ATHÈNES.

Incontrare Aristofane in persona al Variétés-Casino di Marsiglia, non è

cosa che cápiti ogni giorno, e fui lietissimo della buona occorrenza.

Egli parlava il francese con un lieve accento levantino, ma le sue

frasi eran sparse d'un sale attico di piacevolissimo sapore, anzi mi

avvenne di riflettere quanta rassomiglianza vi fosse tra la spigliata

galloria di linguaggio dei «boulevards» parigini e il greco antico

degli anfiteatri d'Atene, che m'aveva, ohimè, fatto sudare i miei

buoni anni di liceo. Scendemmo al bar sotterraneo dove mi permisi di

offrirgli un ottimo cock-tail Martini; egli fece qualche complimento,

ma io lo persuasi a non cambiare le sue dracme, visto che avevo nel

taschino molta moneta spicciola.

Durante la rivista, — «Soyons Cannebière!...» «Je m'en f... du progrès,

zut!» — si parlò del più e del meno; dopo, nell'uscire, si venne alle

confidenze. Volle conoscere la mia patria, il mio mestiere, l'età,

l'albergo, l'itinerario, mi domandò cosa facessi a Marsiglia, e così

via. Gli narrai con qualche rammarico di essere un pressochè ignoto

poeta e romanziere della terza Italia, non già che i miei scritti la

cedessero a quelli della celebre Carolina Invernizio, ma insomma perchè

il mondo è così fatto e l'Accademia non li vuole. «Servono, caro amico

Aristofane, a dilettare gli ozî di qualche impiegato del telegrafo,

o ad eccitare l'insonnia delle belle signore afflitte da un marito

sonnacchioso e da un amante troppo metodico... Vi sono molti classici

nel mio paese, che scrivono divertentissimi romanzi, e la gente seria

legge questi. Ma io, caro amico Aristofane, «je m'en f... du progrès,

zut!»

«Le chevalier Aristophane» mi prese allora sottobraccio ed ebbe la

cortesia di dirmi che mi trovava simpatico.

— In Italia, — mi spiegò, — vengo assai di rado, perchè vi ho molti

rappresentanti che tutelano i miei affari e la Società degli Autori

mi manda ogni tanto un vaglia, che naturalmente è sempre ben accolto.

Non certo per offendervi, ma questa Italia è rimasta un gran paese

di zucconi, come al tempo dei Romani, vecchi tangheri. Scusate la

franchezza, mio delizioso amico, ma io son nato in Grecia e non so dire

che la verità...

— Che mai! avete mille ragioni: laggiù si cammina a passi di lumaca,

e solo quando una cosa ha ormai fatto il giro della terra, eccola da

noi che tira fuori le corna. Siamo un popolo che impiega cent'anni

per acquistare una convinzione, un'ammirazione, un'idea, ma quando la

è penetrata nel sangue, nè l'evidenza nè la dinamite non la possono

distruggere più.

«Le chevalier Aristophane» mi strinse il braccio, ed ebbe la cortesia

di dirmi per la seconda volta che mi trovava simpatico.

— Avete moglie? domandò.

— Neanche per sogno! Faccio l'amore all'ellenica, fuori dalla legge,

con molta varietà.

Non so davvero quale significato egli desse a questa parola «varietà»,

ma mi strinse il braccio con più forza e tre volte mi ripetè: ...

simpatico!

La Cannebière infuriava di tanti lumi, di tanta baraonda e strepito e

vivacità, che pareva l'immenso viale d'una fiera di zingari scendente

verso il mare.

— Torniamo in su, — gli dissi, — torniamo verso la porticciola per

dov'escono le attrici del Varietés-Casino; avrei voglia d'invitare a

cena la «Gibson girl» col piedino da mettere in tasca.

Il buon greco ebbe un sorriso affabile ma ironico per questa mia

concezione tutta latina dell'amore, e mi parve che in quel sorriso ci

fosse anche una leggera ombra di gelosia. Nondimeno accondiscese.

