Ecco, entrano.)

=L'autore fischiato:=

Il pubblico dei teatri non è la folla passiva che assiepa le arene

gl'ippodromi le assemblee le piazze le chiese; il pubblico dei teatri

diventa un personaggio attivo che nessun autore drammatico ha mai

saputo conoscere a fondo.

Decidere qual'è il cavallo che tagli per primo il traguardo, non è —

almeno in massima, — un'opinione; decidere invece qual sia la commedia

che meriti applausi e quale fischi è nettamente un caso di suggestione

collettiva, d'arbitrio veloce, d'istantanea psicologia.

Il buon successo, è la commedia che dispiace ad uno contro due;

il cattivo successo, è la commedia che dispiace a due su tre;

le commedie che mandano in delirio sono con indifferenza capolavori

d'astuzia o di poesia;

le commedie che fischiano tutti, sono — certamente — irreparabili

asinità.

Osservando bene la sala d'un teatro nelle sere di prime

rappresentazioni ci si accorge che l'autore si dà l'aria d'un

giudice, il pubblico l'aria d'un giudicato. Mi spiego: l'autore cita

il pubblico, giuria pagante, a risolvere un dramma; l'autore, solo e

terribile nella sua toga declamatoria, sta su la scena per vedere cosa

ognuno sappia rispondere alle sue domande stringenti. Lo spettatore ha

paura di compromettersi, tentenna, tergiversa, guarda volentieri quel

che fa il vicino, ripete volentieri quel che affermano i commentatori

più loquaci.

Benchè la faccia complessiva del pubblico sia truccata e mobile come

quella del comico, su questa faccia corrono momenti vivi di rossore,

d'angustia, di vergogna, di perplessione, finchè per un fenomeno oscuro

la forza dei più numerosi vince, la lacrima diviene pianto, il riso

ilarità.

Se fossi un pittore vorrei dipingere la faccia delle platee.

Ma non sono che un povero autor fischiato, e non ho ancor veduta, se

non per il buco del telone, la faccia delle platee.

=L'uomo di governo:=

L'uomo viene al mondo con la mania di salire al governo, perchè il

piacere della vita è di stare sopra gli altri.

Nel sistema metrico decimale vi sono due numeri importanti: Uno e

centomila.

Dai giorni di Babele sino a quelli di Bebel tutta la cronistoria

del genere umano si riduce alla perpetua contesa dell'Uno contro i

centomila, dei centomila contr'Uno.

Molti han parlato d'anarchia come d'una efferata e nuova bellezza

del pensiero moderno. Ma Bruto, — sebbene la storia gli abbia dato un

altro nome, — Bruto era più nudo anarchico di Caserio, e nell'esercito

d'Alessandro il Grande conquistatore dell'Asia militavano tanti

anarchici petrolieri quanti oggi non ne raduna la santa Moscovia di

Niccolò.

Assourbanipal, autocrate di tutte le Assirie, questo grandioso

plagiario padrone del mondo conosciuto che fece copiare le Piramidi

e il Tempio di Rhâ da' suoi architetti decadenti, questo magnifico e

dolce Nerone ch'ebbe tutta la vita l'ossessione di somigliare a Ramsete

II, poche leghe fuori dalla vertiginosa Ninive, per la bassa valle

del Tigri, aveva nel riottoso Elam i suoi filosofi nichilisti e la sua

piccola Patterson.

Dunque l'anarchia non distruggerà i Governi.

=Il re in esilio:=

La piccola valigia che porto è piena di calze rattoppate; cammino come

Diogene con una lanterna in mano; però non cerco l'uomo, io cerco il

Diritto Divino.

=Entra il Dialogo fra Calunniatore e Calunniato.=

— O Egesippo, che male ti feci mai, perchè tu vada spargendo ai quattro

venti la mia diffamazione? Tu racconti ch'io trovo da vivere vendendo

agli amici danarosi l'onestà della mia legittima consorte: questo è

sì poco vero che, se un uomo le facesse affronto, io gli sparerei nel

petto a bruciapelo!

— Buon Demetrio, giuro sui Sette Sacramenti che questa chiacchiera

non l'ho bandita io per le strade. Apollione, truffatore impenitente,

figlio di falliti e marito d'una ragazza che gli andò al talamo come

si esce da un lupanare, Apollione il quale oggi vive coi denari che

il suocero guadagna esercitando in anonimo una bisca, Apollione tuo

concorrente in commercio è forse una delle fontane onde scorrono le tue

calamità. Fammi la grazia di non tradire questa confidenza perchè sono

padre di famiglia.

