Ecco, e la Nuvola s'alza.»)

=Entra il Coro delle Belle Ragazze Notturne:=

(_Nell'Orchestra in sordina il rumore della strada, cupo e forte._)

Fernanda Smeralda e Mimì

sono fioraie della via,

vendon ad ogni manigoldo

il fior d'amore per un soldo.

Sciaman fuori all'Avemmaria,

rincasan ch'è già chiaro il dì,

e dicono: — «Bravo signore,

comprate il mio piccolo fiore

che sa odore di pacciulì!»

Un crespo di capelli finti,

un'occhiataccia d'occhi tinti,

fan: psst! al cagnetto Buby...

e son fioraie della via

Fernanda Smeralda Mimì.

Avevamo un protettore: Francesco Crispi. Per sciagura dell'Italia

Francesco Crispi è morto.

Adesso i nostri protettori ci prendono a legnate, vogliono vestirsi

come il Principe di Galles, fumare come il Gran Turco. La squadra

del buon costume ogni tanto ci sfratta in branco ed in malo modo come

bestie contagiose, ma siamo farfalle notturne avvezze a quei trenta

lampioni e torniamo ad una ad una sul nostro marciapiede perchè ci

soffoca tetramente la nostalgia della città.

Abitiamo, ai quarti piani delle case ambigue, certe camerette sinistre

dove c'è una catinella che dondola nel suo cerchio di ferro, un

asciugamano giallo, un canterano mezzo vuoto che scricchiola, con

sopra una boccia di cristallo appannato, un ferro per farsi i ricci,

qualche spillone rotto, una fotografia. Si sente l'odore della

povertà e l'odore tenace dei visitatori che vi rimangono venti minuti.

Qualchevolta sul davanzale della finestra nasce un geranio tisico,

spuntano da un piccolo vaso le foglioline dell'erba ruta. Il nostro

scendiletto, su l'ammattonato ruvido, rappresenta quasi sempre un

geroglifico di pomi od un intreccio di grappoli d'uva.

Quando si muore, i preti hanno schifo di toccare il nostro letto, i

medici guardano attenti se qualche moneta ultima luccichi sul tavolino,

tintinni ancora nelle tasche della borsetta vuota. Così è.

Nei sifilicomî si vede la miseria del mondo, la disperazione del mondo,

assai più che in galera. Così è.

E lo scopo della nostra vita è di salire quante più volte si possa in

una notte quelle nostre scale buie fredde anguste, con un cerino fra

le dita, mentre un uomo silenzioso vien dietro e nel salire ci tasta i

polpacci.

E il difficile della nostra vita è quello di soffermare sul

marciapiede, all'angolo d'un vico deserto, il nottambulo di buona

volontà. Fin che abbiamo venticinque anni ci lasciamo vedere di faccia,

sotto un lampione; poi di profilo, a testa bassa, dove la strada è

buia.

E la bellezza della nostra vita è d'avere un amante anche noi, che ci

faccia male ma che ci faccia piangere, che muova nelle nostre amiche

più giovini qualche gelosia, che abiti per più di venti minuti la

nostra vita deserta.

Bere con lui verso il mattino, dietro l'invetriata fumosa d'una

bottiglieria notturna, — quando già le strade cominciano a popolarsi

d'ombre veloci, e quando fra poco avremo sonno, — bere con lui che

bestemmia una tazza di caffè bruciante, un bicchierino di mistrà forte,

questa è la gioia che possediamo noi, malvagie creature senz'amici nel

mondo.

Portiamo, quando son arrivate fino alle nostre piccole sarte, le mode

faticose delle signore parigine, che non lasciano camminare come Dio

volle o che nelle notti d'inverno ci fanno rabbrividire dal freddo.

Se un piccolissimo cane bizzarro diventi nostro e qualcuno gli faccia

male, siamo pronte a batterci ferocemente per lui. Dove c'è da rubare

si ruba, o talvolta, se un uomo vuole, si ammazza. Siamo già così piene

d'infamia nella stima degli altri, che fra il delitto e noi c'è ben

poca distanza.

Il giorno più triste dell'anno è la sera di Natale; a messa, quando

l'organo canta, si piange di malinconia.

Noi siamo fuori dalla legge, il nostro diritto non esiste: mentre

di tutte le colpe la società studia un perdono, a noi, se anche siam

timide, nessuno parla mai di perdono.

Del resto non lo vogliamo! è un torto credere che si diventi a poco a

poco la Bella Ragazza Notturna, è un torto pensare che siamo colpevoli:

si nasce così...

E son fioraie della via

Fernanda Smeralda e Mimì.

=Il Negro che ha il diavolo nei piedi:=

I poveri negri sono la gente migliore del mondo: sanno fare tutte le

musiche più difficili con la suola delle scarpe, sanno dare coi pugni

certi «swings» così terribili che nessun bianco può sopportare; ma i

negri sono buoni e picchiano soltanto quando son ubbriachi.

Noi vogliamo bene ai bianchi, non troppo in verità, ma quel tanto che

possiamo, perchè hanno molti buoni dollari e molte belle donne tutte

bianche; loro invece vogliono farci andar via dalla terra dicendo che

beviamo troppo gin.

All right! Bisognerebbe dunque picchiarli di santa ragione anche prima

d'aver bevuto il buonissimo gin!

Oh, guarda che bella ragazza! e mi chiama biondo!?... Biondo io?...

veh! non me n'ero mai accorto!

