Lei ripeteva a me: «Tu hai tradito la mia vita!»

«Ma io l'ho pure questa forza di sacrificio!» le dicevo io.

«Ma a te nessuna donna ti guarda, io invece....»

Allora io tremavo tutto, e le facevo lunghi ragionamenti.

«Sì, sì, — diceva lei —, va alla messa.»

La minacciai di scacciare di casa. «Guarda — mi disse — a quello che

fai! guarda a quello che dici!»

Io insistetti: mi pareva di far bene ad insistere. Ma non avevo fatto il

calcolo esatto su le mie forze e allora ho detto una parola che non

dovevo dire, ma l'avevo nel cuore e la dissi: «Vattene, sì!»

«Allora me ne andrò, ma tieni a mente che non sono io che vado, sei tu

che mi scacci: io sono una donna che so quello che faccio; io non sono

come le altre che vanno in chiesa e hanno l'amico; io sono una donna

diversa, il mio uomo, io: tu puoi andare a fronte alta di tua moglie. Ma

tu mi scacci, tièntelo a mente!»

Lei preparò per due giorni le valige con molta calma: io non dissi più

nulla.

La sera condussi a spasso il bambino, povera anima! V'era come un tàcito

accordo; lei sarebbe partita: il bambino sarebbe rimasto con me, ed io

lo condussi fuori perchè non si accorgesse della partenza della mamma, a

cui lui voleva un gran bene.

Era quella una sera fredda e nera d'autunno, e l'ho qui nella mente:

andammo fuori di porta, io e il bambino; camminammo sotto i platani che

stormivano per il vento e cadevano sul capo le foglie dei platani. Io lo

tenevo per mano, avrei voluto parlare, ma non sapevo cosa dire.

Tenevo la sua mano dentro la mia e non parlavo: ad un tratto lo sentii

piangere. «Perchè piangi? non sei contento di andare a spasso col tuo

papà?» Lui avea sei anni. Mi ricordai tutte le cose che egli desiderava:

cioè la bicicletta a tre ruote, il cavallo che dondola, la macchina che

fischia e cammina da per sè; e io gli promisi che gli avrei comperato

tutto. «Ma perchè piangi?» e lui piangeva senza spiegarsi, e quel pianto

mi metteva nell'anima un gran male. Allora lo minacciai; là nel buio,

minacciai di percuoterlo. Ma al lume di un fanale che faceva luce a una

Madonna, lo scorsi pallido pallido, esterrefatto, tremante davanti a me.

Io dovevo aver parlato con grande ira e non me n'ero accorto.

Mi cadde l'animo al vederlo così e mi vergognai: era lei che io avrei

voluto percuotere a morte e invece stavo per percuotere lui,

l'innocente. «Perchè piangi?» — «La mamma!» singhiozzò con uno scoppio

di passione che mi fece quasi paura. «Vuoi veder la mamma?» Fece cenno

di sì, e vedendo che io acconsentivo, mi prese lui stesso per mano e mi

tirava, e mi ricordo che il vento ci era di fronte, un vento forte e lui

tirava e diceva: «Fa presto, papà, la mamma va via!» Così facemmo tutto

il viale sotto i platani che si rabbuffavano indietro sul nostro capo.

Io no, no! non le avrei mai detto di restare: morire piuttosto: al punto

in cui erano le cose, no! ma speravo nel bambino: si sarebbe commossa

alla sua vista e sarebbe rimasta. Per questa ragione lo ricondussi.

Entrammo in casa. Lei aveva disposto le valige e attendeva la carrozza

per andare alla stazione. Io tremo anche oggi a pensare a quella notte.

Mia madre coi capelli scarmigliati, con le braccia in croce davanti alla

porta, diceva:

«Di qui non si passa: è casa mia!

«Via, vecchia megera, pinzochera, voglio andar via da questa casa

maledetta — diceva lei.

«No, non va via una sposa giovine, di notte!

«Ho il mio orgoglio che mi difende, via da questa casa maledetta.»

E le sue mani minacciavano. Io la presi allora perchè non nuocesse a mia

madre, la strinsi forte su di me e lei mi graffiò il volto e mi lacerò i

capelli.

«Andrai via domani, senza scandalo!» le dicevo con sarcasmo, piano,

all'orecchio. «Sì, ti voglio mandar via: ma domani!» Avevo anche io un

demonio che mi tradiva. Il bambino aggrappato alle sottane di lei,

faceva pietà; supplicava me, supplicava lei con una voce che quando

morirò la sentirò ancora, ma lei, lei non l'udiva.

Ma ricordo una frase orribile e strana in un bimbo, che pronunciò in

quella sera. Pallido, con la testolina che crollava indietro come avesse

avuto il tetano, aggrappato a noi, diceva: «Ma allora io voglio morire,

fatemi morire!» Ed ella non udiva. E pochi mesi prima lo avevamo

vegliato io e lei nel suo lettuccio, perchè era ammalato!

