pratica queste norme teoriche era assai più tremendo del loro ideale
contenuto. Alla Sicilia — prima in ordine di tempo fra le province
romane — s’era molto probabilmente voluta fare una condizione di
favore. In Sicilia, secondo risulta da tutte le notizie relative
all’amministrazione dell’isola, l’imposta principale — la _decima_
— non era appaltata ed esatta dalle onnipossenti romane compagnie
di pubblicani. La decima era appaltata, nell’isola stessa, dal
pretore, a singole persone del luogo, cittadini romani o no: i così
detti _decumani_. Si era voluto deliberatamente prolungare il regime
tributario preromano a cui l’isola era avvezza da gran tempo[365].
Ma tanto liberale concessione metteva la provincia nelle mani del
governatore, al di fuori del controllo e delle limitazioni, che su di
lui poteva esercitare il senato o il censore romano. Sarà lui soltanto,
il governatore, a presiedere le aggiudicazioni e ad assegnare gli
appalti a chi vorrà; e, se altrove, talora, i pubblicani soverchiano
il proconsole o il propretore, in Sicilia, questi tiene nel suo pugno
la sorte delle città tributarie, ed entra a loro danno in combutta
coi _decumani_, che egli potrà scegliere a suo talento[366]. Ecco
perchè grande è il nostro errore nel ritenere quell’amministrazione
di C. Verre in Sicilia, che si svolse fra il 73 e il 71 a. C., come
un fatto transitorio ed eccezionale, come l’aberrazione mostruosa di
un magistrato e di un uomo. Invece, secondo acutamente scriveva uno
storico di quel periodo, «considerata nel suo complesso, malgrado tutte
le sue colpe e al disopra di tutti i suoi non confessabili interessi»,
quell’amministrazione «sembrava dominata da un criterio direttivo:
quello di affermare in tutta la sua estensione e in forma assoluta il
dominio romano, di accentrare nel governatore tutta la direzione della
vita amministrativa e giuridica della provincia»[367].
Non si trattava dell’opera individuale di Verre, ma di una pratica
organicamente connessa con lo speciale regime amministrativo
della Sicilia, di una pratica, quindi, costante ed universale, sì
che le diffuse notizie che noi possediamo dell’infausto periodo
dell’amministrazione di lui, debbono avere, ed hanno, in realtà,
un valore più largo ed impersonale di quello che volgarmente loro
si attribuisce, e debbono considerarsi come una preziosa miniera
esemplificatrice delle vessazioni del governo e delle sue pratiche
strabilianti.
La decima! La decima non era in verità che un pretesto od un pietoso
velame destinato a nascondere cose assai peggiori. Talora essa valicava
il doppio del legalmente stabilito, tal’altra, la metà di quello ch’era
stato seminato, e non era impossibile che al coltivatore venisse,
con facile rovesciamento di termini, lasciato solo il decimo del
raccolto![368]. Nel distretto di Hibla, sotto l’amministrazione di
Verre, era stata prelevata una quantità di grano sei volte maggiore
del seminato. Da Herbita, la cui decima era stata fissata, un anno,
in 18.000 (hl. 9000 _ca._) e un altro anno in 25.800 medimni (hl.
12.500 _ca._), i decumani avevano saputo spillarne ben 85.600 medimni e
2000 sesterzi per giunta. Dal solo municipio di Etna, essi ritraevano
300.000 moggia (hl. 25.000 _ca._) e 50.000 sesterzi (L. 10.000) di
utili[369].
Ma tanta mitezza di richieste si doveva unicamente alla temperanza dei
percettori dell’imposta. L’appaltatore della decima — il decumano —
avea ordinato Verre, era in facoltà di entrare senz’altro in possesso
della quantità di frumento, di cui si fosse creduto in diritto, salvo
all’agricoltore d’intentargli processo.... Consiglio cinicamente
irrisorio! I membri del tribunale competente venivano reclutati tra i
satelliti e i complici del governatore, e sede del giudizio era quella
scelta all’uopo dal decumano, onde gli agricoltori dovevano abbandonare
i campi e l’aratro e intraprendere la _via crucis_ dei tribunali e dei
litigi giudiziari....[370].
