asiatiche[413], era nondimeno costretto a riconoscere le terribili
responsabilità, che gravavano sui metodi romani. «Io so», egli scriveva
al fratello, proconsole nella provincia d’Asia, subito dopo il suo
cliente L. Flacco, «io so che l’opinione pubblica apprezza e loda il
tuo grande interessamento. Le città non contraggono più debiti, e molte
sono state in grazia tua liberate dall’enorme fardello degli antichi.
Moltissime, quasi deserte, tra cui due, una la più gloriosa della
Ionia, l’altra della Caria — Samo ed Alicarnasso — ti sono debitrici
della propria resurrezione.... L’onore, le fortune e la tranquillità
dei cittadini più agiati hanno cessato di essere alla mercè della
calunniosa delazione, tremenda ministra dell’ingordigia dei pretori.
Gli oneri sono equamente ripartiti.... Immenso è il beneficio che tu
hai arrecato all’Asia con l’abolizione dell’iniquo e gravoso tributo
che essa pagava agli edili.... Un alto personaggio si è lagnato
pubblicamente in Roma perchè il tuo editto contro ogni percezione di
imposte straordinarie a titolo di giuochi pubblici, gli aveva impedito
di risparmiare circa 200.000 sesterzi (50.000 lire). Figurarsi un
po’ l’ammontare dell’imposta, allorquando chiunque bandiva a Roma
dei giuochi poteva permettersi un simile salasso!» Io mi spiego gli
scatti d’ira e di protesta del tuo primo anno di governo: «l’iniquità,
l’ingordigia, l’insolenza, avevano trasceso ogni misura, e ti
rivoltavano....»[414].
Ma la realtà era più eloquente della calda prosa ciceroniana. Abbiamo
più innanzi riferito la imposta straordinaria, con cui Sulla volle
castigare il paese, e gli utili enormi, che dalla sventura ebbero a
ritrarre i finanzieri romani. Ebbene, senza i loro anticipi usurarî,
gli Asiatici, più tardi, non saranno in grado di corrispondere
l’eguale e regolare imposta, istituita — sia pure per breve tempo — da
Sulla medesimo. Il male era così radicato da impedire che le vittime
facessero a meno del cancro che le divorava!
Analoga era la condizione delle rimanenti città, sparse pei territori,
che più tardi costituirono la provincia di Bitinia e del Ponto, e, più
tardi ancora, l’altra della Tracia. E per quanto esse siano state,
talora, trattate con una certa mitezza, fino a ricevere il titolo
di _libere_[415] (ma non per questo, il più delle volte, di esenti
da tributo)[416], le necessità di Roma e della sua politica estera
non valsero a raddolcirne la sorte. Più interessante è, per la serie
delle nostre osservazioni, il destino delle città greche di Creta e
della Cirenaica, di cui la prima, per quanto, in età storica, decaduta
dall’originaria grandezza, non discese mai così basso come dopo la
conquista romana, che seguì a un lungo periodo di astiosa protezione.
Dopo fiera, tenace resistenza, le principali città caddero, l’una
dopo l’altra, in mano dei conquistatori, e la devastazione e il
saccheggio, che ne accompagnarono la resa, non permisero che mai più si
rilevassero (67 a. C.)[417]. Delle città cretesi, la sola Cnosso potè
d’ora in avanti dirsi in certo modo degna di tal nome; ma nel 36 a.
C., la sua popolazione era così rada, da dover essere ricolmata dalla
colonizzazione romana[418].
La Cirenaica, la cui storia costituisce qualcosa d’indipendente
dagli altri Paesi greci, da cui ebbe diverse le cause dello sviluppo
e della decadenza, fu, nel 96 a. C., lasciata in eredità a Roma dai
principi dell’Egitto, i Tolomei. I fortunati eredi non credettero,
per motivi loro particolari, di farne una nuova provincia; essi si
affrettarono però a confiscare in favore del demanio pubblico i beni
degli antichi sovrani[419], a stabilire un’imposta sui principali
prodotti del Paese[420], ad obbligare la popolazione alle consuete
requisizioni militari[421]. Più tardi la contrada divenne senz’altro
provincia, e per l’appunto _stipendiaria_[422]. Ma il Paese venne tosto
depredato, oltre che dai barbari, dai pubblicani. Il _sylphium_, che
aveva costituito un tempo la sua ricchezza e la sua specialità, era,
nell’età di Plinio (sec. I-II d. C.), disparso: i pubblicani vi avevano
sostituito le colture armentizie, e, più tardi, gli abitanti medesimi,
incapaci di resistere alla pressione tributaria («_ob intolerandam
vectigalis nimietatem_»)[423], avevano sradicato gli ultimi campioni di
quel prezioso prodotto locale.
