Pausa.
Gli Archi elettrici di colpo
sono spenti.
Un Violino canta solitario
lontano.
Buoni e piccoli amici miei, sparsi per la terra grande che ho
traversata sognando, immaginate ancora una volta la malinconia del mio
cuore nomade, che viaggia dentro di me senza morire nè vivere, cullando
una profumata morta nel suo letto più voluttuoso, nella coltre fatta
con il mio spirito per lasciarla dormire, nel vuoto sacrario d'una
tomba che soltanto è rovina, ma che a volte per lei s'inazzurra come un
bel cerchio di paradiso!
Talvolta per divertire costei che dorme, bella tra le sue fasce morbide
com'era bella in vita, io l'adagio in una stellata vetrina di limpidi
cristalli, pieni di rogo e di sole come se ancora chiudessero in sè
l'anima della fiamma che li produsse; con paura l'adagio in questa
vetrina stellata al pari d'una bella morta nella sua veste nuziale,
con il capo alto su tre guancialetti morbidi così che senza fatica
possa chiaramente guardare nel mondo. E vado in giro di lei scotendo
incensieri di profumo, adunando a' suoi piccoli piedi le ghirlande più
voluttuose che manda la primavera.
Io l'amo, questa piccola morta; è il mio cimitero nascosto; è la donna
che amai.
Talvolta nei giorni d'estate, quando l'ora scende tra una fiamma
di nuvole dagli orli di fuoco ed il colore dell'ombra pénetra per
l'emisfero dondolante come le ventate immense di profumi che dalle
praterie di montagna salgono per invadere l'azzurrità, quando
l'ebbrezza del polline ubbriaca i giardini e dalle case degli uomini
cominciano i frastuoni a volar via, quando la sera come una voce senza
limiti porta verso le vertigini del sentimento i sogni che non possono
dormire... talvolta io siedo presso il capezzale della mia piccola
morta, e guardandola nel suo profilo perfetto incomincio a parlare con
lei.
Non le parlo con parole definite, poichè, sia pure nel lirismo, la
parola è troppo rozza per esprimere alcune malinconie; ma come da un
violino invisibile, di cui le corde fossero i miei sogni ed archetto
l'amore, a questa morta lontana e prossima suono le canzoni più
inverosimili che musicista compose mai.
La morta che dorme nel mio cuore come la bella nel bosco addormentata,
per un prodigio di musica e d'evocazione lentamente rinasce dalla
morte, muove come da un letargo vinto il collo soavissimo, dischiude
le labbra respiranti, apre gli occhi d'una volta, i calmi occhi d'una
volta, e nel suo miracolo mi guarda.
Sapete voi chi sia questa bella nel mio cuore addormentata? Volete voi
conoscere la sua storia, o nomadi amici dispersi per la terra distante?
Camminava. Era una Bellezza venuta per traversare il mondo, per dare
a qualche anima tetra la pace ch'ella portava con sè. Camminava con
una forza disperata, con un viso di sfinge, mascherata e limpida,
senza peccato ma forse crudele; camminava con voluttà e con sperpero,
incomprensibile, accanita, come portasse nel cuore la tempesta ma nel
colore degli occhi una infinita serenità...
Un giorno di sua mano si spense.
Morì nella primavera della città più grande, morì sola, senza gettare
un grido, come si esce da un giardino.
Aveva buttato in faccia alla vita la sua bellezza terribile, come
una donna irata lancia un mazzo di violette fragranti su la bocca
abominevole dell'offensore. Aveva detto di no al destino che la voleva
sottomettere, s'era uccisa con enigma e con splendore, come da sè,
prima di lasciarsi vincere, s'uccidono i veri Ideali.
Ecco perchè le canto canzoni tra un profumo d'incensieri e di
ghirlande, nei crepuscoli dei giorni d'estate.
Personaggi della Commedia, Maschere in cerca del carnovale per la terra
distante, non avete forse ancor voi «una morta che vi dorme nel cuore
come la bella nel bosco addormentata?»
Cercatela e datele fiori, ch'ella dev'essere in voi, perchè nessuno può
viverne senza, come senza di lei non vive
il Cavaliere dello Spirito Santo.
=Vale nec parce, spectator!=
Pausa.
Tra la fiamma degli Archi
nereggia sparendo il suo mantello
buio.
