Quale il continente europeo, tali le isole e le, un dì gloriose,

metropoli asiatiche. Le antiche città dell’Eubea sospirano invano

la perduta grandezza[444]. Creta è perita sotto i colpi dei Cilici

e dei Romani[445]. Gli abitanti della piccola Giaro non riescono

tutti insieme a saldare il tributo annuo pari a 150 lire[446]. I

centri più famosi della Ionia, vivono, scontando la memoria del loro

passato[447]. La gloria di Chio, Clazomene, Smirne, non è più[448].

Mileto è l’ombra di se stessa[449]. Peso, Astira, Pirra e con esse «non

poche delle antiche città eoliche» sono un mesto accorato ricordo di

giorni migliori[450]: il mare che le circonda è un nido periglioso di

corsari[451].

L’Occidente greco non è da più dell’Oriente.

Delle città della costa orientale della Sicilia, quelle che un dì

sorgevano fra Catania e Siracusa perirono. Nasso e Megara Iblea non

sono più[452]. Leontini col suo ubertoso territorio è una ruina; fin

la grande Siracusa è in massima parte deserta e ha dovuto essere

rinsanguata da una colonia romana[453]. La costa meridionale, da

Pachino al Lilibeo, è coperta di ruine. Non più Camarina, non Gela,

non Selinunte[454] fermano lo sguardo e l’ammirazione dei visitatori. A

settentrione Erice giace disabitata[455]; Imera e Terma sono disparse;

nell’interno le antiche cittadine sono divenute ricoveri selvaggi di

pastori; Eubea e Callipoli sono spente[456].

Al pari della Sicilia greca, la Grecia italica è una memoria storica.

Cuma è quasi per intero distrutta[457]; in Campania, in Apulia, in

Lucania, nel Bruzio, tutto è caduto in mano di barbari[458]. Petelia e

Turii sono sannitiche[459]. Temesa, bruzzia[460]; Ipponio romana[461];

Caulonia, Sibari e Metaponto sono disparse[462]. Ma che dire delle

stesse Reggio, Taranto e Neapoli, le sole che siano riuscite a salvare

in parte la loro grecità? L’una è vuota di abitanti[463]; le altre

non serbano dell’antica grandezza che la muta malinconia dei segni

esteriori[464].

Così ci racconta, con voce talora rotta dalla commozione, il maggior

geografo dell’età augustea. Ma egli non è il solo. È tutta una folla

di voci di uomini che videro, e che udirono, che si leva e muove alla

nostra volta a discorrerci della morte della Grecia. È Polibio, che,

un secolo e mezzo circa innanzi l’età di Augusto, scrive che in Beozia

non si vive più, non si amministrano più nè le città nè la giustizia;

ma gli uomini gavazzano follemente, a guisa di morituri consapevoli,

bramosi di vuotare nervosamente in fretta tutto il calice della vita

che fugge[465]. È Cicerone che, quarantacinque anni prima di Cristo,

navigando alla volta della Grecia disparsa, medita sulla caducità

delle umane sorti: «Colà un tempo si levarono città floridissime; oggi

tutte giacciono dinanzi ai nostri occhi, abbattute e distrutte[466]».

