SOTTO LA MADONNINA DEL DUOMO.

Aristotile (non si conturbi il signor lettore), nel principio della sua

etica dice che _ogni arte, ogni dottrina, ogni operazione pare muovere

verso alcuna felicità di bene_.

Ora il signor Ambrogino, o don Ambrogino, come si chiamano laggiù le

persone rispettabili, non conosceva Aristotile, ma in tutti i suoi

quarant'anni di impiegato d'ordine di Prefettura aveva avuto in mente ed

inseguito questo sogno di felicità: cioè liquidare la sua pensione e

vivere almeno altri vent'anni, sano e vegeto; ma da libero cittadino e

sopra tutto a Milano: a Milano, cittadino fisso, stabile, con dimora

sua, non randagio, come una pedina su lo scacchiere, per tutte quelle

_fetenti_ città della bassa Italia.

Giustizia vuole però che si dica come, tranne la servitù dello spostarsi

ogni due o tre anni, egli non si era troppo consumata la salute, nè i

suoi nervi erano stati colpiti da nevrastenia per eccessivo zelo di

servizio, nè la sua destra minacciata dal crampo degli scrittori per

effetto dello straordinario lavoro.

— Dunque voi ci volete lasciare, don Ambrogino? — gli chiedevano i

conoscenti. — Ma vedete che _bellu_ mare, che _bellu_ cielo, che _belli_

fiori: qui le zaghere fioriscono tutto l'anno, qui bevete del vino di

Gragnano che lo avrete da rimpiangere, qui potete stare alla buona, in

maniche di camicia e nessuno vi dice niente: fermatevi fra noi, don

Ambrogino!

Ma don Ambrogino alzava gli occhi al cielo come a dire, compassionando:

«povera gente, cosa possono capir mai loro di quello che è la capitale

morale! Il sole? il mare?» E per cortesia rispondeva talvolta: — Il

mare? ma non sapete cos'è il lago di Como? il vino di Gragnano? Ma voi

non avete l'idea di che cosa è il Barbèra fino che si beve a Milano! E

la busecca e il risotto? e quei minestroni con le cotiche? Il sole? Ma

intanto il sole c'è anche a Milano, e poi Edison con le sue lampade ha

messo in pensione la luna e fra poco metterà a riposo anche il sole.

_Milan!_ solo a sentir dire, _Milan!_ si capisce che è una città

straordinaria, in vece _Napole, Sorriento_, cos'è?

Terra matta, terra _ballerina_, era quella!

*

Quando dunque sbarcò definitivamente a Milano — una grigia alba di

autunno — tanta fu «carità del natio loco» che quelle lampade

elettriche, immote come lune morte, attorno a cui friggeva la nebbia,

gli parvero più belle del sole puro che aveva lasciato a Salerno; e

quando il conduttore del tram, assonnato e rozzo, lo scosse con un: _Ehi

lu, go minga daa el bigliett?_ gli si allargò tutto il cuore e gli parve

che la più armoniosa e la più pura favella italica fosse quella che si

parlava

presso il bel fiume Lambro a la gran Villa,

ancorchè il signor Ambrogino non conoscesse Dante più di Aristotile.

Una delle prime cose che fece appena sbarcato a Milano, fu di andare a

fare un libretto alla Cassa di Risparmio, in quella sala così grande, in

quel palazzo di macigno, dove, sotto, son tanti milioni che nessuno lo

sa. È un piacere mettere i soldi lì! Non fruttano quasi niente, ma pare

che sia tutta roba propria.

«Questi qui non si toccano — diceva levando il pacchetto di sotto al

gilè. — L'è il morto, ma serve a far stare vivi in sicurtà».

Secondo le sue abitudini parsimoniose bisognava stare dentro il limite

della pensione. Ma anche la parsimonia, per chi ci è abituato, è un

divertimento.

Però gli fece specie: l'impiegato, con gli anelli di diamanti alle dita,

gli prese i biglietti, messi da parte in quarant'anni, come fossero

stati carta straccia, e dopo mezz'ora gli buttò quasi in faccia un

libretto.

*

A Milano con poco più di centocinquanta lire al mese, al tempo che

corre,[1] non è cosa agevole mettere su casa, e sarebbe falsare il vero

dicendo che per Ambrogino i princìpi non furono alquanto difficili. Per

uno, ad esempio, che s'era abituato a far delle mangiate d'insalatina

fresca, e con due centesimi ne comperava tanta che ne avanzava per il dì

appresso, vedersi misurare la lattuga, ben bagnata e fangosa, col

bilancino, era uno sconforto. Egli è vero che il fruttivendolo lo aveva

assicurato che tutte le città di commercio sono così: dove la roba _se

paga nagott_, son mica città! Anche la scelta dell'alloggio costituì una

certa difficoltà, giacchè don Ambrogino dopo essere stato tanto tempo

sotto gli altri, voleva essere padrone lui di casa sua. Ma appena ebbe

tastato il polso ad un appartamentino di quattro stanze nella nuova

Milano, proprio carino, e si sentì rispondere «novecento lire», provò

l'effetto di una scottatura. Del resto codeste furono inezie che non

turbarono punto la sua felicità. — Bisogna prima conoscere tutti i

vantaggi di una grande città e poi giudicare se è cara o no. Non sai tu,

Ambrogino, povero _fesso_ — diceva a se medesimo — che stare a Milano,

al giorno d'oggi, è come vivere a Londra, a Parigi?

[1] Questa novella fu scritta assai prima della guerra! Tutti i

rapporti economici sono oggi spostati.

*

Dopo lungo cercare, alfine avea trovato un appartamentino là dalle parti

di San Celso, formato di tre stanze di cui una così grande che ci poteva

stare anche il letto matrimoniale, se don Ambrogino non fosse stato

tanto savio da conservarsi celibe.

Era una di quelle vecchie case della vecchia Milano, coi ballatoi e coi

vecchi tetti sporgenti, care al tuo cuore, o Emilio De Marchi, poeta,

che ora ben dolcemente riposi sotto la tua terra lombarda!

Una gran corte: nel mezzo della corte un giardino macilento. Ma ai

quattro angoli della corte c'erano dei ritorti antichi tronchi di

glicine che al tempo di aprile si svegliavano e mandavano su per i

quattro piani le loro foglioline, assetate di luce, ad annunciare alle

etiche piante del giardino che il sole della primavera nasceva.

Casa di umili lavoratori: triste e tranquilla come un monastero. È

permesso quivi di stendere su le ringhiere i pannilini lavati in casa: i

bambini non sono rifiutati dal padrone di casa, e possono anche giocare

a tondo nel cortile. Verso le cinque, ogni sera, una trentina di pentole

mandavano quell'odore di battuto e di aglio, che non si sente che a

Milano. È il _minestrone_ che va.

Ambrogino nel fissare questo suo quartierino, avea provato una segreta

dolcezza, come chi rivede un amico perduto, perchè la sua infanzia era

trascorsa proprio in una casa simile a questa ove ora trasportava gli

Dei Penati della sua vecchiezza.