Le piccole attrici uscivano con le loro arruffate madri, coi loro

protettori dal pugno solido, coi loro moscardini dai cappellucci

su le ventitrè; alcuna se n'andava sola, in fretta, onesta; molte

occhieggiavano; le più eleganti eran attese da giovini o vecchi

nottambuli; altre, in compagnia di comici, s'avviavano loquacemente a

mangiare in qualche taverna del porto la drogata «bouillabaisse» o la

buona fumosa «choucroute». Ed io non vidi affatto l'indiavolata «Gibson

girl» con il piedino da mettere in tasca. Marsiglia quella sera mi

rifiutava con ostinatezza il suo color locale.

Proposi ad Aristofane che andassimo a cenare in una leggiadra

sciampagneria, là dove rosseggia l'orchestra boema e le tersicori

ospitali siedono alla vostra tavola per pesare con tutta la lor sete,

con tutta la loro voracità sul conto elegante che poi vi porge un

impassibile maggiordomo.

— Delizioso amico, — disse Aristofane, — accetto volentieri tutto

quello che vi piacerà d'offrirmi e tutti gli spassi che vorrete

proporre per lo svago di questa notte che rubo a Morfeo. Domattina

di buon'ora m'imbarco per la Grecia e in forza d'una vecchia usanza

preferisco non coricarmi affatto che interrompere un sonno ben avviato

verso il mattino.

— Che mai? lascerete così presto Marsiglia, quand'io mi ripromettevo di

godere lungamente la buona sorte ch'ebbi d'incontrarvi?

— Benchè immortale, nulla mi scampa dalle traversìe della fierissima

vita! Gli Dei non mi consentono più lunga dimora in questa lieta

Francia che ha risolta con tanta grazia la seccatura di dover vivere!

Anch'io debbo tornarmene a quel mio paese classico, dove ormai cápita

su per giù tutto quello che del vostro dicevate, con l'aggravante che

voialtri avete il buon senso d'andare lenti ma di sapere che siete

lumache, mentre noi, sin dal tempo di Salamina e delle Termopili,

chiamiamo epopea una rissa fra due villaggi, scriviamo dieci poemi

per eternare la storia d'una burlesca infedeltà, e creiamo un Olimpo

immortale con qualche vinattiere ubbriaco nonchè un paio di nude

veneri da lupanare!... Quando Platone venne fuori con la panzana

dell'anima, nessuno si aspettava che l'idea facesse tanta strada;

quando si condannò alla cicuta quello scostumato blaterone di Socrate,

nessuno s'immaginava che la nostra Atene, piccola e pettegola città di

provincia, ne avesse a patire tutta l'infamia che ne patì; Anacreonte,

nel creare il suo repertorio alla Fragson, manco dubitava d'essere

ancora in voga verso i tempi vostri; Saffo, nel fare come la marchesa

di B....... in letto e come la Comtesse de Noailles al tavolino,

sperava per un delitto e per l'altro un poco più di discrezione

storica; le trecento guardie civiche massacrate alle Termopili

meritavano, è ben vero, tutte le punizioni più feroci, tranne quella

d'essere cantate in rima undecima dal vostro bardo Felice Cavallotti,

e il borgomastro Pericle non si sognava mai che la sua mantenuta gli

rimarrebbe sul dosso per tutta l'immortalità... Vi annoio forse?

— Tutt'altro, caro amico! Sono anzi del vostro parere in un modo che

oltrepassa ogni dire.

— Allora non vi farò mistero di niente... Io stesso, io stesso, quando

scrivevo, per esempio, quelle due piccole riviste che si chiaman le

Rane e le Nuvole, certo non spingevo la mia più vanagloriosa fede oltre

la speranza che mi tenessero il cartello per un paio di stagioni su

gli anfiteatri d'Atene. Vi potrei dire la stessa cosa di Sofocle, che

si dava al genere serio, come degli altri, a voi noti quanto a me,

che racimolavano alla meglio da tutto il teatro ellenico e forestiero

quel guazzabuglio di cose che basta per trarne fuori un dramma, una

commedia, un «vaudeville», una «pochade», un «lever-de-rideau» e così

via. L'immortalità ci è venuta addosso come l'acqua a ciel sereno, e vi

giuro per la barba di Giove che se oggi mi provassi con la stessa penna

a scrivere qualcosa di duraturo, certo non vi riuscirei!

Volli adulare la sua bizzarra modestia.

