L'ingegnere Enrico M..., comproprietario della ditta Gerosa e Comp.,
ritornava a Milano dopo una lunga assenza, per ragioni di affari.
Ci pensò per tutto il viaggio da Genova a Milano: ma non agli affari che
andavano benissimo. Per tutto il viaggio fra quegli ignoti sonnacchiosi
dentro i loro pastrani, l'avea riveduto il visino ridente, la testolina
d'oro che danzava e cantava:
Son bellino son carino
Sono il cocco del papà.
Questa era per il babbo, e poi c'era la poesietta per la mamma:
Cara mamma del mio cuor
Tu sarai sempre l'amor.
Il treno faceva _ta, ta, tan! ta, ta, tan!_ precipitosamente, e la
testolina dondolava anche lei in alto su la reticella, e la vocina
cantava più forte del treno:
I bambini capricciosi
Dicon sempre: no! no! no!
Gli veniva da ridere perchè in casa lo chiamavano ancora Lolò; eppure
come si faceva a mutar nome a Lolò? La nonna, quando la andavano a
trovare nella sua solitudine di Noli, diceva: «Perchè lo chiamate ancora
Lolò? Adesso è grandicello, non sta più bene chiamarlo così, chiamatelo
per il suo vero nome: Ludovico, se no, quando avrà i calzoni lunghi lo
chiamerete ancora Lolò: farete ridere; pare il nome di un pappagallo.»
Verissimo, ma Lolò era proprio lui, e Ludovico invece pareva un'altra
persona.
Ora mentre il treno correva verso Milano tra i bassi saliceti allineati
per le stagnanti acque, gli venivano alla mente tutte le canzoncine che
cantava Lolò.
C'era quella pel Natale che diceva:
Per la notte di Natale
È venuto un angioletto.
E poi? Ohimè Ricordarsi il seguito! della poesia era un affare serio per
il signor Enrico. Si ricordava però che la diceva così benino con tanta
serietà, tenendo stretto il pollice e l'indice della manina in modo da
fare un tondo, in alto, e mandava fuori quella vocina con il beccuccio
delle labbra in su, come un passerottino e ci dava quella cantilena, e
poi faceva una bella piroletta pigliandosi le sottanine: «Riverisco!» E
l'ingegnere Enrico, un pezzo d'uomo biondo e forte, un po' alla tedesca,
cercava con la voce dell'anima di imitare quella piccola voce
senz'_erre_, per chiamarsela più vicina quell'imagine adorata, chè la
vedeva con gli occhi del cuore, tutta ridente, sopra le teste sonnolente
dei compagni di viaggio.
Nevicava sul piano: bioccoli di neve bianca pel grigio del cielo,
bioccoli placidi sui pioppi, su gli stagni di piombo; e il treno rompeva
quella quiete invernale e rombava verso Milano fra un turbinìo di fumo.
E lo rivedeva ancora, Lolò, il caro piccino, anche così: quando la sera,
prima del pranzo, veniva a casa dalla passeggiata, tutto brinato come un
sorbetto, con la testa dentro il cappuccio di lana bianca e quegli occhi
liquidi da cui trasparivano le viscere dentro; povero piccino, caro
piccino! Entrava nel suo studio e diceva: «Senti questa, papà»:
Pirimpin, pirimpum, pirimpana
Giovannin che vende la lana,
Con la zappa e con la pala
Pirimpum, pirimpin, pirimpana.
e ballava a tondo.
Chi gliele aveva insegnate tutte quelle sciocchezze?
Ah! la fantesca, la buona Marta, una domestica d'altri tempi, che gli
aveva fatto imparare anche il segno della croce e la canzone del Bambin
Gesù.
Indubbiamente: il signor Enrico ora aveva caro di ritornare nel suo
appartamento; molto caro di stringer Lolò tra le braccia, di sentire
presso il suo volto il calore di quelle manine, di quel corpicino. Sì,
quella era la più piccola delle sue macchine e la più fragile: ma anche
la più bella, la più amata.
Aveva anche caro di vedere Maria.
*
Quando fu buio e le falde di neve non si videro più, il treno si fermò
lentamente. Le voci dei guardiani chiamarono con voce stanca che parea
il termine di una lunga corsa:
— Rogoredo! Chi scende a Rogoredo!