Il solo dispiacere che provò, fu quando la portinaia lo chiamò _el

napoletano_. «_Ma mi son milanes pü assee de lee!_»

Abitava, come egli diceva, al primo piano sotto i tetti; e dalle sue

finestre si vedeva la cupola della chiesa di San Lorenzo con que'

frenetici angeli del Seicento, e le pire con le pazze fiamme di marmo.

Si vedeva, più lungi, la linea pura della guglia del Duomo con la

Madonnina d'oro.

Si vedeva l'Arco della Pace, con quei cavalli che ballano; e se era

sereno, si scopriva il verde dei poveri prati ed ortaglie che si muovono

indietro, conquistati dall'assalto edilizio dell'immensa città.

Qualche volta, o gioia insperata, si scopriva anche la cresta del

Resegone, proprio rimasta eguale a quella che descrive il Manzoni.

*

Dopo aver tanto lavorato, Ambrogino si divertiva a non lavorare; e

spesso si faceva trasportare dalla piazza del Duomo sino a Loreto, come

un gran signore, in uno di quei magnifici carrozzoni elettrici che

passano folgorando che pare la gloria di Dio; e sono più di quattro

chilometri; e con quale spesa? Con soli cinque centesimi.

Questa gita gli serviva anche per far le sue provviste di carne, di

caffè e di altri commestibili, i quali abilmente incartati e sepolti in

certe tasche recondite, faceva passare di _sfroso_ — come si dice a

Milano —, e provava più piacere a _sfrosare_ che a fare eseguire la

legge, come aveva fatto per tanti anni. E giunto al suo domicilio e

traendo fuori e sciorinando le provviste su la tavola, si convinceva

sempre di più che Milano è la città più a buon mercato del mondo per chi

sa accontentarsi. Un fornelletto a gas gli cuoceva la colazione; dopo di

che egli faceva un po' di _contr'ora_ alla napoletana; e poi attendeva a

lucidare, ordinare la sua proprietà.

*

Le finestre di fronte all'appartamento di Ambrogino sono aperte: un

nuovo inquilino è venuto ad abitare. Vi si vede dentro come essere in

casa loro e si potrebbe sentire quello che dicono. All'accento,

Ambrogino capì che dovevano essere venuti dall'_Italia bassa_, e che non

dovevano essere molto pratici di Milano. «Sono proprio due sposini

freschi: non fanno altro che baciarsi».

Don Ambrogino li ha scoperti che si baciavano alla finestra: lei, come

si vide scoperta, è fuggita: «Ma fate pure, le mie tortorelle! — aveva

esclamato il dabben uomo, — io a queste cose non mi commuovo più. Di

fuori è freddo, così vi riscalderete».

*

Don Ambrogino, diventato libero cittadino, con casa propria, stentò non

poco per fare la conoscenza della sua Milano che si era tanto mutata da

quella di una volta.

— Che gente! che ingegno che c'è adesso!

E al mattino stava incantato a vedere tutti quei _tram_, quella gente,

quegli operai, che si mettevano in moto come un grande esercito.

«Soltanto io son libero di fare quel che mi pare», e per provarlo,

saliva su la sua altana a fare delle cassette di legno, dove voleva

seminare i fiori; e poi la lattuga, la cicoria, l'aglio, il pomidoro per

mangiare la sua insalatina.

*

«Oh, alla finestra dell'appartamento di fronte hanno messo le tendine: i

piccioncini non si voglion far vedere, ma poi, se voglio, vedo lo

stesso». Difatti egli essendo _più altolocato_, poteva di lassù notare

tutto quello che avveniva in quella casa. «Deve essere una buona

sposina: non pare nemmeno dell'Italia _bassa!_» E la vedeva far quella

stanza da letto e quella cucina (l'appartamento non era più grande di

così), girare, montare su le sedie, chinarsi giù; pulire, scopare,

lucidare. E poi, messo tutto in assetto, ella si ripuliva, si pettinava;

e si metteva al fornello o al tavolino da lavoro, svelta svelta, linda

linda, sola sola, finchè arrivava lui, e allora don Ambrogino si

ritirava per lasciare alle tortorelle la libertà di baciarsi.

Anche lui, il marito, doveva essere un bravo giovane, benchè dell'Italia

del sud o _sudicia_, come sogliono dire taluni. Lo aveva visto, fuori,

correre anche lui come tanti altri, messo in moto da quella gran

macchina che muove tutta la città. «Però con quel velo di spolverino,

che ti piange addosso, il mio caro uomo, devi aver freddo: credi tu

forse di essere qui a _Napole_, a _Surriento?_ Qui ci vogliono fior di

pastrani! guarda il mio, comperato dai fratelli Bocconi: quaranta lire e

fior di roba! A tre usi: c'è per il sole, per la neve e il cappuccio per

la pioggia!»

*

Sola sola! linda linda! Ma una mattina, mentre don Ambrogino — era

decembre e c'era un sole ammalato, come un saluto della buona stagione

che se ne va, — se ne stava su la sua altana a lavorare devotamente le

sue cassette, sentì nel silenzio dei tetti una voce languida e gaia che

modulava un canto a lui ben noto, per cui egli rimase col martello e col

chiodo sospeso: la voce cantava con quella passione di suoni che s'ode

laggiù:

A mezzanotte 'n coppa a 'u mare

splende la luna d'argiento fino....

«_Napole!_ — esclamò don Ambrogino; e si ricordò di Santa Lucia, col

mare e col Vesuvio. — Già, qui i maccheroni non li sanno fare. E anche

il barbèra era più buono quello che si beveva una volta».

*

Ma quante cose nuove a Milano in così breve tempo! La piazza Castello,

con le baracche del vecchio Tivoli, dov'è? E quel Parco cresciuto come

per opera di una bacchetta magica? E quel castello dove stavano i Croati

col Radetzky? Lui se li ricordava i Croati: a scuola le avea anche lui

cantate le preghiere per «il nostro imperator!» E il cimitero di

Musocco? In _tram_ elettrico anche lì. Più tardi che è possibile, però!

Invece laggiù, per i mortorî, tutti quei pianti, quei catafalchi! Qui,

invece, in _tram_ e via! Volete essere _cremati_? Basta dirlo prima.

*

Don Ambrogino non è curioso, ma ieri è rimasto parecchio tempo a

strologare che cosa faceva la sposina al suo tavolo da lavoro: che cosa

cuce, che cosa agucchia? «Oh, che stupido — disse poi: — ma quello è il

corredo per un bambino!»

E il giorno seguente la rivide di sfuggita, con uno scialletto di lana

in testa: rincasava in fretta dopo aver fatto le provviste col suo

cestello: la osservò meglio: — _Issa tiene ò piccirillo!_ — disse don

Ambrogino.

Doveva essere negli ultimi mesi, perchè da allora in poi non la vide

uscire che assai di rado.