— O Egesippo, non dirò nulla, stanne certo. Sono troppi anni che mi

dibatto contro la calunnia; citarmi un nome di più significa solo

accrescere il mio dolore. Qualsiasi cosa io faccia non uscirò dalla mia

veste di calunniato perpetuo, come tu, qualsiasi cosa tu faccia, non

potrai toglierti la fama d'essere un calunniatore. Nasce la calunnia

intorno all'uomo incolpevole come il bozzolo in torno al baco da seta;

quando il bozzolo è fatto, come si potrà mai ritrovare il bandolo del

primo filo?

— Buon Demetrio, la calunnia, quest'arma forte e sicura che uccide gli

uomini a distanza, non fu mia ne' tuoi riguardi, e mi puoi credere per

quello che ti dirò. Me ne sono infatti armato parecchie volte, quindi

la conosco. M'hai creduto l'origine della maldicenza che ti tormenta

perchè a tutti son noto come un terribile calunniatore. Infatti lo

sono; mi piace avere in mia mano l'onestà degli altri, nella quale

non credo; ma su te, buon Demetrio, forse per avventura non apersi

bocca. Inoltre senti: non c'è mai nessuno che inventi una calunnia, le

calunnie volano in giro da sè. Guarda, io cammino per le strade con

un fiore all'occhiello, con la sigaretta in bocca, e nel camminare

ascolto. Ascolto; l'aria mi viene a dire: quella tale è l'amante del

tale; Tizio truffa Sempronio; Caio sodomizza Martino. L'aria mi viene a

dire che c'è un sotterfugio nella tal faccenda, un'ambiguità nel tale

testamento, un ricatto nella tal lettera d'amore... Non puoi credere

come l'aria conosca tutti i segreti della sua città! Mi osserverai che

i tre quarti, se vogliamo, di questi episodii non sono cose vere? E sia

pure, te lo accordo; ma corrono, volano, l'aria li sa. Puoi chiudere

tutte le finestre all'aria? Puoi soffocare la sua voce volubile, vasta,

che filtra per ogni serratura? E chi le inventa queste calunnie?

Altro mistero. Non io certo, buon Demetrio, non io che faccio il

calunniatore!

— O Egesippo, e dunque perchè lo fai?

— Buon Demetrio, per molte ragioni. Talora per inavvertenza. L'aria

m'ha soffiato nei timpani una favoletta graziosa, ed io senza troppo

esaminarla, così, tra il fumo d'una sigaretta, la ripeto. Altre volte

perchè non conosco la persona designata nè mi preoccupo del male che

possa venirle; oppure perchè appunto la conosco, non è di quelle che

amo, e calcolo fumando la mia piccola vendetta. Se bene osservi, o buon

Demetrio, ti accorgerai che due persone le quali parlan insieme oltre

i cinque minuti van sempre calunniando qualcosa o qualcuno, perchè

nella vita c'è un istinto di sopraffare gli altri che non dorme quasi

neanche nel sonno e, secondo le battaglie, afferra l'arma che può.

Nelle conversazioni degli uomini l'argomento è sempre uno solo: parlare

«di sè» o parlare «per sè», quindi, rovesciare gli altri. Esamina la

tua coscienza, buon Demetrio, e vedrai che forse, tu vittima, sei stato

sovente il sacrificatore.

— O Egesippo, talvolta mi son difeso con impeto, e per difendermi

dovetti assalire.

— Buon Demetrio, hai fatto bene; hai fatto solamente quel che faccio

anch'io.

=Lo studente mondano:=

Mi mette in un grave imbarazzo, bella signora! Trovarle un aforisma,

una sentenza, un pensiero d'uomo celebre per il suo album d'autografi?

Ne so tanti che non saprei quale scegliere... ecco, le scriverò un

motto di Niszche: — l'imperativo categorico sono Io!

=L'erudito:=

Questo motto non è di Federico Nietzsche, ma di Federico Hebbel un

genio appena scoperto e che pare abbia creata la Germania.

Tanto per mettere le cose a posto, Nietzsche si scrive con

ti-zeta-esse-ci-acca (ovverossia: tzsch).

«Niet», in russo, vuol dire: no; «zsche», non vuol dir niente.

Sono sicuro che non vuol dir niente in nessuna lingua, (viva nè morta),

salvo forse in esquimese, idioma che mi dolgo d'ignorare.

NB. Per me l'ignoranza è un dolore, per altri una beatitudine; non

credo quindi ozioso aggiungere che Federico Hebbel (— con due b —) è

nato a Wesselburen nell'Holstein, il giorno 11 di Febbraio dell'anno

1813; verso — (pare) — le nove di sera. Quel giorno — (anzi quella

sera) — nevicava.

=L'adulatore:=

Il signore di La Rochefoucauld ha detto: «L'amor proprio è il più

grande di tutti gli adulatori.»