*
* *
(Quivi, riaccesi gli archi elettrici, vedesi che la scena rappresenta
un serraglio di bestie feroci durante la rappresentazione di gala,
in una di quelle fiere suburbane che il nobil fiore della città per
tradizione ama di visitare. Così, rimpetto al gabbione centrale tutto
inghirlandato di lampadine elettriche, sta raccolto un pubblico assai
raffinato e ciarliero: giovini ufficiali e giovini di mondo con le
loro amanti, signorine con istitutrici, dame in crocchio ed operosi
cavalieri che le salvaguardano in quei paraggi fuor di mano dalle
insidie molteplici dei contatti plebei. Su l'impalcature a tribuna dei
secondi e terzi posti fa ressa un gran popolo che svillaneggia le dolci
fiere sbadiglianti nelle lor gabbie anguste. Una maledetta orchestra
di flauti e tromboni fa più male ai timpani che la risata malvagia del
giaguaro, il pianto canino dello sciacallo ed il singhiozzo famelico
della iena, mentre il banditore che su l'ingresso fa sbertucciare una
scimmia, grida con iraconda raucedine che lo spettacolo incomincia! Un
bambino, che ha l'imprudenza d'allungare la mano verso le barre contro
le quali sonnecchia un leone accidentato e polveroso, vien redarguito
con una burrasca di «teufel! teufel!» da una specie di bestiario
alemanno che porta un mezzo camicione blu e va rovistando le gabbie con
un lungo arnese di ferro terminato a bidente; tutta la scala cromatica
delle bestemmie ferine lo accompagna man mano ch'egli s'avanza di tana
in tana. L'orso passeggia nel corridoio a braccetto del suo custode,
si dondola e guarda le belle donne; la zebra mangia nel palmo d'un
sergente di cavalleria; il canguro batte le sue manine facendo un salto
avanti un altro indietro, per la tirannia dello spazio; l'elefante ha
un grande successo personale con la furberia della sua proboscide; il
gabbione delle scimmie attira il maggior numero di curiosi, forse per
la speranza inconfessabile di vederle abbandonarsi ad alcuna delle loro
preferite oscenità.
Ma quasi più che le prodezze o gli stiracchiamenti dei feroci animali,
occupa di curiosità il pubblico la straordinaria eleganza della Comare,
bellissima etèra Meridiana, che pare a bella posta essersi adornata
di tutto quanto il regno animale fornisce con rassegnazione alla
civetteria della donna. Piume d'uccellini microscopici che in duecento
non fanno un pennacchio, pelurie di sott'ala strappate vive ai marabù
perchè sien più soffici, oppure quella pelliccia della doppia morte che
fa uccidere la madre onusta con il suo pargolo non nato, affinchè la
pelle che non vide il sole possieda la tenuità d'una carta velina e di
pelo sia così docile che sembri temere un soffio.
Questo costoso e molle «breitschwanz», pelliccia della doppia morte,
raso dell'agnelletto di Siberia, che traluce e svaria da sè, pieno
d'iridi e pieno di fiori simili nel disegno a quelli che fa il gelo su
le vetrate, questo è il mantello che trascina sopra una rude scranna da
serraglio la bellissima etèra Meridiana, lasciando che ne piova sino a
mezzo il dorso un collo d'ermellino così dovizioso e nitido che sarebbe
impossibile non guardare a lei, per quanto spalanchino fauci sanguigne
le splenetiche pantere.
Una pioggia di paradisi le rabbuia la nuca, tenuti fermi nel feltro
del cappello da fibbie in filigrana di diamanti; i suoi stivaletti
a bottoniera han l'asole cucite con filo d'argento e i bottoni
son diaspri o topazî varianti che accompagnano il colore pressochè
indicibile del cuoio, del cuoio ch'è fatto come d'una composizione di
materie soavi, nelle quali entrino a far parte viole di Parma e rose
tea, quel viola e quel giallo dell'indaco sciupato e dell'oro spento.
Ciò che della sua veste apparisce è una specie di damasco arricciato
e mutevole, con trame di fiori che paiono abbracciarle il busto. La
borsetta a maglia d'oro che regge al polso è un lavoro d'oreficeria
fino come un pizzo, e la mano sua non inguantata risfavilla di tanta
luce che forse il pitone se ne incanta.
Il Cavalier Damo è severamente abbottonato in un soprabito scuro, dal
quale il sarto del re d'Inghilterra volentieri prenderebbe ispirazione;
la sua cravatta è di quelle che si fanno a gala, punteggiata ma
pressochè invisibilmente; il cappello tondo ha quella giusta piegatura
d'ala che conviene all'anno in cui viviamo, e la tondezza precisa che
dettò l'arbitro cappellaio londinese. Portar fiori dinanzi alle fiere
non sarebbe cosa gran che designata, e vedremo che all'occhiello il
Cavaliere della Films ha messo il piccolo nastrino rosso della sua
decorazione, come si usa in Francia.
La scena è collocata in modo ch'egli si trovi presso all'etèra
bellissima, Dama della Doppia Morte, ma poco lontano altresì dal
proscenio, e trascorso appena il tempo sufficiente perchè il pubblico
del teatro si diletti con il piacere degli occhi, egli s'avanza e dice:
«Dame Compiute, Nobili Uomini, per far cosa che un poco divarii dalle
consuete ammaestranze di fiere, io, — che per avere trascorsi molti
anni nell'Affrica tenebrosa e nella indomita Borneo press'a poco
intendo l'uniforme linguaggio delle fiere, — mentre voi con gli occhi
osserverete le bellissime giullerie ch'essi animali fanno, io grado
a grado e fin dove comprenda vi tradurrò a puntino le cose che vanno
dicendo. Caso mai fossevi taluna celia che rischi di suonare oltraggio
per noi cristiani, vogliate vi prego indulgere alle fiere, le quali son
use da chissà mai quanti mill'anni a deridere l'uomo, poich'esse, le
maligne bestie, a maraviglia intendono il parlar nostro, ma sanno pur
troppo che non su millantamila un sol uomo si trova, dal quale venga
inteso il conversamento ch'esse fanno.