— No, caro amico, — m'interruppe, — non insistete! Ve lo assicura

Aristofane, che se n'intende! Le cose immortali sono quegli

uovi di gallina che per avventura vengono depositati su la china

dell'immortalità: rotolano giù con un andare sempre più veloce, e

non trovano il sasso che li scocci. Ma io vi assicuro che nell'Atene

Palladia vivevano per lo meno dieci uomini di vero genio, che nessuno

allora nè dopo immortalò; mentre ai tempi nostri quel buon Sofocle era

l'autore delle madri nobili ed Euripide spassava tutt'al più i borghesi

arricchiti e qualche isterica vaporosa «bas-bleu». Io me la son cavata

un poco meglio in grazia d'averne dette di cotte e di crude, senza

peli su la lingua e con un certo brio, sul conto di quelli che andavano

per la maggiore; — ma scrivevo un greco che ai tempi nostri era tenuto

per mezzo dialetto e i critici serii non degnavano parlare delle mie

commedie. Io me n'infischiavo altamente, visto che il mio scopo era

la cassetta, e gl'impresarii, con le riviste d'Aristofane facevano

quattrini, mentre col teatro classico d'allora gli anfiteatri andavano

diserti più che oggi, nell'Atene di Francia, la ben affrescata sala

dell'Odéon! Perchè, vedete, l'arte, come la religione, come la moda,

come il codice, come le usanze, come tutto insomma, non ha ragione

d'essere fuori dal suo tempo, ed è infinitamente bestiale chiamar oggi

capolavoro la commedia o la poesia d'un greco, quando non potete più

collocarla se non in mezzo ad un mondo artificiale e non avete più

se non i vostri pregiudizî storici per estimarne in modo grottesco

le bellezze apparenti. L'arte è un'essenza viva che finisce con il

suo tempo, e voi, quando mettete le mani fra cose di migliaia d'anni

fa, rimovete solo dei cadaveri o per lo meno delle mummie assai ben

conservate.

— Saprete nondimeno, — gli osservai, — che c'è nell'uomo il gusto

dell'esumazione.

— Senza dubbio, e v'è un altro vizio nell'uomo più condannevole ancora:

quello di non voler ammettere a nessun patto che lui stesso e tutte le

sue cose debbano essere transitorie. Perciò va in cerca dell'assoluto,

nell'arte come nella metafisica, e piglia certi gamberi che chiamerò,

per dirla con gli ottimi berlinesi, gamberi colossali! — Ma è lontana,

mi sembra, la vostra sciampagneria!

— Nient'affatto; ci siamo passati dinanzi tre o quattro volte

nel passeggiare, ma ho preferito non avvedermene perchè la vostra

conversazione mi distrae.

«Le chevalier Aristophane» mi riprese il braccio che m'aveva

abbandonato, e per la quarta volta ebbe la cortesia di trovarmi

simpatico.

— Dunque, a parer vostro, — feci, — i soli buoni giudici dell'opera

d'arte sono i contemporanei.

— I contemporanei no, perchè tutti i contemporanei, di tutte l'epoche

e di tutti i luoghi della terra, sono un branco di assolute bestie;

buoni giudici sono quelle minoranze d'intelletti geniali che vivono

nello stesso tempo dei creatori d'opere d'arte o in epoche appena

successive; ma non sono quasi mai costoro quelli che riescono a far

prevalere la lor opinione, perchè nel mondo, checchè si dica, prevale

sempre l'opinione delle maggioranze, ossia dei mediocri. E forse, al di

sopra di questi giudici eletti, v'è per l'opera d'arte la consacrazione

della sensibilità popolare, la quale non comprende ma sente. Questa

sensibilità è passeggera e delebile come la folla passionale che

la genera, ed a vero dire quando svanisce l'anima sua, svanisce la

bellezza intrinseca dell'opera d'arte. Il resto è un'eco; il resto sono

quelle piante fiorite, quelle vivande sontuose che gli Egizî mettevan

negl'ipogei per profumare e per dar da mangiare ai morti. Sicuro... e

se le pappavano i sacerdoti!