*

Hanno comperato una stufa. Era tempo. Il caldo dei baci va bene per loro

due, ma il bambino che deve nascere non la penserà così! Ma che stufa

hanno preso mai! di quelle miserabili stufe di lamiera, che ogni quarto

d'ora bisogna buttarci un pezzo di carbone. «Dovevano comperare una

stufa come la mia, _vera, ti?_», e si rivolgeva alla sua stufa, la quale

aveva costituito per lui una questione molto seria. Le avea passate

tutte in rassegna: a carbone, a legna, a gas; uno studio fatto sui

cataloghi, controllato da debite informazioni; e finalmente avea dato la

preferenza ad una stufa tedesca con regolatore, in forma di una casetta

con bei metalli nichelati, con le lastrine di mica che fanno vedere il

bel fuoco, che veglia di dentro. Chi lo avea deciso a tale acquisto era

stato il signor..., un signore che terminava in _mann_, che parlava

mezzo tedesco e mezzo milanese; e gli avea detto: «Volete, signor,

l'ultima espressione del progresso, una razional stufa? una stufa _hors

ligne_ e da _spend poc danee?_ Comprate mia stufa.»

Era costata cara, ma come ne era contento! Non si spegneva mai: andava

piano pianino, andava forte, più forte; aveva giudizio come una persona.

La completa fiducia nella sua stufa tedesca gli era nata al ritorno da

una gitarella a Menaggio, sul lago di Como, dove avea alcuni parenti; ed

era stato a visitare anche Brunate, dove è proprio vero quello che dice

il bollettino in Galleria, che lassù c'è sempre il sole. E si vede tutta

la Svizzera, tutto il lago di Como; e chi vuole spendere cento lire,

trova da buttarle via e bene, e chi non vuol spendere niente, non spende

niente come aveva fatto lui, e non trova nemmeno un mendicante che lo

fermi con un: _Signurì, Eccellenza, facite a carità!_ come nell'Italia

_sudicia_. Egli, anzi, si era riempito _gratis_ le tasche delle castagne

di cui sono cosparsi que' sentieruoli de' boschi, ed era tornato a

Milano. Bene: la sua stufa tedesca ardeva, e lo attendeva

tranquillamente col suo mite calore! Brava gente quei signori in _mann_!

Era la stufa come una cosa viva nel suo appartamento solingo, e ne

parlava con frequenza e compiacimento e diceva: «La mia stufa» come

avrebbe detto: «La mia signora!»

Ora quella gente lì avrebbe dovuto comperare una stufa simile alla sua,

se avessero avuto giudizio. «Povera donna, soffia, soffia adesso per

accenderla, altro che cantare: _A mezzanotte 'n coppa a 'u mare_».

*

Una mattina Ambrogino scorse il suo inquilino di fronte che alzava la

tendina dietro i vetri e aveva un coso bianco in braccio, un fagottino

bianco.

— Il piccirillo è nato, eccolo là! — disse don Ambrogino.

Era nato nella notte: il babbo ora alzava la tendina della finestra e

gli faceva vedere il mondo per la prima volta.

Nevicava quella mattina.

— Queste sono disgrazie che non accadono a noi, _vera, ti?_ — raziocinò

a mo' di conclusione don Ambrogino rivolgendosi alla sua stufa, su la

quale posava il bricchetto del caffè e latte, giacchè da quell'ingegnoso

uomo che era, pensava che la stufa poteva servire anche a risparmiare il

gas.

*

Quanti siano i vantaggi di una grande città come Milano, non è facile

numerare: ci proveremo tuttavia.

Quando verso mezzanotte rincasava dalla sua partita a tresette — un

giuoco che non lo sanno giocare garbatamente se non a Milano — si era

sicuri di trovare sempre le vie illuminate, e che luce! Cadeva la neve?

Il giorno dopo non c'era caso di trovarne una falda per terra. E lo

spettacolo della Galleria? del corso Vittorio Emanuele? Se uno vuole

istruirsi — il che non era il suo caso —, vedi quante conferenze,

università popolari, con tanti professori che formano una filza più

lunga della lista dei piatti del gran banchetto che qualunque mortale

può con quattro lire soltanto offrire a se stesso al caffè X***: dove si

comincia il primo piatto col Melange Biffi, poi sfilano _consumè,

omelette al burro, aspargi all'uovo, salade alla russe_, gelati _à la

napolitaine_, che c'era da prendere l'olio di ricino se uno avesse

voluto mangiar tutto, come era accaduto a lui che una volta tanto aveva

voluto provare.

E i teatri? Ogni tanto opere nuove! Ogni tanto, o lì nei libri, o lì

nella musica e nel teatro, un uomo di genio. Come è nato? Chi lo sa? È

nato lì in Galleria. Dopo si muta, e sempre così. Ben è vero che don

Ambrogino preferiva la serie dei quintini, al teatro, ai libri; ma

stando a Milano, a furia di sentir ripetere certi nomi, si finisce

coll'istruirsi senz'accorgersi.

E tutta la carità che faceva Milano? Il pane gratis ai poveri, la

refezione gratis nelle scuole, i dormitori, l'infanzia abbandonata, le

fanciulle perdute che vengono ritrovate. E il baliatico?

— Quella stupida lì, invece di star a farsi succhiare il petto dal suo

marmocchio, si poteva rivolgere al baliatico!

*

Fra le molte felicità di Ambrogino vi fu però una scoperta _minga

bella_.

Non era soltanto il risotto e il barbèra, _deteriorati_ da quel che

erano una volta; ma un'altra cosa di cui a bella prima non si voleva

persuadere, cioè che i milanesi veri come lui, dal cuore largo e dal

parlare franco, non erano più che in pochi, a Milano. E invece dei veri

milanesi, troppi tedeschi! E poi parevano loro i padroni di Milano! E

che modi! Se lui fosse andato a Berlino, si sarebbe presentato col

cappello in mano, avrebbe chiesto licenza come si fa quando si entra in

casa degli altri: invece loro...! Un giorno alla birreria ne aveva

vicini due: due pezzi di marcantoni che mangiavano gli spaghetti, e ci

mescolavano, ridendo, la parola, _Italia_. Lui non capiva perchè

parlavano tedesco, ma gli parve che per coloro _Italia_ e _maccaroni_

fossero due cose che si mangiano. Se avesse saputo il tedesco, avrebbe

preso la difesa dei maccheroni, che valgono quanto il risotto e la

busecca.

Aveva poi mutato posto per non compromettersi e aveva chiesto al

cameriere un giornale: il cameriere, nemmeno a farlo a posta, gli aveva

buttato lì cinque o sei giornali tedeschi insteccati, di cui non si

capiva nemmeno il titolo.

— _Anca ti te diventet todesch?_ — aveva chiesto al cameriere, il quale

di rimando:

— _Was wollen Sie?_

— _Copet!_ — aveva esclamato Ambrogino, e se ne era andato.

E la sera, giocando la sua partita, aveva fatte le sue rimostranze: —

Per che cosa allora abbiamo fatto le Cinque Giornate?

Lui veramente nel Quarantotto era nel grembo di sua madre, ma ogni

milanese di una certa età ha fatto le Cinque Giornate!

Saltò su uno della compagnia: — _Lü l'è minga_ all'altezza dei tempi!