Nessuno si mosse nello scompartimento.
— Tutti per Milano? — chiese una voce di fuori.
— Allora partenza! — ripetè la voce.
E il treno si rimise in moto.
*
L'orizzonte luccicò bianco. Erano giunti a Milano!
Quando il signor Enrico, nella sala degli arrivi si trovò davanti a
tutti quegli occhi curiosi, dietro il cancello, gli parve di scorgere un
noto e caro viso. Gli parve che fosse Maria. No, era un'altra signora.
«.... a pensarci avrei potuto telegrafare....» e disse al _brumista_ di
fare presto.
Dopo mezz'ora si fermò davanti al n.º 5, via Y***, una delle vie della
Milano nuova, senza botteghe ancora: quella sera poi, con la neve, non
c'era nessuno; e scese: e allora vide lì una persona che si moveva
lentamente sotto la neve, e un po' si fermava. Quella figura prese
subito l'aspetto di un ufficiale di cavalleria, smilzo, smilzo.
Gli passò dietro le spalle, indifferentemente, mentre pagava il
cocchiere, e lasciò dopo di sè un forte odore di muschio.
Il signor Enrico aprì lo sportello, ma prima che questo si rinserrasse,
sentì il bisogno di vedere che cosa faceva quell'uomo lì, in mezzo alla
neve. Lo scorse andare avanti; ma poi era tornato indietro e con le mani
affondate nello _spencer_, guardava in su allungando il collo. Ma su
c'erano le finestre della sua casa! Un pensiero lacerante e repentino
che non avea avuto mai, gli s'infiltrò nel cuore.
Quando quello lì ebbe interrotto le sue evoluzioni e si fu allontanato,
il signor Enrico salì le scale e suonò piano.
Per primo strascicò nell'anticamera il passo della fantesca, e c'era
dietro la vocina di Lolò.
— C'è la signora in casa? — domandò interrompendo con un gesto brusco
l'esclamazione della vecchia.
— Benedetto da Dio! proprio....
— Zitta! c'è lei in casa?
— Nella sua stanza — rispose la donna.
Ma entrando nel salotto da pranzo, sentì qualche cosa che gli veniva
dietro ai panni, in silenzio, e le mani toccarono la soffice
capigliatura di Lolò.
Lo sollevò, se lo strinse sul volto, se lo pose a sedere su la tavola:
— Non mi conosci più? Sono il papà. — Lo fissava intensamente.
Ma il bambino domandava se aveva portata la cioccolata, con la voce un
po' sonnolenta e di chi non ricorda più bene che cosa è quella cosa che
si chiama papà. È stato tanto tempo lontano!
*
— Ma potevi avvisare che tu saresti arrivato stasera (erano le parole di
Maria ed era entrata allora), però quasi ne avevo il presentimento e
volevo ritardare il pranzo.
Ed ella fu, come era usata, premurosa e gentile verso di lui. Volle che
si rifocillasse e fece allestire la cena con quello che era rimasto del
pranzo.
— Sei di mal'umore, hai avuto qualche disappunto?
Egli assicurò del contrario, ma il cibo gli andava giù di mala voglia e
le parole trovavano impedimento suo malgrado.
— Fine di febbraio e nevica — riandava lei. — Avrai avuto freddo,
imagino: io faccio del gran fuoco, mi sono tappata in casa e non esco.
Tuttavia la conversazione languiva e si udì dalla stanza vicina la voce
del bambino che andava a letto: voce forte, come di una lezione imparata
a memoria, che ripeteva le preghiere della sera e la Marta correggeva
con gravità. «Prega per noi peccatori.... nell'ora della morte e così
sia!» squillò la voce allegra di Lolò, finendo, «e domattina mettimi la
caramella sotto il cuscino.»
— Che sciocchezze far dire a un bambino «il frutto del ventre tuo» e
«nell'ora della morte» — disse lei.
— E non fargliele dir più, allora....
— Lascia un po' che faccia — disse lei alzando le spalle.
Ma seduta così come ella era davanti a lui, sotto la luce viva della
lampada, egli, di tratto in tratto, la riguardava. Fu sorpreso dalla
sensazione di trovarla più bella, più aurea, più gonfia di quando
l'aveva lasciata.
— Sembra che tu mi veda per la prima volta, — e aggiunse sorridendo: —
Mi trovi desiderabile?
