azione che l'uomo possa
commettere. Lucullo, per vostra norma, era ben lungi dall'essere un
maiale come voi lo chiamate. Lucullo è stato un Illuminatore della
vita assai più grande che Platone. Non dimenticate questa verità: quasi
tutte le tristezze dell'uomo consiston nelle cose che mangia.
Noi vorremmo creare un'Accademia di Quaranta Cuochi Immortali!
Ave Primissimo, Pantagruele!
*
* *
(Il Compare, Cavaliere della Films, dice:
«Questi buoni e panciuti uomini han saputo commuovere la vostra
indulgenza, o Nobile Uditorio! Non li avete zittiti come si
meriterebbero per aver osato proclamare in vostra presenza cose tanto
grossolane o babbuinamente facete; buon per loro che foste clementi!
Ma dalle fisionomie vostre mi avvedo che pur nell'ascoltare quei
grassi e lucidi babbuini già una forte curiosità vi pungeva, che or si
rinnovella: — Dov'è sparita la Dama Comare, bellissima etèra Meridiana?
Perchè il riso e la luce de' suoi occhi non più risplendono verso di
noi?
Ecco, vi rispondo: — È l'ora dei teatri; ella s'andò a vestire
dell'undecima sua veste. Non siate impazienti, fra poco tornerà in
diamanti e strascico, pronta per guardare da un palco verso la scena
del teatro che sceglieremo.
Così è: quando le città pingui e dilettevoli han saturata la fame che
le tormenta, curiose guardano verso i teatri, dove nel canto e nella
declamazione l'imperitura famiglia istrionica tesse con artifizio
la simulazione di quella commedia sincera e forte che si chiama la
vita. Le città sono a quest'ora bambine facili al riso, facili al
pianto, che un nulla può commuovere, un nulla divertire. A quest'ora
la musica, profumo della vita, diventa necessaria come un afrodisiaco
lene, che tutti, anche le fanciulle, si possano impunemente concedere;
a quest'ora il dramma la tragedia la commedia, che sono parodie della
vita come gli acrobatismi del funambolo e dell'atleta, incurvano le
città attente sovra una piccola scena tappezzata di carta pesta, e
dove la luna il sole i tramonti sono il giuoco semplice d'una buona
lanterna magica. E le città si ascoltano dire da quella scena larga
pochi metri, in un linguaggio approssimativo, tutte le parole selvagge
o brutali, che là fuori, a cielo aperto batton nel lor cuore veemente,
pulsano libere inafferrabili nella loro poderosa immensità. È un gioco
il teatro, un gioco simile molto al libro, ma più puerile ancora,
più divertente ancora, per la ragione che il dolce, il poetico, il
riposante nella vita delle città, si è d'essere appunto come bambine,
cioè di possedere un'anima che veda non il terribile del mondo, non la
forza e la strage della necessaria vita, non quel riso micidiale che
soffia dagli oceani del pensiero, ma il piccolo dramma di fantocci che
intenerisce con spontaneità, la piccola burla di parole che allarga la
bocca e facilita la digestione...
Sicuro, io vi parlo non per altro che per dar tempo alla mia bella Dama
di vestire l'undecima sua veste, e faccio un po' di teatro in questo
momento anch'io, un po' di libro, se volete, un poco di parole insomma,
per farvi passare senza che ve n'accorgiate un quarto d'ora di tempo,
attesochè lo scopo della parola non è mai di «creare» bensì di «far
passare» un pensiero.
La vita ineluttabile cammina da sè contro quel maraviglioso edificio
di parole, (certo il più bell'edificio che l'uomo costrusse), e che
appunto si chiama teatro, libro, metafisica, religione, filosofia...
l'urta e non lo rovescia, anzi vi passa traverso, per la buona ragione
che questo edificio miracoloso, al di fuori è fatto d'aria, e dentro è
vuoto...
Sono un po' scettico, voi dite?... Sì, me ne accorgo infatti, e
fischiatemi!... quantunque io non faccia che ripetere con fedeltà le
parole che mal mi presceglie questo enigmatico Suggeritore.
Senonchè la Nuvola s'alza, e rivedrete Colei che fa comprendere la
bellezza del teatro, la musica delle parole!»
Infatti la scena rappresenta un teatro; si vede una fila di palchi, e
per iscorcio, la ribalta. Vagamente laggiù cresce un giardino, piovono
foglie rosse tra l'autunno degli alberi trasparenti, una reggia guarda
con finestre balenanti la sua fontana polverosa: due voci cantano
l'Amore, favola di tutte le musiche, musica di tutte l'età.
Nella fila dei palchi, uno splende così forte che sembran convergere
ne' suoi specchi tutti i lampadarii del teatro; vi siede in piena
gloria la Dama di Luce, bellissima etèra Meridiana; il profumo del
suo ventaglio bianco muove delizia intorno a quelli che sono con lei.
V'entra pure il Cavalier Damo, poichè il palco illusorio è posto in
modo che sia quasi a confino con la ribalta vera.
Da tutto il teatro illusorio si appuntano i canocchiali verso di lei;
grandissima è l'inquietudine di quella sala, dove lo spettacolo assai
poco si ascolta perchè il guardarla è più bello che udir cantare,
come l'essere da lei guardati è maggiore dolcezza che perdersi nella
sinfonia.
