DALLA PADELLA NELLA BRACE.

Chi legge — se ha una carta d'Italia disegnata su una scala un po' alta

— tracci una linea retta fra Sant'Agata Feltria, in terra di Romagna, e

il convento della Vernia, in Casentino, un luogo altrettanto famoso

quanto poco noto agli italiani che non siano lì del luogo.

Quivi san Francesco, il Santo nostro che rinnovò Cristo con nuova

italica lietezza d'amore, ebbe le stimmate ad imitazione di Nostro

Signore; e le rondini della foresta selvaggia e sublime, che incorona il

monte rupestre, col grido continuo vi dicono: «le sorelle nostre

accompagnarono il Santo e si posarono sulle sue spalle, sulle sue mani,

quando egli qui venne!» Tracci — dico — una linea e non vi troverà

sentiero alcuno o villaggio. Bisogna montar l'alpe, poi si cala in

Casentino e si risale quindi la Vernia.

Per quella via noi passammo.

In linea retta, o meglio, a volo d'uccello, saranno a far di molto,

venti miglia: invece, dovendo di continuo salire e scendere per i monti,

la via si raddoppia; e il fatto è che noi, partiti da Sant'Agata che le

stelle erano ancora alte, giungemmo al convento appena in tempo, giacchè

dopo l'ave-maria il frate portinaio chiude, e chi è dentro è dentro, e

chi è fuori si trova a mal partito e solo i grandi faggi gli possono

dare ospitale ricovero, chè, lì d'intorno, per un raggio di più e più

miglia, non v'è un casolare.

*

Noi si era in cinque, comprese le bestie: due somari, i quali nel

paziente loro animo non debbono di certo aver benedetta la memoria di

san Francesco; una giovane signora la quale accampò certi suoi diritti

per seguirmi, per quanto io le dicessi: «bada che non sarà il viaggio di

nozze!», poi c'era la guida, che fa quattro, un vecchio ignorante, secco

e sbilenco che amava più di star su l'asino che di camminare, ed io.

Era il mese di luglio.

Quando si levò il sole eravamo già nel regno delle felci e delle

ginestre. Rocca Pratifa si perdeva in lontananza: davanti l'Appennino

deserto, selvaggio, e noi su e giù per sentieri che eran piuttosto tane

e rompicolli, con certe pietre che le vie dell'Abissinia non ci sono per

nulla; e il sole dardeggiava su quelle rocce cineree, e non un filo

d'acqua. E la domanda continua era: «O, dov'è la Cella! o, quanto manca

alla Cella?» chè quivi la guida ci avea promesso la prima sosta, e bel

ristoro, e buon soggiorno.

Vi giungemmo alle dieci, e non so come pensai a messer Ludovico Ariosto.

È quello della Cella un paesaggio ariostesco: una conca di smeraldo,

rotta dall'argento di un rivo, intorniata da neri abeti e faggi,

bellissimi. Il nome intero della Cella è: Cella di sant'Alberigo o

Romitorio d'Acri, in orrida e profonda valle, allora sorrisa dal sole,

sopra cui si eleva il monte a tre dossi della Cella. Abitarono quel

romitorio i frati bianchi di Camaldoli, sin dal mille. Oggi non frati,

non campana, ma una grande ruina di cadenti edifici. Se vi fosse

spuntata Angelica sul bianco palafreno, nessuna meraviglia: vi spuntò

invece un villano che parlava mezzo romagnolo, mezzo toscano, e disse

che vino non ne avea, ma avea una ricottina fresca e delle uova. Ci

guidò per i labirinti di quel grande edificio in ruina, nè mai

asciolvere senza vino parve più delizioso. Il luogo era dunque così

ameno e singolare che si accolse la proferta del villano di fermarci

quivi qualche giorno, al ritorno dalla Vernia: avrebbe allestita una

stanza e: «Vi piacciono i lamponi e le fragole?» domandò. I boschi ne

erano pieni e ce ne saremmo levata la voglia.

Proprio lì, presso la Cella, alcuni montanari con funi tese e orrendi

colpi al tronco, abbattevano una quercia così grande che copriva con la

sua ombra tutto un pendìo. La bella pianta, come cosa viva, fremeva pel

gran tronco e per i rami alle percosse mortali e squassava, ad ogni

tratto di fune, la chioma veneranda e magnifica. Non voleva morire.

Io chiesi a quei montanari se non conoscessero per caso l'_Arbor's day_

e il culto delle piante che un ministro, che ha buon tempo, cerca di

instillare nel cuore degli italiani.

Coloro mi risposero mortificati che non conoscevano tutti questi

signori.

E le scuri si levarono, inesorabili.

*

Dalla Cella si monta sempre per certe forre chiuse e paurose sino in

vetta del Fumaiolo.

«Oh non sarà mai detto che io sia giunto sin qui, che abbia studiato

tanto latino senza vedere le sorgenti del Tevere, _Tiberis_, accusativo

_Tiberim_» esclamai. «Oh, dove ascòndi il sacro capo, fiume divino di

Romolo e di Enea?»

Nessuna risposta: solo alcune giovenche e capre, solinghe alla pastura,

come al tempo di messer Angelo Poliziano, e riparate sotto l'ombra d'un

gran sasso, ci riguardavano co' loro occhi solenni. E avrei avuto un bel

cercare per quel gran ripiano erboso del Fumaiolo, se il villano della

Cella che ne avea scorti fin lassù, non mi avesse guidato.