La domanda innocente dilatò d'un tratto come una macchia impudica. Il
volto di lui si fece cupo.
— Be'? Tu non porti mica l'allegria in casa.
— Che profumo è quello che hai? — domandò lui d'improvviso.
— Quello che ho avuto sempre.
— Non è vero! Prima non avevi profumi.
— Sì, sempre!
— No, dico.
— To' vuoi sentire? Senti! — E gli si appressò, sorridendo, col bel
petto gonfio.
— Va! va! — e aveva gli occhi torvi, e si alzò, e andò via dal tinello,
borbottando parole che non osava far suonar forte.
*
Quando fu sotto le coltri, il signor Enrico non potè dormire. Tre voci
gli cantavano un'insolita ninna-nanna.
Una voce diceva: «Io sono il pensiero che fa piegare le labbra in giù,
così che esse non rideranno più.» Una diceva: «Io sono l'insonnia che
lima i nervi.» Una diceva: «Io sono il dolore che imbianca le tempie.» E
tutte e tre dicevano: «Noi siamo fratelli e giriamo pel mondo. Di fuori
nevicava; abbiamo trovato aperta la porta della tua casa, e siamo
saliti: eccoci nella tua stanza e nel tuo letto con te!»
Ma la stanchezza era grande, e gli occhi infine gli si velarono. Gli
parve aver dormito gran tempo, quando un bagliore lo destò di
soprassalto. Era Maria che veniva a letto. E la aveva appena
intraveduta, che se la sentì sopra di sè, una coscia gli allacciò la
vita, una voce disse:
— Prendimi. Ti voglio!
Egli soffocava: si disvincolò: le mani si abbattevano nel groviglio dei
capelli madidi, ampi per tutto il letto.
Riuscì a liberarsi alfine, e balzò dal letto. Ansava.
Si vestì in fretta. Vedeva ora lei col volto fisso, gli occhi vitrei.
— Tu cerchi un _àlibi_, eh? Tu cerchi un _àlibi_, eh? — diceva lui con
voce soffocata.
— Che _àlibi_! — Parve alfine capire perchè disse: — Vigliacco!
Uscì dalla camera. A lungo stette a origliare: era lei che piangeva, ma
era un pianto soffocato, quasi stritolato per non farsi sentire.
Scese lentamente le scale.
*
Quando fu nella via, respirò meglio.
La notte invernale trasmutava Milano in una città fantastica. I
cornicioni, coperti di neve, davano ai palazzi risalti di castelli e
badie, e il silenzio era così grande che un piccolo carretto delle
verdure rimbombava come fosse stato un carro con torrioni di ferro.
Due o tre viandanti che incontrò, gli vennero avanti tutti in una volta
che pareva un assalto, e poi sparirono come ombre dentro la nebbia.
Un tram elettrico che va in piazza del Duomo a prendere i primi
viaggiatori, veniva da lontano con un rombo così incalzante che pareva
che tutti quei palazzi dovessero crollare; e quando gli fu vicino, le
rotaie mandarono scoppi come saltasse una mina e saettavano lingue
bianche, verdi, di fuoco, lunghe come tutta la strada.
E lassù dove la rotella della pertica toccava il filo, c'era una stella
verde che friggeva fuggendo per il filo. Passò e si allontanò. La
visione di luce del tram entrò nella nebbia, il tuono si fece sordo come
un brontolìo che si rinserra.
Verso la piazza del Duomo la nebbia era meno densa; e vide ombre bianche
che venivano di traverso, saltando su le pozzanghere di neve.
Perchè c'erano quelle ombre bianche? Allora si ricordò che era
carnevale. Erano dei _pierrots_.
