Si affacciò poi la giovine all'uscio e disse: — Vuol sapere se il
signore qui è arrivato, le ho detto di sì e ha detto che lo vuole.
— A me?
— Sì a lei.
— Faccia piano — ammonì la donna — non parli e non la faccia parlare.
E Manzi andò di là col cuore che gli si gonfiava e la levatrice gli
venne dietro.
Sul letto, sollevato in su, vide il volto esangue della povera signora:
i capelli vigilavano ritorti, attorno a quel volto cereo e fermo. Stentò
quasi a riconoscere quel volto. Capì che era vero quello che le due
donne dicevano.
Ogni parola gli si smorzò nella gola ma udì distintamente il soffio
della voce di lei che pronunciava queste parole:
— Alle dodici arriva lui, gli ha telegrafato il medico.... lo
prepari.... grazie.
— E adesso venga via — gli sussurrò all'orecchio la donna e alle parole
aggiunse l'azione e lo trascinò fuori della stanza.
E lo lasciò solo nella stanza dove la lampada a petrolio spandeva la sua
luce rossa. I mobili all'intorno erano coperti di tele e di fogli di
giornali e su le pareti rimanevano due o tre quadri.
Guardò e ne riconobbe uno: era un ricordo di Lolò, dipinto ad olio. Il
bambino era di profilo con la cuffiettina bianca così che non si vedeva
se non la guancia tondeggiante e la puntina del naso a pena. Eppure
rideva! Certo era Lolò, più piccino, ma poteva certo essere il ritratto
di qualunque altro placido bimbo che vive nella casa tiepida ed ampia.
Allora i vecchi occhi ricominciarono a lagrimare.
— Si ricordi che il treno da Genova arriva alle undici e tre quarti —
ammonì la cameriera, — se sapesse, signor Manzi, che martirio in questi
giorni! Il dottore è dovuto diventar matto per farle capire che il suo
stato era grave, e bisognava ben dirglielo perchè lei non voleva che si
telegrafasse al signore, ma come si poteva fare diversamente? Fortunato
lei che non c'era!
— Ma il medico non viene più? Ma la si lascia morire così?
— Sarà quello che suona adesso, sarà.
E un piccolo suono di campanello squillò dall'anticamera, e la fanciulla
e e l'altra donna corsero ad aprire.
Entrò un signore di molto distinto aspetto. Domandò come stava, sentì le
risposte che gli dava la donna e crollò il capo. — Andiamo a vedere — e
si levava adagio adagio i guanti.
E Manzi rimase ancora solo nella stanza dove il lume della lampada a
petrolio spandeva una tranquilla luce rossa e il ritratto di Lolò rideva
dalla sua tela.
Quando dopo un quarto di ora tornarono, Manzi chiese:
— Ma è così grave la cosa?
— Gravissima, signor mio, e sarà molto se arriveremo a tenerla su fino a
domattina — rispose il medico, sedendosi su di una seggiola che la
levatrice aveva prima liberata da altri mobili. — Centocinquanta
pulsazioni.
Era un bisbigliare quieto, sommesso, in quella stanza, con tutti i
mobili imballati, che avevano finito di vivere lì. Centocinquanta
pulsazioni! Perchè la vita del cuore, in sul finire, si accende?
Manzi aveva il terrore di sentire quella quiete che si sarebbe rotta per
il grande urlo del povero ingegnere.
Gli pareva al Manzi di essere entrato in un sogno e che tutto quello che
gli accadeva da poche ore fosse una cosa lontana che toccasse altre
persone ignote. Ma quando quegli fece per andarsene, il senso della
realtà lo vinse e disse:
— Per carità non se ne vada, signore!
— Ci posso far ben poco io, sa? la donna che è qui può fare quello che
posso fare io.
— Ma non dico per lei, dico per lui che deve arrivare: cosa dirà? cosa
penserà vedendola qui sola abbandonata? Dirà che la abbiamo lasciata
morire come un cane....
L'uomo aggrottò le ciglia e disse: — Tornerò più tardi.
— Faccia di meglio, per carità, venga con me alla stazione, che cosa
vuole che io possa dire al signor Enrico?
Colui parve turbato alle parole del Manzi, si passò la mano su la
fronte.
Pure la levatrice pregò il dottore di rimanere a scanso anche della sua
responsabilità.
Allora sembrò persuaso e decise di rimanere.
— Mi troverò nella sala d'aspetto alle undici e mezzo, lei mi cerchi che
sarò lì — disse al Manzi e mosse verso la porta.
Ma il vecchio lo fermò per un braccio prima che se ne andasse.
— Cosa c'è adesso? — domandò.
— Proprio, proprio, crede che non possa guarire?
La giovane fra quei due uomini faceva lume e guardava l'uno e l'altro.
Il medico parlò e diede delle spiegazioni scientifiche che il vecchio
non capì certo perchè tornò ancora a domandare:
— Dunque non può guarire? nè meno un miracolo?
— Ci crede lei ai miracoli?
Manzi rimase con la bocca aperta.
— Buona sera, e allora alla stazione.
Uscì, e chiuse l'uscio.