— «Bisognava» — scrive Cicerone, introducendo uno di quei suoi mirabili
dialoghi, riboccanti sarcasmo, delle _Verrine_, coi quali il loro
autore mirava a porre in evidenza tutta l’infamia del governatore
romano, — «bisognava dare ad Apronio» (uno dei più feroci caudatari di
Verre) «tutto quanto Apronio avesse richiesto».
— «Anche se avesse richiesto una parte superiore al ricolto?
— «Sicuramente», ed «i magistrati avrebbero dovuto sforzarvi
l’agricoltore.
— «Ma era lecito reclamare?
— «Senza dubbio»; «ma presso il giudice Artemidoro...: l’_alter ego_ di
Apronio.
— «E, se l’agricoltore avesse dato meno di quello che Apronio chiedeva?
— «Sarebbe stato condannato a una multa quadrupla del suo debito.
— «Da chi?
— «Dagli integerrimi componenti la onorata coorte del pretore.
— «E poi?...
— «Poi lo si sarebbe accusato di aver dichiarato una proprietà minore
della reale, e lo si sarebbe invitato a scegliere nuovi giudici per
decidere sulla sua infrazione alla legge.
— «Nuovi giudici? E tra chi?
— «Sempre fra gl’integerrimi componenti la coorte del pretore!...» —
[371].
Non una sola volta, infatti, gli agricoltori avevano tentato le sorti
del giudizio[372], ma, ahimè, avevano troppe volte subito la dura prova
delle sentenze del tribunale del pretore, o di altri non meno eloquenti
surrogati....
Un siciliano, accusato di non avere fatto completa denunzia dei propri
possessi, veniva condannato a consegnare, non un solo decimo, ma
tutto il frumento delle sue aie[373]. Tre altri contadini venivano
costretti a versare, a titolo di decima, una quantità di derrate
superiore all’intero raccolto, e, poichè cotal pena era sembrata sì
inconcepibile, da ritoglier fin la volontà dell’obbedienza, i loro
poderi venivano messi a ferro ed a fuoco, e, quando uno di essi si
accinse a protestare, il decumano non esitò ad impiccare l’audace!
Espedienti su per giù analoghi placano gli spiriti temerari di due loro
compagni di sventura. E tutto questo passava a Roma per esazione delle
decime!
Ma se governatori, giudici e pubblicani adottavano coi privati
trattamenti così sbrigativi ed inconfutabili, non meno eloquente era
il metodo praticato con le città. Più volte queste usavano assumersi
la così detta _redemptio tributorum_, usavano, cioè, riscattare il
tributo, assumendo senz’altro l’appalto delle decime. Ma sì pietose
intenzioni erano subito frustrate dalla ingordigia dei protetti del
governatore, i quali (ed il caso si ripetè con scandalosa frequenza)
chiedevano, per allontanarsi, somme e risarcimenti favolosi. I
Termitani — citiamo di preferenza esempi tratti da colonie greche — che
avevano voluto riscattare la decima cittadina, allo scopo d’impedire
che il fortunato concorrente Venuleio si recasse sul posto, si erano
dovuti obbligare a fornirgli 7000 moggia di frumento (_hl_. 600) e 2000
sesterzi (L. 500). Il poverissimo distretto di Lipari era fortunato
di riscattare per 30.000 sesterzi (L. 6500) la sua decima di soli 600
medimni (_hl_. 300). Finalmente, gli Ennesi, dopo aver appaltato le
decime per 8200 medimni (_hl_. 4000), dovevano corrispondere al solito
Apronio 18.000 moggia di frumento (_hl_. 1500) e 3000 sesterzi (L.
600)[374], quale inevitabile _pot de vin_ da versare nelle mani del
concessionario.
Tutto questo per la prima decima! La seconda e la terza, del pari che
le contribuzioni destinate al pretore, venivano (vivaddio!) risarcite
dall’erario. Ma nè il prezzo era liberamente dibattuto dalle due
parti, nè — l’abbiamo osservato, e non fa d’uopo insistervi — le
obbligazioni teoriche della Repubblica romana differivano gran fatto
da quelle tradizionali del leone verso le bestie minori della favola.
Il _frumentum emptum_ od _imperatum_ era facile rifiutarlo sotto
pretesto della cattiva qualità, e, giacchè in ogni modo bisognava che
venisse fornito, le città erano costrette a ricomperare le granaglie
da loro versate in più nella prima decima e a corrispondere in moneta
sonante il valore degli ettolitri richiesti al massimo dei prezzi
correnti, che, naturalmente, il governatore preferiva stabilire[375].