Per chi non lo sa le sorgenti del Tevere nulla hanno di interessante:

bisogna scendere a un terzo di costa del Fumaiolo, e quivi, in un

terreno scosceso e giallastro, che frana, sotto alcuni magri faggi tutti

incisi di nomi, rampollano a breve distanza tre o quattro vene da cui si

devolve l'acqua che fu ed è declinata da tante generazioni di scolari. I

nomi incisi sulle piante erano quasi tutti di stranieri.

— Tu vedi — dissi alla donna — uno che è stato alle sorgenti del Tevere,

e non è un tedesco!

*

Al tocco si arrivò a Monte Coronaro: villaggio abbandonato ai piedi del

bastione dell'Appennino, che divide i due versanti.

V'è però un'osteria discreta con stanzette pulite: un bicchier di vino,

una fetta di prosciutto e in via. La maggior fatica fu quella di passar

l'alpe. Poi si seguì per un'ora e più il crinale di un monte, sempre

entro certe felci così folte e selvagge che montavano sopra la testa; e

quel fruscìo iroso delle rame che si spostavano al passaggio, metteva un

senso di ribrezzo. Incontrammo due o tre alberi spaccati: in alto era

inchiodata una croce di legno; nella spaccatura v'erano dei sassi.

— Perchè quei sassi? — mi domandò la compagna.

— Non lo so! — e ne chiesi la guida che precedeva silenzioso, studiando

il passaggio.

— Niente — rispose, e pareva incerto della via.

Fu un gran sollievo quando si abbandonarono quelle felci e calammo giù

in Casentino: luoghi più colti.

— Ecco la Vernia! — disse la guida e dirizzò il bastone contro l'alto

monte che, tutto verde a forma di cono tronco lampeggiava di fronte,

sotto il sole che già tramontava.

Nella valle deserta incontrammo alcune mandrie e tre pastorelle così

vezzosamente atteggiate che richiamavano in mente una ben nota ballata

del Trecento: co' corpetti rossi, le grandi pamele sul capo alla moda di

Toscana: guardavano i porci e l'una leggeva un libro alle altre, che non

mi vollero lasciar vedere per quanto io pregassi. E poi che selvagge!

che screanzate quelle ragazze! Chiedemmo la via più breve per salire la

Vernia perchè di giorno ne rimaneva ancor poco, e ci risposero: «Fate il

vostro pensiero!»

Io non suppongo che la nostra spedizione nel complesso, e noi in

particolare, avessimo avuto qualche aspetto di ridicolo: ma il vero è

che non appena ci fummo allontanati, esse si posero a ridere e con quel

gusto che distingue il riso della donna quanto più futile ne è la

cagione; e le loro risa e i loro motteggi — che suonavano sonori nel

silenzio della aperta valle — ci accompagnarono per buon tratto.

Una delle due: o le _vaghe montanine pastorelle_ erano più gentili, una

volta, o dei poeti bisogna fidarsi con moderazione.

*

Si giunse al convento che calava la sera, non però così tardi che non

fosse rimasto nella dispensa della foresteria un buon pezzo d'agnello

allo spiedo che i buoni padri ci offersero con quella ospitalità

semplice che non obbliga, e che vale più di ogni studiata cortesia.

*

Il dì seguente eravamo tutti amici: ospiti e frati. Io ebbi una

stanzetta per me, pulita, semplice, fresca che era una delizia; senza

specchio, ben inteso, e coll'inginocchiatoio: ma la mia compagna di

viaggio si querelava del malo alloggio all'ospizio delle bizze ove sono

raccolte le donne, giacchè nel convento è clausura.

— Ma te l'ho pur detto — badava io a dire — che questo non sarebbe stato

il viaggio di nozze!

Fu così che anticipammo la partenza con gran rincrescimento mio e de'

buoni padri, che ci vollero pur donare di molti scapolari, coroncine,

medaglie, con le quali si era garantiti da mali incontri e da sventure.

Erano le due del dopo mezzodì quando partimmo: le cavalcature riposate e

fresche, attendevano sellate e bardate sotto certi gran faggi al riparo

del sole.

La colazione era stata eccellente e la guida si era munita di un paio di

bottiglie di ottimo vino toscano come viatico più positivo del viaggio.

Non si poteva partire sotto migliori auspicî: e avevamo deciso di

pernottare a Monte Coronaro, e il dì seguente percorrere la seconda

tappa sino a Sant'Agata Feltria.

Rivedemmo la valle dove avevamo incontrato le pastorelle, ripassammo fra

le odiose felci e domandai ancora: «Che cosa sono quei sassi negli

alberi?»

«Niente!» ripetè la guida. «Facciamo presto chè non ci colga la notte

sul bastione!»

Le grige case di Monte Coronaro si distinguevano bene lontano, lontano

di contro, e l'animo — non so perchè — sospirava di giungervi.

— Ci arriveremo in un'ora?

— Un'ora è poco: arriveremo a un'ora di notte, ma adesso siamo fuori da

quelle maledette forre e poi sorge la luna. — Così insegnò la guida.

Si camminava allora su e giù per un greto biancastro e nudo, dove le

ombre dei somieri si proiettavano lievi davanti. Era l'ombra del lume

lunare. Procedevamo cautamente in quelle lattee penombre della luna

nascente, in fila, e i due lumi di Monte Coronaro splendevano come nelle

fole dei bimbi. Non c'era altro rumore che il franare del greto al passo

dei somieri.