Fuggì quella notte e portò via mio figlio.

La mattina seguente io e mia madre ci guardammo come smemorati, senza

dir nulla. Io la volli confortare e le dissi: «Meglio così, tutto è

finito!» I primi tre giorni, sotto l'eccitamento del fatto, mi sembrò di

essere quasi contento: poi cominciai a perdere il sonno, a fissarmi in

Sara. Io e mia madre ci incontravamo come due fantasmi nella vecchia

casa. La stanza nuziale venne disfatta: io mi volevo mostrare assai

calmo. Ma tutto il giorno non parlavo, a tavola non parlavo, il cibo mi

andava via dalla gola come avessi avuto il vomito. Cominciai ad

ubbriacarmi, per sistema, il giorno e la notte a prender l'oppio per

dormire. Ma l'oppio, se mi buttava giù nel letto per una mezz'ora, dopo

mi svegliava con un riscossone e con gli occhi aperti come ci fosse

stata una molla a tenerli su: così rimanevo tutta la notte.

E perchè capisca in quale stato io ero, a ogni treno andavo come un

sonnambulo alla stazione perchè speravo che tornasse, che si fosse

pentita, che avesse compreso quale grande delitto avesse commesso di

abbandonare la casa del marito a cui aveva data la fede.

Andando alla stazione, questionavo con me stesso per decidere se le

avrei perdonato: finivo sempre col perdonarle, ma era lei che non

tornava. Dicevo fra me: «Una donna divisa così dal marito, rimane

vituperata.» Non pensavo che il vituperio del mondo può cadere su una

donna debole o brutta: ma su una donna bella e forte come era Sara, non

cade insulto; il ridicolo, quello sì piove sull'uomo! Allora diventavo

furibondo e dicevo: «Ti farò citare davanti al tribunale, ti farò

svergognare come una madre, una moglie che abbandona il marito.»

Sara mi mandò due lettere da un paese lontano della Svizzera, con le

insegne superbe di un _hôtel_. Nella prima mi spiegava col solito

orgoglio la sua condotta precisando a suo modo i fatti e mi dava notizie

del bambino «giacchè di questo — scriveva — ne avete il diritto», e mi

domandava poi i suoi gioielli. Era partita con quasi niente di denaro.

Io non risposi. Nella seconda, domandava tutti i suoi abiti ed

aggiungeva che tutto (ed era sottolineato) anche fisicamente, era finito

fra noi due e che se anche lei avesse voluto, non avrebbe più potuto

vivere con me: e che io «le facevo ribrezzo!»

Allora, ma solo allora, pensai a quello a cui non avevo mai fino allora

pensato: «la tua donna si infila nel letto con un altro, ridendo.»

Allora diventai pazzo. Sarei partito in quell'ora stessa che ricevetti

la lettera, ma non avevo i soldi, capisce? li dovevo rimediare; e

intanto le scrissi una lettera in cui mi umiliavo e che fece pietà a me

stesso, tanto che non ebbi coraggio di rileggerla.

Lei mi rispose dopo una settimana così: «Mi dispiace che tu sii

ammalato, ma se tu sei uno squilibrato e uno più buono a niente, non è

questa una buona ragione perchè io, che ora mi sento assai bene e ho

molta voglia di star bene, debba tornare ad unire la mia vita alla tua.

Il bambino sta benissimo. Poscritto: La mia coscienza non ha bisogno del

tuo perdono».

Allora io dissi a mia madre: «Io voglio andare a riprendere il bambino

che mi portò via come un ostaggio; non posso vivere senza di lui!» —

«Va, e riprendi anche lei — mi disse la mamma — Tu così ti rovini la

vita, figlio!»

Partii e dopo due giorni di viaggio in terza classe, giunsi in Svizzera,

in quel paese. Era un _hôtel_ che aveva quella grand'aria di lusso che

era stato sempre negli istinti di Sara. Incontrai signori e signore

superbe davanti ai quali il mio aspetto era una viltà: cameriere in

cuffia e camerieri in sparato bianco, che parlavano una barbara lingua,

ma al cui confronto le dolci mie parole italiane suonavano come

un'umiliazione.

Mi vergognavo di dire il mio nome, di dire a quei camerieri che io ero

marito di quella signora lì sola in quell'albergo. Dissi che ero un

parente, ma dal contegno di quella gente capii che aveano letto in volto

la mia vera qualità, e mi fecero entrare nella stanza di lei benchè

fosse mattino.

Mia moglie si puliva i denti. Mi guardò senza nessun turbamento. Seduto

sul tappeto, per terra, c'era il piccino che si metteva le scarpe e mi

guardava con occhi meravigliati, e non disse nulla.