— Anche questa è fatta — sospirò la levatrice e il Manzi la sentì
insieme alla giovane parlare, accudire a varie faccende, piano per le
stanze con passi inavvertiti, ma più che la loro voce sentiva
approssimarsi la fine, la dea della fine col suo sacco feroce, come il
sacco degli spazzacamini che portano via i bambini cattivi: anche la
morte ha il suo sacco: prende e mette dentro tutto, cose buone e cose
cattive, prende tutto e butta via: e quando appare, è inutile dirle come
allo spazzacamino: «adesso il bambino è buono, va via!» Ella non va via
e il suo avvicinarsi fa sentire strani rumori nella casa e nel cuore, e
fa tremare le gambe ed ha un passo così terribile che anche le cose in
piena vita sembra che debbano andarle dietro per il viaggio per cui lei
si avvia.
*
— Guardi che è ora che lei vada alla stazione — ammonì la levatrice: — è
pratico, è vero, di Milano? Dico perchè non si sbagli, caso mai prenda
una vettura.
Andò alla stazione. Il dottore non era ancora arrivato.
Certi sibili lontani di macchine che manovravano, lo facevano
sussultare. Ogni tanto nel buio fuori della tettoia i fanali rossi o
verdi dei dischi si spostavano sui loro lunghi bracci di ferro, come i
fantasmi che fanno un gesto automatico, e gli occhi del vecchio erano
attratti da quelle luci che si muovevano come il balenare sinistro di un
volto che è laggiù, nel buio, che non si vede se non nelle pupille.
Arrivò il dottore, si parlò del caso. — Già, un caso disgraziatissimo.
Una signora prudente quando si decide a certi passi, lo fa a tempo, si
rivolge a persona dell'arte. Ma chissà? la paura! la fretta.... La cosa
più dolorosa adesso è lui. Sono incerti del mestiere. Era una fabbrica
che andava bene, vero?
In quella rombò il diretto da Genova e Manzi vide passare, davanti, la
testa di lui; pareva la testa della Medusa. La barba pareva scomposta
come quando uno si trova in mezzo a un temporale.
*
Ma in verità le cose passarono con più tranquillità che il Manzi non
avrebbe pensato.
L'uomo era disfatto, sì bene; ma non uscì alcun grido. A lui disse:
«Grazie anche a lei, Manzi.» Durante il tragitto in carrozza, parlava
col dottore. Lui, di fronte ai due, era come intontito.
Sentiva queste parole di lui: «Infelice, infelice!» E poi diceva che se
lo sentiva, che doveva succedere così.
Quando entrarono in quella casa, Manzi aveva una gran paura: di sentire
gli urli, gli urli di quell'uomo. Ma non fu nulla di tutto questo.
Quell'uomo entrò. Lui Manzi non ebbe coraggio. Diceva fra sè: «come è
coraggioso quell'uomo!»
Anche la piccola cameriera aveva paura. Diceva al Manzi che quella era
la prima volta che vedeva morire una persona.
— Muore, muore davvero! — diceva con terrore.
Lei credeva che si potesse arrivare sino a morire, ma morire proprio non
credeva.
Poi, nel terrore, raccontava cose che al Manzi suonavano strane per una
giovanetta: che lei col suo amante avrebbe fatto tutto, fuori che quella
cosa per cui si rimane incinta. — Ah, mai più, mai più! — ripeteva.
Manzi, ogni tanto era attratto là, verso quella stanza. Gli pareva che
ci fossero tanti lumi, là.
Vedeva lei avviticchiata al collo di lui; ma poi un rantolo, un
singhiozzo, lo respingevano indietro.
Ogni tanto passava la levatrice per questo e per quello.
Diceva: — Una donna robusta. Stenta a morire. Ma è già via con la testa:
adesso dice che vuole andare a fare Pasqua con Lolò e con la nonna.
Ma poi si udì un grido di là.
Manzi ne ebbe come una lacerazione, e balzò. Vedeva lei che si veniva
distaccando da lui. Quei grandi capelli di lei strisciavano sul volto
dell'uomo, e seguivano la testa di lei.
Lei si era rovesciata sul cuscino.
Allora lo condussero via, quell'uomo.
Guardava tutti con occhi inebetiti come per interrogare.
Rispose la levatrice e disse con voce forte, come con voce piana avea
parlato sino allora. — Sì, possiamo aprire le finestre.
E fu una cosa curiosa. Quando furono aperte le finestre non era più
notte e nè meno l'alba: era giorno col sole.
E il sole entrò.
Il cero che prima ardeva e pareva così grande, impicciolì e si allontanò
anche lui.
Anche quel cadavere di femmina adultera che giaceva, parve allontanarsi.
L'uomo fece per accostarsi al letto, ma il fantasma del dramma che si
era svolto in quell'anima e in quel corpo, si rilevò tutto grande e
mostruoso davanti a lui, e lo tenne indietro.
Le coperte segnavano la curva di quelle miserabili carni che la
concupiscenza avea un tempo toccato col suo fremito.
Il ventre si disegnava nettamente rigonfio come una tumefazione di male
che ella, la martire, austera ora, trascinava dietro a sè, e a qual
torso erano congiunte le braccia rigidamente, e le gambe. La passione le
aveva agitate in ignoti amplessi; ora giacevano rigidamente.
L'amante non avrebbe più osato accostarsi.
L'uomo tradito fece ancora un gesto per avvicinarsi a quella che era
stata la sua Maria; ma ella stessa si era già allontanata.
E mentre nessuno parlava più, si udì bene la voce della giovane che
chiedeva con angoscia:
— Ma non c'è in tutta la casa una croce da mettere sul petto della
povera signora?
Milano, 1899.