Gran che di diverso non avvenne, o, almeno, nella enorme oscurità che
c’ingombra, possiamo arguire non avvenisse, dei confiscati ex-demanî
regi della Cirenaica. Questi furono in sulle prime concessi in fitto
ai pubblicani, i quali vi introdussero, come nel resto del Paese, la
pastorizia. Poscia, trascurati dal governo, divennero preda del primo
occupante, e possiamo essere sicuri che tali furono, assai più che i
Cirenesi, i barbari invasori ed i cittadini romani[424].
Ma al pari delle province consorelle, la felice Cirene ebbe a
patire, oltre che dai pubblicani, dallo sgoverno dei magistrati.
La guerra civile fra Cesare e Pompeo arrecò alla provincia disastri
incalcolabili. La successiva amministrazione del triumviro M. Antonio
fece quanto poteva per aggravarli, e, sempre di lì a poco, in seguito
al passaggio della regione dal governo di Antonio a quello di una
figliuola di Cleopatra, spettò ai ministri egiziani il tristo vanto
di completarne la rovina[425]. Neanche l’Impero le portò pace. Nel 21
d. C., il proconsole della Cirenaica, Cesio Cordo, veniva accusato,
e quindi condannato, per concussione. Trentasei anni dopo, nel 59,
un tal Pedio Bleso, rinnovando, in questi primi tempi, relativamente
tranquilli, dell’età imperiale, le gesta di Verre, osò violare il
tesoro di Esculapio e far pubblico mercato dell’arrolamento militare.
Ancora, undici anni dopo, troviamo, per colpe analoghe, condannato
all’esilio e alla restituzione del mal tolto, un tale Antonio
Flamma[426].
Anche Cipro, al pari di Cirene, antico dominio dei Tolomei, veniva,
nel 58, occupata da Roma, e riunita in provincia unica alla Cilicia.
M. Porcio Catone, che ne era stato il conquistatore, poteva, con la
confisca e la vendita all’asta del tesoro regio, raccogliervi ben
7000 talenti (L. 40.000.000)[427]. Ma assai peggio toccò a Cipro con
l’annessione alla Cilicia. Nel 56 a. C. gli abitanti di Salamina,
non più in grado di saldare con mezzi propri le imposte, dovettero
ricorrere a dei prestatori romani, i quali non mancarono di far
ascendere ad altezze vertiginose la somma prestata. I 106 talenti
(L. 700.000 circa), cui infatti, nel 52-51, calcolati gl’interessi di
legge, il debito sessennale ammontava, rappresentavano, a giudizio dei
creditori, appena la metà della somma dovuta. Il pagamento ne riusciva
impossibile[428]. Ma costoro non si scoraggiarono e, ottenuto dal
governatore dell’isola uno squadrone di cavalleria, assediarono l’aula
senatoria, e vi fecero perire per fame cinque dei componenti l’augusto
consesso[429]. Il nuovo governatore romano, Cicerone, giunse in tempo
a interrompere quell’orgia di rapacità e di ferocia. Ma non per questo
ebbe uguale fortuna nell’imporre il rispetto della legge. I creditori,
temendo che il loro ineseguibile debito divenisse nullo in virtù di una
legge Gabinia, ottennero un decreto del senato, che lacerava senz’altro
le clausole di tal legge. E, siccome ciò non bastava a garantire il
pagamento delle usure pretese, ne ottennero un secondo, con cui venne
regolata l’incostituzionalità del primo. Intermediario, anzi promotore
dell’uno e dell’altro fu, per colmo d’ironia, M. Giunio Bruto, il
futuro vendicatore della maestà delle leggi romane, oltraggiate da
Cesare!
Cicerone alla lettura dei decreti del senato non ritrovò l’energia
che occorreva per resistere, ma non si sentì da tanto da consegnare
agli usurai, mani e piedi legata, una città, alla quale era legata
tanta parte della gloria ellenica nell’epica guerra nazionale contro
la Persia di quattro secoli innanzi. Invocò un temperamento: che il
debito venisse saldato, ma gli interessi non esorbitassero dal tasso
legale. I creditori, forti delle patrie influenze, non accettarono; i
più ragguardevoli personaggi dell’aristocrazia romana gli si sferrarono
contro, e l’affare rimase in tronco. Evidentemente, non tutti i
governatori avrebbero nudrito gli scrupoli di Cicerone, e la sua
prossima dipartita avrebbe risolto la vertenza in modo ben diverso di
come egli aveva sperato[430].