— Troveremo la cena? — chiese la mia compagna.

— Certamente: e il vino è squisito — diss'io.

— E un pollo in padella e una frittata non mancano mai — disse la guida.

Nè altro dicemmo.

Pure io guardava innanzi e non so perchè rabbrividii quando nel biancore

vidi elevarsi un non so che era.

Era un cespuglio, un rovo! e respirai. Volevo domandare alla compagna: —

Hai paura? — e mi seccava di fare quella domanda che pur ricorreva così

insistente.

Quando Dio volle, il sentiero si fece più largo, più battuto, più colto;

eravamo presso al luogo abitato e il lume che si vedeva da lungi ora

disegnava la porta di una bottega: il tabaccaio di Monte Coronaro.

— Perchè ci sono quei sassi dentro gli alberi? — tornai per la terza

volta a domandare.

— Perchè lassù — disse finalmente — hanno assassinato dei viaggiatori

che andavano alla Vernia: dove li hanno trovati morti, hanno piantato la

croce e ognuno che passa butta un sasso nell'albero per devozione: ma è

roba di anni, anni addietro.

— Non ci passerei più per quelle felci — mormorò la mia compagna.

— Ma sei tu che ci sei voluta venire! — E alla guida domandai:

— Ma vi sono dei banditi in giro?

— Una volta: ma adesso è sicuro come in chiesa: niente, niente paura.

*

Gli zoccoli dei somieri sul selciato e l'arrestarsi sotto all'osteria,

chiamarono l'ostessa alla finestra.

— Perchè è chiusa la porta? — domandò la guida.

— Non lo sapete che è già sonata l'ora di notte? ora vengo ad aprire.

Oh, Menico — sentii che diceva di dentro — va ad aprire.

E Menico — un bel giovanotto, alto, aitante, civile, il figlio

dell'ostessa, ci venne ad aprire. — Buona sera a loro! — disse

squadrandoci per bene in volto.

Salimmo al primo piano ed entrammo nella cucina dell'osteria. L'ostessa

e l'oste — un bell'uomo barbuto — stavano cenando.

Finalmente! e ci sedemmo, che proprio non ne potevamo più, su le

seggiole che ci erano state offerte: e l'uomo si era levato e

apparecchiava la tavola e la donna a levare la fiamma dalle stipe e

sbattere le uova, affettare il prosciutto, imbandire il fiasco, il

cacio: e le faccende condiva di buone parole e gaie come si conviene ad

un'ospite.

E la frittata, grande come una luna piena, e fumante, fu levata dalla

padella. La guida aveva già posto mano ad una enorme pagnotta e tagliava

parsimoniosamente col coltello certe fette larghe che scomparivano nella

bocca che si apriva grandissima fra le grinze del volto.

Eravamo felici: la felicità placida del riposo e del pasto conquistato

con la fatica.

*

Il figlio dell'oste ci sedette accanto e domandò:

— Vengono lor signori dal bastione?

— Sì — diss'io.

— E non hanno incontrato nessuno?

— Nessuno: perchè?

La madre gli diè su la voce:

— Vuoi star zitto? Tu non sai quando parlare e quando tacere: non ci

badino e attendano a mangiare.

— Eh, già! — ribattè il giovane; — se fra poco hanno ad esser qui i

carabinieri che vengono dalle Balze, capiranno anche loro!

Che c'era di nuovo? Ci guardammo l'un l'altro. E perchè i carabinieri?

— Ma niente! — disse l'ostessa; — è la solita pattuglia.

— Eh, sì! — ribattè il giovane. — Non capite che è meglio parlar chiaro,

mamma?

E si rivolse a noi e disse:

— È la polizia che dà la caccia a un bandito che è scappato delle

carceri della Pieve di Santo Stefano (la frittata aveva perduto di

sapore e la guida aveva sospeso di trangugiare il pane): con costui se

ne sono uniti due altri e hanno commesso delle grassazioni; sa come

fanno i banditi: vanno dai possidenti, domandano la roba e se trovano

dei minchioni.... Se vengono a bussare qui — e si leva in piedi e va in

un angolo e prende lo schioppo — li inchiodo tutti e tre!

La mia compagna era impallidita: anch'io mi sentivo poco bene: la guida

ricusò il vino che gli volevo versare.

— Ma fanno proprio del male? — domandò la mia compagna con una voce che

tradiva quello che le parole non dicevano.

— Eh, non so, — disse il giovane; — ne hanno ammazzato uno la settimana

scorsa, e fa il terzo: mi devono incontrare a me, mi devono! — e

digrignava i denti.

L'ostessa che s'accorse del pallore della mia compagna disse: — Ma qui

in casa mia è sicura, sa!

— Ma e domani — scoppiò lei a dire — che dobbiamo riprendere il viaggio

per tornare a casa?

— Stan di molto lontano?

— In Romagna!

— Corbezzoli! il viaggio dell'orto!

E la guida avea smesso del tutto di mangiare, e si grattava la testa.

— E dove bazzicano questi malandrini? — chiesi io al giovane.

— Un po' da per tutto: sul Fumaiolo, alla Cella.... Vivono come le

bestie selvatiche.

— Dove siamo passati noi!... — rabbrividì la mia compagna. — Ma i

carabinieri non dànno loro la caccia?