_El capiss no_ che siamo tutti fratelli?

E don Ambrogino avea risposto: — Bene, fratelli! ma loro fratelli

padroni e noi fratelli servitori.

*

Quella notte, rincasando, ci ragionò sopra quella discussione politica,

e concluse col dire quella gran parola che aveva imparato laggiù: _nun

te ne' incaricà!_

E quando fu a casa, tolse la bottiglia del perfetto elisire: grappa

autentica, con l'erba ruta: una sua confezione. Era regolamentare un

bicchierino, ogni mattina. Ma quella notte fece eccezione. — Ambrogino,

bevi un bicchierino di _me ne impipo!_

Erano le due dopo la mezzanotte: nella casa di contro luceva ancora la

lampada.

— Si vede che il _piccirillo_ non vuol dormire, — argomentò don

Ambrogino, spogliandosi e ripiegando i suoi abiti di mano in mano che se

li toglieva di dosso. E spense il lume e si ravvolse fra le lenzuola.

*

Maggio! È venuto maggio con le rose e i mughetti. Milano splende e suona

operosa nel sole. I giardini espongono le loro aiuole fiorite: il parco

è un incanto. Le ruote delle carrozze signorili scintillano co' loro

cerchioni di gomma su la ghiaia fine; i palafreni vanno di bel portante,

fanno suonare i metalli dei loro fornimenti.

E poichè il medico ha consigliato a don Ambrogino la cura del latte come

antidoto al barbèra, così egli si reca ogni mattina alla latteria dei

Giardini Pubblici; e v'è una stalla «razionale» ove le vacche stan lì

pulite in fila, che è un piacere guardarle, e il latte è servito in fini

cristalli con sottocoppe, e vi sono bei sedili e opache ombre per bere

il detto latte alla frescura: e fanno il servizio fanciulle graziose in

grembiule bianco.

*

Alla latteria ha incontrato una giovane donna, col cappellino, e un

bambinello in braccio: stentò un poco a riconoscerla, ma poi la ravvisò.

Poverina, come è andata giù! È la sua vicina di casa che viene a

comperare il latte pel bambino: il quale però è florido. Non è più uno

sdentato, ha già due dentini.

— Che bella primavera! par di essere in campagna! — avea esclamato don

Ambrogino, e si era presentato come suo vicino di casa.

— Mi pare bene di averlo veduto! — osservò la giovane.

— Sono stato anch'io laggiù tanti anni, che le conosco bene quelle

parti.

Ella parve contenta di questa informazione e disse che ciò si capiva un

pochino anche dalla parlata, e aggiunse che ella era senese e suo marito

di Nocera de' Pagani.

Eh, eh! li conosceva bene tutti quei luoghi dell'Italia _bassa_,

Ambrogino. A Nocera c'era stato, anche.

— Già, noi ci siamo conosciuti e sposati laggiù, — disse ella. — Conosce

allora il tale, la tal'altra, quella che ha sposato, ecc.? quello che ha

fatto, ecc.?

— Altrochè! — Altrochè se Ambrogino li conosceva! che cos'è che non

conosceva lui?

— Eh, Milano, — sospirò la giovane, — è una grande città, gran

commercio; vi sono i fratelli Bocconi che li conoscono anche dalle

nostre parti: ma son gente superbiosa i milanesi!

Ambrogino protestò: — _Che la disa minga inscì!_ I milanesi veri, i veri

ambrosiani hanno un cuore _grand'inscì_.

— Sarà come lei dice, ma noi si stava meglio laggiù, nel paese del mi'

marito; benchè io, come gli ho detto, sia senese. Ma tant'è: mi ero

abituata! E poi lo sa bene: «Ad ogni uccello su' nido è bello!»

— Già, come dicono anche a Milano: _Milan e poeu pu!_

E Ambrogino aveva toccato con la sua grossa mano la guancia del bimbo,

così con trepidanza, come si tocca una cosa delicata che non si conosce;

e aveva detto: — Il _figlio_, però, l'è milanese.

*

E così fecero conoscenza e si vedevano sovente ed ella gli raccontava

dell'esser suo.

— Quella, — essa diceva, — era stata un'annataccia; ma poteva andar

peggio, e c'era da ringraziare la Provvidenza perchè il cittino stava

bene e non aveva avuto nè il lattime nè la rachitide: un vero miracolo

se si pensa che si ha da vivere in quelle du' stanzine basse basse e

senza mai sole. Guardi che bei dentini gli ha messo: questo si può

proprio dire che glieli ho fatto io col mi' sangue. — Ma ora del latte

non ne avea più tanto, e il medico avea consigliato il latte della

latteria dei Giardini.

— Pensi, signor mio, che cosa mi costa questo latte! Da porta Ticinese

venir sin qui col bimbo in braccio, io non ci reggo: dunque dieci

centesimi del tranvai a venire, e dieci a tornare: un po' il bimbo ne

beve, un po' bisogna portarne a casa e sa, è vero? che cosa costa qui il

latte al litro, che non è mai un litro, dieci soldi! Anche dal

macellaio, dal pizzicagnolo, dal droghiere....

— Sì, dal _fondeghee_ — corresse Ambrogino.

— .... non danno mai la misura giusta: mettono certi pezzettacci di

carta fatti a posta con la polvere di marmo che su di un etto se ne

vanno venti grammi a dir pochino: e poi dànno certe spinte alla bilancia

che la va giù anche a non volere. Io un giorno ho fatto le mi'

rimostranze, e si dovevano mostrar confusi: che! Hanno risposto, e con

che tono! e m'hanno chiesto se la su' pigione e le su' tasse le pagavo

io. Creda che son molto superbiosi i milanesi. E poi, eh dico, signor

mio, non hanno mica una gran creanza! Che almeno avessero quella! Tu vai

in una bottega e ti senti chiamare dal merciaio: _ehi lee, popòla, bella

tosa!_ ma son modi codesti? I primi tempi me ne feci caso: oh, per chi

mi han presa, per una poco di bono? ma poi non ci badai più: ho inteso

che anche alle signore dicono così a volte.

— _Vèdela_ — spiegò Ambrogino che si divertiva a sentire quella parlata

— è un modo di dire: anche a me _me disen bel tos_.

— Ma sono anche — ribattè lei — tanto sfacciati: anno, quando venni qui,

che ero un po' belloccia, sentivo de' ragazzacci buttarmi de'

complimenti che non si dicono nemmeno a quelle che fanno quel mestiere.

— Che li compatisca, — disse Ambrogino in modo che ella ne rise — fan

mica a posta. Siamo sensibili, noi milanesi, alla bellezza!

Ella proseguì:

— Ora la faccia il su' conto: per il latte sono quattordici soldi che

vanno ogni volta, a dir poco, e io non ho più tempo di badare alle mi'

faccenduole e il mi' marito mi sgrida perchè non trova la colazione

pronta. Ma come s'ha a fare che le braccia son due e questi piccini non

intendono ragioni? Ho provato il latte del lattaio, ma gli è tutt'acqua.