Così, anche per volontà e per opera di uomini, periva la Grecia
antica. Appiano, il più dedicato degli storiografi dell’età classica,
narra come, durante la campagna d’Africa, a Cesare, attendato a
piè delle ruine di Cartagine, fosse apparso in sogno un esercito
infinito di doloranti, e come egli, destatosi di un tratto,
coll’occhio ancora gravido di tanta simbolica visione, avesse affidato
alle sue _tavolette_ il proposito di colonizzare Cartagine[431].
«Quell’esercito in lagrime», commenta una squisita anima di storico
moderno (Amedeo Thierry), «quell’esercito, che nel sogno, reale o
immaginario, implorava pietà, era l’esercito infinito delle nazioni
conquistate»[432]. Ricreare Cartagine, ricreare l’Italia, ricreare la
Grecia, l’Asia, la Sicilia, l’Occidente, l’Oriente: ecco la grande
riparazione, di cui Roma era debitrice alla civiltà umana. E fu il
nobilissimo compito, che l’Impero raccolse, in espiazione, dalla
Repubblica, e che mirabilmente eseguì.
NOTE AL CAPITOLO TERZO.
[292] Su questa fase della politica romana cfr. G. FERRERO e C.
BARBAGALLO, _Roma antica_, Firenze, Le Monnier, 1921, I, cap. XI.
[293] Questa trasformazione dell’economia sociale romana, cui risponde
una parallela rivoluzione spirituale in senso imperialistico, è
stata per primo ed egregiamente messa in luce da G. FERRERO nel vol.
I della sua _Grandezza e decadenza dei Romani_ (Milano, Treves), di
che la maggior parte dei suoi critici non si accorse. Il lettore può
confrontare anche G. FERRERO e C. BARBAGALLO, op. cit., cap. X.
[294] POL., 6, 17: «.... Tutte queste cose sono esercitate dal popolo
e, per dir così, tutti sono legati ai guadagni e agli affari che ne
derivano: alcuni geriscono per proprio conto le concessioni; altri
stanno in società con costoro; altri garantiscono per i concessionari;
altri, a nome di questi, impegnano, in concessioni e intraprese
pubbliche, le loro sostanze....».
[295] Cfr. CAES., _De bello civ._, 3, 3, 1-2; 5, 1-2; LUCAN., _Phars._,
3, vv. 181 sgg.
[296] DIO. CASS., 48, 39, 2.
[297] PLUT., _Anton._, 62, 1.
[298] ID., op. cit., 68, 4.
[299] CIC., _Ad fam._, 5, 20, 9.
[300] CICCOTTI E., _Il processo di Verre_, Milano, 1895, pp. 231 sgg.
e J. CARCOPINO, _La loi de Hiéron et les Romains_, Paris, De Boccard,
1919, pp. 283 e _passim_.
[301] CIC., _In Verr. A. I_, 18, 56; _A. II_, 1, 10, 27.
[302] DIO. CASS., 43, 9.
[303] _De Imperio Cn. Pomp._, § 65.
[304] CIC., _Pro Font._, §§ 30 sgg. e 33 sgg.
[305] JOSEPH., _B. J._, I, 11, 2; Cfr. PERSON, _L’administration des
provinces romaines sous la République_, Paris, 1878, pp. 148, 167-69.
[306] CICCOTTI, _Il processo di Verre_, 31-33; PERSON, op. cit., 264
sgg.
[307] Cfr. CIC., _In Verr. A. II_, 3, 32, 75.
[308] DIOD., 36, 3, 1-2; CIC., _In Verr. A. II_, 3, 32, 75.
[309] In CIC., _De Orat._, I, 225.
[310] CIC., _De Prov. Cons._, 12, 31.
[311] _Ad Q. fr._, I, 1, 10, 33.
[312] LIV., 45, 18, 4-5.
[313] C. JULLIAN, _La Gaule romaine_, IV (1913), 30 sgg.
[314] CIC., _De rep._, 3, 9, 16.