Uno suonava il corno che voleva essere allegro; e un _brumista_, con
voce roca di grappa, gridò dal sedile ove era tutto ammantellato:
— Va, suona alla miseria!... — e il corno si allontanò nella torpida
nebbia. E andando, udì da un pian terreno venire fuori un valzer con
accompagnamento di passi cadenzati. Quel suono lo fermò su la via; e si
ricordò che quel valzer lo avea ballato anche lui da ragazzo quando
faceva all'amore con Maria. Si allontanò di lì; e quando fu sul corso,
sentì sferrarsi un suono di campana, fondo, mattutino, con la vibrazione
di un petto di gigante che esala lo spirito e dice: «Io sono il momento
che fugge!» Altri quattro rimbombi seguirono a pari distanza, simili al
primo, e tutti dissero la stessa cosa. Avea un soffio di umanità quel
suono di bronzo in quell'ora. E ciò può avvenire perchè le campane
stanno sui campanili, i campanili stanno su le chiese, e sotto le chiese
giacciono le legioni dei morti. Ma a quel suono rispose, poco dopo, uno
squillo argentino di una campanella che certo doveva stare su di un
piccolo campaniletto. Cantò la campanella e si fece sentire per tutta
Milano addormentata: «Io sono la campanella e quello è il campanone che
cantò or ora all'istante fuggito, e non torna più, mai più, mai più e,
_din, din, don_. _don, din, din_: ma io canto mattutino: io sono la
campanella che sveglio i passeri che dormono nei nidi dei campanili,
sveglio i bambini che dormono nelle cune, e sveglio Lolò, e avviso che
la notte al fine è passata e da quassù si vede il sole che spunta
ormai.»
E lui allora rivide il Monte Rosa, che, quando con la prima corsa,
d'inverno, andava al suo stabilimento — su la linea di Como — si vede là
in fondo al cielo, come una gran rosa, ai primi raggi del sole.
Voleva entrare in un caffè aperto, ma un battente gli si spalancò e ne
uscì prima un tanfo di caldo e poi una compagnia ubriaca di uomini, e di
donne smascherate, ubriache anch'esse.
Immergevano le scarpe di raso e le calze sino alla caviglia nella neve,
e ridevano. Lo stupì con quanta spensieratezza ridevano!
Dentro il caffè non c'era più nessuno, ma un fortore di vivande, un
odore di muschio. Un cameriere gli portò il caffè.
I camerieri intanto con le buone mandavano via un vecchio signore in
sparato bianco e pelliccia, ubriaco fradicio.
— Ma io ho i miei diritti....
— Sissignore....
— Li farò valere in tribunale! — e _plan_, cadeva giù, e i camerieri,
sorreggendolo, lo spingevano sempre verso l'uscio.
— Il caffè è luogo pubblico.... io sono libero cittadino..., la legge è
uguale per tutti....
— Sì, signor marchese — gli diceva con voce persuasiva il padrone, —
tutti i diritti: ma adesso bisogna fare pulizia.... Venga da qui
mezz'ora....
— Ah, pulizia...! ah, pulizia...! — borbottò come persuaso ed era giunto
verso l'uscio; ma lì si voltò d'improvviso, e indicando ai camerieri il
nuovo venuto:
— Ma quello lì rimane?
— Ah, quello lì è un'altra cosa....
— Un'altra cosa? — e fissando due occhiacci, quel bel vecchio con la
tuba su la punta del naso, puntava il dito verso il signor Enrico e
disse:
— Io sono gentiluomo, pronto sempre ai suoi comandi; quando vuole, di
giorno e di notte.... Sissignore — insistè tentando di muovere il passo
verso di lui — di giorno e di notte, alla spada o alla pisto....
Ma non riuscì a finire che lo avevano spinto fuori e il battente di
vetro si era chiuso dietro di lui.
— Va in su la forca, porco! — gli urlò dietro il padrone.
Allora i camerieri cominciarono con le scope a frugare sotto i sedili, a
pulire mettendo a due a due le poltroncine di velluto crèmisi sopra le
lastre di marmo.
Un furgone si fermò, e entrò in furia un fattorino con due cestelli di
panini alla francese, che lasciavano un odore buono.
Anche un barlume mattutino entrava già dalle vetriate e le lampade
elettriche parevano stanche del lungo ardere.
Entrò appunto allora una signora sola che dondolava un gran corpo dentro
la pelliccia.
Dal contegno appariva una cliente di quel luogo e di quell'ora. Si
sedette ad un tavolo di fronte al signor Enrico.
Due mani abbastanza fini lavoravano a sganciare il fermaglio. La
mantella cadde giù: poi si alzò il velo. Era ancora un bel volto di
donna in piena, ma non trascorsa età. Una camicetta, di seta granata,
disegnava opulenti forme non costrette dal busto; e di fatto, l'oggetto
sottile che depose presso di sè, ravvolto in un giornale, verosimilmente
era il busto. Si stropicciò le mani, soddisfatta, e al cameriere con
gesto lento e con parola placida ordinò questo e quel cibo.