— Ma già — dissi anch'io —, cosa stanno a fare i carabinieri?

Il giovane sorrise come uno che la sa lunga, e disse:

— Sentano bene: io sono guardia caccia dei principi di *** (e nominò una

gran famiglia romana) e ogni inverno vado a una loro tenuta di Maremma:

ho conosciuto il Tiburzi e il brigante Fioravanti come conosco loro:

bene, sentano: i carabinieri i briganti non li prendono.

Io protestai; anche perchè mi seccava perdere la fede nei carabinieri.

— Sa lei — disse il giovane — quando i carabinieri prendono o uccidono

un brigante? Quando per combinazione ci vanno a battere contro col muso.

— Ma non li vanno a cercare? non li stanano?

— Che dite! La pelle preme a tutti. Non sa lei che un bandito non ha

niente da perdere? Li vada, li vada a chiappare per quelle macchie (e

indicava i vasti monti che nereggiavano fuor delle piccole finestre al

lume lunare). Per dar loro la caccia bene, sa che cosa bisognerebbe

fare?

— Che cosa? — chiesi io, e non mi sentivo niente bene.

— Bisognerebbe far la battuta come alla caccia del cignale: lasci dire a

me che le so queste cose; è il mio mestiere. Oppure sa che cosa?

— Cosa?

— Aspettare l'inverno. Allora, con la neve, i birboni devono lasciare la

macchia e calar giù, e così si possono prendere.

Io vedevo buio nel viaggio del domani: e quei racconti di briganti avrei

preferito udirli a casa mia.

— Ma una spia che indichi....

— Allora è un altro par di maniche.

Abbassò la voce e guardandosi attorno disse:

— È il caso di questa sera!...

Il padre lo guardava bieco.

— Ma sì — disse il giovane a voce alta — non li vedete che son gente per

bene? Che avete paura che ci tradiscano?

Il vecchio pareva preoccupato.

E la madre disse con tristezza:

— Tu, figliuolo, fai troppo a fidanza col tuo coraggio!

Io allora per rassicurarli dissi chi ero; ma il giovane che aveva da

vero un aspetto franco e non imbelle, levò le spalle, fermò la mia mano

che voleva estrarre il portafoglio per documentare le mie asserzioni, e

disse: — O che non li conosco io i signori e le persone per bene? Dunque

stiano a sentire e lei, signorina, si faccia cuore: ecco: l'indicazione

l'ho data io al delegato di San Piero in Bagno: e sono venuti stasera

travestiti da contadini: c'è il delegato, che è uno che ha il muso duro,

e quattro agenti. Hanno cenato qui e una mezz'ora prima che arrivassero

lor signori, hanno preso alla spicciolata la via del bastione: è per

questo che ho chiesto a lor signori se avevano veduto qualcuno per via,

venendo qui.

— E perchè verso il Bastione? — chiese la mia compagna.

— E perchè i briganti — io lo so di sicuro — si sono rifugiati lassù....

— Fra quelle felci?

— Brava! lì presso c'è la casa d'un contadino che fa il manutengolo. (Io

guardavo la mia compagna che era smorta come un cencio e la guida che

stava a bocca aperta senza però mangiare; e anch'io, suppongo, un

aspetto molto allegro non lo dovevo avere). O lì, o lì presso devono

essere, e se non era per babbo e mamma, ci volevo andare anch'io. Me

l'han giurata, ma l'ho giurata anch'io a loro, e vedremo chi la vince!

— Tu tornerai in Maremma, tu! — disse il babbo.

— E presto — aggiunse la mamma.

— Zitto! — disse il giovane levandosi in piedi e tendendo l'orecchio

nell'attitudine del cacciatore che avverte ogni piccolo suono.

— Che è? — e ci levammo anche noi in piedi.

— Niente, niente! — sono i due carabinieri che vengono di pattuglia

dalle Balze: sono bene in ritardo!

Due passi uguali udimmo anche noi sul selciato, e si fermarono alla

porta dell'osteria.

Una voce grossa d'uomo canticchiò:

— Ehi, di casa! buona gente!

Al lume della luna e fra il silenzio dei monti i suoni più lievi

acquistano un carattere paurosamente sonoro.

La mia compagna rabbrividì:

— Ecco i briganti, ci siamo — e mi si attaccò ad un braccio. Poco dopo

fu battuto contro la porta di strada col calcio del fucile.

— Ma no, signorina, — disse il giovane — oh, non ha inteso che sono i

carabinieri? — e si affacciò alla finestra con un: — Siete voi? ora vi

vengo ad aprire.

Ma si ritirò facendo un gesto di malcontento che non prometteva niente

di buono.

— C'è quell'imbecille di Villotti; avevo già capito dalla voce! — disse

a' suoi, e scese ad aprire.

Io voleva domandarne il padre, ma egli si era fatto già contro la porta.

Sentimmo levare i catenacci, barattare un saluto, poi due passi gravi,

accompagnati dal tintinnar cupo delle armi, montarono le scale e

apparvero i due carabinieri.

— Buona sera, ragazzi! — disse la donna.

— Buona sera a voi, e alla compagnia — dissero essi vedendo noi.

Deposero i due fucili presso la porta con un «auf!» di sollievo, si

stirarono le braccia e si accostarono al camino.

