Al mio ritorno dall'America, dove ero stato molto tempo in cerca di
fortuna, io fui sorpreso nel vedere la fortuna raggiunta dall'ex mio
compagno di scuola Omega Totus-Omnis.
Veramente io non fui troppo sorpreso della sua prosperità economica: da
studente, Totus-Omnis commerciava già in dispense; in libri scolastici
usati; ci vendeva le sue soluzioni di algebra. E nemmeno fui troppo
sorpreso della sua carriera politica: effettivamente, se questa cara
Italia manca di giacimenti di carbon fossile, possiede pur sempre
foreste vergini di masse umane che si prestano in modo superbo allo
sfruttamento.
La mia sorpresa aveva un'altra origine: cioè come dalla fredda pietra
del cervello di Omnis potessero scaturire fiamme di parole ardenti. E
quando i periodi dell'Omnis intonavano la fanfara rossa delle
rivendicazioni proletarie, le foreste vergini applaudivano.
Ma la vita è guerra, e Totus-Omnis combatte la sua guerra. Piuttosto era
triste quel _mingere_ quasi quotidiano in _patrios cineres!_ quel cinico
stillicidio di veleno che Omnis spargeva su le memorie, le glorie, su i
morti di questa cara povera patria! E le foreste vergini applaudivano
sempre.
*
Approfittando della antica nostra relazione, domandai udienza all'Omnis
per sollecitare una certa mia pratica. Nessuno più di lui, uomo di
opposizione, avrebbe avuto autorità per difendere la mia causa.
Mi accolse bene.
Il suo studio era magnifico. Ma lui era ancora lui, come lo avevo
conosciuto altra volta. Le cèllule di Totus-Omnis, in vent'anni di
lontananza, si erano rinnovate riproducendo sempre Totus-Omnis. Màschera
asimmetrica, pàllida del viso, occhi spenti, come una volta: in più una
barbetta ancor nera, che il barbiere faceva simmetrica a punta di
forbice. Forse più bello — o meno brutto — perchè meglio vestito e
meglio nutrito. Ma la sua voce era uguale: nessuna vibrazione. E ancora
io mi domandai: «da dove toglie costui la lirica rossa dei suoi
discorsi?» Mi congratulai con lui dei suoi _articoli_, dei suoi
discorsi.
— Si fa quello che si può — disse, e mi pregò di dargli del tu.
— Io non ho avuto molta fortuna, caro Omnis — gli dissi: — e tu, nella
posizione che occupi, mi puoi essere vàlido patrono. L'antica nostra
amicizia mi dispensa dal parlarti di me: io sono un uomo onesto. E
ammetterai anche tu, caro Omnis, che è bene introdurre individui onesti
nelle amministrazioni; e ciò — bada — semplicemente perchè gli uomini
onesti costituiscono il combustibile che dà il miglior rendimento.
Mi lasciò parlare stàndosi immòbile con le palpebre socchiuse come
costùmano i rèttili.
Quando io finii di parlare, sollevò le palpebre, sprigionò luce da
piccole pupille nere. Rispose: — Già!
Si sarebbe occupato della mia pràtica; mi accompagnò fino alla porta; mi
porse la mano. Quel contatto mi comunicò una impressione di freddo.
«Ma dove trova costui le fiamme della sua lirica rossa?» tornai ancora a
domandarmi.
*
Giù nell'àtrio, incontrai i rettilini: i figli dell'Omnis, di foggia
esòtica, con la governante di tipo esòtico: parlàvano linguaggio
esòtico.
— I figli del signor Omnis? — domandai al portinaio. — Carini!
Erano quattro rettilini nati dal rettile.
Esòtico, freddo, greve tutto il grande palazzo.
Soltanto, in fondo al peristilio, spiccava una costruzione a un sol
piano, di stile fiorentino, con le persiane verdi. Davanti, sul piano di
cemento, erano disposti vasi di ortensie dalle inflorescenze metalliche.
Mi soffermai come attratto dalla stranezza di trovare quell'angolo
grazioso ed armònico.