— Caro Cavaliere, non posso dirvi altro che una cosa: le vostre parole

mi sembrano pronunziate in modo chiaro da una persona oscura che ábiti

entro di me. Vi ringrazio del buon ammaestramento, il quale m'insegnerà

d'oggi in avanti a guardare con occhio più limpido sui valori delle

cose.

— E sopratutto a riderne, amico mio!... perchè il valore delle cose

non è che un immenso riso contenuto, un'immensa ironia repressa, tanto

più grande quanto più il valore è grande. I valori?... oh, che fiabe!

L'uomo ha sempre lasciato passare senza porvi mente le cose più belle

che gli furon dette; ma invece, anche per la bellezza come per la

ragione, ha costruito un sistema metrico decimale, con che si diverte a

far somme, sottrazioni, radici cubiche, logaritmi, e si sollazza quanto

mai vedendo che queste operazioni riescono, cioè che i risultati sono

immutabilmente uguali... Avrei bisogno, se non vi disturba, d'entrare

un momento in questo piccolo chiosco.

L'attesi. E passavano tre vispe Marsigliesi dall'accento e dal passo di

tamburine, le quali parlavano coi loro tre amici di belle cose vedute

al Casino de la Plage. Un odore aspro di pescheria, di conchiglieria

marina, feriva terribilmente l'aria dalle prossime botteghe di

pescivendoli chiuse; un dragone, quasi nuotante nelle due fisarmoniche

de' suoi stivali, trascinava la sciabola sferragliante, che tosto o

tardi vedrà il sangue degli Usseri della Morte; intanto angustiava una

grossa baldracca, la quale non voleva cedere sul prezzo.

— Ebbene, Cavaliere, alla buon'ora!... Non mi avete ancor detto cosa vi

richiama sì presto in Grecia.

— Bisognerebbe vi confidassi apertamente il mestiere che faccio in

questo ventesimo secolo cristiano, ed avrei un certo ritegno a dirvelo

se non mi foste tanto simpatico... Ecco qui: siccome v'è su la terra

una cosa che non muta mai, si chiami dracma o «vingt sous», bisogna per

forza riuscire a guadagnarsene, vi pare?

— A chi lo dite, Cavaliere!

— Dunque se dessi oggi commedie sotto il mio nome certo mi

fischierebbero, poichè l'immortalità, per sua propria natura, è cosa

che appartiene solamente ai morti. Sicchè scrivo per gli altri, mi

faccio ben pagare, ma non firmo. Voi saprete forse che a Parigi, ed

anche altrove, quasi tutti fanno così. Ma io lavoro per Parigi. Ho una

mezza dozzina d'autori molto in voga i quali hanno la bontà di servirsi

alla mia ditta. Vado a Parigi regolarmente una volta ogni sei mesi,

faccio il giro della clientela e sento cosa desiderano. De Flers et

Caillavet, poniamo, vogliono una «pochade»... («il Re», vi avverto,

l'ho scritto io;) ma tralasciamo i nomi ch'è meglio! Dunque X, poniamo,

vuole una rivista per l'Alhambra, Y un'altra per la Cigale, Z una

«revuette» per il Théâtre Michel, e così via... Si chiacchiera un poco

insieme, ci si accorda sul genere, sui denari che posso far spendere

per la messa in scena, sul prezzo che mi si pagherà, e quand'ho la

cartella piena di commissioni prendo il piroscafo a Marsiglia e faccio

per così dire vela verso il Pireo. Laggiù, poco fuori d'Atene, ho

quattro palmi di terra, una bella casetta di campagna, un giardino

rustico, una vigna che matura sotto il clima dolce, ho qualcos'altro

che non vi dico... e là tranquillamente lavoro. Vi avverto, caso mai

v'occorresse, che scrivo anche drammi, tragedie, commedie sentimentali

e borghesi.

— Ah, per bacco! datemi il vostro indirizzo, caro Cavaliere, perchè non

si sa mai!

— Indirizzate pure ad Atene dove tengo un «pied-à-terre»; il portinaio

mi manda la corrispondenza in campagna. Per voi sono disposto a prezzi

di favore, data la grande simpatia che m'ispirate.

E mi riprese il braccio.