=Il vegetariano:=

Come avrei potuto far parlare di me le mie conoscenze qualora non

avessi fatto il vegetariano? Si dice d'un uomo che vegeti quando mangia

ogni sera la sua fetta di manzo e vi tracanna sopra un quartuccio di

vino. È un controsenso: quel mangiatore di cadaveri fa la iena, mentre

chi vegeta sono io.

La carne offre già bastevoli tentazioni senza che la si mangi, e co'

prezzi attuali di questa merce sanguinolenta l'idea vegetariana farà

passare qualche brutto quarto d'ora a quegli scannatori cotidiani che

si chiamano macellai.

Nel regno vegetale sta l'avvenire dell'uomo; il Codice Napoleonico

potrà essere venduto all'asta quando tutti si nutriranno di bietole

o di spinaci; vivremo certo meglio, forse più a lungo, e faranno

fallimento i dentisti.

Per capire la civiltà bisogna crearsi una pancia moderna.

Oh, guarda che bella ragazza! E mi chiama: giovinotto! Vado per i

quarantasette... ma ecco i vantaggi della mia dieta! Vegetariano sì,

tuttavia la carne in letto mi piace, anzi me ne piace molta.

=Il bibliotecario:=

Il libro è ciò che rende vere per sempre le cose non vere del mondo.

Oh, guarda la bella edizione! rilegatura di lusso! Olà! se non costasse

troppo caro per la mia borsa... E mi dice: moretto!... Moretto io? se

non ho un pelo?...

=L'uomo che ha «la sua» concezione del mondo:=

In principio v'era un circolo di fuoco.

In questo circolo cadde un granello di materia ch'era il Nulla e parve

Materia perchè il fuoco non aveva mai conosciuto in sè nè all'infuori

di sè, altro che fuoco.

Ma il granello era incombustibile e in dodici milioni di quadrisecoli,

col vento che faceva roteando, spense una gran parte del fuoco.

Il granello era il Centro; nel Centro v'era l'Immobilità; l'Immobilità

roteava; il movimento fu Dio.

Allora il granello divenne un pugno di materia, il pugno divenne la

montagna, la montagna divenne l'astro, l'astro divenne l'Infinito.

Dopo settecentotredici bilioni di quadrimillennii, uscendo l'elissi

mondiale dalla sua decima fase risolutiva, nella materia entrò il

Soffio, cioè il movimento non più roteante bensì verticale, e quindi

capace di generare la Vita.

Fu allora che apparve su la Terra già decrepita, l'animale Anteuomo,

grande come una sovrapposizione di almeno quattro mammuts, con

un occhio solo su la sommità del cranio ed una barba tale che,

incendiandosi, bruciava per oltre ventiquattr'ore.

Il resto ve lo spiega Darwin.

Oh, guarda che bel fossile! Cosa dice? se vogliamo andare a

divertirci?... peuh... peuh... e perchè no?!

=Il domestico del signor Principe:=

Voglio permettermi di dire una sentenza del tutto nuova, ed in

francese, lingua che pronunzio molto bene:

«Il n'y a pas de grand homme pour son valet de chambre.»

Oh, guarda che tipetto chic! Per stasera che son libero non mi andrebbe

neanche male... Come dice?... comment, comment? vous êtes Française?...

oh, mademoiselle!...

*

* *

(Quivi s'avanza verso la ribalta il Compare, Cavaliere della Films, che

volge all'uditorio queste affabili parole:

«La cura somma che ho di non offendere con equivoche argomentazioni o

con evidenza di cose non timorate i fini timpani e i verecondi occhi

delle Nobili quivi convenute Patronesse nostre, mi vieta che la Nuvola

tardi oltre nello scendere su queste ambiguità stradaiuole. E scenda la

Nuvola con ispessore, più rapida che non salì!

Volge nonpertanto la decima ora della Commedia, nè potrebbe la

Dama ch'io servo rimanere oltre senza mutarsi d'abiti. Le strade a

quest'ora, Messeri e Nobildonne, sono pressochè deserte in vicinanza

del teatro; a vero dire non saprei qual personaggio mandarvi alla

ribalta, che non vi sia causa di sbadigli, bensì vi disannoi nel tempo

come sapete non fulmineo che la bellissima etèra Meridiana disporrà per

il suo decimo vestimento.

Noi sappiamo che il Cavaliere dello Spirito Santo, nella prima parlata

che fece, non riuscì molto gradito al pubblico, il quale assai più

cose voleva da un tale fattosi annunziare con tanto buio. Lo s'incolpa

d'aver dette improvvisazioni alquanto saltuarie, poi con una forma

or di parabola or di satira che non parve nè limpida nè gustosa.

D'acritudine sopratutto e d'orgoglio lo si accusa per il suo motto:

«Vale nec parce», che modesto infatti non è.

Ma se troppo tedio non vi lasciò negli spiriti questo nomade Cavaliere

dell'Oscurità, ecco Egli mi prega d'annunziare che fra poco tornerà

su la scena, per parlarvi di cose che non saranno l'amore bensì molto

vicine all'amore, e parlarvene chiaramente, sì che alfine possiate

comprendere questo Cavaliere chi sia.

Poichè aveste la buona grazia di ridere a la celia del negro che

s'intese chiamar biondo, vogliate, amabili Patroni e Patronesse, ridere

con altrettanta schiettezza delle cose ch'Egli vi dirà dall'ombra, con

l'intendimento particolare che la seconda sua parlata sia triste.

Il Cavaliere dello Spirito Santo: Storia d'una giornata · 第 11 / 24 题