— Affitta quell'appartamento? — domandai al portiere.
— Ci abita un parente del signore.
— Un parente del signore?
— Eccolo là.
— Chi?
— Il parente del signore.
Un uomo dal miserabile disordine avanzava fra le ordinate ortensie.
Cappellaccio sugli occhi, barbaccia incolta.
Passò davanti a noi senza guardare, nè salutare. Appena sul limitare
della strada si fermò come a saggiare l'aria, il cielo, il tempo; e poi,
benchè fosse una tepidissima giornata del maggio, senza vento, si tirò
su il bàvero, come chi ha la sensazione incresciosa del freddo.
Si avviò con passo lento.
*
Ho seguìto quell'uomo.
«Non mi risulta — pensavo — che Omnis abbia parenti nè prossimo. Omnis
non ha _pròximus suus!_ Io sono del suo paese, e nessuno dei suoi
parenti assomiglia a costui.»
Ho seguìto quell'uomo. Portava una greve marsina o pastrano, che un
tempo forse era stato nero; ma ora aveva marezzature di verde sul nero.
Sopra il bàvero cadevano cernecchi grigiastri, i quali, per la
consuetudine lunga, avevano lasciata traccia di untume. Se la marsina
era lunga, corti erano i calzoni, e lasciavano scoperte grosse scarpe,
di quelle con gli elastici che oggi non usano più.
Passava tra la folla come persona strana e infastidita: arrivò ai
giardini pubblici, semi-deserti in quell'ora, si sedette su una
banchina, vi cercò una posizione di riposo: depose il cappellaccio. Io
vidi allora la sua faccia umana in pieno sole.
Ebbi la sensazione di aver già veduto quell'uomo.
E seduto che fu in quella solitudine e quasi beatitùdine, tolse di tasca
una penna e un fàscio di fogli e cominciò a scrivere. Non si mosse più:
fuor che, ogni tanto, con un gesto automàtico si grattava una gamba,
quella che era accavalcata e sospesa, e da cui pendèvano i lacci di una
mutanda sudicia.
Quanto tempo passò?
Certo era passato il mezzodì.
Nei giardini c'era qualche bàlia coi bimbi, qualche uccelletto, qualche
coppia lenta di amanti. Ma ora non c'era più nessuno nei giardini. Era
passato mezzodì.
Allora l'uomo si levò, si avviò.
Un foglietto caduto presso la banchina, dove egli sedeva, fu da me
raccolto; e vi lessi queste parole: _Mortem cantando sùscipit; la morte
trovò Francesco che cantava nel roseo tramonto di ottobre, ed una
campanella gemeva l'Avemaria, e l'allòdola cantava, ed i boschi
cantàvano, cantavano i rivi. Ite charissimi fratres, Paupertatis
equites, bini et bini, per diversas partes orbis annuntiantes hominibus
pacem._
Riposi il foglietto con cura: e se prima potevo avere un dubbio, quel
foglietto me lo dissipò.
Avevo riconosciuto l'uomo. Dieci anni fa, prima che io partissi per
l'America: eravamo stati insieme nella redazione dello stesso giornale;
poi lui era passato nella redazione di un altro giornale, poi in una
casa editrice, poi non so: egli era uno di quegli indisciplinati a cui
il destino diede questa legge di vita: «Va e cammina! Tu non troverai
mai un ramo dove posare, mai una gronda a cui appendere il nido. Va e
cammina!» Ma a più crudele legge colui soggiaceva: egli era di quegli
uomini destinati a morire due volte, perchè, dieci anni addietro, aveva
goduto una certa glòria letterària e poetica: poi i poeti morti si erano
accumulati su lui: altri poeti giovani erano nati e cantavano, per
morire come lui.
Lui era morto oramai.
*
Tuttavia lo raggiunsi ancora in una osteria.
Solitario, in fondo a una tavola, aveva mangiato con ingordìgia, aveva
bevuto con soddisfazione: ed ora con la fàccia immota verso il soffitto,
traeva fumo da una pipetta.