Sono gli scrittori del primo secolo dell’Impero a farci sapere che le

isole dell’Egeo, un tempo superbe di marmi, di verde, di profumi, sono

ora rupi solitarie, malinconici asili di relegati politici[467]. Sono

i primi apostoli del Cristianesimo a informarci, senza volerlo, che

la loro religione, la quale insegna che un giorno i felici di questo

mondo saranno umiliati, e gl’infelici, esaltati, in nessun luogo,

come nelle contrade dell’Ellade antica, ha trovato sì fitta e bramosa

schiera di fedeli[468]. È Pausania, che vive nella prima metà del II

secolo a. C., a ripeterci che la grande Tebe non è più che un deserto

e solo la Cadmea è abitata, e ha usurpato il nome di quella che fu

un dì la metropoli della Beozia[469]; che la Focide non ha che una

sola cittadina, Elatea[470]. È, più tardi ancora, Dione Crisostomo,

l’ultimo oratore dell’ellenismo, a discorrerci ripetutamente, con

voce accorata, della Tessaglia deserta, dell’Arcadia spopolata[471],

di Taranto, Metaponto, Crotone, mute, solenni solitudini[472]; a

descriverci con arte squisita la spopolata e deserta Eubea del suo

tempo, di cui nessuno coltiva i campi, ove non più la pastorizia

scaccia l’agricoltura, ma gli erranti pastori si convertono in nomadi

e feroci cacciatori; l’Eubea, l’isola dalle città morte, ove le messi

maturano entro la cerchia delle mura gloriose; ove le statue degli

Dei e degli eroi giacciono seppellite fra le alte erbe, e branchi di

bestiami pascenti profanano i vetusti edifizi cittadini[473]. La Grecia

fu un giorno; oggi «solo le pietre e le ruine dei monumenti stanno a

significare, a quelli che sopravvissero, lo splendore e la grandezza

perduta»[474].

La decadenza morale.

Quali le condizioni morali?

Il divino spirito politico della Grecia classica è scomparso. L’uomo

divorzia dal cittadino; l’individuo, dalla sua città e dallo Stato;

la ricerca degli isolati vantaggi personali prevale assolutamente

sulla cura pubblica. Ad Argo, dove le milizie della Lega achea erano

penetrate per liberarla dalla schiavitù, dal sommo delle case i

cittadini, spettatori indifferenti di una lotta che pure involgeva

i loro più sacri interessi, applaudivano o zittivano i combattenti,

quasi, esclama un antico[475], assistessero, in qualità di arbitri e di

distributori di premi, allo svolgersi dei ludi Nemei!

Il centro del mondo non è più la nazione, la città, ma il proprio

individuo[476]. Rovesciando ogni disposizione del più glorioso passato,

l’individualismo più gretto, più miope, più interessato, si disfrena

in tutti i campi della vita civile, e il mondo ellenico si popola di

quel tipo d’uomo, «l’uomo del Guicciardini», di cui morrà la luminosa

Italia del Rinascimento, di cui moriva ora la Grecia, e i cui spiriti

fermentano tuttavia così maligni nelle nostre vene di caduchi mortali

del secolo XX.

Quest’uomo carico di storia, di esperienza, di dolori, di disillusioni,

non ha più fedi, non più sentimenti eroici, non più grandi passioni,

anzi, considera gli uni e le altre, come aberrazioni di sciocchi, di

volgari, di folli. Per lui, vivere è solo «voltare tutte le cose divine

ed umane, spirituali e temporali, animate e inanimate, a beneficio

proprio....»[477]. Per lui conoscere il diretto cammino non significa

scomodarsi e muoversi per imboccarlo. A suo avviso, si può pensare

come si vuole, ma la scienza della vita insegna che bisogna operare

solo come torna utile. Nessuno sforzo, dunque, è da tentare pel

bene comune, dacchè il risultato non giova immediatamente a chi l’ha

iniziato, ed è quindi preferibile condursi in modo da rendersi accetti

ai potenti del giorno che passa. Egualmente, agire secondo una nobile

passione è da matti; regola della vita, invece, l’intrigo, l’astuzia,

la simulazione a scopo personale. Così in questo giro d’anni, matura in

Grecia il tipo vile, falso, miserando del _graeculus_, tramandatoci da

Cicerone[478], da Virgilio[479], da Luciano[480]. Già in sullo scorcio

del V secolo, l’occhio linceo di Tucidide aveva come squarciato il

velame dell’avvenire e il suo stilo, duro, implacabile, aveva scolpito

nell’opera sempiterna, quello che un giorno sarà il fosco quadro della

decadenza morale della Grecia: «Venne mutata arbitrariamente l’usata

significazione dei vocaboli.... La temerità fu definita valorosa

abnegazione verso i propri amici politici; la preveggenza, manifesta

pusillanimità; la moderazione, sotterfugio di dappocaggine; la

prudenza, codardia. La violenza fu scambiata per virilità e la cautela

e la ponderazione sembrarono capziosi pretesti per mutar consiglio.

