LA MORTE DI UN RE.

Quando io avevo dieci anni, o giù di lì, giocavo coi re, e fu il solo

tempo in cui vissi in dimestichezza con gente di gran paraggio. Li avea

fatti io stesso di cartone e dipinti di rosso e di azzurro con elmo e

spada. L'ho a mente quella stanzaccia a soffitta, diroccata, con un odor

di topi. Là i miei re conducevano un'esistenza da fare invidia ai veri

re della terra. Si cavavano tutte le voglie, i miei nobili re. Ma in

fondo ero io che mi cavavo le mie: ed era certamente per questa specie

di incantamento che io non mi stancavo mai dal giocare a quel giuoco

silenzioso e calmo, ma pieno di terribili cose; giacchè vendicarsi,

sterminare i nemici e farne strage, e poi riportarne il trionfo era il

più grande de' miei piaceri.

I miei di casa si meravigliavano come io potessi stare per ore e ore con

un pupazzo in una mano e un pupazzo nell'altra, e non capivano che era

un re che parlava ad un altro re suo rivale, vinto, stretto in catene

davanti a lui.

Io non ero malvagio, ma i miei re erano terribilmente feroci, e

inesorabili. Quali diritti esercitavano mai!

Un'altra cosa ricordo ancora, cioè che i miei re riposavano delle

fatiche della guerra in grandi e sontuosi pranzi, i quali

corrispondevano appunto a quelli che non si facevano a casa mia.

*

Un bel giorno, non ricordo da chi nè come, mi venne regalato un piccolo

falco: un falchetto.

Ora, quando venne il falco, i re furono messi in riposo, anzi furono

dimenticati. La polvere cadde su di loro; lo scudiero non venne ad

avvertire i nobili signori che già il sole era levato e i palafreni

bardati scalpitavano.

Il senso di profonda soddisfazione che mi invase al nuovo possesso

doveva provenire da questo: cioè che ora possedevo un re autentico, non

di cartone, ma vivo; un re dell'aria; un re anzi prepotente e crudele,

ma che adesso si trovava sotto la mia giurisdizione assoluta, astretto

in catena e sul quale io certamente avrei avuto finale vittoria. Era il

medesimo giuoco che continuava, soltanto che la finzione aveva una

parvenza di realtà.

*

Li avevo visti spesso nel cielo i falchi o, più esattamente, me li

avevano indicati.

Nel cielo lucido del mattino avevo visto certi uccelli che un più

trionfal giro volgevano nel cielo; poi si libravano in alto e

disparivano nella profondità dell'azzurro. Ne avevo chiesto ai villani e

quelli, sospendendo il placido lavoro della vanga: «Son falchi!»

dicevano, «tutta l'aria ubbidisce a loro: quando ci sono quei signori

lassú, non vedrai altri uccelli volare e cantare.»

Ora un falco stava in mia balìa e lo contemplavo con avida curiosità per

iscoprire il segreto della sua potenza. Lo avrei pensato più grande,

come un tacchino almeno o un pavone. Era un piccolo re, non più di una

colomba. «Sei un piccolo re!» gli dissi.

Piccolino era infatti, liscio, grigio, con due zampe aduste come due

ferri da calza; immobile, con la testa piatta ritirata fra le penne.

Immobile come una mummia, supremamente indifferente alle mie ispezioni.

«Dico a lei, signor falco, ha inteso? Le ho detto che lei è un píccolo,

anzi ridícolo re!», e, siccome quegli pareva non tener conto alcuno

delle mie parole, tanto mi accostai col dito che lo toccai. Non lo

avessi mai fatto! Quel re disprezzava le parole, ma non ammetteva

scherzi di mano. Fulmínee vidi aprirsi due alacce smisurate che pareva

impossibile dovéssero star rinchiuse in quel piccolo corpo, e in pari

tempo mi ritrassi con la mano ferita: il dosso della mano portava

l'impronta di cinque scalfitture, dove il sangue segnò cinque tracce di

avvertimento. Come ebbi a lungo contemplata la mia ferita, mi riaccostai

al falco, ma con molta prudenza, e lo vidi con regale solennità,

immobile come prima; solo l'ala rientrava come da per sè quasi serpe che

rimbuca, e quattro lunghi e sottili aghi adunchi si ritraevano nei loro

alvèoli.

I suoi occhietti gialli, tondi, si movévano solo essi, e seguívano ogni

mio gesto, come l'immàgine nello specchio segue chi vi si affaccia; e

col muover delle pupille si moveva un becco breve, ma uncinato, di cui

prima non mi era accorto, e dava alla fisonomia un aspetto grifagno.

Compresi allora come il piccolo animale, uguale nell'aspetto agli altri

uccelli, ne fosse diverso per certe qualità segrete che prima non avea

sospettato.