Ma dove trovare il danaro necessario? Occorreva ipotecare l’avvenire,
sobbarcarsi a dei debiti, e per l’appunto presso l’usuraio romano, che
prestava al 2, al 3, spesso al 4% per mese, cioè a dire dal 24 al 48%
per anno. E allora bisognava vendere i buoi, l’aratro, gli strumenti da
lavoro; vendere se stessi o fuggire....[376].
Ma non accadeva sempre così. Talvolta si era più generosi: si accettava
il frumento e si pagava. Si pagava al prezzo fissato stabilmente
dal governo romano, salvo lievi deduzioni. Si deducevano i diritti
di visita, di cambio — sicuro, di cambio, in un paese in cui non
c’era cambio! —: i diritti, ancora più misteriosi, _pro cerario_,
«nomi questi, esclama Cicerone, non già di diritti reali ma di furti
sfacciati», infine il 2% per gli _scribae_[377].
E che dire del _frumentum in cellam_, ossia del frumento destinato
al governatore o al suo seguito, di cui la Repubblica corrispondeva
l’importo? Il governatore, s’intende, avrebbe pagato; ma egli sapeva
altresì escogitare i mezzi per non pagare, anzi per farsi pagare.
Egli aveva il diritto d’imporre il trasporto del grano là dove avesse
meglio creduto; il diritto, poniamo, di imporre ai contribuenti del
Lilibeo di consegnare i carichi ordinati, a Panormo od a Siracusa; a
quelli di Siracusa, a Panormo o al Lilibeo. Nella prospettiva di un
trasporto così dispendioso, i sudditi preferivano fornire i cereali
gratuitamente o fornirli magari in danaro sonante, a prezzi fantastici
e favolosi[378].
— «Io», diceva ad esempio il governatore, rivolgendosi al contadino, in
uno dei citati dialoghi delle _Verrine_ di Cicerone, «io avrei bisogno
di comperare da voi del frumento....»; «potrei pagarlo a quattro
sesterzi al moggio....
— «Vostra Eccellenza è generoso; io, infatti, non potrei venderlo a
meno di tanto.
— «Ma, voi l’avete capito, io non ho bisogno di frumento; io ho bisogno
di quattrini.
— «Veramente», replicava l’altro interdetto, «io avevo sperato di
fare qualche guadagno; ma se è necessario pagare, pagherò, purchè
l’Eccellenza Vostra, mi faccia pagare al prezzo corrente del grano.
— «Il prezzo corrente del grano è di soli due sesterzi al moggio.
— «Cosa può quindi l’Eccellenza Vostra guadagnare da me, giacchè è
stata indennizzata con quattro sesterzi per moggio?
— «Cosa posso guadagnare?...» «Io metterò in serbo per mio uso e
consumo i quattro sesterzi del senato, e tu.... tu mi verserai otto
sesterzi per moggio....
— «Otto sesterzi per moggio? E perchè mai?
— «Perchè?... Tu vuoi discutere, mentre io voglio guadagnare.
— «Vostra Eccellenza si diverte a celiare.
— «Non celierò: il senato vuole che tu mi dia del danaro e che io ti
venda del grano. Ti basta?...» — [379].
Questa, la logica feroce degli amministratori delle province!
Ma tutto ciò non esauriva la serie delle gravezze imposte da Roma
all’isola malaugurata, nè le altre, che riferiremo, sono più di una
piccola parte di quelle di cui siamo informati.
La decima preesisteva alla conquista romana. Il guaio si era che,
per l’innanzi, essa aveva sopperito ai bisogni locali, mentre ora
andava a pieno beneficio della lontana metropoli del Lazio, ed era
quindi necessario, in vista delle sempre incombenti necessità locali,
imporre ulteriori tributi. E di tal natura pare debba, fra l’altro,
considerarsi un tributo sugli averi pagato indistintamente da tutti i
Siciliani, del quale ci informa anche Cicerone[380]. A quelli diretti
seguivano i tributi indiretti. La Sicilia era territorio chiuso da
barriere doganali. Tutto quanto se ne esportava veniva colpito da
un’imposta del 5%[381]. E non solo tutto quanto veniva esportato
all’estero, ma, forse anche, tutto quello che ciascun Comune esportava
in altri Comuni. Barriere commerciali pare si elevassero fra tutte
le città dell’isola, ed è lecito indurre che, in maniera analoga, il
trasferimento del possesso e dei possessori fondiari, doveva, come
ogni altra forma di libera operosità, venir limitato o recisamente
proibito[382].
