«Abbiate pazienza, ne riparleremo. C'è giù la carrozza che aspetta.»
Entrai nella camera di mio figlio.
Era tiepida e profumata di lindura la stanza di mio figlio, ma io
sentivo un senso di gelo. «Cosa fai?»
«Il compito di latino.»
«E questa è la tua stanza?»
«Sì, ti piace?»
«La mamma è buona con te?»
«Molto buona, ma anche molto severa.»
«Dici le orazioni?» — domandai vedendo un Cristo sopra il capezzale del
suo letticciuolo.
«No, cosa sono le orazioni?»
«E allora perchè tieni quel santo?»
«Perchè mamma trova che sta bene.»
«Che classe fai?»
«La seconda ginnasiale.»
«Studi?»
«Sono uno dei primi.»
«Allora ti piace il latino....»
Fece una smorfia. «Tutti a scuola diciamo che è inutile. Anche il
senatore dice così, e speriamo nella caduta del Ministero.»
«Allora perchè studi il latino?»
«Ah! per la bicicletta: la bicicletta _for ever_!»
«Ti ha promesso la mamma la bicicletta?»
«No, il senatore: quello che adesso è venuto a prendere la mamma. Ne ha
dei soldi....»
Uscii in silenzio da quella casa di marmo.
Non ci siamo più riveduti: c'erano dei morti fra me e lei; ed anche
quelli che erano vivi erano come morti.
*
Questo fu il racconto del signor Manzi, detto Bismarck.
Questo racconto fece bene al signor Enrico. Quando si è come Bismarck,
si capisce che accadano certe cose.
Una lettera di Maria, mandata di premura, dove lo pregava di dargli
spiegazione della sua «inesplicabile» condotta, gli fece molto bene: più
del racconto di Bismarck.
Ci pensò la notte: un ufficiale profumato; lei profumata; e per questo?
Quell'assalto notturno di lei, nella notte, piuttosto! Ma ora ricordava:
lo aveva letto in treno, in uno di quei fascicoli di novelle che vendono
alle stazioni: di una moglie, che per crearsi un _àlibi_, si butta sul
marito come una meretrice. Effetti di suggestione! Mai leggere novelle!
*
Ritornò a Milano il dì seguente verso le cinque.
La quale è placidissima ora.
Le lampade elettriche splendono nel cilestrino crepuscolo come lune: i
_bars_ si riempiono; e le donne mondane uscite dal diurno riposo,
dondolano sui marciapiedi come navi pronte a slegare gli ormeggi.
I negozi dei pasticcieri rigurgitano di leccornie, e l'aria è qua e là
pregna del caldo profumo delle carni in istufa presso gli aristocratici
salumieri.
Entrò dal pasticciere per comperare qualche dolce per Lolò; e per
l'appunto ad una parete del negozio era affissa una _réclame_ per il
romanzo d'appendice di un giornale cittadino.
Il cartellone _réclame_ rappresentava un signore seduto che si puntava
alle tempia una rivoltella con la tranquillità di uno che si netta le
orecchie. Alla detonazione entrava una bambina e su la porta si
affacciava una signora elegante, nell'atto di esclamare con garbo:
Orrore! Il titolo del romanzo era: «L'onore del marito».
Allora provò un dolore lancinante. Ma non era guarito?
Quella stupida _réclame_!
*
Maria stessa venne ad aprire e lo baciò come era solita.
— Dopo pranzo ne parleremo, — disse il signor Enrico.
— Come vuoi tu; ma Lolò è molto impermalito verso il suo papà. Lolò
domanda perchè non sei venuto a casa ieri sera, vero? — e difatti Lolò
ebbe seri rimproveri verso suo padre e soltanto i dolci ebbero la virtù
di fargli fare la pace.
Quando Lolò fu andato a letto:
— Adesso avrai la bontà di spiegarti, è vero? — ripetè Maria.
— Sono ritornato per questo, ma da te aspetto una parola sincera; — e
cominciò a raccontare con voce lenta, ma non così tranquilla che le
labbra non tremassero, tutto l'inferno di quella notte.
E Maria recingendo a forza il collo di lui, posò il suo volto presso il
volto di lui, e la sua gracilità femminea si avviticchiò al petto di lui
e cominciò a singhiozzare prima, poi a piangere dirottamente, e piangeva
soltanto.
