Mister Teòdoli adorava mistress Teòdoli, e mistress Teòdoli adorava
mister Teòdoli.
La sera, quando lui tornava dal giornale e lei tornava dalle lezioni, si
baciavano ancora. E veramente, dopo tanti anni di matrimonio, si erano
differenziati alquanto: lei pingue, e quasi obesa, ma giuliva nel volto;
lui scarno, alto, triste: pareva qualcosa come un uomo di chiesa. Ma le
due anime si erano ravvicinate e raffinate con gli anni.
Si baciavano ancora, la sera: e si davano il buon dì, la mattina: e lui
talvolta nelle ore di quiete, prendeva la mano, bella ancora di lei, e
fissandosi a lungo, vi cercava antichi ricordi.
— Nostra povera piccola Italia! — diceva lui. — Nostro povero piccolo
che àbita laggiù; — aggiungeva con un soffio di voce e con un nome: ma
mistress Teòdoli sentiva lo stesso quel soffio di voce e gli diceva:
— Zitto, zitto: non nominare i morti.
Rispondeva lui: — Ma si risveglieranno quando verremo anche noi.
Mistress Teòdoli crollava il capo, perchè lei non credeva nel risveglio
dei morti; e lui credeva invece di sentire un fruscìo di ali; e dopo
tanti anni, sempre, quando diceva: _Nostro povero piccolo_ con quel
nome, l'indice scarno di lui trovava sempre quella lagrima solitaria
nell'angolo dell'occhio. E gli sarebbe parso di perdere tutto se stesso,
perdendo quella lagrima.
E anche in altre piccole cose mister Teòdoli dissentiva da mistress
Teòdoli. Mistress Teòdoli avrebbe voluto, ogni tanto, ritornare a vedere
l'Italia, ma mister Teòdoli non voleva: e l'una senza l'altro non poteva
andare!
Ma oramai stavano bene a Londra; avevano la loro casetta e i loro buoni
amici; e se lei, mistress Teòdoli, trasportava ancora per la metropoli
la sua pingue persona a dar lezioni, non era più per necessità come nei
primi tempi, ma per la gioia di vivere operosamente.
Mister Teòdoli era un po' segretamente, un po' ridicolmente tirchio.
Fiammiferi mai in casa! Per i fiammiferi erano messi a contributo gli
amici. «Lo so, voi mister Teòdoli, volete avere fiammiferi, poi volete
avere un poco tabacco per vostra piccola pipa».
Ciò era notorio al giornale.
Mistress Teòdoli invece era quasi splendida. Diceva indignata: — Mister
Teòdoli, voi siete orribile!
*
Mistress Teòdoli amava le piccole grazie, i piccoli agi della casa,
benchè ella non istesse quasi mai in casa, fuorchè il sabato quando le
amiche venivano a prendere il tè nel salottino bianco. Anche in casa
mistress Teòdoli vestiva di bianco. «Io mi sento molto giovane — diceva;
— ma mio marito molto vecchio.»
La stanza di mister Teòdoli era invece molto scura, piena di vecchie
cose: vecchi libri, vecchi attrezzi, vecchi quadri! Egli ne sentiva
l'anima, e si compiaceva di quell'odore quasi ascetico che le vecchie
cose hanno con sè.
— Avete l'anima di un rigattiere voi, mister Teòdoli — diceva mistress
Teòdoli.
Mister Teòdoli era forse misàntropo, ma rifiutava il nome di tirchio. E
forse nemmeno misàntropo. Spesso convitava qualche amico o collega del
giornale, e allora amava far rivivere l'Italia con qualche vivanda
all'italiana, che lui stesso preparava con molto amore, assai bene.
Quelli eran giorni di festa, quando mister Teòdoli con un grembialone
bianco preparava in cucina o un timballo di maccheroni con le rigaglie
di pollo, o un risotto autentico alla milanese. E dopo il pranzo
recitava qualche verso di poeta italiano, assai bene; o sturava qualche
bottiglia assai buona di vino italiano, che richiamava la nostalgia
delle nostre convalli, con l'olivo, il pino, gli aranci su lo stemma del
cielo italiano.
— Oh, molto eccellente — diceva il collega, — e adesso voi siete in
bisogno di un fiammifero accender vostra piccola pipa. Non è vero,
signor Teòdoli?
Perchè era notorio che Teòdoli non aveva fiammiferi.
*
E perchè quella sera mistress Teòdoli non era tornata a casa all'ora
solita?
Quella era una sera umida, fredda e ben piovigginosa.
Egli era rincasato dal giornale verso le dieci di sera. Lei lo sapeva
che il venerdì ed il sabato lui tornava dall'ufficio tardi.
«E forse per questa ragione — pensava — lei sarà rimasta un po' di più
in casa di qualche famiglia dove va a dare lezione. O che l'abbiano
trattenuta anche a desinare?»
Attese. E nessuno veniva.