Anch'io, veda, dovrei venir qui a bere il latte, perchè sono diventata

anemica; ma se bevo io, non beve il bimbo, le pare? I piccoli impiegati,

come noi, non possono ricorrere alla carità come fanno gli operai, e

aggiunga questo: che per noi vi sono troppe esigenze. La vuol sapere che

io mi vergogno a uscir di casa così mal vestita? Io ero venuta a Milano

con qualche soldo di mio e ora ce n'è rimasti pochini.

*

E così parlavano sotto una bella ombra: e don Ambrogino le diceva che

lei avrebbe dovuto fare come fanno tante spose a Milano, che i figliuoli

li dànno a balia, e loro poi vanno commesse di negozio e si cavano la

giornata meglio di un uomo.

— Ah, lo so bene, — rispose la giovane, — che qui fanno così, e il mi'

marito voleva che lo mandassi a balia, il mi' citto. Ma veda: io al mi'

marito gli ubbidisco in tutto, che se mi dice: sta costì e non ti

muovere, e io non mi muovo: ma in questo di dare il mi' figliuolo a

balia, no, no, e poi no! L'ho fatto io? Lo voglio allevare io. Saran

pregiudizi, ma il sentimento mi dice così: o che si fanno i figliuoli

per il piacere di farli? E poi di quelli che vanno a balia ne muore la

metà.

«Buona tosa, ma un po' _cialla_, — che gli è come dire un po' citrulla,

pensava don Ambrogino: — Si muore a balia? Ma son morto io che sono

stato dato a balia?»

*

Ma, ohimè, Ambrogino ne dovea sentire venir fuori delle altre da quelle

pallide labbra di mamma giovane, e con le parole vennero fuori anche

certe lagrime amare.

La pace non c'è ora più in famiglia: suo marito che prima era tanto

buono, tanto di casa, adesso non lo si riconosce più: non la guarda più

e la trascura.

— Guardi le mi' mani come son diventate rosse a forza di lavare, —

dicea. — Bisognerebbe far quello che fa l'inquilina del primo piano!

Tutto il giorno la si gingilla in vestaglia, una più bella dell'altra, e

quando esce, bisogna veder che roba! Quella lì il mi' marito la guarda,

e i fornitori le fanno credito e la chiamano _sciora_, e non è invece

che una svergognata, che una donnaccia di quelle.... Son sola il giorno

perchè lui è all'ufficio: son sola la notte, perchè quando ha mangiato

quel boccone, scappa, e chi lo vede più? La mia compagnia è questo

povero citto. Lui, poverino, non intende nulla, gli ha nove mesi ormai,

si figuri! ma io ragiono con lui come se fosse grande, e certe volte mi

fa certi sorrisi aperti che pare intenda tutto. E mi dica, con chi

dovrei parlare tutto il giorno e tutta la sera quant'è lunga?

— Che la guarda che _el fiolin_ ride! — disse con istupore Ambrogino.

— Ma se le dico che par che intenda tutto! O veda que' du' dentini che

gli ha messo! veda come son bellini, bianchi! La mi' pena era che non

gli nascessero denti, chè è segno di rachitide; e invece se lei gli

mette il dito in bocca, sente come le gengive sono accalorate.

Ambrogino si sfogava in elogi e lei rispondeva crollando le spalle, e

aveva certi «che, che!» e un certo modo di dire così grazioso che non

c'è neanche in milanese: diceva: «canini, gattini e bambini di contadini

son carini quando son piccini. Dopo poi!».... — e qui un gran segno. —

Io, veda, vorrei che restasse così piccino.

*

30 maggio. Chi vuol vedere che città sia Milano, deve venir qui di

maggio quando ci sono a San Siro le corse, quelle che fanno i signori.

Chi non va a San Siro, sta ad aspettare il ritorno dalle corse. Tutta

via Dante, tutto il largo Cairoli è zeppo di gente, e tutta ben vestita,

perchè a Milano, se qualcuno ha della miseria, se la tiene in casa e non

la mette in mostra. I soldati a cavallo, i carabinieri in gran tenuta,

col piumaccio rosso, regolano la folla e fanno proprio un gran bel

vedere. Adesso che non ci sono più le guerre, i soldati servono per

decorare la città.

Anche Ambrogino stava ad aspettare il ritorno dalle corse, col naso in

su, quando si abbattè nella giovane sposa, che portava il bambino in

braccio, con una bella cuffiettina nova di bucato, tutta a sbecchi. La

sposina presentò Ambrogino a Pasquà, il marito, che già si conoscevano

di vista e di saluto.

A un tratto la gente cominciò a dire: ecco! ecco!; e passano le grandi

carrozze, gli _stages_, con sopra tutta quella signoria di belle donne,

di belli uomini, tutti felici. A quel nembo di ricchezza e di gioia che

trasvolava al galoppo dei grandi corsieri, la sposina non potè frenare

la sua ammirazione; e ritta su la punta de' piedi, si sporgeva in avanti

quasi dimenticando il bambino che reggeva. Esclamazioni di stupore le

fiorivano su le labbra smorte.

Ma Ambrogino che godea di quell'ammirazione, quasi che quelle berline,

quello splendore di vestimenta e di monili fossero stati un tantino di

sua proprietà, le diceva:

— Altro che il palio di Siena!

— È altra cosa — rispondea lei a pena, senza voltarsi. — Ma, certo,

questo seduce di più.

Chi non sorrise, chi non spianò la fronte fu Pasquà. Si faceva livido.

Finalmente scoppiò a dire digrignando i denti:

— _Quanto se' fessa!_ Ammira, ammira, perchè è tutto sangue del povero

quello che hanno addosso quella gente lassù, e lo portano in mostra! Ma

lo vogliamo fare anche noi il maggio con del rosso di sangue: e _li

mortaretti_ per da vero. Sfruttatori!

Ambrogino gli fece osservare che lì si veniva per divertirsi, e non per

guastarsi il fegato. — E vada per _sfruttatori_, ma la sua _siora_, che

colpa ne ha?

— Ci ha colpa sì, ci ha colpa! — rispose lui con fare da cattivo. — Via,

a casa chè non la voglio più vedere questa mascherata!

Lei supplicò un altro istante.

— A casa, dico — ripetè lui, e ruppe di traverso la folla. Lei gli andò

docilmente dietro con la cuffietta bianca del bambino che, immemore,

sopravanzava la gente.

— Della felicità non ce ne deve essere rimasta più tanta — disse a se

stesso Ambrogino, come li vide scomparire.

*

Il dì seguente Ambrogino, vedendo la sposa ai Giardini, le chiese

bonariamente:

— Suo marito non deve mica essere del partito del Governo....

— Che! Lui ora è tutto per la rivoluzione.

— E lei cosa ne dice?

— Io? che vuol che le dica? A me dispiace perchè ho paura che si

comprometta, che perda l'impiego e forse peggio. Del resto io non me ne

intendo di politica. Quello che le posso assicurare è che quando

comincia a mancar la roba in casa, si finisce col perdere tutti i buoni

sentimenti. Ma lui, creda, gli è un debole. Sono i cattivi compagni che

lo hanno guastato, — concluse tristamente.