— Be'? Cos'è questo pianto?
— È una cosa orribile! Un ufficiale, tu hai detto? un ufficiale di
artiglieria....
— No, di cavalleria.
— Che guardava in su. Scusa, e a che piano? Ah, e poi il profumo.
Anch'io ero profumata! Ma avevo fatto il bagno poche ore prima.
Domàndalo a Marta. E non hai altro? Ah, perchè dopo, quando tu eri a
letto, ti ho svegliato.... Ah, Enrico! proprio non capisci.
Ed ella riprese a lagrimare, e accostava a lui la faccia lagrimosa.
Ma egli le faceva dolce violenza allontanandola.
— Non son mica Bismarck, sai io — diceva.
— Chi, Bismarck?
— Un disgraziato, laggiù nella fabbrica, che mi ha raccontato una sua
storia. Non sono mica un sentimentale, io. Io, quando arrivo, taglio
netto.
La notte fu convulsa. Egli sentiva la mano di lei, che ogni tanto si
posava su di lui, un po' materna, un po' carnale come si fa quando uno è
infermo, e si sente se ha la febbre. Un soffio di voce diceva con la
accoratezza, con cui avrebbe parlato a Lolò: «Dormi, caro, non ti
tormentare.»
Si addormentò alfine. Ma un riscossone dàtogli, non sapea da chi, lo
destò.
Maria dormiva placidamente.
Si sentivano passare per la via i primi carri. Dunque era mattino,
oramai.
Stette eretto su di un gomito a contemplare la sua donna dormente. Al
riverbero della lampada notturna, vedeva la testa di lei composta in
pace sull'origliere. Stette così a lungo e il suo cuore aveva degli
arresti come per il timore che un nome, un lamento uscisse rivelatore
dalle labbra di lei.
Dormiva composta in pace.
Ma così contemplando la sua donna, la imagine di lei gli si sdoppiò.
Ella era composta in pace; ma i capelli erano scomposti. I capelli erano
svegli; si rigonfiavano su l'origliere, e, fosse effetto del tremolar
della lampada, essi parevano muoversi con quell'ondulamento che hanno le
serpi: invadere il letto. Maria era innocente, ma i capelli erano
peccaminosi. Sotto le ascelle, giù nel pube pur vigilavano crini
peccaminosi.
Provò come un impulso folle di denudarla d'un tratto buttando via le
coperte: poi di stritolarla quasi contro di sè.
Ma si rattenne. Si ricordò di Bismarck. Si ricordò di quelle parole che
Bismarck aveva riferito: «dopo tutto i soli momenti di gioia della
vostra vita sono io che ve li ho dati».
Quelle parole della donna vincevano tutti i ragionamenti dell'uomo. La
donna, che non ha nome, nè Sara, nè Maria, ma la donna.
Allora per non cedere alla tentazione, uscì lentamente dal letto.
*
— Truce! — fu il saluto di Maria al mattino quando egli entrò nella sala
da pranzo dove già la tavola era preparata per la colazione, e in mezzo
di essa in un vasetto di cristallo trasparente, vi erano alcune rame di
_calicanto_ che diffondevano un olezzo come di neve profumata.
E dal caminetto ove la legna scoppiettava in rosse faville, ella gli era
venuto incontro porgèndogli le mani e le aveva spinte contro le labbra
di lui perchè le baciasse. — To', bacia!
— Truce! — e sorrideva ansiosamente guardandolo. — L'uomo ha bisogno di
essere allegro, se vuol lavorare, — disse lei. — Lo sai?
E terminò dicendo: — Un'altra volta, se devi andare via, mi condurrai
con te. Questo è quanto!
Allora, d'improvviso, lui disse: — Via! Prendi la tua roba, quella di
Lolò. Qui si chiude casa; si va a stare a ***, alla fabbrica.
Gli pareva come una prova.
— Oh, alla grazia di Dio! Lolò, Lolò, lo sai? Si va a stare in campagna.
Così si farà almeno colazione tutti insieme.
E Lolò che aveva ascoltato tutto quel discorso con grande attenzione,
concluse lui nel modo che gli sembrò più conveniente; saltò su la sedia
ed esclamò: — Un bacio! un bacio!