Ma era tardi, oramai!
«Perchè non viene? perchè non si è fatta accompagnare? Perchè non ha
preso un cab?»
Attese. Come il solito non aveva fiammiferi.
Ma nel salottino bianco di mistress Teòdoli c'era un piccolo riverbero
della luce della via.
Attese. Poi ebbe una repentina paura di quel silenzio, di quella
solitudine; poi sentì in quella solitudine come un batter d'ali.
Allora certi paurosi pensieri lo assalirono. La pioggia aveva uno strano
ritmo. La luce pallida aveva uno strano colore. Poi pensò: «Lei pingue,
le vie viscide, lei caduta per via.»
— Dorina! Dorina! — chiamò.
Sentì come un'eco lontana lontana della sua voce.
Allora uscì di casa.
Percorse molta via.
Che ora poteva essere della notte? Non aveva orologio, perchè che
importa saper l'ora regolata dall'uomo?
Andò lontano lontano. Domandava ogni tanto alle guardie:
— Avete visto per via una signora? per terra una signora? — Rabbrividiva
a domandare.
Credeva di vedere in ogni ombra l'ombra di Dorina. Dove poteva essere
allora la sua Dorina?
Pensò disperatamente: il nome di una famiglia, dove Dorina si recava a
dare lezione: finalmente gli si delineò nella memoria. Si spinse fin là.
Oh, era ben audace fare aprire la porta a quell'ora! Ma l'ansia era più
forte di ogni altro sentimento.
— Oh, mister Teòdoli, — gli dissero — sì, infatti, mistress Teòdoli è
venuta qui; ma poteva essere presto nella sera: è venuta per la lezione
e poi è andata via.
— Ha detto che aveva qualche altra lezione?
— Sì.... Un'altra lezione ancora.
— Sapete dove?
— No! buona notte, mister Teòdoli.
E mister Teòdoli si trovò ancora giù in quel deserto delle vie.
«Forse — pensava — una lezione in un quartiere lontano: forse l'avranno
trattenuta.» Altre volte era successo così. Le volevano tutti tanto
bene. «Forse è tornata a casa in questo frattempo. È a letto: dorme.»
Con grande ansia tornò a casa. E ancora ancora non aveva fiammiferi per
accendere la lampada.
— Dorina, Dorina! — chiamò. Chiamò con ansia, chiamò con terrore.
*
Nel salottino c'era sempre quella luce pàllida di luna morta che veniva
dalla via. Le altre stanze erano profondamente buie. Mister Teòdoli
attese che il palpitare del cuore fosse cessato, e si acquetò un poco
pensando: «Certo, certo per il cattivo tempo l'hanno trattenuta a
pranzo, e poi anche a dormire. Così deve essere.»
Andò di là, a tentoni nella camera da letto buia, dove era il grande
letto, venuto d'Italia anche lui. Stese la mano sul letto verso la parte
di lei. «Ha così placido sonno, Dorina! Fosse, a volte, venuta a casa e
così, stanca, come è ogni sera, si fosse addormentata....»
Ma la sua palma non sentì che la piega liscia, gelida delle lenzuola.
Non c'era.
Allora non rimase che attendere l'alba, e ritornò nel salottino dove
c'era la luna bianca della via.
Fumando. Ma non aveva fiammiferi, non aveva un fiammifero.
È cosa ben ridicola non avere un fiammifero! Forse ce n'era qualcuno in
casa, ma dove?
*
E allora che cosa avvenne a mister Teòdoli? Si addormentò. Poi sognò.
Sognò Dorina.
«Che pazzi terrori, povero amico! Ma se tu avessi avuto un fiammifero,
Teòdoli, per accendere la lampada, ben ti saresti accorto di Dorina che
era presso di te! Ma via, Teòdoli: sì, altre volte Dorina per il tempo
cattivo desinò e dormì anche in casa di amici: ma ti mandò ad avvertire,
Teòdoli. Non ricordi, o smemorato? Ti beffava dolcemente Dorina della
tua tirchieria, ma la sua crudeltà era ben dolce! La tua buona sola
compagna, mai, mai ti avrebbe fatto stare in pena tutta una notte.»
*
E allora Teòdoli si destò che la luce dell'alba occupava la stanza:
sbarrò le pupille: balzò. Un urlo.
— Dorina! Dorina!
Dorina, come è detto, era lì.
Dall'altro lato del letto grande, nella sua poltrona, a piè del letto,
sedeva tranquillamente Dorina: ma immobile.
La testa un pochino reclinata: ma forse un piccolo sorriso.
«Teòdoli, perchè mi chiami? Ieri sera, alle sei, qui è venuto colui che
non dice nè l'ora nè il giorno. Un piccolo colpo apopletico. Fu ben
pietoso il Signore.
«Ma se tu avessi avuta la lampada accesa, te ne saresti bene accorto,
ier sera, di prima sera.»