Io sono dunque «l'amor proprio» degli altri. Quando mi vedete adulare

il mio prossimo, voi credete sempre che vada chiedendogli qualcosa

per me. Non sempre. L'adulazione è anche una gentilezza dell'animo,

una gentilezza servile, ma gentile. Io vedo con molta evidenza i

meriti del mio prossimo, anche i più piccoli, anche quelli che sono

solamente un desiderio, — e li lodo. Fra il pessimista che vi critica

a tutt'oltranza e me che scopro il vostro valore più insignificante,

non son forse nella vita un compagno più benefico io? Sì credetemi, c'è

nell'adulatore uno spirito servidoresco e da ruffiano ma v'è anche un

segno impercettibile di nascosta bontà.

=L'astronomo:=

Più che una scienza, l'astronomia è un istinto della razza umana,

perchè non v'è creatura che passi nel mondo senza chiedersi cosa mai

sono le stelle.

Sono i vertici dell'infinito, lo spazio che non finisce mai. Ma v'è

qualcosa che va più lontano, che giunge anche al di là dall'essere:

il nostro pensiero; e forse le stelle brillano solamente nel nostro

pensiero.

Lo Zodiaco nell'Almagesto era un disegno semplice, ora è diventato un

labirinto come la nostra vita perchè noi complichiamo anche il cielo.

Tolomeo Copernico Keplero Newton sono le spinte per cui l'Universo da

immobile divenne roteante; può darsi che a furia di moto si stanchi e

si torni a fermare.

Bisogna che l'astronomo possieda molta rettitudine per non diventare

un astrologo; noi vediamo infatti succedere cose tanto sublimi ed

inverosimili che siamo tratti ad immaginarne di più inverosimili

ancora. L'universo è appena microscopico per l'uomo che non conosce

l'astronomia; nel cervello d'un uranologo v'è tanto infinito quanto

non ne contenne il sogno d'un popolo morto, l'anima d'una età spenta;

eppure viviamo anche noi delle vostre cotidiane miserie, vicini,

assidui, senza che questo si veda.

=Il frenologo, medicatore di nervi:=

In tutti gli uomini c'è un pazzo; badate che non si svegli. Quando

l'uomo sano fa un ragionamento il suo pazzo interiore cerca di capirlo,

poi gli dice: — Non è vero. Quando l'uomo sano è molto triste il suo

pazzo interiore scoppia dal ridere. Il pazzo interiore ha una grande

ammirazione per l'uomo sano e cerca d'imitarlo, però se questi non

si sorveglia prende il sopravvento ed è il pazzo che crede d'essere

diventato l'uomo sano.

Vi avverto che il ragionamento è un segno di pazzia; l'uomo sano agisce

con istinti ragionativi ma riflette poco. L'amore della gloria è anche

una pazzia.

Vi avverto che la mancanza di ragionamento è anche segno di pazzia; la

donna sana agisce con istinti irragionevoli, ma riflette molto. L'amore

della donna per il sacrificio è anche una pazzia.

=Entra il Dialogo fra il Mercante d'afrodisiaci ed il Maestro di

penitenze.=

Cantaride! fosforo! zenzero!

Cilicio... preghiera... pietà...

— Dioniso ardente, rosso celebratore della vita, ghirlanda barbara e

folle della vittoria primordiale, io Antonio re della Tebaide, re dei

taciturni, ti saluto.

— Antonio angoscioso, nemico acerrimo della parola Voluttà, squallido

epicureo, satrapo della rinunzia, ti saluto.

— Dioniso ardente, forse tu vieni dal Convito che uccide nutrendo, che

ubbriaca i sensi di torpore; lo spirito dell'orgia ti vive nella carne

come la fiamma nei tulipani rossi. Hai sentito gemere la nudità nelle

tue braccia con un grido che non ti parve mai forte, hai voluto che la

gioia ti desse con delirio il suo dolore più vuoto.

— E tu, angoscioso Antonio, forse vieni dall'Astinenza che nutre

spossando, che ubbriaca i sensi di tentazione. Forse vieni da un

sacrario pieno di silenzio, dove il profumo che arde negl'incensieri

è il profumo della colpa, dove la grande ombra dei colonnati è sonora

di musica, dove la parola più casta è gonfia di voluttà. Hai messo

i tuoi nervi nudi a contatto con le frenesie della vita e mentre li

recidi quel gemito che ne sgorga è gioia. Vieni forse dal predicare

che la colpa sia nel desiderio, affinchè nella ricerca dei desiderii da

uccidere la diligenza iscopra fin quelli che non sarebbero stati mai.

Salutami, o suo profeta lontano, il Cavaliere Cristo!

— E tu, suo pertinace coribante, salutami Pan!