Coloro che si adiravano furon tenuti quali persone degne di fede;

i loro contraddittori, quali uomini sospettabili. Chi era fortunato

nell’insidiare altrui, passava per uomo prudente; prudentissimo chi

riesciva a prevenire le insidie degli altri. Chi cercava di tenersi

lontano da siffatti espedienti, era violatore dell’amicizia e pauroso

degli avversari. Si lodò, insomma, chi preveniva altrui nell’ingiuria e

chi vi trascinava coloro che giammai altrimenti vi sarebbero ricorsi.

Ai legami del sangue furono preposti quelli dell’omertà, perchè i

complici erano maggiormente disposti ad osare checchessia. Ed invero,

non si contraevano alleanze per conseguire i vantaggi consentiti

dalla legge, ma per consumare la violazione delle medesime. Ciò che

poi le cementava e rendeva sacre non era il vincolo della religione,

ma quello della complicità. Se taluno proponeva qualcosa di buono,

gli avversari vi assentivano, non per ispirito di generosità, ma per

potere in tal guisa esserne meglio garantiti. Ciascuno preferiva poter

vendicarsi delle offese, che evitare di esserne colpiti. Se taluni si

riconciliavano, il giuramento teneva solo fino al giorno in cui uno

dei due riescisse a soverchiare l’altro. Chè, se alla prima evenienza

sorprendeva l’avversario distratto, s’affrettava a cogliere, dietro

l’usbergo dell’amicizia, una vendetta tanto più allegra quanto più

fitta era l’ombra che velava l’aggressione. Era il metodo più sicuro

e, inoltre, poichè si vinceva con la frode, quello che maggiori titoli

recava al premio dell’accortezza.....».

«Lo scrupolo e la religione vennero banditi dai rapporti sociali e

in loro vece sottentrarono i volgari lenocinî del primo leguleio che

dava lustra di onestà ai propri invidiati misfatti.... La schiettezza,

compagna indissolubile della nobiltà dell’animo, perì soffocata, tra

il cachinno universale. Nè a rappacificare gli animi valse autorità di

parola, o religione di giuramento. Gli individui dubbiosi, di tutto e

di tutti, erano più disposti a ricercare come difendersi dai possibili

pericoli, che a fidare in alcuno. E si videro i dappoco cogliere

molte volte il frutto della vittoria, perchè, senza fiducia nelle

proprie risorse e timorosi dell’oculatezza della parola, dell’ingegno

altrui, dando per primi mano alle insidie, audacemente correvano verso

ogni scelleraggine. Gli altri, invece, fidando di essere in tempo a

prevenirne le trame, sicuri che non occorreva agire malamente, là dove

bastava far uso di abilità, inermi, perivano, facili vittime degli

avversari....»[481].

Il quadro è perfetto e completo; Polibio e Cicerone non avranno che

ad aggiungervi solo qualche tocco. «Prestate», dirà il primo dei

Greci del tempo suo, «un talento»; fate fare dieci copie; apponete

altrettanti sigilli; invocate il doppio di testimoni; voi non riavrete

egualmente il vostro denaro....»[482]. E Cicerone: I Greci non hanno

mai fatto alcun conto della correttezza e della buona fede.... Non è

proverbio tutto loro: «_Testimonia in mio favore, chè non mancherò di

ricambiartene...._»? «Essi considerano il giuramento come una celia;

la testimonianza, un puro gioco; la vostra stima, men che nulla; essi

cercano e trovano lode, credito, approvazione solo nella menzogna

impudente....». Essi non si sono mai fatti scrupolo di falsificare

alla leggera documenti privati e pubblici....[483]. La grande Grecia

è finita per sempre; sopravvive il greco rigattiere volgare, falso

ed astuto, vanesio e pusillanime, pieghevole come servo, umile come

parassita, pericoloso come aspide, che Roma disprezzerà e subirà

insieme.

Dalla povertà dello Stato e dei privati, dal decadere del livello

morale, dalla svogliata partecipazione ai pubblici negozi ed al loro

controllo[484], aveva, d’altra parte, origine quella trista incapacità

della vita pubblica, i cui effetti dovevano rivelarsi così disastrosi

nei secoli che furono contemporanei agli ultimi secoli della Repubblica

e ai primi dell’Impero romano.