— Un bacio a chi?
— Al papà.
La signora Maria si era levata dalla sua sedia e fattasi presso al
signor Enrico, lo avea baciato su la fronte.
— E perchè il papà non ti ha dato anche lui il bacio? — chiese Lolò.
— Perchè lui è il padrone, e dà i baci quando vuole.
— Anche di me è il padrone?
— Certamente di me e di te; non vedi, bambino mio, che occhi terribili?
Ma la felicità di Lolò non ebbe più limite quando seppe che, in
campagna, avrebbe avuto un giardino interamente a sua disposizione. Per
il bambino andare in campagna equivaleva a vedere la primavera anche
prima del tempo.
*
_10 marzo._
— Sei malinconica, sei distratta, sei strana. Ma cos'hai?
— Come una rivoluzione si compie dentro di me. Ma un po' è anche colpa
tua, di voialtri uomini, ecco....
— Sarebbe a dire?
— Che soltanto adesso, qui, vedo chi sei, quello che fai, quello che
vali. A Milano? Io ti vedevo, a Milano, andar fuori di casa il mattino e
tornare a casa alla sera, quando tornavi: sapevo che tu guadagnavi del
denaro, ma e poi? «Maria, vuoi quella pelliccia? quel vestito? quei
gioielli?» Così, come per una bambola. E si finisce col diventar
bambole.
*
Così nell'ora che il sole tramonta su la campagna, venivano ragionando i
genitori di Lolò, ed erano arrivati davanti al cancello della villetta
dove, nel giardino, era Lolò e Bismarck.
Il giardino era libero dalla neve, e apparivano le aiuole co' loro
disegni e co' loro rilievi: la terra era stata mondata col rastrello e
col vaglio dai piccoli sassi.
— Mamma — esclamò il bambino — imparo anch'io a fare il giardiniere: è
il signor Bismarck che mi insegna, e questa sera si pianteranno gli
alberi delle mele e delle pere!
Il signor Manzi aveva in mano tre magliuoli, e disse: — Sono qui da
un'ora a spiegare che non sarà possibile domani cogliere i frutti. Ma
lui prende dell'erba, delle foglie e dei rami e li pianta in terra così
come sono.
Ma tutto muore così!
*
_15 marzo. (Giorno di azzurro e di sole senza vento. Lolò e
Bismarck vanno per il sentiero di bianco spino. Nel cuore più
che nell'aria è l'odore della primavera)._
Dice il vecchio Bismarck: — Piccolo Lolò, guarda quell'uccellino con la
testa bianca che salta sempre, che strilla. Quella, vedi, è la cìncia,
la cìncia allegra, la prima che viene ad annunciare la primavera. Senti?
Pare che faccia dei complimenti, dei ringraziamenti, che dica: «Io sono
tanto felice!»
— A chi dice così?
— Forse al sole.
— E dopo?
— Dopo verranno le rondini con un bell'abito bianco e nero. Poi verrà il
rosignolo.
— E che cosa fanno?
— Cantano e vivono. Adesso guarda quest'alberino di mandorlo, come è
grazioso con tutti quei bei fiorellini bianchi: beve il sole senza
vento.
— Beve il sole senza vento? E quelle brutte bestie, lì ferme, cosa
fanno?
— Le lucertole? Bevono il sole e vivono.
— E allora perchè, se tutto vive, si dice che c'è anche la morte?
— Questa, bambino mio, è una brutta parola: ma gli uccelli, le piante,
non lo sanno.
— Quando anche tu, Bismarck, eri bambino, tuo papà ti conduceva intorno
a vedere la primavera, anche a te?
— Sì, Lolò.
— E perchè adesso piangi?
— Perchè io non sono come la cìncia.
— Io sì! Io voglio essere sempre allegro come la cìncia.
*
_19 marzo. (Nel giardino: dopo che la sirena della fabbrica ha
dato il segnale che la giornata è finita)._
Bismarck a Lolò:
— Quale è, piccolo Lolò, la cosa più bella che ti piacerebbe di vedere?
— I peri ed i meli del mio giardino quando avranno i frutti, ed io li
mangerò.
— Bambino mio, ce n'è una anche più bella: tua mamma e tuo babbo che si
vogliono bene. Li vedi laggiù?