— Pan, — forse non lo ignori, — è morto. «Parce sepulto quibusque

cecinerunt!» Io, Voluttà dionisiaca, vivevo prima della sua nascita,

come tu. Voluttà rinunziatrice, prima di Colui che cantò nel mondo i

poemi della tentazione. Noi siamo, l'uno e l'altro, i due fondamentali

colori della vita; l'uomo non può chiamarsi che Antonio o Dioniso,

Dioniso l'inebbriato oppure Antonio il santo. Alle cose del mondo

bisogna ministrare lo zenzero o infliggere il cilicio, altrimenti

sono la morte. Chi di noi sia più voluttuoso, nessuno, mio squallido

avversario, ben sa. E nemmeno chi vi metta più cerebro e chi più

sensi. L'uomo vivendo cerca l'eccitazione, perchè nelle sue midolle

v'è qualcosa che perpetuamente si spegne. Ad alimentare la fiamma

vacillante vi son due materie che brucian come resine: lo zenzero e

quella che tu inghiottivi nel deserto polvere di locuste.

— L'una e l'altra, o Dioniso ardente, le son droghe terribili che

affrettano la morte.

— Ma regalano agli uomini, o Santo, la delizia del piacere artificiale.

I nostri sensi, ahimè, come natura li fece sono povera cosa, quando

il cerebro in essi non scenda e con divini malefizî non li esalti. O

Santo, e la gioia dell'uomo è una finestra pallida che s'apre davanti

all'incendio... l'anima è l'ala dei sensi, il volo di tutto l'essere

verso un impossibile godimento. Noi siamo appunto i Maestri che al

bivio insegnano le Due Strade. Il parossismo è ciò che seduce gli

uomini; ma siccome la natura foggia esseri calmi, per giungere al

parossismo è necessaria, come ti dissi, la droga; i folli son coloro

che in addietro, dal sangue atavico, ricevettero troppa droga. Epoche

intere vanno per la tua sparsa di rovi, o per la mia ricca di pampini

e vendemmiata strada; ma la meta che invano si cerca è sempre una,

chiamala se vuoi salvazione, se vuoi felicità.

— Ben dici, o Dioniso ardente; ambedue traversiamo la Fiera umana,

la rumorosa ondeggiante Fiera ove s'ergono di contro la Basilica ed

il Teatro, dicendo agli uomini dubitosi: «Volete voi vivere con più

respiro e con più sete?» Noi diciamo: «Ecco la droga!» Tu vendi,

o Dioniso, il tuo zenzero caldo, muscoso, profumato, che provoca

delirii fosforici e spossa come l'uccisione; io vendo i miei cilici

freddi aridi aspri, che ognuno da prima respinge finchè l'abuso del

tuo zenzero non gli scopra come il dolore possa divenir gioia. Noi

siamo, hai detto con evidenza, i due colori della vita: perchè una

bellezza sia bellezza, una passione passione, un vizio vizio, bisogna,

o Dioniso ardente, che s'accenda nel colore d'uno di noi. Se l'Umanità

ci mettesse a morte, avrebbe rinunziato a vivere o scoperto Dio.

Cantaride! fosforo! zenzero!

Cilicio... preghiera... pietà.

*

* *

(Ma d'improvviso, mentre nel giardino delle ortensie, di così

variate amenità si conversa, un leggero velario di nuvole scende su

la bocca d'opera ed al proscenio rimangono soli presso la nicchia

del Suggeritore il Compar Damo, Cavaliere della Films, e la Comare,

bellissima etèra Meridiana. Costei dice:

«Fra un attimo il giardino sarà distrutto e su gli sterri delle vaghe

ortensie vedrete correre il marciapiede, il marciapiede formicolante

frettoloso e tardo, pieno di forza e d'indecisione, che serpeggia come

un cavo d'acciaio nel cuore delle capitali camminanti. Sarà verso

quell'ora della sera, quando le vetrine lanciano a gara su l'ombra

della folla su gli asfalti neri la loro luce violenta e livida, mentre

infuria sotto il telaio dei fili elettrici l'ira dei campanelli fra

lo stridore delle cigolanti rotaie, l'ansia delle cornette rauche, lo

schiocco e il sibilo delle fruste, il rumore ondoso delle moltitudini,

lo strillo monotono de' giornalai. E vedrete passare in questa

fantasmagoria di vita crepuscolare, le povere mercantesse di voluttà

che per la strada vendono l'amore. Il marciapiede formidabile come un

torrente in piena le ha prese nella sua corsa torbida, e finchè non

vacillino tramortite, finchè non cadano morte, il marciapiede non le

lascerà.

Dietro queste donne imbellettate, o troppo giovini o troppo vecchie,

derise ma forti, percosse ma brutali, che al volgere di quest'ora fosca

intraprendono la giornata, vedrete alcune maschere del marciapiede

camminar d'un passo frettoloso per inseguirle, o timidamente rispondere

alle lor occhiate procaci.

Il Cavaliere dello Spirito Santo: Storia d'una giornata · 第 10 / 24 题