Quando il cameriere le disse che erano arrivati allora allora i panini
freschi, parve moltissimo contenta.
Colui ritornò poco dopo con un vassoio; poi portò piattini e vasetti, da
cui la signora levò con cura le salse e le conserve che spalmava insieme
col burro sui panini. Mangiava una costoletta con l'appetito di persona
che è in pace con sè e col mondo, e si sentivano i panini freschi
scricchiolare sotto i denti.
Quando ebbe finito, rimase un po' con la testa in aria curandosi i
denti, poi chiamò in fretta il cameriere, e ordinò una vettura. Si
ricoprì con la mantella, si levò e rimase alta e pomposa come una bella
bestia mammifera presso la vetriata finchè arrivò la vettura. Allora
aprì e fuggì via.
— Quella lì — disse il cameriere — finisce la sua giornata sempre verso
quest'ora. Viene quasi tutte le mattine qui a mangiare, e dopo che ha
mangiato, non bada più a nessuno. Ma una donna seria!
*
Fuori era giorno.
Il sole era montato e avea trionfato su le nebbie: il disco roseo saliva
sopra i ricami marmorei del duomo.
Al signor Enrico parve di svegliarsi totalmente allora:
«Andiamo, sono un pazzo, io!»
Si fermò un po' come fa uno che ha un male, e con la mano preme per
sentire se duole ancora. «Che uno dei fatti più comuni della vita, quale
una moglie che ha un amante, deva dare tanta molestia! Se fosse accaduto
a te! Ma non è accaduto a te. Tu hai sognato questa notte!»
Ora ragionava, era più calmo. La luce del sole pareva gli avesse portato
via il male. Però ogni tanto pareva che risorgesse un sordo dolore.
Chiamò una vettura e si fece condurre alla stazione per andare allo
stabilimento.
Alla stazione provò piacere. Quelle macchine che fischiavano nella
fresca mattinata e buttavano il fumo nel cielo perlaceo; il rosso
fiammante dell'aurora in fondo alla vetriata; i treni pronti in
partenza, avevano dell'allegro: vita che comincia! Anche il sontuoso
treno del Gottardo era allegro: lucido, splendido di velluti e di
specchi. C'era poi una compagnia di anglosassoni che non si poteva a
meno di non contemplare: begli uomini e belle donne: teste alte, faccie
sbarbate, rosee e ridenti: le donne loro avevano l'aspetto di buone
compagne.
Gente serena, fresca, sana che comincia la sua giornata col sole....
Così era stato sempre anche lui. Ed ora che cos'era successo? Quale
malattia lo aveva invaso? La malattia di un'idea mostruosa. Una pazzia,
via! «Voglio tornare come prima!»
Dopo che fu partito il treno del Gottardo, partì il suo treno, dove vi
sono sempre quegli industriali, cotonieri, setaioli, che parlano sempre
delle loro fabbriche, delle loro maestranze, dei loro fili, delle loro
macchine, delle trancie, delle cinghie, della _selfacting mule_; poi dei
loro guadagni, dei loro risparmi, delle loro azioni, delle loro signore.
E coi risparmi aggiungono altri _sheds_, fanno venire altri telai,
innalzano altre fabbriche, sì che tutta piena è quella landa; e qualcuna
di quelle fabbriche risplende dai finestroni di tutti i piani, anche per
tutta la notte, come un castello incantato.
E quando era il mattino chiaro, si vedeva il fumo dei lunghi camini
delle fabbriche scherzare nel cielo di perla come un ricamo.
Vicino alla fabbrica l'ingegner Enrico M*** aveva fatto, allora allora,
costruire una villetta per venire _a far campagna_; con gran gioia di
Maria e di Lolò, e prima di partire per quel suo lungo viaggio, aveva
affidato ad un impiegato di sua fiducia, certo Manzi, l'incarico di
sorvegliare i lavori di finitura, di arredamento, e di giardinaggio
attorno alla villetta.
Ma quando se lo vide venire incontro lungo il vialetto, non ebbe
piacere.