*
_24 marzo. (Nell'ora del tramonto: nel giardino)._
— Va su, Lolò, nella mia stanza a prendermi le forbici nel cestino da
lavoro.
— No, io solo, no, io solo non ci vado!
— Vede, signor Manzi, che inesplicabili terrori? Guardi, si è fatto
pallido, trema tutto; è un fenomeno impressionante.
— No, mamma, non ci vado solo. Ho paura, ho paura: la biscia!
— Lolò ha veduto una biscia, signor Manzi?
— Mai, che io sappia: qui di biscie non ce ne sono. Perchè, piccolo
Lolò, non vuoi ubbidire alla mamma? Di sopra non c'è nessuno. Vedi?
Tutte le finestre sono aperte, noi ti sentiamo di quaggiù. Va dunque,
ubbidisci.
La signora aggiunse: — Lolò, voglio che tu ubbidisca.
Ma il bambino trema tutto e l'occhio si fissa su di un punto con
un'espressione di terrore.
— Aspettiamo un po' e poi vediamo di persuaderlo con le buone — disse
Bismarck.
— Aspettiamo; ma non voglio che si abitui pauroso. Ora però mi ricordo
che altre due o tre volte si è destato in piena notte, d'improvviso, con
un urlo disperato. Lo abbiamo preso nel nostro letto, io e suo babbo:
abbiamo acceso il lume e gli abbiamo fatto vedere che non c'era nessuno
fuori che noi due. Stava con gli occhi dilatati e guardava sui cuscini,
fra le coperte del letto. Una pena! Ora il fenomeno si ripete. È strano,
di giorno.... Ma non lo dica a mio marito. Lui, Lolò, quando gli è
passata, non se ne ricorda più.
— Di', Lolò — disse il signor Manzi —, vuoi che andiamo insieme di
sopra a prendere le forbici della mamma? Ti farò vedere io che non c'è
proprio niente.
— Se mi prendi in braccio; se mi terrai su in alto, ma alto!
— Dev'essere quella stupida della Marta con le sue storie del serpente,
del diavolo, dei santi....
Così disse la signora, mentre Manzi sollevava il piccino.
— Così in alto, sei contento? ma non mi stringere il collo. Adesso
entriamo: queste sono le scale, guarda! questa è la sala da pranzo,
vedi? non c'è nessuno, lo vedi? guarda qui: questa è la stanza da letto
del babbo e della mamma. Vedi tu niente? Niente, e allora di che cosa
hai paura? Ecco le tende....
— No, le tende! no!
— Ma non urlare, ma sta quieto, bambino, dietro le tende non c'è niente.
— Sì, c'è la biscia, non toccare: c'è!...
— Ma dove l'hai vista?
— Nel giardino....
— Ma no, bambino mio, nel giardino non ci sono biscie, io lo so.
— L'ho vista, ti dico che l'ho vista.
— È stata la Marta a raccontarti la storia della biscia?
— No!
*
_27 marzo. (Le sere degli ultimi di marzo fanno rabbrividire
le tenere piante del giardino e la legna che dopo pranzo
scoppietta nel camino, non è disaggradevole davvero)._
— Lei mi pare — disse la signora al vecchio Manzi — che non sia mica
troppo favorevole per le donne.... (Si parlava della maestrina che
doveva, dopo Pasqua, venire per l'istruzione di Lolò).
— C'è il peccato d'origine! — disse lui cupamente.
— Ho sempre inteso dire, da quando imparavo il catechismo, che il
peccato d'origine era di tutti e due, di Adamo e di Eva.
— No, no! È di Eva!
— E in che cosa consiste il peccato d'origine del nostro sesso?
— Un veleno — disse il Manzi — che hanno nel sangue.
— Tutte le donne? Ma lei si vede che non ha conosciuto mai una signorina
per bene....
— Può bene essere, signora; ma io penso così.
— Sa che lei è poco gentile?
— Mi perdoni, signora. Ma è lei che mi ha interrogato.
— Ti sei accorto — disse poi la signora al marito — che quell'uomo puzza
di grappa? È odioso.
*
_Fine di marzo._
La settimana di Pasqua è vicina.
