Era l'ora soave in cui le lampade elettriche si accendono, la minestra
già bolle sul focolare, ed i buoni padri di famiglia sono attesi dalle
care consorti.
Anche il cavalier ingegner Gaudenzi, capo dell'ufficio tecnico di X***,
col naso appena sporgente dalla pelliccia, filava verso casa.
Egli era molto lieto e la sua letizia era visibile — benchè non
sporgesse che il naso — da una grande dorata rotella di panforte di
Siena, pendente per una cordicella da un bottone della pelliccia.
Era lieto perchè in quel giorno, in una logica transazione con un
appaltatore (vittima, oh, pover'uomo, di uno sciopero continuato) era
rimasto sul suo tavolo di capo ufficio un bel cadò, leggero leggero:
mille lire.
Egli comunicava la sua gioia alla famiglia con l'acquisto di un bel
panforte di Siena: dolce sostanzioso, economico, di lenta consumazione:
e poi, dolce nazionale!
Che festa avrebbe fatta la numerosa prole al panforte di Siena!
Tutti bravi figliuoli, e tutti bene instradati!
Il cavalier Gaudenzi fila verso casa: fila e conta: «Rina,
professoressa, professora, no! professore — oggi si dice così — di
inglese: ha un piede nell'aristocrazia. Un bel piedino in verità! Chi sa
che non possa fare un buon matrimonio? Giulio, già avvocato, è con un
piede nella democrazia!... Carletto in collegio militare; posto
gratuito: sarà il guerriero della famiglia. Egli non mangerà il panforte
di Siena, perchè è in collegio. Ma ve ne sono altri tre piccini in casa
che mangeranno il panforte! Quanta famiglia! Tirarla su con decoro, per
tanti anni, una famiglia che seguitava a dilatarsi quasi ad ogni nove
mesi! e gli affitti di casa pure dilatavano: tutto dilatava. E lo
stipendio era rigido! Ma per forza bisogna transigere! Del resto il
mondo vive di transizioni!»
Però — diciamo tutta la verità — il cavalier Gaudenzi, oltre alla gioia,
si sentiva nel sangue un non so che di morbinoso, per cui la visione dei
bei ristoranti rossi con le tovaglie candide, gli dava un'insolita
voluttà. Sedersi ad uno di quei tavoli ancora vuoti con la fedele
consorte e tutta la prole? No! Solo, allora? Oh, nemmeno solo!
Ah, quante restrizioni, mortificazioni accompagnano le gioie della
famiglia!
Il cavalier Gaudenzi era in tale stato di spirito, quando due grandi,
attonite, languide pupille attraversarono — come uno sbarramento reale —
la linea onesta e diritta per cui il detto signor Gaudenzi passava.
Naturalmente, fu costretto a fermarsi.
Sì! il signor Gaudenzi, come un treno allo sventolare della bandiera
rossa, arrestò la rapida corsa, e si fermò: allora quegli occhi
comandarono: «Seguiteci fedelmente, ma prudentemente!»
Ed egli seguì per una via fuori mano. Infine quegli occhi dissero: «Ora
vi è permesso di farvi avanti e renderci il tributo della vostra
ammirazione!»
— Occhi stupendi! — disse allora il cavalier Gaudenzi.
E gli occhi erano davvero bellissimi, straordinariamente grandi,
misteriosi, violacei; anche dietro la veletta.
Essi appartenevano ad una signora dignitosa, composta; la quale, a
conferma di maggiore dignità e compostezza, aveva con sè una ragazzina
dalle gonne ancora corte, di quell'età ancor neutra, che i tedeschi
denominano «pesciolino fritto».
Quella sera il cavalier Gaudenzi a dispetto del _pot-au-feu_ familiare,
delle pratiche emarginate, era preso violentemente da istinti
dionisiaci! Quella signora velata, seria, rappresentava l'ideale del
dionisiaco combinato con la prudenza. Peccato che, eccettuati gli occhi,
ci si vedesse poco, dietro la veletta!
Ripetè: — Occhi stupendi!
Questa volta gli occhi, dopo aver girato due o tre volte nella lattea
malinconia dell'orbita, furono costretti a cedere il posto alla parola,
la quale si espresse così: «Un tempo, signore!»
Ma per quanto si sforzasse quella voce di imbeversi di soave rimpianto,
il cavalier Gaudenzi ne ebbe una sensazione inattesa, spiacevole, che
gli raffreddò la esaltazione dionisiaca: una voce nasale, afona, con un
certo non so che.... veniva fuori dalla veletta.
Il cavalier Gaudenzi fissò interrogando le pupille.
Esse confessarono ingenuamente:
«Noi si fa quel che si può, signor mio, ma le altre parti non ci
sostengono, e la commedia casca quasi tutte le sere.»