[315] SVET., _Dom._, 7; MAYR, op. cit., p. 46; WEISE, _Beiträge zur
Gesch. d. rom. Weinbaues in Gallien und an der Mosel_, Hamburg, 1901,
pp. 3-5, 8.
[316] MAYR, op. cit., 49-50.
[317] Cfr. E. BELOT, _Hist. des chevaliers romains_, Paris, 1873, II,
154 sgg.
[318] CIC., _Ad fam._, 13, 9, 3; 55, 1-2; 65.
[319] _Ad fam._, 5, 10, 1-2.
[320] _Ad fam._, 5, 10, 2.
[321] PERSON, op. cit., 144; cfr. CIC., _Pro M. Font._, 5, 11 sgg.
[322] CIC., _Ad Q. fr._, I, 11, 32.
[323] Cfr. TAC., _Ann._, 15, 21.
[324] _In Verr. A. I_, 14, 41.
[325] PAUS., 7, 16, 9; cfr. MARQUARDT, _De l’organisation financière
des Romains_, 242-43; BRANDIS, _Achaia_, in PAULY-WISSOWA,
_Realencyclopädie_ ecc., coll. 190-91, 194.
[326] DITTENBERGER, _Sylloge Inscriptionum graecarum_, n. 300; _Eph.
Epigr._, I, pp. 278 sgg.
[327] PAUS., 7, 16, 9; cfr. DITTENBERGER, _Sylloge_ ecc., 242 (= _C. I.
G._, 1543).
[328] BRANDIS, _Achaia_, in PAULY-WISSOWA, _Realencyclopädie_, I, col.
193.
[329] MARQUARDT, _Organisation de l’Empire_, I, 105 sgg.
[330] MARQUARDT, op. cit., I, 103; PERSON, op. cit., 154 sgg.
[331] TAC., _Ann._, 15, 45.
[332] Cfr. CIC., _Pro Balbo_, 16, 35-36.
[333] Cfr. MARQUARDT, op. cit., I, 104 sgg. Si vegga per altro ciò che
fu fatto della libera Ambracia durante la Terza macedonica (LIV., 38,
43, 3; 42, 67, 9), allorchè la Grecia non era ancora divenuta provincia
romana.
[334] MARQUARDT, op. cit., I, 105 sgg.
[335] STRAB., 9, 1, 20.
[336] MARQUARDT, op. cit., I, 309 sgg.
[337] IDEM, op. cit., I, 102.
[338] Cfr. l’esempio tipico di Chio (FUSTEL DE COULANGES, _Mémoire sur
l’Ile de Chio_, pp 300 sgg., in _Questions historiques_, Paris, 1893).
[339] FUSTEL DE COULANGES, _La cité ant._, p. 457.
[340] CIC., _In Verr. A. II_, 1, 17, 44 sgg.; 18, 47-48; 5, 72, 184
sgg.; 48, 126 sgg. Cfr. HERTZBERG, _Die Gesch. Griechenlands unter
d. Herrschaft der Römer_, Halle, 1866-75, I, 422-23; CICCOTTI, _Il
processo di Verre_, Milano, 1896, 87 sgg.
[341] CIC., _In Pis._, 35, 86; 87; 90; IDEM, _Pro Sest._, 43: _De prov.
cons._, 4, 6-7.
[342] CIC., _Pro Sest._, 43, 93 sgg. e _In Pis._, 40, 96; cfr. _De
prov. cons._, 2, 3-4 e _In Pis._, 17, 40.
[343] CIC., _De prov. cons._, 3, 5-6; 4, 6 sgg.; _In Pis._, 40, 96.
[344] CIC., _In Pis._, 35, 86 e _passim_.
[345] CIC., _De imperio Cn. Pompeii_, 5, 13; _Ad Att._, 5, 16, 2.
[346] CIC., _Ad fam._, 15, 1, 5. Circa la devastazione delle città
libere greche, cfr. eziandio TAC., _Ann._, 15, 45; JUV., _Sat._, 8, vv.
98 sgg.
[347] APP., _Mithr._, 28.
[348] CAES., _De bello civ._, 3, 4, 1.
[349] CAES., op. cit., 3, 4, 2 e _passim_.
[350] CAES., op. cit., 3, 103, 1.
[351] CAES., op. cit., 3, 4, 2.