Io mi gli accostai inavvertito e, dolcemente, gli dissi: — Caro (ma non
posso scriverne il nome), tu hai perduto questo foglietto.
Diè un balzo e le linee del suo volto si scomposero tutte.
— Ma lei chi è?
Dissi il mio nome. — Non ti ricordi?
Chiamò a raccolta tutte le rughe della fronte: ricordò, si ricordò di
me, ma non apparve felice di riconoscermi.
Gli parlai del suo passato di poeta. Ma questo ricordo lo ottenebrò.
— Sì, _poeta fui_, — esclamò, — e cantai cose idiote.
E, o aveva bevuto, o era vergognoso di quella pàgina poètica che io gli
avevo restituita, inveì ferocemente contro tutti i poeti.
Io gli diedi ragione: i poeti, o mèttono troppo zùcchero o mèttono
troppo sale: àlterano sempre la realtà delle vivande.
— Ah, manco male che mi dài ragione!
Solamente di Dante non disse male.
Rilevai la curiosa eccezione.
— Naturale! — disse —. Dante fu poeta per isbàglio. Egli era nato per
essere grande imperatore degli uòmini.
— Ecco, vedi — dissi io — una di quelle frasi che rivèlano in te l'uomo
di genio. Cosa importa se il mondo non lo sa? Tu rimani lo stesso uomo
di genio.
Si contorse infastidito. — Io me ne infischio! — Riattaccò ancora col
dir male di tutti i poeti. S'infervorò, e io ordinai una bottiglia di
barolo.
Stette a lungo contemplando lo scintillio fremente del vino dai riflessi
di rubino; poi con compiacimento più da filosofo che da beone, gli
zampillò questa frase: _Il divino licore dell'uva_. — Sai chi dice così?
— Non lo so — risposi.
— Leonardo.
— Il divino Leonardo?
— Precisamente.
Sorbiva con lentezza il barolo.
E allora io dissi:
— Il quale divino Leonardo da Vinci fu, del resto, al servizio di
un'autèntica figura _porca_ quale era Ludovico il Moro.
— Precisamente — accennò appena, bevendo. — Del resto — aggiunse
lentamente — il divino Leonardo dichiarò che serviva chi lo pagava
meglio.
— Come tu — dissi io continuando su lo stesso tono soave di voce — sei
ora al servizio di quell'altra figura _porca_ che è Totus-Omnis.
Al delinearsi di queste mie parole, egli diè un balzo come lo avessi
toccato con una macchina elettrica: stralunò gli occhi pietosamente.
Balbettò: — Che roba è questa? Cosa vuoi tu da me? Che tradimento è
questo? Che mestiere fai tu?
Lo calmai ancora dolcemente: — Io non faccio la spia, caro amico, io non
esèrcito il tradimento; fra le altre cose io ho abbandonato la politica:
io sono press'a poco come te; io consìdero come te il mondo da olìmpiche
serenità come una sèrie di enormi sciarade. La tua, vedi?, è una
sciarada interessante, ma per la cui soluzione è inùtile che tu dica sì
o no. Capirai, caro amico, che io conosco l'Omnis da ragazzo, e le
imagini smaglianti dei suoi articoli, dei suoi discorsi non possono
essere sue. Non sono tue? Non importa. Saranno di un altro.
Protestò in difesa di Omnis quale _figura porca_. — Nel mondo — disse
egli assiomaticamente — non vi sono che due strade: o comandare o
ubbidire. Omnis è di quelli che sanno comandare. Omnis non ha imagini;
ma ha la conoscenza dell'oggi. Il vero dell'oggi è così, e basta. Egli è
un disciplinatore. Indisciplinati, ribelli non dèvono più esistere. Noi,
io, tu, altri ronziamo ancora su le fole, fantastichiamo ancora la
_Civitas Dei_, a base di carità, di sacrificio, di amore, di eroismi, di
riposo, o in Dio, o nella coscienza, ecc., ecc. Fantasie! La critica ha
ucciso per sempre tutte queste cose. Lui invece ha la visione netta,
realistica.