«Sei tu? non ti aspettavo!» pronunciò con voce tranquilla: ma poi

guardandomi, mi dovette trovare molto stravolto, perchè mi domandò con

voce che era divenuta incerta e paurosa suo malgrado:

«Sarebbe interessante di sapere cosa sei venuto a fare qui.»

Anch'io ero determinato ad essere calmo, giacchè nel viaggio avevo

prestabilita la mia condotta, benchè il cuore e, ho vergogna di

confessarlo, i miei sensi mi spingessero a domandarle perdono. Era

l'ultima riserva della mia energia di uomo che lanciavo: e aveva così

stabilito di fingere, di volere una separazione per via legale, e

intanto portarle via di sorpresa il figlio.

Mi sedetti su di una poltroncina e le parlai in questo senso.

«Oh, benissimo», diceva lei senza voltarsi dallo specchio.

E vedendo il letto, disfatto, chiesi:

«Si deve dormire molto bene in questi letti.»

«Stupendamente..., sonni profondi: permettete....» e si slacciò il

bottone della camicia per lavarsi.

Quell'atto mi ricordò di una sua frase abituale, cioè che una signora

per bene davanti al cameriere si può anche slacciare perchè un cameriere

non è un uomo. Fremetti, e senza muovermi dalla sedia, pronunciai quella

parola semplice che molti di noi crediamo sia un'offesa: Puttana!

«Cosa dici?»

E io ripetei quella parola. Lei alzò le spalle ed io nello specchio

vedendo il suo volto mi parve che a fior di labbra mormorasse:

«Stupido!»

Il cervello mi si infiammò di furore; ma una cosa più grande succedeva:

io vidi, quasi con questi occhi, materialmente, la mia casa che

crollava. Lei sa, è vero? Quando la casa muore è come quando moriamo

noi. E allora il resto che vale?

Il piccino aveva finito di mettersi le scarpe, ma male.

«Perchè non l'aiuti tu ad allacciarsi le scarpe?» le domandai.

«Perchè io non faccio la serva a mio figlio!»

In quel punto bussarono alla porta. Trasalii. Ella disse

tranquillamente, facilmente in tedesco, come se quella fosse stata

sempre la sua lingua, di entrare. Entrò la cameriera col vassoio: era la

colazione col burro, la _confiture_: una cosa splendente, grandiosa.

Il bambino parlò allora per la prima volta e disse: «Qui, vedi, papà, si

mangia bene; sempre burro, cioccolata, dolci; mica come là dalla nonna!

se poi vedessi a pranzo che tavola grande, sempre coi fiori, e quanta

gente, quanti piatti, oh! È molto bello così!»

Una voce immensa nel mio cuore mi veniva su e voleva dire a Sara:

«Torneresti a casa?» Ma ebbi pudore di pronunciare il nome di mia madre

davanti a lei. Soffocai quella voce e la pregai di vestire il bambino

che lo volevo condurre a spasso. Volevo portarlo via subito. Lei lo

vestì, e disse: «Ecco pronto.»

Siamo usciti io e il bambino.

Ma quando fui nel corridoio, camminai in punta di piedi e poi mi fermai:

un'illusione, pazza da vero, mi teneva incatenato lì nel corridoio, cioè

che lei mi richiamasse indietro. Ritornai invece io indietro, origliai e

sentii il rumore del busto. Sara continuava in pace la sua _toilette_.

Nell'albergo c'era un giardino con grandi alberi puliti e molti sedili.

Io conduco qui il bambino e parliamo.

Lui mi raccontava tutti i piatti che si mangiavano alla _table d'hôte_.

«Vuoi tornare dalla nonna? — dissi io con le lagrime. «Sì, se mangeremo

ancora tanti dolci come qui.» E parlava ancora, quando a un certo

momento scappò via. Era corso via! Sotto un albero c'era un giovane

signore che lo prese fra le ginocchia.

Io guardai.

Il bambino, dopo, corse ancora da me, e quel tale si alzò e si

allontanò.

«Chi è quel signore? — domandai.

«Quello che tiene sempre compagnia alla mamà! — mi rispose il bambino.

Allora risalii da solo le scale, e irruppi nella stanza di Sara.

«Chi è quel signore che ti tiene sempre compagnia?»

Il suo volto diventò brutto. «Ci mancava anche questa per fare il

terno», sentii che disse, e poi non so più nulla. Urlò. Venne gente, mi

strinsero, mi strapparono una rivoltella.