È stato deciso che le feste di Pasqua il signor Enrico, la signora e il
piccolo Lolò le andranno a passare a Noli, presso la nonna. I giorni
sono splendidi e la felicità canta nel cuore del piccolo bambino.
La signora è partita alcuni giorni prima per Milano dove porrà in
assetto tutta la mobilia dell'appartamento, giacchè è anche deciso di
stabilirsi per sempre nella villa. Ella così vuole. È partita con la
cameriera, una allegra giovanetta, e raggiungerà il marito e il figlio a
Noli.
Oggi sono partiti: il signor Enrico e Lolò in carrozza per la stazione
di Y***, dove passa il treno per Genova.
Quante cose felici erano giunte tutte in una volta per il piccolo
bambino! la Primavera, la Pasqua, il viaggio! E la tiepida aurora nel
giorno della partenza lo aveva destato prima dell'ora, susurrandogli
amiche cose; ed i bimbi si destano e cantano.
Si destò, e fu per lui desta tutta la casa.
La vecchia fantesca, in mancanza della mamma, gli ravviò i capelli,
quella mattina, lo pulì, e ce ne volle della pazienza perchè egli avea
gran fretta, chè il treno partiva! Salì nella carrozza col babbo; e
rivolto indietro:
— Addio Marta — diceva —, ti porterò la ciambella di Pasqua!
*
Poichè la testa bionda di Lolò fu disparita, e la vecchia fantesca
risalì piano piano le scale.
«Oggi, signori, sarà una giornata di grande lavoro: voi dovete quindi
essere buoni e ubbidienti e farvi ben pulire, perchè è Pasqua». Parlava
ai mobili.
Era una buona bestia da lavoro la Marta, e siccome gli altri non
parlavano troppo con lei, lei parlava alle casseruole, ai mobili e alle
galline.
Tutto il resto, anche il cervello, valeva poco; ma le braccia erano
ancora di buona montanara. Tirava, smoveva i mobili gravi con molta
facilità.
Lavorò tutto il dì, strofinando, scopando.
«Cominciamo dalla stanza da letto.... Oh, fuori voi!» e sciorinò le
lenzuola di bucato che ondeggiarono sul tàlamo: le stirò con le mani. «E
anche voi, piccolino, birichino di Lolò, li volete i lenzuoli puliti?
Puliti sì, ma non nuovi. Non si sa mai!».
Poi guardando la _toilette_ della signora, diceva: «Io preferisco fare
la lavanda ai piedi di tutte le sedie, piuttosto che mettere in ordine
tutte quelle pomate. Io? un po' d'acqua, e basta! Siete pure andata alla
fiera, la mia signora! Il padrone l'avete trovato. Non vi basta
quello?».
E quando la giornata dolce e tranquilla declinò, aveva finito.
«Ora va là, va in riposo anche tu, povera scopa, tu sei come me!»
Ma la scopa riposò, ella no. Per una lenta abitudine ed una svanita
memoria di ciò che si faceva nel suo paese di montagna, volle lucidare i
rami della cucina «.... si appendevano sopra la cappa del camino e poi
si mettevano in mezzo belle frasche di palme...!» E non solo lucidò i
rami, ma pose in pieno assetto ogni altra cosa, poichè la dimane, che
era la domenica dell'olivo, non avrebbe toccato neppure il manico della
scopa.
*
Ma la giovanezza del sole al mattino batte alle vecchie pupille,
dicendo: «Destati, Marta! per chi è vecchio, meglio è vegliare che
dormire: di dormire è vicino il gran tempo: oggi è la domenica
dell'olivo!»
E allora si levò e ripulì anche le sue vecchie carni e poi tolse gli
abiti festivi.
Si vestì e andò alla chiesa.
C'erano dei fiori, degli incensi, dei canti: _Agnus Dei qui tollit
peccata mundi_. La vecchia Marta, avea comperato alcune palme e con
quelle entrava a passo lento nella villa.
Nell'appartamento vuoto e quieto entrava il sole e si rifrangea sui
mobili lucidi, su le vernici fresche delle stanzette gaie.
La Marta girò per tutto l'appartamento con le rame dell'ulivo in mano;
passò in rivista tutte le sue stanze pulite. Ma nel mezzo della stanza
si arrestò come spaurita.