Già fin dallo scorcio del quarto secolo a. C. era salita in voga quella

spensierata e ignominiosa consuetudine di profondere le pubbliche

entrate e il pubblico decoro in onorificenze agli inetti, agli

indegni[485], ai dominatori, che con deplorevole eufemismo venivano

chiamati _Salvatori_. A Demetrio Falereo, nella sola Atene, furono

erette trecentosessanta statue a piedi, a cavallo o sul carro[486]; le

testimonianze di riconoscenza agli imperatori romani furono abbassate

al livello della più umiliante adulazione[487], e lo stesso Nerone,

prima del suo decreto di affrancamento dell’Ellade, fu colmato di onori

inauditi: ambascerie universali, concorsi musici, serti di vittoria,

sospensione di giuochi pubblici, perfino di quelli, giammai — anche a

motivo di guerra — rimandati, suppliche per debutti, cerimonie pagate

dagli Elleni in moneta sonante di danaro e di dignità[488].

Già fin dal tempo di Demostene, nella libera Atene, la corruzione

nell’amministrazione delle finanze era tale, che, mentre nelle casse

mancava il danaro occorrente a far marciare l’esercito per un sol

giorno, singoli individui speculavano sui dolori della nazione, e i

generali, smarrito ogni senso di responsabilità, scialacquavano fra

orge insane, il danaro destinato alla difesa della Patria[489]. Di

peggio avvenne più tardi. I magistrati credettero di amministrare con

sapienza, dispensando fra i poveri il denaro pubblico[490]. Il diritto

di cittadinanza, gli uffici pubblici, i sacerdozi, le onorificenze,

cominciarono a vendersi per prezzo[491]. Tutte le città ne facevano un

vero e proprio traffico fraudolento. Le magistrature si conferivano,

non già a seconda del merito, ma in proporzione dell’altezza dei

redditi e della munificenza dei candidati[492]. Ciò non ostante, gli

erarî pubblici erano tormentati da continue strettezze[493], chè le

sole spese per monumenti onorarî verso i governatori, gl’imperatori,

i senatori romani, o per le così dette ambascerie di fedeltà, erano

divenute il cancro roditore delle pubbliche finanze. Bisanzio era,

come da spesa ordinaria, gravata da più di 3.000 lire annue per una

periodica deputazione augurale agl’imperatori; da più di 800, per

un’altra al governatore della Misia, e a tali ignobili scopi nessuna

delle province dell’impero stanziava somme sì cospicue, come la più

misera di tutte, la Grecia[494].

Per tal guisa, se il regime della tutela uccideva la Grecia,

il mantenimento o la ripresa dell’antica autonomia comunale si

convertiva da un giorno all’altro in un novello motivo di rovina.

Così, allorquando, nel 196, Tito Quinzio Flaminio dichiarò i Greci

nuovamente liberi, l’esperimento d’improvvisa libertà, si rivelò

tosto perniciosissimo. E quando Nerone, due secoli dopo, sciolse

gli Elleni dall’ordinamento provinciale romano, scoppiarono in

Grecia tali disordini, da costringere, di lì a poco, Vespasiano, non

solo a restaurare l’antico regime, ma a ridurre a provincia anche

parecchi territori i quali avevano continuato a serbare una lustra

di indipendenza[495]. I Greci, opinava il saggio imperatore, avevano

irrimediabilmente disimparato a vivere da liberi!

La decadenza intellettuale.

Con l’onestà dei rapporti sociali, con la capacità a gerire la pubblica

amministrazione, decadeva, e si riduceva progressivamente, il valore e

la profondità della cultura sociale.

Perchè l’arte fiorisca possente e rigogliosa, è necessario che, insieme

con l’anima dell’artista, vibri l’anima del suo popolo; che l’artista

non sia un mero virtuoso, ma l’interpetre di grandi sentimenti. Fa

d’uopo che l’arte, in luogo di soffocare in angusti cenacoli, in

accademie sterili e silenziose, viva all’aperto, tragga alimento

da tutte le correnti della vita; che gli artisti, infine, siano in

grado di rinnovare ogni giorno le proprie ispirazioni al gran fonte

battesimale della vita.