Il signor Manzi, chiamato anche Bismarck a cagione della sua testa
pelata, delle sue ciglia feroci, dei suoi grigi baffi in giù, era becco
cornuto di rinomanza conclamata.
Raccontava lui stesso.
Il disgraziato credeva di muovere l'altrui compassione e non moveva
invece che l'altrui curiosità.
Quel buon uomo del signor Manzi mostrava al suo principale le piante del
giardino, le piastrelle del pavimento, lo zoccolo di legno nella saletta
da pranzo, i lavori di tubazione per l'acqua.
Ma il signor Enrico guardava invece lui, come era fatto uno che è becco
cornuto. Si persuase che ci voleva una certa predisposizione. E mentre
lo guardava, sentiva una voglia di domandargli: «e come ha fatto lei ad
essere...?»
Però quelle due parole che venivano dopo, _becco cornuto_, contenevano
una gaia indifferenza plebea, in contrasto con la severità del dolore
che egli provava. Più volte la domanda risalì alle labbra, ma non
domandò.
La notte, quando fu solo nel letto, si ricordò di quella parola
«vigliacco» che lei aveva detto; poi del suo pianto angoscioso. «Ah,
povera Maria!» esclamò. Poi ricordò che ella era di quelle brave donne,
come ce ne sono a Milano, che se non ci fossero esse, non ci sarebbero
nemmeno le fabbriche: istruite, eleganti, coi libri nel salotto, ma che
sanno far _marciare_ anche gli affari.
*
Il dì seguente fece venire Manzi a colazione: gli disse tanti _bravo_
per tutto quello che aveva fatto, e — Manzi, se domani mi venisse il
capriccio di portar qui la famiglia, il termosifone funziona bene?
E come ne ebbe buona risposta, stette un po' e domandò:
— Be', Manzi, conti su, come è stato che lei....
Un cerchio rosso di lagrime apparve attorno ai feroci occhi di Bismarck;
una _ouverture_ abituale.
— _Tiremm innanz!_ — disse Manzi alzando le spalle, e asciugandosi i
grossi occhi.
E il signor Enrico sorrise a quella vecchia frase eroica, che strideva
nell'accento mezzo meridionale del vecchio.
— Ch'el beva! — disse il signor Enrico.
Bevve, poi disse con rassegnazione:
— Sono cose che accadono.
«A lei, mica a me», corresse mentalmente il signor Enrico.
*
Infine Manzi cominciò a raccontare così:
— Signore, io sono di una città di qui molto lontana. La mia età — non
stupisca — è di soli quarantacinque anni. Da giovane non avevo questa
fisonomia, nè questo carattere; ero un ragazzo discreto e anche molto
allegro. Ero la consolazione dei miei genitori e la gioia degli amici.
Sapevo cantare le canzonette napoletane, facevo i ritratti in
caricatura, avevo insomma dello spirito come si dice; adesso non ci
credo neppur io di essere stato così.
Lei si chiamava Sara ed era una giovane di famiglia forestiera andata a
male; mica nobile: ma che si teneva su a furia di superbia e di debiti.
Quanto a dote, non portò che il corredo; tutta roba molto fina, ma
ricordo la povera mammina che diceva: «queste sono tutte ragnatele; a
questa ragazza bisogna farci anche la camicia». Dei suoi genitori e dei
suoi fratelli, tutti dati alla bella vita, chi ne diceva bene, chi ne
diceva male; ma di lei, di Sara, nessuno poteva dire una parola cattiva.
Aveva una gran distinzione di modi che metteva soggezione anche agli
uomini. Non era quella che si dice «una bellezza», ma aveva un certo
fare, una certa linea che affascinava; le palpebre degli occhi, grasse;
e gli occhi ridevano da sè. Nelle feste che si davano al casino dei
nobili, anche se aveva un vestito modesto, tutti guardavano lei.
Diventò più bella dopo che la sposai; ed io ho notato che le donne che
sono buone mogli, si accartocciano un po', diventano bruttine; quelle
altre, invece, fioriscono meglio.
Il prefetto, un senatore, e altri vecchioni dell'aristocrazia le
facevano una _réclame_ più che se lei avesse avuto un milione di dote.
La invitavano con la sua famiglia a casa loro e non facevano che
spargere la voce del suo spirito e delle sue grazie. Imagini lei, signor
mio, se lei avesse degli adoratori!