— E che cosa vuole?

— Lui dice che vuole il comunismo; e anzi una volta per celia io gli

dissi: «Oh, vai, allora mi farò un bel damo anch'io!»

— E lui?

— Lui m'ha dato un ceffone.

In verità la felicità aveva fatto San Michele da quelle due stanzette,

dove un tempo le due tortore avevano edificato il loro nido d'amore.

*

Passò un anno ed è il giugno. Oh, gli ultimi anni della vita devono

essere allegri, viva Dio! Don Ambrogino si è persuaso che luglio, agosto

e settembre non sono i mesi più belli in Milano, e quel suo nipote che

sta a Menaggio, gli ha detto che se vuol venir _a far campagna_, una

stanza a sua disposizione ce l'ha; e, per mangiare, si accozzerà il

pentolino.

Ambrogino ha accettato.

Chi lo vede adesso sul lago di Como con un berretto all'inglese, ben

rasato e i baffi grigi tirati su le gote piene e rubizze, lo può

scambiare per un maggiore in ritiro o per un gentiluomo straniero, e

invece è semplicemente Ambrogino: il quale se ne sta in un battelletto

alla frescura attendendo senza impazienza che qualche pesciolino onori

l'amo della sua lenza.

*

Ottobre. Don Ambrogino, se la va innanzi così, rischia di riuscire una

persona qualificata. Le sue buone qualità sono state apprezzate sul lago

di Como più che a Milano: uomo indipendente, gentile con tutti, che va

d'accordo con tutti i partiti: insomma, l'ho a dire? gli è stato

proposto se voleva accettare d'essere consigliere comunale.

Quell'offerta gli aveva cagionato molta gioia. Il Governo lo aveva

liquidato senza nemmeno farlo cavaliere? Il popolo, invece, riconosceva

i suoi meriti.

*

Novembre. Don Ambrogino è tornato a Milano: è dubbio però se, riuscendo

eletto, non trasporterà i suoi Penati e la sua stufa a Menaggio.

Ha riveduto la sposina. Lui le ha contato come passò quattro mesi sul

lago e che bella vita vi si conduce. Lei alla sua volta gli ha

raccontato che adesso lavora in casa per conto di un mercante di abitini

fatti.

— E il suo Pasquà?

La sposina alzò le spalle:

— Peggio di prima — disse.

— E come va per il resto? Coi milanesi ha fatto la pace? Ci si è

adattata al risotto e al minestrone?

— Eh, così, così — disse sorridendo —; ci si viene abituando un po' per

volta. Sa che dovevo andare in un negozio di mode come banchiera? mi

prenderebbero volentieri, mica per la bellezza che non c'è, ma per la

parlata: due franchi al giorno e la colazione. Se non fosse pel bambino

avrei di già accettato.

— Vede che si adatta anche lei? — disse Ambrogino. — Milano è fatta a

posta per svegliar la gente.

— Sì, sì, non sono più così sciocca come prima! — e pareva volesse dire

dell'altro, ma si spicciò con un: — Arrivederla, signor Ambrogino.

Ambrogino la seguì con lo sguardo. Ora camminava non più impacciata come

una volta; ma avea preso quel fare galante e sciolto della pedina

milanese. Il volto non avea acquistato lietezza di vivo sangue, ma da

quel pallore traeva profitto l'acconciatura dei capelli e la studiata

cura del volto, le quali arti prima le erano ignote.

*

1.º dicembre. Il bambino della vicina deve essere ammalato perchè la

finestra della stanza da letto degli sposi è rimasta illuminata tutta la

notte. Si vedevano due ombre passare spesso: era lui ed era lei. Dunque,

segno che il _piccirillo_ era ammalato. Anche la notte seguente,

tornando a casa, vide la luce splendere lassù in alto: stette un poco

con gli occhi a guardare come uno che fa un pensiero, di andare a

sentire cosa c'era lassù; ma non lo condusse a termine; e infilò la

chiave nello sportello della sua casa.

Quando si svegliò (anzi lo svegliò la portinaia col fattorino della

posta che recava una lettera per espresso) erano le otto suonate. La

lettera era del nipote che gli scriveva di prendere subito il treno e

venire a Menaggio per un'adunanza del Comitato.

Ambrogino mise fuori d'un salto le gambe dal letto, si vestì in fretta,

fece la spesa di una vettura e si fece portare alla stazione del Nord,

chè il treno per Como partiva in quel punto.

Guarda come è fatto il mondo, e specialmente quello che circonda Milano!

Era partito con la nebbia, ebbene, a pena a Saronno, si diradava in una

lieve trasparenza di sole, e procedendo ancora, venivano fuori le ville

bianche, le vette dei colli ridenti come visi di donne che si tolgano il

velo. Ecco lassù Brunate nel sole!

Dal treno saltò sul battello, e allo sbarco a Menaggio c'erano il nipote

ed alcuni amici ad aspettarlo. Temevano che non arrivasse. Macchè!

Svelto come un giovinotto, Ambrogino era arrivato! Sùbito, in carrozza,

e di lì alla sede del Comitato.

Che cosa avea detto? che cosa avea fatto Ambrogino in quella memorabile

seduta?

Aveva parlato, e aveva detto una cosa straordinaria: che era venuto il

tempo di far la lega dei galantuomini. _L'è inscì ciara!_

*

Ritornò a Milano.

Ma quando fu davanti alla soglia di casa sua, vide una cosa nuova che

interruppe il corso dei suoi festosi pensieri; e un'imagine lugubre

volle penetrare a forza nella mente di Ambrogino.

Il portone della casa di fronte era per metà socchiuso. Ora è costume a

Milano, a pena qualcuno muore, di chiudere uno dei battenti.

Guardò in su alle finestre della casa, come se quelle avessero dovuto

dire qualche cosa: non dicevano nulla; solo dal cielo di piombo,

venivano giù certe piccole falde di neve, preavviso di una di quelle

nevicate che coprono tutto, che hanno virtù di stranamente addormentare

i rumori dell'opera umana.

*

Evidentemente il _piccirillo_ è morto!

E anche questa volta Ambrogino parve titubare; ma si risolse alfine.

Entrò dunque e domandò al portinaio se era morto il figlio della

napoletana, chè così era chiamata colei, come quella che era di oltre

Po.

— Sì sì, l'è morto ieri — rispose il portinaio dal suo deschetto —, ma

credo che sia stato meglio così —, concluse con quella filosofia che è

caratteristica dei portinai in genere e del portinaio milanese in

ispecie.

— Si può andar di sopra?

— Tutte le volte che vuole.

Andò dunque di sopra e si trascinò sino all'ultimo pianerottolo, e ad

ogni ripiano delle viscide scale lo ammorbava quel tanfo di latrina in

comune. Credeva, di mano in mano che saliva, di sentire gemiti o grida e

ne avea sgomento: invece era tutto quieto anche davanti alla porticina

chiusa ove stava la napoletana.