Sono venuti a visitarla signori d'alto lignaggio e tutte le più
cospicue persone che per ricchezza o per ingegno godano rinomanza
nella Città; vengono ed escono per dar luogo ai sopravvenuti. Ma uno vi
rimane assiduo, non di parapetto ma presso lei, quasi nascostamente,
per sottrarsi alla curiosità importuna che il solo mormorio del suo
nome fa nascere per il teatro. È uno scrittore magnifico e nominato
per l'orbe, uno di quegli uomini che morendo invidieranno solo sè
stessi. Ed egli ammira la veste gloriosa della etèra Meridiana, poi la
corteggia mansuetamente.
Or questa veste brucia come fosse un rogo di luce bianca od avesse
nelle trame del suo tessuto quel brillare che fa la polvere d'una
fontana traverso un raggio di sole. Volerne descrivere il disegno
sarebbe troppo difficil cosa, poichè la veste non è che lei stessa ed
ella medesima è tutt'una con lo splendore dell'abito che porta. Ella
non fece che vestire il suo corpo d'un involucro bianco e fu bella di
tutto quell'artificio che può radunare la semplicità; il vestito le
si accompagnò alle membra come una musica va insieme con la parola
cantata. Ella non deve ora più niente all'artefice della sua veste,
perchè l'immagine d'una simil veste nacque all'artefice da lei; questi
vi mise dentro la sua bellezza in pensiero, ma nessuno avrebbe mai
conosciuto il sogno dell'artefice se la involontaria bellezza di lei
non fosse nata nel colore di quel bianco, nel drappeggio di quella seta
morta come una viva necessità.
Dice il Compare:
«Guardatela, poichè la Nuvola è per discendere... fra poco non la
vedrete più. La bellezza, voi sapete, si guasta e si logora di chi
la guarda; perciò conviene che tra gli uomini passi rapida, lontana.
Essa più che tutto ha paura dell'abitudine, vero ed unico vizio dei
sensi, malattia che sciupa l'universo. E per tal modo comprenderete
come il pudore le sia necessario meglio che alla virtù. Quando avrete
per lunghissimo tempo respirato nel profumo e tra un contorno di rose,
— cioè in quel respiro e in quella vista ch'io credo la migliore del
mondo, — sarete vicini ad aver spenta la divinità delle rose e propensi
forse a gustare con ebbrezza l'odore noioso d'un cavolaio.
Guardatela dunque con intensità, finch'ella è un giardino di bianche
rose!»)
=Lo scrittore celebre:=
Ho tanti lauri che ne sono stanco.
Io possedetti la Bellezza e la Gloria come veneri nude, gridai nel
mondo la parola incorruttibile, brillantata come diamante, materiata
quasi d'arcobaleno e di fiamma, che forse potrà separarsi dalla
perpetua geminazione delle sue nascite per vivere di bianca solitudine,
alta e lontana da quel colore di scordamento che sul fuoco dei più
tersi cristalli raduna il tempo dimentichevole.
Io sono stato un vandalo, rapace ma grande, che per vestire la mia
Statua della Bellezza cento imperatrici e mille schiave impunemente
spogliai! Ora la Statua Perfetta è fastosa e luccicante come la
gioielleria d'un satrapo orientale, come il tesoro inaccessibile d'una
chiesa bizantina.
Ho tanti lauri nei mio giardino, Banchieri!... che ne sono stanco.
Banchieri!... adesso faccio come voi: speculo con le ricchezze degli
altri; è più semplice, molto... più comodo, assai... e talvolta cápita
perfino di pescar tra i cocomeri una melagrana più rossa, che quelle,
dal riso dionisiaco, melagrane apollinee dell'Albero mio!
Ho tanti lauri che ne sono stanco...
=L'uomo che fabbrica gli epigrammi:=
È giusto: voi siete con magnificenza «il Cavaliere de li Spiriti
altrui...»
*
* *
(Dice il Compare:
«Sventura vuole che il patto da noi concluso con l'estraneo Cavaliere,
libertà gli accordi o licenza di molestarvi tante volte quante a lui
piaccia. So che pure nella seconda sua parlata Egli vi fu discaro,
sebbene cercasse di trattar cose che più vicine stanno all'anima di
chicchessia. Ma il suo torto fu di scegliere una forma nebulosa e di
mettere troppo studio nell'armonia delle frasi, le quali armoniosamente
ristuccarono. Gli è poi cosa molto infetta di necrofilia quella di
pretendere che ogni ben pensante uomo, a guisa di cimiterio ambulante,
porti un cadavere in sè, — sia pur questa una vaga e profumata morta,
e ghirlande le si diano quante ne intreccia la primavera.
Ma non possiamo rompere il nostro patto; e per di più a quest'ora
che le vie son deserte, almeno di personaggi notevoli, non sapremmo
in verità quale maschera inviarvi, la quale possa con maggior brio
disannoiare il tempo che la Dama di Luce, bellissima etèra Meridiana,
si cinga intorno al flessuoso corpo la dodicesima sua veste.
Ora e poi, quest'Uomo promette che verrà per farsi conoscere. Non più
nel buio perfetto, ma questa volta nella penombra Egli dice che viene
per discorrere con voi. Verrà, chiuso fino al mento nel suo mantello
buio, con la maschera su gli occhi e un po' lontano dalla ribalta
nonostante la fiochissima luce. Ma vedrete almeno la sua figura come un
ritaglio buio nell'ombra, vedrete almeno i suoi movimenti, l'altezza
della persona, il disegno delle sue membra. Forse vi giungerà un
poco più chiara la sua parlata, perchè anche la parola, sebbene muova
incontro ai timpani, pur s'agevola e molto si rischiara con la luce.
Tutto è oscuro nel buio, anche il suono. Egli vi parlerà prontamente,
senza preamboli, da persona che sia per andarsene. Ricordate il suo
motto rigido?...