Tutte queste possibilità erano disparse nella Grecia dei secc. III-I

a. C., come spariranno nell’Italia dei secc. XVI-XVIII, sì che la

meravigliosa letteratura greca dell’età classica diventa oramai

un ricordo, doloroso e vano, del passato. Inoltre l’arte, che noi

ricordiamo col nome di ellenica, aveva avuto delle sue esigenze

speciali. La grande arte dei secc. VIII-V a. C. rivestiva un carattere

pubblico; supponeva, quindi, un regime felice, prosperità nell’erario,

serenità nella cittadinanza, agio di amare e gustare il bello, per

desiderarlo, per rappresentarlo, per considerarne la celebrazione quale

pubblico debito d’onore[496]. Tale era stata l’arte greca, che s’era

incarnata nelle divine rapsodie epiche, nei carmi corali, nella lirica

pugnace di Tirteo e di Solone, zampillante dal seno stesso della vita;

tale la grande arte drammatica di Eschilo e di Euripide, che aveva

rispecchiato, e maravigliosamente idealizzato, l’infinita varietà

dei tipi e delle forme spirituali umane. Tali erano state l’antica

architettura e la scultura, incapaci di svolgersi isolatamente, senza

gli aiuti che le derivavano dalla Città, senza una mano superiore che

le guidasse dall’alto a unità di scopo[497]. Tale la storiografia:

non ricerca erudita, pretenziosa o sofistica, di particolari morti,

ma vivente lezione civile ai futuri; tale la filosofia, che attingeva

dalla vita i suoi problemi e per la vita li discuteva, tentava

risolverli; tale, persino, l’eloquenza, portato, non sapremmo decidere,

se più dell’eccellenza dell’oratore che la diceva o dell’immensa,

agitata, vibrante moltitudine, che l’ascoltava, e ch’era anche il suo

critico, il suo censore, il suo ammiratore, il tempratore del suo gusto

e della sua parola[498].

Ora tanta fiorita intellettuale è, ogni giorno un poco, spezzata dalla

bufera incessante delle sventure. Man mano che si vuotava di uomini, di

forze, di virtù civili, la Grecia si vuotava di poeti, di artisti, di

oratori. Al disparire della serenità, della nobiltà, della profondità

degli spiriti, l’arte, la filosofia, la scienza si ritraggono nel

silenzio dei gabinetti dei loro pallidi coltivatori. La drammatica

e la plastica perdono il maggiore dei campi di rappresentazione: la

vita pubblica; i lirici non cantano, od i loro versetti servono solo

ad infiorare le antologie; la storia smarrisce l’antica funzione,

nazionale e sociale; l’oratoria precipita a retorica; fioritura maligna

e devastatrice, invade la casistica, e le masse popolari, tornate

grossolane e ignoranti, si avviano per quella china, che le condurrà

all’ardore dei circhi od al bizantinismo.

«L’ignoranza e la colpa», aveva scritto l’autore de _La repubblica

ateniese_, «sono figlie primogenite della povertà»[499], e

l’_Alessandro_ o _Lo spacciatore di prodigi_ di Luciano esibisce, in

quadro efficacissimo, il progrediente dilagare della superstizione. La

cristallina chiarità della vita e della coltura ellenica si macola e

adombra dei culti più triviali, dei pregiudizi orientali più sciocchi.

La fede nella magia e nel miracolo invade gli spiriti e regola

gli atti più insignificanti della vita. Tutto imputridisce, anche

l’incorruttibile, e, mentre il silenzio della storia protende la sua

ombra a velarne pudibondo la scena, Dione Crisostomo recita sul baratro

di tanta ruina l’epicedio dalla nazione disfatta[500]: «Un tempo molti

primeggiarono in Grecia: voi, o Rodii, gli Ateniesi, quei di Sparta,

quei di Tebe, per breve ora i Corinzi, in età più remota gli Argivi.