— Cara la mia Ceccona — disse l'uno dei militi andando appresso

all'ostessa quasi da abbracciarla —, hai una bottiglia proprio di

quello fino che fa venir giù le lagrime? Sta attenta: questa te la pago

io coi miei soldi, e se invece non me la dai, non ti faccio il buono per

il sindaco di Verghereto, hai capito?

— Io — disse l'ostessa — ho questo qui da darti — e gli levava un

bastone della fascina, contro il viso.

— Oh, come sei cattiva, Ceccona, questa sera!

— Gli è, vedi, Villotti — disse il figliuolo dell'oste —, che se mamma

ti dà con la scopa, io prendo lo scudiscio, che è di nerbo di bue.

— Come sei cattivo anche tu! Dammi almeno la bottiglia.

— La bottiglia non te la diamo.

— E perchè mo'? Credi che non abbia soldi?

— Ti dico di no.

— Allora mezzo litro....

— Mezzo litro sì; ora te lo vo a spillare.

— E non ci aggiungere acqua, eh!

I due militi non facevano niente affatto onore alla benemerita arma.

L'uno mingherlino, imberbe, con una faccia pallida, e due occhi

spaventati, in nostra presenza non disse una parola: si sedette in

disparte su di una cassapanca e rimase lì tutta la sera: pareva

istupidito.

L'altro che parlava toscano, sotto cui però si indovinava il natìo

dialetto veneto, era un omaccio di mezza età, più adiposo che gagliardo,

con un volto congestionato e affocato.

Lerci poi ambedue: la metà inferiore della divisa era coperta di

polvere: la metà superiore di padelle, strappi e frittelle.

Lessi negli occhi della mia compagna l'impressione disgustosa prodotta

dal contegno dei due militi: tuttavia in omaggio alla montura, mi

credetti in obbligo di essere con loro cortese e li invitai alla mensa

dove sedevamo noi.

Non ci fu però bisogno d'invito; quello mingherlino non si mosse e

ringraziò a pena: l'altro si sedette in modo che si sarebbe seduto anche

senza invito. Offersi da bere e quegli tracannò il bicchiere colmo d'un

fiato.

— Non gliene dia, non gliene dia — mi disse dietro le spalle il giovane

che veniva su dalla cantina —, ha qui il suo mezzo litro che gli è di

troppo.

— Come sei cattivo, Menico, con me! Tu non mi vuoi più bene — mugolò il

carabiniere.

— Senti: prima mi devi fare il buono — e gli porse un foglietto, penna e

calamaio.

Lo sciagurato tracciava i segni sulla carta con mano vacillante che

faceva pietà.

— Se tu tieni la carabina come tieni la penna — lo schernì il

giovane —, i banditi ti possono ballare la monferina davanti!

Ma quegli non udì o era troppo intento nello scrivere.

— A proposito, ragazzi — disse l'oste — volete voi cenare?

Lo scrivente fece cenno di no con la testa e l'altro milite disse che

avevano mangiato due ore prima alle Balze.

Io mi sforzai di provocare il carabiniere ad un discorso possibile e

sensato, e gli chiesi de' malandrini, se li avesse veduti, se almeno

sapesse dove bazzicavano; e tali domande rivolgevo per sapermi regolare

sul da farsi il domani: chè non era partito da pigliarsi a cuor leggero.

Ma non riuscii a cavargli di bocca che poche e confuse parole.

Anche qui intervenne il giovane con sicurezza offensiva di parole che mi

sorprese. Anche suo babbo gli diè su la voce.

— State cheto, babbo, che io ho tutte le cose mie a posto e so quel che

faccio e so quel che dico! — e a noi spiegò così:

— Che cosa vuole che lui sappia dove sono i banditi? Lui fa le sue

pattuglie, poniamo come questa sera, dalle Balze a Monte Coronaro, per

la strada che gli è prescritta. Per far capire poi che è in pace con

tutti, o mette il fazzoletto in cima alla carabina; o viene giù cantando

per tutta la strada, quant'è lunga.

Parlava quell'aitante giovane stando ritto e con voce sarcastica tanto

che io temetti che il carabiniere s'avesse a levare in piede e i due si

azzuffassero: invece nulla. Colui crollava il capo e diceva ogni tanto:

«eh, sie!» oppure «non mi vuoi più bene, Menico!» e piuttosto fissava

con insistenza me e la mia compagna.

Infine puntò il dito contro di noi e come avesse trovato le idee che

cercava, disse:

— Loro due sono saltimbanchi, è vero?

Io e la mia compagna ci guardammo in volto, sorpresi più che

sgradevolmente.

Cercai di persuadere che non eravamo saltimbanchi, e anche per prevenire

una possibile ingiunzione di mostrare le nostre carte, levai dal

portafoglio il libretto con tanto di stemma reale.

Speravo che la vista del documento avrebbe avuto forza di far ritrattare

la poco lusinghiera asserzione: ma non fu così: il carabiniere non si

commosse niente alla mia presentazione e insisteva che noi eravamo due

saltimbanchi.

— A voi — mi disse con tono prepotente — vi ho visto alla sagra di San

Piero far ballare l'orso, e quella bella biondina l'ho vista saltare su

la corda.

*

L'ostessa si era accostata a noi col lume in mano e disse:

— Se vogliono venire a dormire, la stanza è pronta.

Demmo la buona notte e salimmo in una stanza del primo piano che ci era

stata allestita. Era quanto di meglio ci rimaneva da fare per allora.