Mi hanno fatto poi il processo per mancato omicidio. Mi hanno fatto

vedere il revolver con una pallottola di meno. Sarà anche stato, ma io

non me ne sono accorto. Basta, dopo fui assolto; ma da allora diventai

come stupido, con una gran debolezza di nervi. Poi, col tempo, mi sono

rifatto; cominciai ad andar fuori di casa mentre prima mi vergognavo: ma

non mi curavo più di niente. Bisognava che mia madre mi mettesse lei la

biancheria sul letto perchè io la cambiassi. A lei, a Sara, però ci

pensavo spesso: mi ricordavo il grande albergo dove l'avevo trovata;

vedevo i vassoi d'argento, le tavole coi fiori e altre cose vedevo, e

dicevo: «Già lei era nata per questa gran vita.» E per una certa

lucidezza mentale, mi ricordavo di certe sue frasi come questa: «Che

colpa ho io se piaccio agli uomini?» E allora provavo come dei brividi

di desiderio, e con stupore dicevo: «Sì, cara, se tu non vuoi sporcarti

le mani, li laverò io i piatti: ma torna con me.»

Due o tre volte all'anno per Natale, per Capodanno, ricevevo un

biglietto del bambino, in cui mi diceva che lui stava bene.

Adesso glielo dirò: si sente dire e si legge, o signore, che una via,

come quella battuta da mia moglie, conduce di gradino in gradino alla

abbiezione. Quasi me lo auguravo di trovarla degradata e in miseria pur

di riprendere la vita con lei e con lui.

Seppi che lei era a Roma. Andai dunque a Roma, girai, domandai e un dì

vidi pel corso una figura di donna, che assomigliava a Sara. Quei cinque

anni di strazio, che mi avevano distrutto anima e corpo, non erano

passati per lei. Era come prima, solo un poco più matronale. Da prima

non mi conobbe, ma poi la mia vista o la atterrì o la commosse, perchè

mi accolse benevolmente, soltanto non potè a meno di dire: «Come siete

invecchiato!» E mentre eravamo lì fermi sul marciapiede fra la folla, mi

accorsi che due o tre signori di molta distinzione la avevano salutata.

Lei mi invitò a salire a casa sua, e camminando fra quella calca, io mi

vedevo negli specchi delle vetrine, miserabile e vecchio dietro di lei.

Arrivammo ad un palazzo. Il portinaio di quella casa la salutò levandosi

il berretto e guardò me come a chiedere: chi è costui?

«Potete salire senza timore per la vostra rispettabilità — disse Sara

con ambiguo sorriso — qui abitiamo noi soli.»

Il giovanetto, nostro figlio, domandava piano a lei:

«Chi è? È il papà quello lì?» e lei faceva cenno di sì, e raccomandava

di star zitto.

Era un appartamentino piccolo, ma messo bene.

Io mi misi a piangere e benchè mi frenassi, non potei impedire al

singhiozzo di prorompere.

«Perchè piange il babbo?» «Per il piacere di vederti» lei disse, e a me

disse piano: «Adesso parleremo, ma vi prego, niente tragedie; ne ho

avute anche troppe!»

«Adesso tu va a studiare» — disse poi al figlio —; «e se volete....» —

disse a me: ed entrammo nella sua stanza dove c'era un lettino bianco,

delle poltroncine bianche.

Prevenne le mie domande: viveva — diceva lei — dando lezioni di tedesco

e di piano.

Dissi io allora queste parole: «Ma il giuramento di fedeltà che tu hai

dato....»

Ella chiuse gli occhi, posò la mano su la fronte, disse...: «Parlando

con voi ho l'impressione di parlare con un _revenant_ d'altri tempi....»

Nel mio paese, signor Enrico, c'è un fiume dove non hanno mai potuto

piantare le palafitte per mettervi un ponte; la melma è tanta che le

travi non sono mai arrivate a trovare il sodo e un giorno un manovale,

che con una lunga pertica volle scandagliare quel fango, vi si sommerse

e non l'hanno più ritrovato.

Io ero realmente un fantasma. Per riconquistare Sara sarebbe stato

necessario che io fossi apparso giovane, forte, terribile.

Mi sentii come recidere i nervi, e allora udii queste sue parole: «Dopo

tutto, i soli momenti di gioia della vostra vita sono io che ve li ho

dati.»

Venne la cameriera e bisbigliò non so che a Sara.

«Ah, sì! me ne ero dimenticata. Io sono desolata, — disse a me, — ma

sono venuti a prendermi per una conferenza....»

Mi buttò sotto gli occhi un cartoncino: _Sotto la presidenza di S. A.

R..., ecc., l'illustre conferenziere, ecc., parlerà oggi alle tre sul

fenomeno del femminismo presso i popoli latini e presso i popoli

germanici._

«Vostro figlio è là, potete stare con lui» — disse uscendo.

Io mi alzai come un uomo straniero che è in casa altrui.

Donne, madonne e bimbi · 第 5 / 20 题