Adesso tanta gloria è disparsa. Gli uni sono periti interamente; gli

altri si governano..., disonorando la gloria conseguita, e ritenendosi

felici di non trovare ostacoli nel delinquere». «Solo voi, o Rodii,

restate, e solo per voi è possibile pensare che non tutto ciò che

fu greco è morto o divenuto del tutto degno di dileggio. Quanto

agli altri, si può dire in verità che il nome di Greci è ormai

più disprezzabile di quello di Frigi o di Traci.... Tutta la loro

gloria perì, e tutte le cose loro sono corrotte vergognosamente,

miserabilmente. A guardare l’opera degli uomini di oggi, nessuno

potrebbe argomentare lo splendore del tempo che fu. Le pietre e le

ruine dichiarano meglio la grandezza e l’antica gloria. Quelli che ora

abitano in Grecia, e in essa si governano, non si direbbero neanche

discendenti di avi Misii. Meno lugubre è la sorte delle città distrutte

al paragone delle altre. Di quelle resta integra la memoria..... e

la fama delle belle imprese d’un tempo non è stata macchiata. Meglio

bruciare i cadaveri che lasciarli imputridire!...».

NOTE AL CAPITOLO QUARTO.

[433] Circa la cronologia dell’opera di Strabone, cfr. E. PAIS,

_Straboniana_, in _Riv. di filologia e d’istruz. classica_ (1887), XV,

pp. 216 sgg. D’altro canto, la presenza del geografo greco in parecchie

delle regioni elleniche sopra descritte (cfr. STRAB., 2, 5, 11) non è

negata neanche dai più scettici critici moderni; cfr. PAIS, op. cit.,

pp. 116, 117, 163, e M. DUBOIS, _La géographie de Strabon_, Paris,

Imprimerie nationale, 1891, pp. 71 sgg.

[434] STRAB., 7, 7, 3; 9.

[435] ID., 12, 8, 8-9.

[436] ID., 9, 4, 17; cfr. PAUS., 10, 8, 2.

[437] ID., 7, 7, 6, 10, 2, 3; 23.

[438] ID., 9, 3, 4; 8.

[439] ID., 9, 2, 5.

[440] ID., 9, 1, 15.

[441] ID., 8, 4, 11.

[442] Loc. cit.

[443] ID., 8, 8, 1-2. Per quel che riguarda Mantinea, si è creduto di

poter smentire questo passo con gli altri di PAUSANIA, 8, 9, 3; 46,

1. Non si è badato che Strabone, dopo avere enumerato i luoghi più

celebri dell’Arcadia, aggiunge testualmente: «o più non esistono _o ne

rimane appena qualche traccia_»: nulla di diverso di quanto è lecito

indurre da Pausania. Il fatto, poi, che di talune di codeste città, da

Strabone considerate distrutte, si abbia più tardi notizia (cfr. E.

KUHN, _Die städtische u. bürgerliche Verassung d. rom. Reichs_ ecc.,

Leipzig, 1865, II, pp. 76 sgg.) è di assai scarso peso. Sopravvisse

talora il nome del luogo, ma non l’importanza della città; talora la

denominazione venne spostata da luogo a luogo; tal’altra, infine,

la cittadina distrutta e scomparsa fu, più tardi, ricostruita e

riabilitata.

[444] STRAB., 10, 1, 10.

[445] ID., 10, 4, 9.

[446] ID., 10, 5, 3.

[447] ID., 14, 1, 9.

[448] ID., 14, 1, 35-37. Di Chio: «Un giorno i Chii furono una grande

potenza navale e aspirarono all’impero dei mari»; di Clazomene:

«Dopo Ipocremno è Chitrio, ove un tempo fu Clazomene....»; di Smirne:

«Dolabella.... distrusse gran parte della città....».

[449] ID., 14, 1, 7.

[450] ID., 13, 1, 19; 23, 2, 4.

[451] ID., 14, 1, 7; 32.

[452] STRAB., 6, 2, 2.

[453] ID., 6, 2, 4.

[454] ID., 6, 2, 5; 6.

[455] ID., 6, 2, 6; cfr. MOMMSEN, in _C. I. L._, X, pp. 746-47.

[456] ID., 6, 2, 6. Strabone dovette percorrere e visitare la Sicilia;

cfr. DUBOIS, op. cit., pp. 84, 85, 153 sgg.

[457] ID., 5, 4, 4; cfr. VELL. PAT., 1, 4, 2; JUVEN., _Sat._, 1, 3, v.

2.