— Doveva proprio capitare quello sciagurato d'un carabiniere — disse la

donna posando il lume che rischiarava a mala pena una stanzetta bassa,

nuda, con un odore di chiuso e di reste di cipolle, appese ai travi; e

da un lato, occupata tutta da un letto così alto che per salirvi ci

voleva la scala.

— Vedano — proseguì — quello lì è un prepotente, un cattivo, un poco di

buono: con gli altri si prende la libertà di fare e di dire. Non ci è

che mio figliuolo che lo faccia star a dovere e più gliene dice, più lui

sta cheto. Loro però, a ogni buon conto, mettano il catenaccio all'uscio

e non aprano, veh! Già non busseranno, ma dovessero anche bussare.... —

e ci diè la buona notte.

Buona notte! Crudele ironia dell'augurio! Apro la finestra per dare aria

a quell'antro e, tratto il catenaccio, lo scuro della finestrola

stridette sui cardini e si aprì da per sè. Meravigliosa notte! La luna

innondava di un bagliore purissimo la cupa valle: il Fumaiuolo, come

un'immensa schiena chiudeva l'orizzonte, lasciando poco spazio al

trasparente azzurreggiare del cielo. Sotto, digradavano i tetti

d'ardesia delle poche casupole di Monte Coronaro, immerse in un silenzio

lugubre, appena rotto dallo scalciare di qualche giumento nelle stalle.

Sentii un singhiozzare represso dietro di me. Era la mia compagna che

piangeva.

— Oh, ci mancava questa, e poi il terno è fatto!

— Come sei sgarbato, anche tu.

— Niente sgarbato, non sei stata tu a volermi seguire? — La consigliai

di buttarsi sul letto e di dormire.

— Ma domattina come faremo?

Era proprio quello che pensavo anch'io.

— Adesso riposa — dissi — che ho un mio progetto in mente che non può

esser migliore.

Ella cadeva più dalla stanchezza che dal sonno, e, senza nemmeno

svestirsi, salì e si buttò sul letto dove scomparve nella buca del

pagliericcio.

Sentii le foglie del detto saccone scricchiolare, suonare, secondo che

ella si voltava: poi più nulla: il sonno era sceso su di lei.

Il silenzio durò poco: i due carabinieri salirono nella stanza attigua

alla nostra e udii il giovane provvidenziale che a voce bassa ammonì:

— Ehi, ragazzi, lì dormono quei forastieri: non fate rumore se no vengo

su io.

Durarono più di un'ora a spogliarsi: si sentiva che buttavano scarpe,

abiti, giberna, daga alla rinfusa, su le seggiole, per terra, senza

alcun riguardo, e vociavano come fossero stati in piazza.

Finalmente li sentii sprofondare anch'essi entro il pagliericcio: il

lume che trapelava dalle fessure della porta, si spense; e poco dopo due

canne d'organo, abilmente alternate, porgevano la migliore garanzia che

i due militi dormivano.

*

La luna si nascondeva oramai dietro il Fumaiuolo: l'orologio segnava

un'ora dopo la mezzanotte.

La notte fu, anche per me, spesa in _consulte angosciose_; l'idea di

avventurarmi per quei boschi, per quelle forre dove non s'incontra anima

viva, dove il primo uomo che spunta può essere il bandito che vi intima

di scendere, non era punto piacevole. E se mi portano via la moglie?

Si poteva battere un'altra via e farci per un buon pezzo accompagnare

dal figlio dell'oste. Ma non mai come allora mi parvero serie quelle,

che sempre mi erano parse ridicole, parole dell'immortale Don Abbondio

quando, al calare dei Lanzichenecchi, si reca al castello

dell'Innominato e ragiona con Perpetua del pericolo che può addurre

quella mostra di armi: «Non sapete che i soldati è il loro mestiere di

prendere le fortezze?» Ah, se invece di studiare il latino, avessi

studiato da guardaboschi!

E se quei malandrini fossero stati banditi, diremo così, per bene, la

cosa mutava aspetto. Sarebbe stata un'emozione da provare, e

piacevolissima da raccontare. Essi ci avrebbero fatto ala ai due lati

del sentiero col cappellaccio in mano, e noi avremmo progredito

alteramente sulle nostre cavalcature. Ma allora mi persuasi che questi

banditi romantici non si trovano che nella letteratura.

Quelli erano banditi notoriamente sanguinari, e vedere una biondina!...

Il miglior partito ancora mi parve quello di accompagnarmi ai due

sciagurati carabinieri che il dì seguente dovevano far ritorno a San

Piero in Bagno. Lì passa la corriera ogni giorno....

E quella luna il cui bagliore sfuggiva dietro il monte, e quelle canne

d'organo che rompevano il silenzio notturno, incutevano una ben

singolare tristezza.

Mi addormentai finalmente anch'io.

*

Come discesi nella stanza a basso, il sole era già alzato.

Una mattina fresca, deliziosa, trasparente, tutta olezzi e rugiada. Oh,

come sarebbe stato piacevole riprendere il viaggio senza quei maledetti

banditi!

L'ostessa stava facendo il caffè; sul tavolo avea preparato le tazze e

una scodella di latte.

Vennero giù i due carabinieri e mi salutarono appena.

— La mia sposa, voglio la mia sposa! — urlò l'ubriacone, battendo col

pugno sul tavolo.