Era la molla dell'orologio grande sul caminetto della sala da pranzo che
si discioglieva: e il martelletto s'alzò su la campana metallica e
ricadde con uno squillo d'argento: battè le ore chiare, penetranti per
tutto il silenzio dell'appartamento; dodici volte s'alzò e ricadde
dodici volte con lo stesso suono.
La Marta le contò su le dita, ferma nel mezzo della stanza. «È
mezzogiorno — disse. — Ecco perchè c'è tanto silenzio; perchè è la
domenica dell'ulivo! Le campane non suonano oggi! Oggi, come sarebbe
mille ottocento novanta anni fa, è morto Nostro Signore» e si
inginocchiò e si segnò la croce su la fronte.
Nel mezzo del cielo il sole faceva il suo viaggio.
La memoria si disugellava alla vecchia fante. Dopo tanti anni che non
vedeva se non piatti da risciacquare, scarpe da lustrare, rivide la sua
montagna, là nella Càrnia: chiesetta nera, casette nere di pietra,
boschi di castagni: ma sotto i castagni che verde! un verde smeraldino
che lo aveva sempre negli occhi e non l'aveva riveduto mai più! E sul
verde, occhi d'oro del sole; e la leggenda della fata degli occhi d'oro,
chiamata Drianna, che fu sepolta lì, e in nessun luogo il sole era
lucente come lì.
Lì, quando era bambina, con altri bambini, consumava i giorni della
settimana santa, nelle lunghe ore che la campanella non interrompe più.
Si incantavano a far mazzi di fiori stellati e bianchi, e la notte
dormivano profondamente.
Buona gente lassù in Càrnia! Si conoscevano tutti. Si poteva lasciare la
biancheria al sole che nessuno la toccava, e la porta di casa aperta di
notte.
Le venne poi malinconia, lì sola. C'era quell'altro pur solo, il Manzi,
e lo andò a chiamare. Era oramai come di casa, quello lì.
— Mi aiuti — disse — a mettere le rame d'olivo sopra i letti, ma ben in
alto, chè se anche non le vogliono, faranno fatica a portarle via....
Sopra il letticciuolo di Lolò mettiamoci una bella rama. E anche sopra
il loro.... Veramente non se lo meriterebbero.
— Ma ci credete voi Marta, a queste cose?
— Se ci credo? E se non ci credessi, che cosa sarei io? Oh, buon uomo,
anche tu credi che io sia venuta a questo mondo soltanto per lustrare le
scarpe? Via! C'è un po' di carne nella pentola, delle uova sode e del
salame. Volete mangiare con me?
*
E allora in quell'ora tranquilla del giorno della domenica dell'ulivo,
fu udito un forte squillo di campanello.
Era un fattorino che recava un dispaccio per Manzi.
Era tanto tempo che la posta non funzionava per lui, che fu colto da un
tremito.
Ma ebbe appena disuggellato il dispaccio, che, percorrendo quelle
strisciette bianche, capì che la cosa non riguardava lui.
Poi capì che dicevano una cosa breve, ma non la capiva bene.
— Che cosa dice? — domandò la Marta.
— Dice che la signora è ammalata e che io vada sùbito a Milano. Sapete
voi che la signora fosse ammalata?
— Ammalata la signora? È stata sempre bene da quando la conosco. Mi
faccia il piacere legga il dispaccio. — E quando Manzi ebbe letto
esclamò:
— Ma questa è una disgrazia!
— Ma la signora non doveva a quest'ora essere a Genova dai parenti che
hanno da quelle parti?
— Sicuro che doveva. Si era rimasti anzi d'intesa che lei sarebbe
rimasta a Milano due o tre giorni per imballare e spedire la mobilia: e
poi avrebbe raggiunto il padrone.
— E invece?
— E cosa vuole che sappia io? Il telegramma canta chiaro, che la signora
sta male e che lei vada subito a Milano.
— Ma cosa c'entro io?
— Oh, Santa Madre! — rispose la Marta. — Se stiamo anche a parlare fino
a stasera, vedrà che non spieghiamo niente. Piuttosto si muova, si
scuota, il treno parte alle tre, sa? e appena arrivato mi mandi due
righe perchè anch'io sto in pena.