[458] STRAB., 5, 1, 2.

[459] ID., 6, 1, 3; 13.

[460] ID., 6, 1, 5.

[461] Loc. cit.

[462] ID., 6, 1, 10; 13; cfr. PAUS., 6, 19, 11.

[463] ID., 6, 1, 6.

[464] ID., 6, 3, 1; cfr. VELL. PAT., 1, 4, 2.

[465] POL., 20, 6 (= _Geogr. Gr. minores_, I, 103, ed. DIDOT.).

[466] _Ad fam._, 4, 5.

[467] SENEC., _Ad Helviam. matr._, 6, 4; TAC., _Ann._, 3, 68; 69; 4,

13; 21; 30.

[468] Cfr. _Act. Apostol._, 13, 14, 16, 17, 18, 20; _Apocalyps._, I,

4; 9: 11; _I Petr._, I, 1; _le Epistole_ DI PAOLO; cfr. A. HARNACK,

_Missione e propagazione del Cristianesimo_ (trad. it.), Torino, Bocca,

1906, pp. 421 sgg.

[469] 8, 33, 1; 9, 7, 4-5.

[470] 10, 34.

[471] _Orat._, XXXIII, p. 461 (vol. II, p. 11, ed. REISKE).

[472] _Orat._, XXXIII, p. 401 (vol. II, p. 12, ed. REISKE).

[473] _Orat._, VII, pp. 105-6 (vol. I, pp. 232-33, ed. REISKE).

[474] _Orat._, XXXI, p. 358 (vol. I, p. 650, ed. REISKE); STRAB., 7, 7,

3.

[475] PLUT., _Arat._, 27, 1.

[476] Cfr. J. KÄRST, _Gesch. d. hellenistischen Zeitalters_, Leipzig u.

Berlin, 1909, II, 85 sgg., 305 sgg.

[477] È la frase magistrale, in cui F. DE SANCTIS (_L’uomo del

Guicciardini_, in _Saggi critici_, Milano, Treves, 1914, III, p. 42)

riassume la filosofia pratica dell’uomo della Rinascenza in Italia,

descrittoci dal Guicciardini.

[478] _Pro Flacco_, 4, 9 sgg.

[479] _Aeneis_, 2, vv. 57 sgg.

[480] Cfr. il dialogo _Del parassita_.

[481] THUC., 3, 32, 4 sgg. Com’è noto, è questo uno dei più difficili

passi tucididei. Per la interpretazione ho seguito, dove ho potuto,

DION. HAL., _De Thucyd._ ecc., 29 sgg.

[482] 6, 56, 13.

[483] _Pro Flacco_, 4, 9-10; 5, 12; 9, 20.

[484] POL., 20, 4, 1 sgg.; 6, sgg. Tale era, del resto, il costante

rimprovero di DEMOSTENE (_In Philipp._, I, 7 _passim_) ai propri

contemporanei, tanto migliori dei contemporanei di Polibio.

[485] DEMOST., XIII (_De rep. ordin._), 20, 21; XXIII (_In Aristocr._),

118, 130, 141 sgg. 202-03.

[486] DIOG. LAËRT., 5, 75.

[487] Cfr. _C. I. G._, 478, 1300, 1323; PAUS., I, 40, 2; II, 8, 1; III,

22, 7; V, 20, 5; VI, 19, 7; 25, 1; X, 8, 4.

[488] SVET., _Nero_, 22.

[489] Cfr. DEMOST., XIII (_De rep. ord._), 30 _passim_; III (_Olynth._

III) 29; XXIII (_In Aristocr._), 209; ISOCR., _De pace_, 124 sgg.;

AESCHIN., _De mala legat._, 71; 161; cfr. BÖCKH, op. cit., 1, 362-64.

[490] POL., 20, 6, 3.

[491] MOMMSEN, _Province romane_ ecc. 256.

[492] ID., op. cit., 267-68; POL., 20, 6, 2-3; cfr. DEMOST., XIII (_De

rep. ord._), 24.

[493] MOMMSEN, op. cit., 256.

[494] ID., op. cit., 267-68.

Il tramonto di una civiltà, vol. 2 (di 2) · 第 11 / 13 段