Pensieri di rappresàglia si agitàvano nel mio cervello. «Io ti punirò di

morte», dissi con voce di giúdice che sentenzia, ma la mia voce risonò a

vuoto nella stanzaccia melancònica; ma era una voce dolce la mia, egli

invece mi avea colpito senza emettere un suono.

Gli enumerai con persuasione tutti i suoi torti: «Voi siete un violento,

un rapace, un masnadiero dell'aria, voi avete, signor falco, spogliato

tanti nidi, lacerato e ucciso tanti innocenti augelletti, i quali

cantavano la gloria del Signore e provvedevano il vitto ai loro piccini.

Gran perfidia fu la vostra, signor falco; ma ora siete in mia balìa e ne

sconterete bene la colpa senza alcuna remissione o pietà.»

Così fermato il proposito della pena, dopo essermi assicurato che il

falco era ben legato, corsi in cerca di un bastoncello e feci per

colpirlo.

Ma il falco stette: solo si contorse nell'atto superbo con cui sogliono

effigiarsi le aquile negli stemmi, e le pupille perforanti saettarono un

senso: «Vile!»

Ed io non lo percossi.

*

Come la mia píccola anima si mutasse, io non so. Ma ricordo che, dopo

èssermi aggirato due o tre volte per la stanzaccia, sentii nascere in me

per il prigioniero una grande pietà e una viva ammirazione; ma, sopra

tutto, un indistinto desiderio di farmelo amico, di allearmi a quella

sua indomita fierezza, a quella sua forte malvagità.

«Ti faccio gràzia della vita per ora, e ti porterò da mangiare», gli

dissi.

E con tale proponimento mi recai da un certo tale, esperto di cacce e lo

richiesi quale fosse il nutrimento dei falchi.

«Cuore e fegato», mi fu risposto.

Cuore e fegato ebbe, e, presentando quella superba imbandigione, mi

lusingavo di ottenere almeno un cenno di ringraziamento. Non fu così.

Non si degnò nemmeno di chinarsi per toccare quei cibi. «Quando avrai

fame mangerai e quando avrai sete, berrai», dissi allora.

*

Era azzurro il cielo fuori della finestra; un cielo fondo, pieno di

libertà e di silenzio. Ma il falco aveva abbassato su le terribili

pupille le due palpebre gialle e grinzose e rimaneva ritto, rigido:

regalmente rigido. Lo contemplai: non un atto per istrappare la catena!

Piano piano, me gli accostai. «Povero falco», dissi, «vuoi la libertà?»

e feci per lisciarlo.

Fu, come prima, un istante: si voltò, si rabbuffò, le ali si spiegarono,

le cortine delle pupille si alzarono e le pupille folgorarono. Questa

volta la mia mano portava, oltre ad un'altra coppia di solchi, uno

strappo sanguinoso; mi aveva ferito anche col becco. La notte dormii con

la mano fasciata, e al mattino corsi su in soffitta a vedere che ne

fosse del falco.

Il falco non aveva mangiato; il cuore e il fegato imputridivano ai suoi

piedi.

«Tu vuoi morire, bestiuola mia, se non mangi», gli dissi, ma ogni mia

esortazione cadde a vuoto. Le palpebre gli si chiudevano con una non so

quale solennità e pareva ed era immobile. Molta tristezza vinse la mia

piccola anima infantile e quel dì non giocai.

Andai nell'orto a trovare dei lombrichi i quali strisciavano i loro

umili anelli su la terra; presi larve di insetti, bachi, piccole

lucertole, che godevano sul muricciuolo il dolce sole, e, fatto di

questi innocenti animaluzzi un cibreo che giudicai appetitoso, lo

offersi al mio falco. Non mangiò nemmeno allora.

*

Al mattino seguente era ancora lí, rigido, fermo. Ne ebbi pietà e gli

dissi: «Vedi che ti voglio bene e solo desidero che tu ti faccia buono e

che noi diventiamo amici!»

Ma poi, vedendo che non dava alcun segno, e meravigliandomi come potesse

vivere senza cibo, ne ebbi alquanto sgomento.

E l'Ave Maria del terzo giorno cantava melanconicamente dall'alto di un

campanile, quando il falco cadde di botto; le gambe sottili non lo

sorressero più. Corsi e con trepidanza paurosa lo toccai; strinsi sotto

le piume quel píccolo corpo che non si scosse. Era morto.

Egli, il re dell'aria, aveva vinto su di me.

Allora mi accostai alla finestra col falco fra le mani, e alla luce che

ancor pendeva nell'aria, a lungo cercai tra quelle penne di trovare il

segreto della sua ferocia, come fanno i bimbi che cercano nei balocchi

infranti il segreto del loro moto, ma non ve lo trovai; e da allora ne

ebbi grande tristezza.

Donne, madonne e bimbi · 第 9 / 20 题