[352] Cfr. l’_Appendice_ alla monografia del KORNEMANN, _De civibus
rom. in provinciis imp. consist._, Berolini, 1891, pp. 98 sgg. e tutto
il volume di J. HATZFELD, _Les trafiquants italiens dans l’Orient
hellénique_, Paris, 1919.
[353] KORNEMANN, op. cit., pp. 25 sgg.; HATZFELD, op. cit., 193 sgg.
[354] Cfr. _J. G._, XII, 2, 860 _passim_.
[355] PERSON, op. cit., 115-16.
[356] _Ad Att._, 6, 2, 9; 5, 21, 12; 6, 1, 5.
[357] Cfr. G. FERRERO, _Grandeur et décadence de Rome_ (trad. fr.),
Paris, Plon-Nourrit, 1907, V, pp. 158 sgg.
[358] TAC., _Ann._, I, 76. Circa la situazione in genere della Grecia
nell’età di Roma repubblicana, cfr. eziandio HERTZBERG, op. cit., I,
pp. 323-27, 334 sgg., 386 sgg., 416 sgg.
[359] Su quanto segue cfr. MARQUARDT, _Organ. pol._ ecc., II, 52 sgg.;
ID., _Org. fin._ ecc., 237 sgg.; CICCOTTI, _Il processo di Verre_, pp.
60 sgg. e il recentissimo citato volume di J. CARCOPINO, _La loi de
Hiéron et les Romains_.
[360] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 7, 18.
[361] La difficoltà di fissare il numero delle colonie greche di
Sicilia proviene dallo stato lacunoso delle nostre notizie circa
la loro distruzione e le successive fondazioni. Cfr. PAIS, _Alcune
osservazioni sulla storia e sull’amministrazione della Sicilia durante
il dominio romano_ (estr.), Palermo, 1888, pp. 108.
[362] È stato motivo di vivace discussione (cfr. HOLM, _Storia della
Sicilia_, trad. it., III, p. 153, n. 33), se oggetto della locazione
fossero la terra o le sue imposte. La maggiore difficoltà della seconda
ipotesi, che noi abbiamo implicitamente scartata, sta nel fatto,
riconosciuto dai suoi medesimi sostenitori (HOLM, op. cit., III, 153),
che le città in parola non avrebbero soggiaciuto a condizioni peggiori
delle _decumanae_, mentre, quasi con certezza, erano state conquistate
con la forza (cfr. PAIS, op. cit., p. 63). Del resto, l’origine della
questione ci sembra assai poco legittima. CICERONE (_In Verr. A. II_,
3, 6, 13) parla espressamente di locazione del territorio (_is ager
a censoribus locari solet_) e la restituzione del medesimo, cui poco
prima egli aveva accennato, può benissimo intendersi come una vera
e propria locazione, una delle tante bizzarre sedicenti forme di
restituzione, di cui Roma soleva compiacersi.
[363] MARQUARDT, _Org. fin._, 239-40.
[364] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 98, 227.
[365] Cfr. CARCOPINO, op. cit., 86 sgg.
[366] IDEM, 106-07.
[367] CICCOTTI, op. cit., 231. Del resto, nelle sue _Verrine_, CICERONE
era costretto a concludere: «Se poi volete far credere che le mie
accuse cadono su più di un pretore e interessano più di una provincia,
non io paventerò la vostra difesa, ma mi dichiarerò patrocinatore di
tutte le province». (_In Verr. A. II_, 3, 93, 217; cfr. 89, 207).
[368] CIC., op. cit., _A. II_, 3, 63, 147.
[369] ID., op. cit., _A. II_, 3, 43, 102, 32; 75, 45, 106.
[370] ID., op. cit., _A. II_, 3, 10, 25.
[371] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 29, 70.
[372] ID., op. cit., _A. II_, 3, 13, 33.
[373] ID., op. cit., _A. II_, 3, 21, 53-54; 23, 57; 56.
[374] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 42, 99; 37, 84 sgg.; 42, 100.
[375] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 73-77, 170-79.
[376] PERSON, op. cit., 178-79.
[377] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 78, 181.
[378] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 81, 189; cfr. PERSON, op. cit., 179-81.
[379] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 85, 196-97.
[380] _In Verr. A. II_, 2, 53, 131; 56, 139.
[381] CAGNAT, _Les impôts indirectes chez les Romains_, Paris, 1882
(trad. it. in _Bibl. storia econ._, vol. V), 81.
[382] CICCOTTI, op. cit., 77-78.
[383] ID., op. cit., 65-66.