— Ecco la sposa! — disse la donna che pareva accostumata a quella frase,

e portò due bottiglie e ne riempì un bicchiere da tavola, metà di rhum e

metà di mistrà.

— Contento, così?

— Va bene! — e rivolto a me, credette opportuno aggiungere: — Sono

rauco: del resto un bicchierino mi basta.

— Difatti.... — dissi io seccamente, e seguitai a pensare a' miei casi,

e quegli a bere.

— Dov'è suo figliuolo? — chiesi io accostandomi all'ostessa.

— È andato via col cane a caccia prima dell'alba — rispose sottovoce la

donna. — Se c'era lui in casa, non glielo davo mica tutto quel liquore.

Entrò in quel punto la guida con un'aria più melensa e con un fare più

dinoccolato del solito.

— Ebbene? — gli chiesi.

— Le bestie hanno mangiato.

— Ho tanto piacere, e hanno anche dormito bene?... E a che ora partiamo?

— domandai.

— Per me sono sempre pronto.

«Già per lui è tutt'uno, dissi fra me; a lui i banditi non possono fare

alcun male».

— E passiamo per la Cella?

— Se non vogliamo passare per quelle macchie, possiamo pigliare una

strada più scoperta e fare un sentiero più battuto. Andiamo alle Balze,

di lì caliamo sul Senatello, e poi si va sempre pel greto del fiume,

sino a Castel d'Elci: quando siamo a Castel d'Elci, siamo quasi a casa:

adesso c'è una strada nuova....

Ma anche il vecchio idiota sembrava turbato: forse pensava al sequestro

possibile dei suoi due asini. Stette un po' e poi disse:

— Se a Sant'Agata avessimo avuto sentore di quest'impiccio, si poteva

aspettare prima di metterci in viaggio.

Quando venne giù la mia compagna, l'ostessa le domandò se avesse dormito

bene la notte ed ella rispose di sì.

— Un po' fondi quei materassi, e ogni volta che ci si muove, fanno un

rumore....

La vista poi del latte munto, del burro fresco, delle croste di pane

abbrustolito, calde calde, sul desco, finì per rabbonirla del tutto: e

si mise a mangiare con grande raccoglimento e soddisfazione.

Ed io che la vedevo immergere nel latte montanino quelle fette di nero

pane spalmate di burro e poi mangiarsele pensavo: «lei non ricorda più.

Ah, tu non ti ricordi più, diciamo noi poeti alle nostre Laure. Ma che

stupidi siamo noi poeti».

E così stando, sentii a un tratto i due carabinieri che in quel mezzo di

tempo erano saliti alla loro stanza, scenderne a precipizio, l'un dietro

l'altro: afferrarono le loro carabine e si buttarono giù per le scale.

— Che c'è? — domandò la mia compagna levandosi in piedi.

— Che c'è? — domandai io all'ostessa.

Ma essa, senza darmi risposta, aveva buttato via una padella che teneva

in mano, e su per le scale al piano superiore.

Corsi alla finestra e vidi i due carabinieri che già avevano

oltrepassato il villaggio e correvano per la radura.

— Qui c'è del mistero, oh, che imbroglio! — pensavo tra me; e la mia

compagna aveva interrotto la colazione e tremava come una foglia.

In quel punto la voce dell'ostessa disse dall'alto:

— Vengano a vedere, signori!

Salimmo su. E ci prese per il braccio, ci spinse alla finestra e

indicando un punto lontano dalla parte del bastione, sclamò

festosamente:

— Li han presi, li han presi! Vedono?

— Chi?

— I banditi! fossero almeno tutt'e tre! — sospirò poi. — Di qui non si

vede se non un gruppo di gente.

— Dove?

— Là, guardi in direzione di quel grosso olmo sul poggio: vede un gruppo

di gente? È il delegato con i suoi uomini, e c'è il mio figliuolo, e poi

degli altri: li vede?

— E i carabinieri perchè ci vanno incontro? — domandò la mia compagna.

— Per dar man forte, ora che non c'è più di bisogno, i poltroni. Da qui

a mezz'ora saranno qui.

Dalle capanne intanto di Monte Coronaro alcuni gruppi di gente si

staccavano, e tutti movevano a quella volta. L'oste venne dove eravamo

noi e disse alla sua donna:

— C'è anche Sbircio: li hanno acchiappati tutt'e tre, meno male: io non

li distinguo, ma il garzone che ha la vista buona, ha detto che c'è

anche lui.

— Che il Signore sia benedetto! — sclamò la donna.

Anche noi ci sentivamo liberati da un gran peso, e la vecchia guida

sorrideva dalla contentezza.

— Andiamogli incontro anche noi?

Ci avviammo coll'oste; e, andando, egli ci spiegava così:

— Veda, lo Sbircio è proprio cattivo: gli altri due sono due poveri

diavoli che non fanno male a nessuno: saranno tre anni che battono

questi luoghi: si accontentano di andare dai possidenti a domandare un

po' di roba; ma con le buone, senz'arroganza e poi si appiattano per le

macchie: i carabinieri li conoscono; e li lasciano stare. Vivi e lascia

vivere, dico bene? Quante volte non sono venuti a mangiare anche da me!

Ma quello Sbircio, che è quello che è scappato dalle prigioni della

Pieve, gli è proprio un infame: un mese fa ha scannato una povera

ragazza che badava le sue pecore sul Fumaiolo. Ma sono cose da farsi?