— È qui dove sta la napoletana? — domandò ad una bambinella che sul

ripiano giocava placidamente con la bambola insieme con due altre

bambine.

— _Quella che ghè mort el fiolin?_ — chiese. — _Sì, la sta lì._

— Ambrogino tirò di campanello.

Venne, quasi subito, ad aprire lei.

Aveva gli occhi rossi e gonfi ma non piangeva: si era vestita di nero ed

era tutta ben ravviata.

— Povera tosa! — compassionò Ambrogino prendendo la mano di lei, fredda

e umidiccia, tra le sue. — Ma come l'è stata?

La madre sospirò di un sospiro profondo e senza lagrime, e poi disse:

— Venga pur avanti, signor Ambrogino.

— Non c'è mica lui, Pasquà?

— No, è fuori.

Attraversò un piccolo corridoio buio, e poi entrarono in una

stanzettina.

Era la stanzettina dalle cui finestre, tre anni avanti, Ambrogino avea

visto le due tortorelle baciarsi e fare il nido adorato. Allora era un

giorno grigio come in quel dì, e l'aria avea anche allora il sospiro

pieno di raccolta pace della neve.

— Si accomodi qui, — disse la giovane, e lo fece sedere vicino al tavolo

da lavoro dove c'erano le cuffie, le maglie che la donna lavorava per il

mercante.

Ella cominciò a raccontare com'era stata la cosa, e lui, prima di

sedersi, fece atto di levarsi il cappotto.

— No, lo tenga, — disse lei, — non faccia complimenti, qui è freddo, — e

seguitò a raccontare tutta la malattia con una tranquillità indifferente

come parlasse dei casi di altra persona.

— Gli è stato meglio così, sì proprio, meglio così! — concluse infine

come ebbe il tutto minutamente narrato; e non sapeva poi dir altro che

queste poche parole; e lui voleva domandare perchè diceva che «era stato

meglio così;» ma allora lei scoppiò in un gran pianto, così grande e con

tante lagrime che Ambrogino ne ebbe pietà e le prese la testa e la

appoggiò contro il suo pastrano e stette tanto così che sentiva il caldo

di quelli occhi e di quelle lagrime arrivargli alle carni.

Si calmò un poco per volta e ritornò come prima, e come prima ripetè:

— Gli è stato, creda, meglio così: il Signore che dicono che non c'è, ha

capito lui le cose e se l'è preso; sì, meglio così: ora la è finita: gli

è finito tutto. Anche la famiglia fa liquidazione per fine stagione,

come dice il mio mercante.

— Ma perchè? — domandò Ambrogino che era confuso davanti al dolore.

— E me lo chiede? Perchè sarebbe stato un infelice, perchè il su' babbo

è un poco di buono e io.... io, — e si strinse nelle spalle. — Io non ho

più forza di essere una mamma come dev'essere una mamma, e quando le

mamme e i babbi non possono essere buoni, è meglio che i figlioli se li

prenda il Signore. Vede? Noi tutti si vive così, giorno per giorno, si

pensa a tante cose, a questo a quello; ma quando si more, allora

soltanto si capisce che cosa è la vita; allora ci è detta una gran

parola, e lui poverino, veda, che aveva du' anni soli, capì, sì, capì e

chiamò il su' babbo e la su' mamma con una certa vocina che non diceva

altro che: «babbo, mamma, tu qui e tu qui!» cioè io da una parte e lui

da un'altra; e soltanto quando ci mettemmo come voleva lui, sembrò

contento e poi spirò. Ma se l'avesse sentita quella voce! pareva che

sapesse tutto, tutto quello che era stato, e che lui ci giudicasse; e ci

ha voluti l'uno di qua e l'altro di là del su' letto e teneva una manina

su la mano di lui.... di Pasquà, e ci ha uniti per l'ultima volta con

più santità che il prete all'altare quando ci sposò.

E la giovane donna che aveva parlato così sino allora, scoppiò in un

urlo orrendo che atterrì Ambrogino, e la vide ritrarsi in fondo alla

stanza, e gridò tre volte: — Signore! Signore! Signore! — e si buttò per

terra, sul pavimento, con le braccia stese che faceva pietà.

Ambrogino guardò attorno impaurito che a quelle grida venisse qualcuno.

Non c'era nessuno, ma già cadeva la neve e avvolgeva tutto nel silenzio.

Allora si accostò alla giovane quasi con sospetto, e si chinò e la levò

su; le pulì le vesti che erano imbrattate, e col suo fazzoletto le

asciugò il volto e non diceva nemmeno più «povera tosa», ma crollava il

capo come per dire: «ma guarda che robe ci sono nel mondo!»

Dopo, per fortuna, la si riebbe da per sè, se no Ambrogino era deciso a

chiamar gente, anzi dopo quello sfogo sembrò come sollevata. Sorrideva

quasi e disse:

— Grazie, signor Ambrogio. Il Signore, che io l'ho sentito vicino, le

renderà merito della sua carità: non mi sono potuta sfogare con nessun

altro e mi sono sfogata con lei. L'avevo qui nella gola come una cosa

dura; ora l'ho mandata fuori. Lui, povero martire, l'ha pagata per

tutti, oh, l'ha pagata per tutti! gli ha fatto come Cristo; è morto lui

per gli altri, lui povero cittino, solo, capisce? solo e senza difesa!

— Ma che la non si commuova più..., — supplicò Ambrogino.

— No, no, adesso sono tranquilla, sto bene.

— E lui? Pasquà?

— Lui? Oh, ha sofferto anche lui, sì, povero infelice, perchè d'animo

non era cattivo. Ma quello che è spezzato non si attacca più.

Liquidazione di tutto, le dico. Meglio così! Dopo che lui è _passato_,

avrà bevuto più di una bottiglia di grappa: è diventato più feroce e più

brutto di prima. Allora ci siamo accapigliati là, davanti a lui. Non

voleva il prete e la croce, io la volevo. Finalmente ha ceduto. Ma ha

detto che il cadavere lo vuol sbattere in faccia a qualcuno. Perchè ha

detto che se era ricco, il su' figliuolino non sarebbe morto; ha detto,

e mi ha fatto paura.

Domandò Ambrogino: — E adesso dov'è?

— Adesso è andato a chiamare i compagni.

— A che ora lo portano via?

— Alle due, hanno detto, ma con questo tempo chi sa se si potrà! Lo vuol

vedere?

— No! no! — fece Ambrogino con gran riluttanza.

— Non fa mica paura, sa! — disse la donna sorridendo, — pare così che

dorma. Venga!

Ma Ambrogino si tirava indietro.

— No, venga! — e aperse l'uscio della stanza.

Ambrogino allora dovette guardare e vide un corpicino disteso

placidamente sul letticciuolo.

— Come è grande! forse perchè è tanto che non lo vedevo più! — esclamò a

pena Ambrogino, e rimase con la bocca aperta.

Fra le manine incrociate c'era una corona. La finestra era aperta; e la

neve entrava dalla finestra aperta come una schiera di farfalle liete e

strane. Sì, pareva proprio che dormisse: solo quei dentini bianchi che

venivano fuori dalle labbra, facevano pena e davano al visino

un'espressione amara.