[384] MARQUARDT, _Org. pol._, II, 317.
[385] Circa l’ordinamento finanziario della Sicilia, cfr. anche HOLM,
op. cit., III, 136 sgg.
[386] LIV., 25, 31, 11; cfr. HOLM, op. cit., III, 105-6.
[387] Cfr. HOLM, op. cit., III, 110.
[388] LIV., 24, 39, 1 sgg.
[389] DIOD., 23, 9, 5.
[390] PERSON, op. cit., pp. 10-11; MARQUARDT, _Org. pol._, II, 49.
[391] CICCOTTI, op. cit., 66 sgg.
[392] CIC., _In Verr. A. II_, 2, 13, 32.
[393] CICCOTTI, op. cit., pp. 75-76.
[394] CIC., _In Verr. A. II_, 2, 49, 122.
[395] ID., op. cit., _A. II_, 2, 50, 124.
[396] ID., op. cit., _A. II_, 2, 53, 131.
[397] CICCOTTI, op. cit., 116-18; HOLM, op. cit., III, 272 sgg.
[398] CIC., _In Verr. A. II_, 2, 13, 33.
[399] Cfr. HOLM, op. cit., III, 153 sgg.; CICCOTTI, op. cit., 109 sgg.
[400] CIC., _In Verr. A. II_, 3, 51, 120.
[401] _Ibid., A. II_, 3, 49, 117; 53, 124.
[402] _Ibid., A. II_, 3, 18, 46, 47.
[403] _Ibid., A. II_, 3, 26, 66.
[404] MARQUARDT, _Org. polit._, II, 242.
[405] HATZEFELD, op. cit., 45 sgg., 101 sgg., 160 sgg.
[406] VAL. MAX., 9, 2, 3; PLUT., _Sulla_, 24, 5.
[407] Cfr. CIC., _Ad. Q. fr._, 1, 14, 40; FL. JOSEPH., _A. J._, 16, 2,
2.
[408] PLUT., _Lucull._, 20, 4.
[409] ID., op. cit., 20, 1-2; cfr. APP., _Mithr._, 63.
[410] ID., op. cit., 20, 2.
[411] Cfr. CIC., _Pro Flacco_, 12, 27 sgg.; 15, 34 sgg.; 18, 42 sgg.
[412] APP., _De bell. civ._, 5, 5.
[413] Cfr. _Ad fam._, 13, 56, 1 sgg.; 65, 1 sgg. e _passim_; _Ad Att._,
II, 16, 4.
[414] _Ad Q. fr._, I, 1, 8-9, 25-26; 13-14, 39-40.
[415] MARQUARDT, op. cit., 1, 114.
[416] CAGNAT, op. cit., 79-80.
[417] HÖCK, _Kreta_, Göttingen, 1823-29, III, 506 sgg.
[418] STRAB., 10, 4, 9.
[419] MARQUARDT, _Org. pol._, II, 429.
[420] Noi troviamo infatti prelevata sui pascoli di Cirene la nota
imposta di _scriptura_ (MARQUARDT, _Org. fin._, 317).
[421] ROSSBERG, _Quaestiones de rebus Cyrenarum prov. rom._,
Frankebergae, 15.
[422] MARQUARDT, _Org. fin._, 243: pagava, cioè, non la _decima_, ma un
tributo fisso in danaro (_stipendium_).
[423] SOLINUS, 27, 48, ed. MOMMSEN (1895).
[424] ROSSBERG, op. cit., 17-19.
[425] ROSSBERG, op. cit., 52 sgg.
[426] ROSSBERG, loc. cit.
[427] PLUT., _Cato_, 38, 1.
[428] CIC., _Ad Att._, 5, 21, 12.
[429] ID., op. cit., 6, 1, 6; 2, 8.
[430] Cfr. su Cipro, ENGELS, _Kypros_, Berlin, 1841, 1, 451 sgg.;
BARDT, _Der Zinswucher d. M. Brutus_, Berlin, 1898 (progr.); STERNKOPF,
_Der Zinswucher d. M. Brutus_, Dortmund, 1900 (progr.).
[431] APP., _Punic._, 136.
[432] _Tableau de l’Empire romain_, Paris, 1876, pp. 65-66.
CAPITOLO QUARTO.
FINIS GRAECIAE
Il mondo greco in sui primi dell’êra volgare.