Vuoi assaltare un inglese, un forastiero che viene a vedere le sorgenti

del Tevere? Assaltalo, senza fargli male, però. Ma scannare la gente del

paese di cui potete avere sempre bisogno, non va!

Non mi parve opportuno in quelle circostanze contrariare le idee

liberali (le chiamerò così) del mio barbuto ospite, il quale proseguì:

— Il mio figliuolo è più buono di un pezzo di pane, ma certe prepotenze

non le può sopportare. Una sera, pensi, all'ora che si andava a letto,

capita lo Sbircio. Noi lo si conosce, e zitti.

Ordina da mangiare e mangia, ordina da bere e beve, ordina la stanza e

gli si dà la stanza; hai avuto quello che vuoi? sta buono, sta contento.

Dico bene? Chè, chè! Si alza e dice: «Domattina, Menico (precise parole)

mi farai trovare giù la tua cavalla sellata e stasera gli vai a dar la

biada».

«La mia cavalla non te la do» dice lui.

«Tu me la darai» dice lo Sbircio.

Allora il mio Menico lo prende per il petto, l'altro fa per tirar fuori

il coltello. Allora mi butto addosso io e lo teniamo lì fermo. Mio

figlio lo voleva scannare, e lo Sbircio ruggiva: «Tu vuoi la taglia,

vigliacco d'una spia!» È stata la mia donna a salvarlo, chè ha detto:

«Lasciatelo andare, volete rubare il mestiere alla polizia? non vi

vergognate?» E lo abbiamo lasciato andare e abbiamo fatto male, perchè

lo Sbircio da allora la giurò al mio figliuolo. Questa notte, quando noi

siamo andati a letto, lui è scappato col cane e col fucile ed è andato

lassù sul bastione a dar la caccia a quella bestia selvatica. Siamo

stati in pena tutta la notte.

E così ragionando, non senza qualche trepidazione, eravamo giunti presso

la compagnia dei banditi e delle guardie.

Riconobbi Menico col suo fucile e un bellissimo bracco che gli saltava

accanto. Davanti procedevano i due carabinieri che avevano recato il

soccorso di Pisa e tenevano la catena dei tre ammanettati. Dietro

seguivano il delegato e le guardie.

— È ferito qualcuno? — domandai a Menico.

— Il delegato si è buscata una palla: fortuna che l'ha sfiorato appena,

ma il tiro era buono, vero, Sbircio?

E si volgeva ad uno degli ammanettati che non rispose; ma rivolse due

occhi che fecero voltare indietro la testa alla mia compagna.

— Datti pace, Sbircio, per questa volta hai l'alloggio sicuro fin che

campi.

Parevano i tre malandrini tre bestie feroci, prese alla taglia: pallidi,

esterrefatti, con gli occhi dilatati e spauriti. Anche le guardie, con

gli abiti lordi, stracciati, recavano le visibili tracce della

sofferenza nella lunga attesa notturna, e della lotta che avevano dovuto

sostenere.

Mi accostai al delegato che camminava per ultimo con la fronte bendata.

Era un uomo di mezz'età, una fisonomia buona e aperta. Mostrò di

accogliere con riconoscenza le nostre domande.

— La ferita è niente: ma un centimetro più in dentro, ed era finita: mi

dispiace perchè ho due bambini piccoli a casa. Vuol vedere che arma

avevano? Dia qua.... — disse ad una delle guardie che teneva una

carabina ad armacollo, e quegli gliela porse. — Guardi che arma

stupenda.

E andando, ci facevamo raccontare l'appostamento notturno e come avvenne

la cattura in casa del manutengolo.

— E quello non l'hanno preso?

— Quello lì è rimasto sul luogo: come si fa? Hanno fatto resistenza e

abbiamo dovuto difenderci: un colpo è andato male e ha steso per terra

quello che ne aveva meno colpa di tutti....

— Ma se era un manutengolo.... — dissi io.

— Veda, caro signore, qui non si può giudicare coi criteri con cui

possono giudicare loro nelle grandi città e nei loro giornali: molte

volte si è manutengoli per forza o per guadagnare qualche danaro:

intanto lassù ci sono tre bambini e una donna che piangono attorno ad un

morto, o moribondo che sia.

— Fra quelle felci?

— Fra quelle felci. È la vita che è fatta così! — concluse il delegato.

— Gli manderemo su il prete di Monte Coronaro con l'olio santo, se ci

vorrà andare.

E noi, preso commiato da tutti, ci partimmo assai lietamente alla volta

del grande ed erboso monte da cui, dal tempo di Enea, volve

continuamente l'acqua del fiume Tevere.

E mentre gli asinelli salivano i botri del rupestre sentiero e

scandevano gli aspri sassi, la mia compagna mi parlava festosamente

delle fragole, dei lamponi, della ricotta fresca che ci attendevano alla

Cella.

— Vogliamo portarne un bel cesto ai bambini e alla nonna, è vero?

Rideva tutta la campagna, e la vecchia guida, quando vedeva lamponi,

avellane, mele selvatiche ne coglieva e ne portava a mia moglie.

E lei mi diceva: — Vedi tu come lui è cavaliere?

Ma io pensavo a tutt'altro: «come è bella la terra, se non ci fossero in

giro le bestie selvatiche!»

Rimini, 1898.

Donne, madonne e bimbi · 第 10 / 20 题