E il signor Manzi si avviò a casa sua pensando a che cosa potesse
essere.
«Che cosa potrà essere?» ruminava tra sè, e nel presentimento di andare
incontro ad una disgrazia, camminava adagio come trascinato. E come fu
salito nella sua stanza, tolse da un armadietto una bottiglia scura e
tracannò. E si mise il soprabito e il cappello duro per andare a Milano.
Ma aveva paura di andare incontro a una disgrazia, e allungò la mano
nell'armadio e prese ancora quella bottiglia e tracannò ancora.
Non vi era nessun rumore nelle campagne, e le macchine non rombavano, e
i telai della fabbrica non correvano, e i fumaioli non spiegavano il
fumo.
«Cristo è morto, Cristo è morto! — diceva Manzi, vestendosi. — Ma non
sei mica morta tu!» E indicava su la parete il ritratto di una giovane e
vezzosa donna in cappello e veletta, ridente, con la testa inchinata,
Sara.
Ma il foglio giallo del dispaccio lo richiamò alla realtà presente:
«certamente deve essere succeduta una disgrazia; facciamosi coraggio (e
rimise alla bocca la nera bottiglia e tracannò). Io non ho più molta
forza per andare incontro alle disgrazie! Ma intanto, qui, qui al
soprabito manca un bottone. Ci metteremo uno spillo. Ora trovare lo
spillo!».
Uscì, ma nell'uscire una donna che faceva da portinaia, lo vide da una
stradicciuola da cui veniva e gli fece segno di aspettare. Quando lo
ebbe raggiunto, disse: «C'è una lettera per lei: stamattina non glie
l'ho potuta consegnare perchè io era andata alla messa» e gli porse una
lettera.
Manzi riconobbe subito la scrittura del signor Enrico e una nuova
trepidazione si aggiunse alla prima.
— Lascia qui il bastone?
— No, date qua — e messosi il bastone sotto l'ascella fece per aprire la
lettera, ma poi volle guardare l'orologio, ma nel taschino del _gilet_
non lo trovò, e allora voleva tornar di sopra a prenderlo; poi si pentì
e chiese alla donna: — Sapete che ora è?
— Se non sono suonate, ci deve mancar poco alle tre.
E il poveretto si mise a camminare in fretta con gran fatica perchè la
strada che conduceva alla stazione era lunga, e così andando aveva
strappato la busta che non si voleva far lacerare e aveva cercato di
decifrare i caratteri che gli ballavano sotto gli occhi. Ne indovinò il
senso più che non ne leggesse le lettere. «Dev'essere una disgrazia
grossa» e questa idea lo faceva fermare, mentre invece doveva correre
per non perdere la corsa. Ma giunse infine in vista della stazione. Essa
si innalzava bianca, tranquilla come abbandonata nel verde, e sul cielo
azzurro spiccava il tetto rosso. Nessun fischio nell'aria ferma, nessun
fumo di locomotiva per la linea che si vedeva benissimo fin da lungi.
Precipitò nel piccolo caffè della stazione.
— È mica partito il treno?
— C'è ancora un quarto d'ora, sempre se è in orario.
— Meno male — e respirò. — Mi porti allora un _vermut_ che ho fatto una
gran corsa.
E la padrona dall'angolo dietro il banco dove agucchiava placidamente,
si levò, pulì il bicchierino a calice, lo fermò sul vassoio di ottone e
versò il _vermut_. — Belle giornate, eh?
— Sì certo, bellissime — e spiegò la lettera e lesse e poi disse:
«Dunque anche lui non sa che sua moglie è a Milano e che è ammalata. Mi
domanda di urgenza se è tornata qui. Ma qui non è tornata», e stava in
procinto di telegrafare dalla stazione che lui non sapeva niente di
niente, ma poi gli parve meglio veder prima di che si trattava.
Il guardiano della stazione stava costruendo nel piccolo giardinetto
attiguo alla stazione una specie di gabbia per le sue galline; riconobbe
il Manzi e gli chiese: — Va a Milano a divertirsi un poco, eh?
Il treno apparve in fondo alla linea: un treno piccolo che era quasi
vuoto. Manzi salì in un carrozzone dove era solo: il treno partì e poi
si fermava a tutte le piccole stazioni senza raccogliere su nessun
viaggiatore. Pareva che si avviasse verso una città morta.