Anch'io, naturalmente, le facevo la corte a furia di lettere lunghe,
quasi una al giorno. «Non ti verrà mica in mente di sposare quella lì! —
mi disse un giorno il mio povero babbo —. Non fa per te quella roba
lì.»
Un giorno mi ferma lei stessa per la strada e mi dà la mano.
«Via, non si faccia vedere così — mi disse sorridendo, — mi accompagni e
andiamo ai giardini, come due buoni amici che camminano pei loro
affari.»
Quando si arrivò in un viale dove non c'era gente:
«Ho ricevuto la sua ultima lettera — disse, levandosi i guanti e
appoggiandosi all'ombrellino: — è scritta con molta passione e si
capisce che lei è un'anima fedele e buona....» E proseguiva: «Sì, io ho
bisogno di essere amata così: da un uomo buono e fedele come lei.»
Io allora le domandai se mi voleva bene e lei mi ripose:
«Adesso non le voglio dare questa soddisfazione», e allora io le
domandai:
«Ma almeno lei, Sara, sarà buona e fedele con me, è vero?»
Lei mi sorrise e strinse le labbra crollando la testa: «Non abbia molta
fiducia in me, io sono anzi cattiva, orgogliosa e molto capricciosa. No,
no, mi lasci — e mi tirava via la mano —, è stato un sogno: io sono
molto cattiva, le farei del male io: non le voglio far del male.»
Ecco: queste sono state le sole parole sincere che Sara mi abbia detto.
Dopo, per anni ed anni, siamo vissuti insieme, abbiamo parlato, ma ci
siamo intesi come persone che parlano lingue diverse. Ma lei se le
ricordava queste sue parole, e ai miei rimproveri rispondeva: «Io sono
stata sincera. Te lo avevo pur detto! Sei stato tu che mi hai voluta.»
Quella mattina, dunque, ai giardini, quando io la sentii parlare così,
mi sentii trasfigurato e le dissi delle cose straordinarie sull'amor
mio; e lei, dopo, si levò il fazzoletto e si toccò l'angolo degli occhi
e disse: «Voi uomini quando amate da vero, siete più nobili di noi altre
donne: no, io sono cattiva! Soltanto se mi saprai conquistare, io
cercherò di essere buona moglie, come dici tu.» E si allontanò con quel
suo passo distinto e languido, ed io rimasi estatico a rimirarla finchè
scomparve l'ultimo lembo del vestito; poi diventai come inebriato: quasi
avevo piacere di sentire che era cattiva. Dopo l'avrei fatta diventar
buona io: mi sentivo un gigante, e la vita che è tanto grande, io ero
felice di consumarla tutta per colei. Camminai come un demente per i
giardini, e siccome era primavera, mi pareva che tutte le piante e che
tutta l'aria avesse il profumo di lei.
Le condizioni della famiglia di lei erano note su la piazza: il padre
non aveva più da far fronte agli impegni; liti e disordini in casa, ed
io che la frequentavo, ne sapevo qualche cosa. Ma che si fosse al punto
da non aver da mangiare, non potevo supporre.
Fu una sera che si tornava da una scampagnata, che lei mi disse chiaro e
preciso come stavano le cose. Suo padre aveva il domani una cambiale in
scadenza: lei temeva che si uccidesse. In casa, fratelli e padre si
erano insultati come facchini e si minacciavano. Lei piangeva nel
raccontare: era dolore? era paura? cos'era? io non so, ma quando me la
sentii diventare fragile, umile fra le mie braccia, quando lei mi disse
più che con le parole, con gli occhi: «Salvami tu, se mi vuoi salva, se
no, non so cosa farò di me», io mi sentii un cuore di eroe: perdevo
tutto, ma acquistavo Sara.
Poco dopo io presentavo al mio povero babbo diversi campioni di abiti di
seta bianca.
«Quale ti piace di più, papà?
«Per che cosa?
«Per sceglier l'abito da regalare alla sposa.» Ero figlio unico;
minacciai, e i poveri miei vecchi chinarono il capo. Per fortuna lui è
morto prima! Ma lo crede, signor Enrico, che ho dovuto combattere con la
famiglia di lei perchè me la dessero? Così, proprio così! I fratelli
brontolavano che con un tipo come Sara si poteva fare un affare
migliore, che loro erano nobili, che io, in fine, ero un misero
possidentuccio e via: e suo padre mi diceva: «Sapete, caro giovanotto,
cosa mi costa l'educazione di quella ragazza fra viaggi, _bonnes_,
scuole e una storia e un'altra? Altro che la dote!