Allora parlò il panforte di Siena e disse: «Suvvia! domanda scusa alla
signora. Dille che hai preso abbaglio per effetto della nebbia, e
andiamo a casa.»
Ma il cavalier Gaudenzi, fra gli ultimi guizzi dionisiaci e il rispetto
cavalleresco verso la donna, non osò seguire il saggio consiglio del
panforte di Siena; e rimase lì.
Ne approfittò la donna, e insinuando il suo braccio sotto il braccio del
signore, si studiò mercè il pannicolo adiposo, di rianimare l'ardore
dionisiaco del cavaliere.
«Preso al laccio, questa volta: e ti sta bene! — disse il panforte. —
Vedi a non fare a modo?»
Era preso, veramente preso; e la signora non aveva intenzione di
lasciarselo sfuggire; ma premendo come potea, e facendo fare sforzi
eroici alle pupille, disse:
— Il dolore, veda! il dolore di aver dovuto per una malattia della gola,
troncare la più splendida delle carriere! Aver calcato le prime scene
d'Europa e d'America, aver giocato coi diamanti, e trovarsi nel mio
stato, è orribile, signore!
Il cavalier Gaudenzi ebbe un brivido, perchè il senso dionisiaco vuole
inni e ditirambi; non elegie e treni sentimentali.
— Ah, artista di canto, la signora? — domandò tuttavia.
— E nei primi teatri del mondo. Oh, ma quello che non può fare la madre,
farà la figlia! Mercedes, va avanti!
Il _pesciolino fritto_ che pareva abituato alla manovra, dilungò avanti
in silenzio, lungo il muro.
Seguitò la signora: — Non va bene far sentire gli elogi alle figliuole.
La mia piccola figlia studia arte drammatica: un prodigio! E _despues
está_ molto più dignitoso! Ma _donde_ trovare almeno dodicimila lire per
cominciar la carriera?
— Già, molto più dignitoso — ripetè automaticamente il cavalier Gaudenzi
—; molto più dignitosa l'arte drammatica.
— Ella non sa, signor! che grazia, che spirito, che sentimento, che
disposizione, che slancio ha quella _chica_. Pensi! figlia d'artista!
Il signor cavalier Gaudenzi, assai impacciato, domandò: — Molta
disposizione, signorina?
Questa volta la signorina Mercedes fece _dietro-front_ e puntando il
dito, disse gaiamente:
— Avrei più disposizione a mangiare quel bel dolce.
Il panforte allora suggerì subito:
«To', ti è capitata la palla al balzo: presto approfittane: lasciami con
loro che me la sbrigo io!»
Ma un momento di esitazione guastò tutto, mentre già il cavaliere stava
per ubbidire al saggio consiglio.
La signora, alle parole di Mercedes, montò in furibondo furore: — _Ah,
Niña desvergonzada, deshonra de tu madre, martirio de su vida!_
Allo strano linguaggio il cavaliere stupì e pregò per carità la signora
di calmarsi. Per fortuna la via era quasi deserta.
— Veda, _usted_ — disse la signora — quando mi prende il furore, _me es
preciso hablar castellano_. Io sono ancora tutta fuoco.
— Spagnuola, la signora? — domandò il povero cavaliere Gaudenzi.
— Andalusa, _señor!_ — disse come avesse detto «contessa o marchesa».
Gli occhi questa volta mandarono un assoluto splendore. Dissero: «Non si
capisce che noi siamo occhi andalusi?»
La signorina Mercedes non si era commossa alle parole andaluse più che
alle parole italiane. Fatto ancora _dietro-front_, proseguiva
indolentemente presso il muro, conservando la distanza di quattro metri.
La signora, ben sicura che la figliuola non la poteva intendere, disse
confidenzialmente:
— La mia _chica_ è buona, tanto buona; educata come non può credere.
Sventuratamente è golosa....
— Ma prenda il panforte! — disse il cavaliere.
— _Señor_ — cominciò l'andalusa che per lo sdegno aveva sentito il
bisogno di parlare ancora castigliano — ma per chi mi prende? Per una
donna disonesta che accetta doni? Lei forse ha figli, ed io priverei i
figli? — e prese il panforte; e lo staccò dal bottone; e a forza lo
introdusse nella gran tasca della pelliccia.
— Ah, se sapesse tutta la mia vita, _usted_ terrebbe diversa _opinion_
di me!
Il signore non incoraggiò per nulla questa proposta di sentir la storia
di quella vita, ma tornò vigorosamente a proferire il panforte,
assicurando che non era pei figliuoli: dei quali negò l'esistenza.
— Ah! quello che posso accettare — disse in fine cedendo — è un dolce,
un solo dolce per Mercedes. C'è proprio qui vicino una offelleria
_donde_ sto solita prendere il mio Madera; fa così bene per la voce il
Madera!