— Com'è che non monta su nessuno? — chiese il Manzi al frenatore che
saliva su la garetta.
— Perchè di Pasqua quelli di fuori stanno a casa loro, e quelli di
Milano, se hanno comodo, vanno fuori.
E giunse a Milano che il sole era ancora alto e tutto un lato della via
Manzoni ne splendeva da suoi eccelsi palagi. Dame e signori con grave
andare muovevano su due marciapiedi, lungo le botteghe chiuse, come
chiamati dalle foglie tenere laggiù dei giardini. Nel mezzo della via
larga il tram si scontrò con due o tre cocchi signorili lucidi,
ondeggianti su gran molle e tratti da cavalli dal collo ricurvo. C'era
per gli occhi di Bismarck dell'automatico in quei passeggieri, in quei
tram, in quei cocchi; c'era del silenzio dietro a quel rumore di grande
città; c'era della tristezza dietro il lusso di quella gente adorna nel
giorno festivo.
*
Una nappa di seta verde svanita, che, in vece del bottone elettrico
pendeva su la porta chiusa, pareva dovesse destare echi lugubri, e
corrispondere a cose e persone che già andavano per lontana via ed era
inutile richiamare. Tuttavia il signor Manzi tirò la nappa, e un suono
di campanello risuonò nell'interno della casa, ma più forte nel cuore di
lui.
Venne ad aprire la porta una giovine che era la cameriera della signora,
e quella al lume diurno che ancora pendeva su le scale deserte, in quel
dì festivo, riconobbe il signor Manzi ed esclamò:
— Finalmente, venga avanti!
Era una leggiadra biondina, di adolescente età. Da poco tempo era al
servizio in quella casa, e il Manzi la aveva a pena intraveduta due o
tre volte nella villa, chè ella il più del tempo trascorreva nelle
stanze della signora: però ricordava il suo allegro riso e la sua lieta
voce squillante. Ora quelle parole le aveva pronunciate in un modo così
diverso che ben si capiva che qualche cosa di terribile accadeva in
quella dimora in cui egli allora poneva il piede.
Egli venne avanti, ma l'anticamera era quasi buia, e le masserizie che
la ingombravano, confuse e ammucchiate, rendevano più difficile
l'avanzarsi, e perciò rimase lì quasi presso l'uscio e chiese:
— Come va?
La giovane si strinse nelle spalle e poi gliele voltò, e Manzi cercò di
venire avanti, come più si abituava l'occhio alla penombra.
Da una stanza apparve una donna, la quale chiese alla giovane
distintamente e con premura:
— È il marito quello lì?
— No, quello è il signore a cui abbiamo telegrafato dopo — rispose la
giovane accostandosi alla donna.
— Ah! — fece costei come a dire: «allora è un'altra cosa» e — venga pur
avanti — completò il suo dire, — ma piano, come può: anch'io sono poco
pratica di questa casa. C'è almeno un lume, la mia tosa? — domandò alla
cameriera.
— Adesso vado a vedere se trovo un'altra candela, ma sarà un affar
serio: il droghiere ha già chiuso.
— Immagini — seguitò quella donna a dire al signor Manzi — che per
scaldare un po' d'acqua, per fare un po' di brodo abbiamo dovuto
accendere il carbone. E per trovare una tazza, i tovaglioli ce n'è
voluto!... Era tutto fatto su. Oh, finalmente!
E la chiusa del discorso fu rivolta alla cameriera che entrava con una
lampada a petrolio.
— Ho trovata questa qui sopra il camino: sento, era piena di petrolio.
— Allora siamo signori — disse quella donna. — Io ho mandato la
portinaia alla società del gas perchè venissero a slegare il contatore,
ma sì!
Allora il signor Manzi trovò il momento di domandare a quella signora,
chi era.
— Non mi conosce?
— Io no.
— Io sono la levatrice — e fece il nome e disse dove era stata
_diplomata_.
Il signor Manzi chiese perchè c'era lei lì, nella casa.
— Come, non lo sa? Perchè la signora ha fatto un aborto, e adesso se ne
va.
— Se ne va? — e diede indietro atterrito su la sedia, a quella frase
tranquilla.