— Queste cose — dissi — non m'interessano. Mi interessa un'altra cosa:
gli articoli, i discorsi su queste idee, glieli fai tu all'Omnis?
— Gli faccio un po' di _toilette_ verbale.
Sorrisi.
Sorrise anche lui. Capì: — Già, è ridicolo — disse —: io che vesto così
— e si guardò con ischerno gli abiti in disòrdine — io faccio il sarto,
il parrucchiere, il manicure all'Omnis.
— Ma gli presti le idee!
— E dài! Da farne delle idee! Basta una idea. Guai se Omnis avesse due
idee! Ed io sono entrato compiutamente nell'idea di Omnis!
— Cioè?
— Cioè una concezione eminentemente precisa della società. Gli eroi, i
santi, i poeti vollero eliminare l'egoismo, l'invidia, le cupidigie, le
superbie, le lussurie — dacci il nome che vuoi, chiamali i sette peccati
—; ma così facendo, accumulavano enormi materiali di rifiuto, per cui
la macchina sociale si inceppa. L'Omnis, invece, è un grande meccànico:
fa entrare il materiale di rifiuto in circolazione; fa conto come le
grandi fogne, le cui masse fecali divèntano poi acque potabili. Puoi tu
abolire i sette peccati? No. E allora accetti la concezione meccanica di
Omnis, cioè la società concepita come un enorme macchinario, messo in
movimento dall'umanità lurida che vi circola dentro.
— E un'idea geniale — dissi io. — Però non è dell'Omnis. È tua.
— È di tutti e due. Vedi, il maggior ostacolo alla concezione politica
di Omnis è l'uomo geniale. Esso è come un sasso, un èmbolo introdotto
nel macchinario.
— Sopprimerlo allora — dissi io.
— Finchè si può! — rispose lui.
— E se non si può? — domandai io.
— Mètterlo nell'alternativa o di isolarsi completamente — costituendo un
manicòmio per gli uomini geniali — oppure costringerlo a diventare
tècnico del macchinario, o trombetta meccanica. È un'idea geniale
dell'Omnis.
— O è tua?
— Di tutti e due: siamo due uomini di genio in collaborazione.
Tacemmo un po'. Poi, dolcemente sempre, gli chiesi:
— E quel _mingere in patrios cineres_, quell'oltràggio contro i poveri
morti di questa patria?
— Fa parte del sistema — rispose. — I morti non esistono, e perciò si
utilizzano. Servono nella guerra contro i vivi.
— Non è nobile.
— Anzi è cosa vile. Ma io faccio appunto _l'uomo vile_. La prima
impressione non è stata gradevole; ma, sai? È come quando si va a fare
il bagno nel mare. Ripugna a buttarsi nell'acqua, ma dopo ci si trova
bene. L'Omnis poi è nato così: animale acquatico, a sangue freddo: le
cose aristocratiche, come il lusso del sacrificio, irritano la sua
pelle, e allora _secerne_. Tu dici che _minge!_ Grazioso! Ma non è
esattissimo: è una secrezione naturale. Ma, compagno caro, — parliamoci
schietti — io per tanti anni, quando avevo energie fisiche e fede, ho
gridato dai tetti: «Chi vuole comperare un uomo aristocratico, quasi
appartenente alla _Civitas Dei_ di sant'Agostino?» Nessuno della società
borghese mi ha voluto. Morivo di fame.
Allora mi sono venduto al serpente — se lo vuoi chiamare così —, il
quale poi non è così brutto come si crede. Mi alloggia, mi paga, e mi
làscia alle mie fantasticherie, perchè l'arte che finge una vita fuori
della vita, vale più del barolo, più di una pipa di tabacco, più di una
gamba di donna coperta di seta, più del macchinario di Omnis. Vedi, io
adesso sto componendo un poema su la vita di san Francesco, come avrai
forse capito dal foglietto che mi è caduto.
Milano, 1905.