Il signore quasi disperatamente cercava di levare di tasca la rotella di
panforte, la quale era stata spinta in giù con tanta violenza che non
voleva venir fuori.
Dal fondo della tasca la rotella senese ghignava: «in che ballo ti sei
messo!»
— Signorina Mercedes — replicò il _paterfamilias_ — sia tanto gentile di
accettare questa rotella di panforte in ricordo del felice incontro.
— Mamà non vuole! io devo essere ubbidiente. Io non voglio essere una
_niña desvergonzada_. Ma già che lei vuol fare il generoso, mi paghi una
pasta come dice mamà. Ecco il nostro pasticciere.
E facendo seguire il fatto alle parole, la _señorita_ Mercedes, spinse
di botto la vetrina di una botteguccia da pasticciere.
— Vede che spigliatezza? — disse la signora al signore; ed il
pasticciere, quasi aspettasse la compagnia, aveva fatto sedere il
signore e la signora in un angolo discreto della botteguccia solitaria,
e aveva detto: — Lei il solito Madera, è vero, signora? E il signore?
Il signore ne aveva d'avanzo dell'avventura. Guardò l'orologio: le sette
di già. La minestra sarebbe stata fredda, oramai.
Un uomo può mangiare la minestra fredda e trovarla calda; ma per
ottenere questo effetto, bisogna che egli abbia raggiunto un certo
numero di gradi nella temperatura dionisiaca. Se no, accade quel che
accadeva al signor Gaudenzi in quella sera, di sentir tutti i rimpianti
per la minestra fredda.
La signora andalusa fece ogni sua arte per elevare quella temperatura,
ma era quell'orribile voce che guastava tutto. Se non fosse stata la
voce, quei resti di naufragio di un'antica bellezza avrebbero forse
avuto ancora una certa virtù calorifera.
— Signore, guardi, tutti dolci da un soldo come vuole la mamma! — aveva
detto la _señorita_ Mercedes che pareva la padrona della bottega,
appressandosi con un gran vassoio pieno.
— Va bene! Ma si disturba così la mamma che parla, _hija de mi corazon?_
E parlava di nobili e graziose cose: essere ella, ohimè! dopo tante
esperienze, dopo tante amare vicissitudini, ancora ardentissima. E così
dicendo gli occhi si volgevano al cielo come quelli di santa Teresa.
Naturalmente non ricchezza chiedeva ella all'uomo; ma discrezione e
cavalleresco riguardo. Quando la donna andalusa trova l'uomo
cavalleresco, essa è vinta.
Tutto inutile!
Il cavalier Gaudenzi ascoltava distratto, e seguiva invece le operazioni
della industre signorina Mercedes nella bottega; e avendo notato che i
cartocci prendevano sul banco una proporzione inquietante, approfittò di
una pausa e domandò il conto.
— Vuole il conto il signore? — domandò alla sua volta il pasticciere che
stava accuratamente legando un ultimo involto. — Tre bottiglie di
Madera, dodici lire: tre lire il pollo, due i dolci e la consumazione.
— Il pollo? il Madera? — domandò il signore.
— La _gallina_, figlia mia? — ripetè la madre con molta meraviglia.
— C'era in cucina una bella gallina, calda calda, l'ho fatta
incartocciare.
— Ma la _gallina_ e il Madera, spetta a me di pagare — disse la signora.
— Perdoni, signore, la piccola inesperta figlia mia. Dacchè, signor, la
nostra domestica è inferma, fa lei la _menagère_.
E andò in cerca di una tasca e di un borsellino.
Ma esso era occulto in profondo.
Ma il panforte sussurrò: «Questo è lo scotto, e tocca a te: suvvia,
paga!»
— Non permetterò mai! — disse la signora.
Ma le tasche negli abiti delle donne non sono facili a rintracciare, e
d'altronde il signore avea di già saldato il conto.
«Or senti — bisbigliò ancora il panforte — tu saresti sommamente
scortese se non impiegassi il resto delle venti lire a noleggiare una
vettura per le signore».
Il suggerimento era cavalleresco, e fu il signore stesso che chiamò una
vettura e vi fece salire la signora e la signorina Mercedes.
«Graziosissima avventura e te la sei cavata a buon mercato» — disse il
panforte di Siena mentre il legno si allontanava. «Graziosissima,
infatti! Venti lire buttate via così!»
«Eh, via! — replicò la rotella di panforte. — Tu oggi, uomo della legge,
hai giocato la commedia per mille lire: una povera disgraziata, che
forse ha fame, l'ha giocata per venti. Se tiri la somma, quell'infelice
— a cui rimangono solo due occhi dell'antica bellezza come il violino
del cieco — è ancora in credito verso di te».