Finora, noi siamo venuti indagando le conseguenze più dirette dei fatti
o dei processi storici, a cui, nella fatale decadenza della Grecia
antica, abbiamo assegnato una parte principale. Ma non è dagli effetti
isolati di ciascuno, sibbene dalle molteplici, infinite, reciproche
combinazioni, che il lettore deve attendersi spiegata la fine del
Paese, di cui in queste pagine andiamo indagando le cause dell’ultima
ruina.
Il regime a schiavi poteva essere sollecitato verso una rapida e
benefica trasformazione; controbilanciati da altre influenze, gli
effetti perniciosi dell’imperialismo e della guerra incessante potevano
diventare motivi di prosperità, materiale e morale; il rivolgimento
economico del mondo antico poteva ispirare, agli Elleni della Grecia
classica, nuove audacie, ridestare le secolari, dormienti energie della
razza; fin la conquista straniera poteva essere scossa o riparata.
Ciascuna, insomma, delle cause, che abbiamo successivamente illustrate,
poteva ritrovare, in sè o fuori di sè, un limite alla propria azione
demolitrice. Ma questa doveva riescire completa ed insanabile,
allorquando, come di fatto avvenne, il pericolo minacciò da tutte
le parti, ed il popolo, che vi soggiacque, ne vide gli effetti più
semplici e più immediati crescere di forza e di virulenza e suscitare e
propagare nuove, interminabili serie di sciagure.
Quale adunque era la sorte, che tanto avverse fortune avevano
procurata alla Grecia, negli anni, in cui, a forze unite, erano
riescite a batterla in breccia come muraglia crollante? Quali furono,
in una parola, le condizioni, morali e materiali, del mondo ellenico
nell’ultimo secolo, o giù di lì, dell’êra cristiana, allorchè il
processo di decadenza della Grecia può dirsi consumato?
Volgevano i primi lustri dell’Impero, la battaglia di Azio aveva
segnato un termine all’orrore delle guerre civili, e il geografo
Strabone, reduce da un mesto pellegrinaggio in molti dei Paesi, che
avevano costituito il vario e vasto impero della civiltà ellenica,
segnava sulle sue tavolette cerate quei ricordi, coi quali egli doveva
tramandarci la più interessante illustrazione della Grecia antica[433].
L’Epiro, un tempo fiorente di uomini e di prodotti naturali, è adesso
in massima parte deserto, e fra i villaggi rompenti le distese
dei ruderi degli antichi centri cittadini, il silenzio pende fin
sull’oracolo di Dodona, come ogni altra cosa, già spento. Deserte sono
le montuose contrade fra la Macedonia, la Tessaglia e l’Epiro[434];
deserta la regione sacra dell’Olimpo, impero indisturbato di bande
di malfattori[435]; deserte l’Atamania e la Dolopia[436]. L’Etolia e
l’Acarnania sono traversate, anzichè da uomini, da branchi fuggiaschi
di cavalli pascenti; e la gloriosa Ambracia, che Pirro aveva fatta
capitale del suo regno, e i centri urbani limitrofi riescono a stento
a formare una sola città.[437]. Tra le città focesi, mietute dalla
sventura, la memoria di Delfo è testimonio eloquente del precipitare
delle umane grandezze[438]. In Beozia, Tanagra, Tespia, Tebe sopra
ogni altra, non sono più che borghi appena degni di menzione[439].
Dalle macerie dei borghi e delle antiche ridenti cittadine, l’Attica
reca i segni dei tempi mutati. Il Pireo è un villaggio sparso di poche
abitazioni[440] e visitato dagli stranieri solo a motivo delle sue
mirabili collezioni artistiche, ma di cui è caso strano se qualche
grande nave egizia si accinge a turbare le acque. La Messenia — la
sempre infelice Messenia — non è più. Quello, a cui la crudeltà di
Sparta non era riuscita, ha fatto il Destino onnipossente distruggitore
d’ogni cosa: «il Paese è ora in grandissima parte abbandonato
dagli uomini»[441]. Ma se Messene piange, Lacedemone non ride.
Delle cento città della Laconia, ben settanta giacciono prostese al
suolo o deserte[442]. Buona parte dell’Argolide e dell’Arcadia, già
dall’oracolo celebrate per la feconda popolazione — Orcomeno, Mantinea,
Menalo, Metidrio, Cafie, Cineta, le loro mura, i loro templi — non sono
più, al pari della grande Megalopoli, che un grande deserto, sacro agli
armenti e alle ruine[443].