Però se proprio non ne potete fare a meno, se lei vi vuole,
prendetevela. Io ci aveva fatto conto sopra per la mia vecchiaia, ecco
tutto: perchè nei maschi c'è poco da sperare.»
Anche l'abito di seta ha una storia! «Quegli abiti da sposa — diceva la
povera mamma — che poi si conservano tutta la vita, e si mettono quando
si muore....»
«Brrr! — fece Sara. — Bastava un abito _tailleur_ da montare in treno
dopo la cerimonia.»
Tuttavia per accontentare i miei, ella si fece l'abito da sposa, e
diceva che era diventata come le Madonne vestite dai preti.
Sara entrò poi in casa dei miei: una casa alla buona, all'antica, con
vecchie cose, vecchie abitudini. I miei genitori capirono che era
inutile far recriminazioni. Sopportarono tutto. Quello che devono aver
sofferto non me lo hanno detto mai: ma io, signor Enrico, vorrei che ci
fosse l'altro mondo soltanto per domandare a loro perdono dei dispiaceri
che ho dato. Papà campò poco, come le dicevo, ma lei, povera mammina! Io
era innamorato di mia moglie, ed ora che la possedevo, mi piaceva più di
prima.
Qualche volta, in segreto, accarezzavo la mia povera madre come per
compensarla di tutti quei sacrifici. «Basta che lei ti voglia bene e che
tu sia felice», mi diceva con quella sua voce melanconica. Del resto,
per i primi anni, di Sara non si potè dir nulla; fu madre buona e fu
moglie fedele; sicuro già che per vivere in pace bisognò far tutti e
tutto a suo modo.
A tavola, per esempio, serviva da anni una vecchia domestica che faceva
di tutto; lei trovò che era poco pulita, che ci voleva la cameriera col
grembiule bianco, e allora la vecchia serva venne relegata in cucina, ed
era tutt'al più destinata a lavare le calze. Quelle calze! In casa
nostra non sapevano nemmeno cosa fosse il tè. E venne il tè e vennero
anche le signore a berlo. Avevamo in casa una stanza da ricevere
all'antica, e lei trovò che non era _gemütlich_, una cosa che noi «gente
zotica» non potevamo capire. Si spese molto a renderla _gemütlich_. Il
mio povero padre era abituato, d'estate, a stare alla buona a tavola: si
metteva in maniche di camicia, e, dopo pranzo, fumava la pipa. Lei trovò
che ciò era poco conveniente; osservava che a casa sua i suoi fratelli
erano abituati a far _toilette_ per andar a tavola. Poi trovò che vicino
alla stanza da letto ci voleva la vasca per il bagno, e venne la vasca.
«Ciò che non è molto pulito non è morale» ripeteva Sara.
Vecchie masserizie, vecchie costumanze: il pane fatto in casa, il bucato
in casa, le galline nel cortile, il caldanino d'inverno, producevano a
Sara un fastidio che non si dava più nemmeno la pena di nascondere.
La piccola economia domestica che, prima, permetteva dei risparmi, ora
non bastava più. «Non sei buono a farti sentire? — diceva la mammina. —
Ma che marito sei?»
Spasimando, con lunghi discorsi, cercavo di farle capire la necessità
per lei, per noi, per nostro figlio — perchè avevamo anche noi un
bambino — di vivere più modestamente. Cercavo in tutti i modi di
penetrare nel suo cervello; ma sentivo che sotto c'era come una pietra,
dove si spezzavano tutte le mie ragioni.
«Vuoi che vada a domandare i denari ai tuoi amici?»
Ella aveva l'intelligenza delle parole brutali. Io le elencavo tutte le
cose superflue della sua _toilette_.
«Via, che se io non fossi così, non ti piacerei come ti piaccio....»
Ella, così _prude_, così osservante di tutte le convenienze, aveva
nell'intimità scatti di impudicizia che mi atterrivano. Ah, signore!
signore!
La vita, in casa, divenne un terrore. «Nemmeno il diavolo la doma più»,
diceva la povera mammina.