— Non sono alieno, — dissi, dopo averci fatto su un pensiero, — non

sono alieno dal tentare il teatro a mia volta, oggi sopratutto che

non v'è persona ben educata la quale non si creda in obbligo di far

qualcosa per le scene. Conosco perfino un ex-analfabeta il quale vi

si esercita, sicchè mi potrei forse concedere questo lusso anch'io,

dal momento che con la roba scritta son, oserei dire, in una certa

familiarità...

— Non avrete che comandare per trovarmi sempre ai vostri ordini.

Vediamo un po', cosa piace a casa vostra?

— Ah... tutto! piace tutto! Purchè ci sia pensiero, molto pensiero,

un'esagerazione di pensiero... Negli altri paesi il teatro è teatro, da

noi è pensiero. Infatti «la Presidentessa» ebbe un esito enorme.

— Non faccio per vantarmi, caro amico, ma anche «la Presidentessa» è

roba mia!

— Felicitazioni! e vi prego di crederle sincere, perchè io considero

«la Presidentessa» come un esponente necessario del teatro moderno.

— Oh, questi son nonnulla che fabbrico per Parigi. Ne ho venduti a

bizzeffe. Proseguite, vi prego, sul teatro italiano.

— Ebbene, vi ho già risposto: in Italia si traversa un'epoca di

pensiero, il teatro è riproduzione della vita, quindi le platee sono

addirittura sitibonde di pensiero... Figuratevi, per darvi un esempio,

che da noi si rappresenta Ibsen, specchio di semplicità, come si

metterebbero in scena gli oracoli della Sibilla cumana! È delizioso...

e poi si rabbrividisce! Dunque, se ci possiamo intendere sul prezzo,

io v'affido subito la commissione: vi prego solo di non seminarvi un

ingegno che sia di troppo superiore alle mie forze, altrimenti ognuno

potrebbe comprendere che non è cosa mia.

— Sentite, il prezzo per voi sarà questo: un terzo dei vostri diritti

d'autore. Vi conviene?

— A meraviglia. Dunque mi fido a voi; scrivetemi quel che vi pare e

piace, con l'avvertenza che amerei fare qualcosa di nuovo. Mandatemi,

per esempio, un... cinquecento grammi di roba scritta, io vedrò poi

secondo il momento se mi convenga di chiamarla dramma, tragedia,

commedia, farsa...

— E perchè non rivista? Da voi, ch'io sappia, se ne fanno meno che

altrove: sopratutto non si fa il mio tipo «articolo di Parigi». E con

quel tanto d'aristofanesco che vi potrei cacciar dentro io, si rischia

d'avere un bel successo.

— Buona l'idea! mi piace! Vada per la rivista, ma per l'amor del

cielo trovate il mezzo di riattaccarla in un modo o nell'altro alla

inevitabile tradizione... Che so io? per esempio alla tradizione della

nostra Commedia dell'Arte, perchè in Italia, come vi ho detto, senza la

tradizione, è tempo perso, non si conclude nulla.

— E siamo intesi! adesso lasciate fare a me. Caso mai non vi piacesse,

me la rimandate, io la smercio altrove e per voi ne scrivo un'altra.

Fra persone di mondo, il mezzo per intendersi c'è sempre! Solo abbiate

la cortesia di ripetermi bene il vostro nome, perchè nel leggere il

biglietto da visita ho avuta quasi la reminiscenza d'un casato che non

mi tornasse nuovo.

Poi ebbe un lampo:

— Ma voi, — disse, — fate proprio il romanziere, non è vero?

— Sì.

— E scrivete anche romanzi?

— Sì.

— Ossia delle storie per lo più d'amore, che posson anche trattare di

qualsiasi altro argomento, purchè si chiamino romanzi?

— Sì.

— È quello che volevo dire!... Io vi conosco, io vi ho letto, io vi

trovo molto molto simpatico!

— Toh!...

— E dico: molto!

— Mi pare impossibile che abbiate letto i miei romanzi condannati

all'ostracismo da tutta la critica più erudita e meglio pensante!

— Eppure così è! Uno almeno l'ho letto; ora vi spiego. Non conoscete

voi per caso un certo signor... un certo signor...