Ambrogino fece senza volerlo un antico, obliato segno della mano: il

segno della redenzione! e alcune pure parole latine, che invocano pace

vera ed eterna, gli ricorsero su le labbra.

Dopo disse:

— Ci viene anche lei dietro?

— Oh sì, — rispose lei, — mi vestivo ora per quello.

Ambrogino salutò e disse che sarebbe venuto anche lui: si sentiva una

certa cosa che gli moveva tutt'il sangue e aveva bisogno di respirar

dell'aria.

«Guarda che robe ci sono nel mondo!» e crollava il capo. Sul

pianerottolo sedevano ancora le tre bambine, e la più grande domandò se

il morticino era bello. Ma Ambrogino non vi badò: da tempo immemorabile

non si era più commosso e adesso stava male. «Dovevo mica andare; ma

già, se anche non andavo, quel dolore lì c'era lo stesso», diceva fra sè

e sè. E alla prima bottega che trovò su' suoi passi, entrò e prese un

caffè con un bicchierino di grappa per darsi un po' di spirito.

Se lo ricordava quando veniva ai Giardini a bere il latte, e ne beveva!

ed era tutto felice di giocare con la terra. Adesso della terra ne avrà

anche troppo; e ricordava che gli aveva anche lui fatta una carezza su

le guance. E si sentiva certe vecchie lagrime nascere da ignote sorgenti

e gli pareva che una voce gli dicesse: «La vita è triste».

*

In via Santa Margherita passò davanti ad una bottega di fioraio: la neve

cadeva, e dietro la smisurata vetrina, sur un tappeto di capelvenere,

giacevano come stanche di essere nate anzi tempo, pallide rose e ciocche

di gran viole. Dai verdi steli, invece, le orchidee spingevano i loro

mostruosi petali, come gole aperte di colubri; e le azalee fiorivano in

vaghe ombrelle.

Spinse la porta che era pur essa tutto un gran cristallo pesante.

C'era dentro una dama coi capelli di rame e un mantello scarlatto, e la

commessa si adoperava a fermare, sul seno di colei, un gran mazzo di

viole.

— Buon giorno! — disse la commessa volgendo appena il viso.

E Ambrogino disse che facesse pure, che avea tempo, e si sedette.

— Io vorrei, — disse Ambrogino quando la dama se ne andò, — una corona

di fiori per un povero bambino che è morto: mica molto grande e da non

spendere tanto.

La giovane commessa disse che andava benissimo; ma quando espose il

prezzo, ad Ambrogino parve che andasse malissimo.

— Cinquanta lire una coroncina per un piccolo bambino?

E la commessa spiegò che i fiori venivano dalla Riviera e che adesso,

coi teatri, c'era un gran da fare.

E Ambrogino nicchiava. Se avesse avuto tempo sarebbe andato sino fuori

di porta Venezia, a Loreto, dove c'è un giardiniere che doveva essere

più a buon mercato.

"E poi per chi la compro la corona? — pensava tra sè e sè. — Per lei no,

perchè è troppo afflitta e non se ne accorgerà nemmeno e non sta bene

che io glielo dica: «guarda che ho comperato la corona», per lui no che

è un poco di buono; per il piccino no, perchè non sente più....

Quest'idea strana: «non sente più!» E se sentisse, come sarebbe contento

che io gli ho comperato la corona e mi sono ricordato di lui, «povera

robina piccola!» E pensava a certe cose strane e tristi, e la sua

smemoratezza umana percepì distinto il suono di una verità, che è come

il tocco della campana sul faro del mare: suona sempre, ma noi non la

udiamo se non quando la morte pone il dito su le labbra e dice:

silenzio! e allora sentiamo bene, e solo quel suono ci pare vero e tutte

le altre cose ci paiono vane.

La commessa intanto prese a dire, e pareva ad Ambrogino che fossero

parole lontane:

— Se vuole spendere poco, faccia una cosa, prenda a nolo una di quelle

corone di fiori secchi: fanno la loro figura e con quattro o cinque lire

se la cava.

— No! no! — fece Ambrogino crollando il capo, — li voglio freschi,

povero bambino.

— Allora parli col principale.

E sollevò una tenda e scoprì una stanzetta interna dove alcune donne

facevano corone per morti e per cantanti: la tavola e il pavimento erano

sparsi di fronde e di fiori: le donne legavano i mazzetti rapidamente e

li infilavano in certe anime di paglia.

Venne il padrone e combinarono per quarantacinque lire una coroncina

«garantita»: piccola, ma di fiori freschi.

— Ma che siano belli, mica quella roba che è lì per terra!

*

Alle due era davanti alla porta del morticino.

Davanti alla porta c'era già il carro funebre con un vecchio cavallino

bianco e il piccolo catafalco bianco: sul cocchiere e sul cavallino

cadeva la neve. Nell'atrio c'era un prete che parlava con l'apparitore e

stava dietro il portone per evitare la neve.

Ambrogino cercò con gli occhi e con animo di sdegno il padre: Pasquà. Ma

quando lo vide, gli fece più pietà che ribrezzo. Se ne stava livido, con

gli occhi nel vuoto. Cinque o sei figure bieche e miserabili al par di

lui, lo circondavano senza parlare.

Ambrogino cercò con i suoi occhi gli occhi di Pasquà; ma non fu veduto.

Poco dopo scese giù dalle scale il becchino che qui chiamano, col bel

nome greco, il «necroforo». Portava la piccola bara di abete sotto il

braccio; e molti bimbi della casa seguivano la bara, e facevano sonar

gli zoccoli di legno giù per le scale. Tutti si scansarono e si tolsero

il cappello. Ambrogino sentì che uno diceva: _La pesa nagott_. Il

coperchio del sarcofago si alzò su la piccola bara e ricadde con un

rumore secco e forte.

All'apparire del feretro, Ambrogino guardò ancora Pasquà.

Ma quando la croce fu inalberata davanti a lui e passò, anche il capo di

lui cadde in giù; e i piedi strisciarono dietro il feretro.

Tutti gli altri seguirono.

Ambrogino vedeva la sua corona bianca più distinta di tutte le cose

belle e grandi della grande città: come una luce di stella.

*

Il piccolo convoglio ora andava diritto: il piccolo convoglio della

morte avea forza di sospendere per un breve istante la furia dei tram,

delle carrozze, della gente.

Attraversò tutta Milano.

E quando furono poi nello spiazzale pulito entro il recinto del cimitero

monumentale, dal carro fu tolta la piccola bara. Venivano giù intanto

fuor della neve i grandi carrozzoni parati a nero del tram elettrico di

Musocco. La piccola bara ignota fu messa dentro fra altre bare ignote,

attendendo Chi la distingua.

Alcuni salirono: le ruote scintillarono una luce verde e il tram della

morte sibilò e fuggì.

Tutto in fretta, come a Milano.

Milano, 1901.

Donne, madonne e bimbi · 第 11 / 20 题