Sebbene la strada fosse per intorno deserta e non si vedesse in qua dai

cento metri che la goffa ombra d'una guardia municipale, Aristofane

s'avvolse tuttavia di misteriosa cautela e mi soffiò quel nome

nell'orecchio, a voce sì piana che quasi non l'udii.

Rispetto quindi gli scrupoli dell'ateniese.

— Questo amabile vostro poeta, — illustrò l'immortale, — ha scritto e

scrive molte bellissime tragedie greche. Lo conoscete voi?

— Certamente lo conosco, mio caro cavaliere!

— Bene, tanto per illuminarvi, sappiate che tutte le sue tragedie le ho

scritte io!

— Oh, guarda che bel caso!

— Proprio; ma statemi a sentire. Qualche tempo fa, mi arriva un

suo telegramma: «_Urge dramma greco terribile poco prezzo entro

venti giorni._» Per la barba di Saturno! avevo proprio su le spalle

tutta la nuova stagione parigina, e rispondo: «_Impossibile. Tempo

insufficiente. Tragedie greche esaurite. Complimenti._»

Il giorno dopo ricevo altro telegramma: «_Provvedete indefettibilmente_

( — questo avverbio lo avrà pagato come due parole), _ovvero perdete

cliente._»

Daimon! daimon! in commercio non si scherza! Mi misi le mani tra

i capelli e telegrafai «_Avretela._ Scrissi al mio libraio d'Atene

che mi mandasse tutta la più recente produzione libraria dei cinque

continenti, in special modo quella dove si parlasse d'adulterio

sotto tutte le forme più peregrine, e di delitto in ogni maniera più

efferata, ossia quegl'ingredienti che sono ancor oggi, come al tempo

degli Atridi, lo specifico infallibile dell'arte.

Dopo aver scartati cinque o sei libercoli per signorine, cinque o

sei Tempietti di Venere per Aspasie morfinomani, la mano mi cadde

sul vostro romanzo, che m'impensierì per il suo titolo. Pensai: — Un

romanzo che si chiama «_La vita comincia domani_» deve trattar di cose

decrepite come la terra! Mi misi a sfogliarlo... e, per Ercole, ero

a cavallo! Ecco la tragedia greca bell'e fatta, e fatta in modo che,

con tre o quattro tagli della mia forbice classica, una spolveratura

di quelle sapienti spezierie che sono il mio segreto di fabbrica, la

tragedia riesca magari a cavarsela meglio che le altre. Detto fatto,

in quindici giorni la tragedia era pronta e navigava su Francia.

Egli fu assai lieto, mi pagò profumatamente, accompagnando il vaglia

con una lunga e bella sua lettera, nella quale mi felicitava d'aver

improvvisato con sì grande prestezza una irta e sonora tragedia

greco-moderna, che andrebbe ad illustrarsi del suo nome verso i teatri

di due popoli. E il poverello non sapeva, com'io non seppi fino ad

oggi, di dovere a voi, proprio a voi, simpatico italioto, l'ultima

e la più sciagurata fra tutte le tragedie greche! Sì, perchè io non

vi adulo, caro amico: il vostro romanzo è una cosa disinvolta... ma

fetida.

— Séguito ad essere sempre più della vostra opinione.

— Tanto fetida e tanto disinvolta, che può darsi un giorno o l'altro mi

scriviate un bel libro.

— Ne sono certo anch'io.

— Un bel libro, con il quale forse non andrete alla gloria, a meno che

non troviate la china dell'uovo di gallina, ma che insomma vi darà la

soddisfazione intima dell'uomo fortemente allegro, il quale, con tutta

licenza, abbia fatta una risata madornale e villana e libera su la

faccia al mondo intero! Perchè questo, e nient'altro, è la vera arte:

una risata.

— Per l'appunto, Cavaliere; una volta non pensavo così, ma ora sono

di questo parere anch'io. Dunque, per concludere: posso contare su la

rivista? e per quando?

— Verso il mezzo inverno, ma non prima, caro amico, perchè ho

commissioni fin sopra i capelli.

— Non ho premura, purchè venga bene.

— Ci penserò per mare; su l'acqua infinita le idee s'allargano. E

ditemi, visto che avete l'uso di scriver romanzi i quali si prestano

mirabilmente a foggiarsi da tragedie greche o magari da tele per

melodrammi, poichè la ricetta è la stessa, non ne avreste qualche altro

da mandarmi, caso mai mi trovassi a corto di materia per qualcuno della

mia clientela?

— Per bacco, altrochè! Ne ho un paio d'altri, dai quali si potrebbe

cavare a maraviglia una cosetta, per esempio, mistica, ovvero un paio

di scene terrificanti per il teatro del Grand Guignol... Insomma io ve

li mando, voi vedrete con la vostra esperienza se c'è qualcosa da fare,

e cosa c'è.

— Non vi dispiace mica, è vero, che vi adoperi le vostre coserelle?

— A me? che diamine! anzi ve ne sono gratissimo! Purchè le diate,

beninteso, a un autore di grido, essendochè voi capirete bene che «à

tout seigneur tout honneur!» e che quando per esempio si ha un'amante,

la quale ad ogni prezzo debba renderci cornuti, nel rammarico

inevitabile della scornatura fa sempre un certo piacere che almeno se

ne vada in letto con una persona pulita. Vi pare?

— Sarà benissimo, poichè lo dite. Per conto mio, la donna vada in letto

con chi vuole, non mi fa nè caldo nè freddo... Io sono rimasto greco

in amore, greco d'ambo i lati, greco in ogni senso... e la donna, vi

assicuro, la donna per l'amore non è che un palliativo!

— Oh, Cavaliere garbato e faceto, quali cose andate mai dicendo!

— Le cose d'Aristofane, delizioso amico mio, ch'eran vere al tempo

d'Aristofane, e sembrami talvolta che vogliano tornar vere anche

oggidì! Non vi pare lunga e dolce questa notte d'estate?... Non

vorreste narrarmi da presso, imprimere nella mia memoria, insinuarmi

nell'anima un vostro romanzo vissuto?... E non è questa la fiera

colonia focense, la primitiva e robusta Massalia che portò ai barbari,

dall'ellenico mare, il nostro costume gentile?...

— Cavaliere anacreontico e scherzevole, sono doluto assai di non

potervi compiacere! Io sono rimasto profondamente barbaro, barbaro

d'ambo i lati, barbaro in ogni senso... e la donna, vi assicuro, la

donna per l'amore sarà un palliativo, sta bene... ma è ancora l'unico!

— Oh, divina babbuaggine di questi moderni, che hanno portato la

retorica persin nell'amore!... Vedo pur troppo che c'è fra di noi tale

opposizione di principii, che il mio buon senso mi dice: — «Aristofane,

compatisci quest'onagro e non insistere!» — Così entriamo, se volete,

nella maledetta sciampagneria!

Vi rimanemmo sino al mattino, celiando e trastullandoci con le

carezzose danzatrici, attente quanto mai al rilucere delle mie piccole

monete d'oro. Aristofane, da buon greco, non ne trasse fuori manco una.

Poi verso l'alba ce n'andammo per separate strade, Aristofane con un

agile ballerinetto che non professava i miei costumi barbari, io con

la sorellina di costui, una brunetta di Montpellier, che forse non li

professava manco lei.

L'orribile vetturino, panciuto e con la faccia vinosa, schioccava

di frusta gridando lazzi alle pescivendole mattiniere; su la città

marittima nasceva un giorno quasi biondo: il Prado si avventava contro

il mare indolente con un grande ringiovanire de' suoi alberi antichi.

Ora, verso il mezzo inverno, Aristofane mi ha mandata la rivista... Ho

pensato meglio di non farla rappresentare, ma invece la pubblico tal

quale.

G. d. V.

_27 Febbraio 1914._

Gli Uomini; le Donne;

il Cavaliere dello Spirito Santo;

il Fato Moderno;

l'Orchestra in sordina;

la Città.

Giorno di sole o d'ombra, di bufera

o di pace.

=Si apre la giornata.=

(È Compare della Commedia il Cavaliere della Films, Comare la

bellissima etèra Meridiana.

Improvvisa la Commedia un solo e sconosciuto personaggio, il

Cavaliere dello Spirito Santo, che siede mascherato nella nicchia del

suggeritore.

Il Cavaliere dello Spirito Santo: Storia d'una giornata · 第 4 / 24 题