Ma ai tributi, di cui, bene o male, sappiamo qualche cosa, sono da
aggiungere gli altri, diretti od indiretti, di cui nulla di particolare
noi conosciamo, ed essi, pare ascendessero senza meno al numero di sei,
tra i quali, forse, non sono calcolati i diritti di Roma sulla pesca,
sulle saline, sulle miniere[383], sui terreni da pascolo[384], e chi
più ne ha più ne metta[385].
L’ordinamento economico non era la sola camicia di forza, con cui il
governo di Roma soffocava i suoi governati di Sicilia. Le conseguenze
n’erano aggravate dalla forma dell’ordinamento politico e giudiziario.
Quale questo fosse, per la Grecia, noi l’abbiamo veduto; non diverso, o
peggiore, poteva dirsi il regime della Sicilia.
Dopo la presa e il saccheggio di Siracusa, nel 212, che diede un
bottino immenso, superiore a quello che darà la stessa Cartagine[386];
dopo la prima e la seconda resa di Agrigento, nel 262 e nel 210, che
ebbe conseguenze più lacrimevoli di quella della stessa Siracusa; dopo
il massacro di parte degli abitanti, la vendita come schiavi degli
altri[387], dopo il macello degli Ennesi[388] e la distruzione di
parecchie città[389], dopo il disarmo generale, dopo mezzo secolo di
guerre pressochè ininterrotte, i municipi dell’isola ricevettero nel
132[390], in concessione da Roma, un proprio ordinamento comunale,
da cui però veniva bandito qualsiasi spirito di indipendenza e di
autonomia locale. I sistemi di elezione dei magistrati locali furono,
il più delle volte, regolati dal governatore romano, e, se questi
talora poteva essere disposto a dettare delle savie disposizioni, era
assai più naturale che lasciasse libero il varco all’intromissione
illecita ed all’arbitrio. E di arbitrii e d’invasioni di poteri,
legalmente definite, ve ne furono anche troppe. Il diritto di veto
del governatore non aveva limiti e riesciva a rimettere quasi intere
nelle sue mani le sorti delle elezioni[391]. Ma anche in quei casi,
in cui ciò non avveniva, la qualità stessa e la pratica consueta dei
suoi poteri tramutava qualsiasi disposizione liberale in una feroce
ironia. Anzi tutto (è Cicerone stesso ad avvertircene) l’ordinamento
dato alla provincia non aveva, come impropriamente si esprimevano i
provinciali[392], valore di legge, nè le ulteriori disposizioni del
senato, che parevano regolarne le sorti, esercitavano, rispetto al
governatore, alcuna efficacia coattiva. Questi, inoltre, possedeva
il supremo _ius edicendi_, che, assai più delle generiche norme
del lontano governo della Repubblica, aveva di fatto il peso di una
vera e propria autorità governativa e legislativa[393]. Così Verre,
che, lo ripetiamo, non bisogna considerare quale esempio isolato, ma
come rappresentante, sia pure cospicuo, di tutto un sistema; Verre
aveva facilmente potuto convertire, tutte le norme e le consuetudini
elettorali della Sicilia in mirabili strumenti di lucro e di
oppressione.
Ad Halaesa, ove non si poteva essere senatore che a trent’anni,
furono per prezzo — egregio espediente di tirannide — creati
senatori fanciulli di diciassette o sedici anni, senza riguardo,
senza preoccupazione d’ogni altro limite di censo o di condizione
personale[394]. Ad Agrigento, ove i posti senatorii dovevano essere
egualmente ripartiti fra gli antichi ed i nuovi coloni, ne vennero
— sempre per prezzo — mescolate e confuse indifferentemente le
proporzioni[395]. Da per tutto poi i censori, la cui nomina, in forza
della loro qualità di compilatori del ruolo delle imposte, era, pei
provinciali, cosa d’interesse assai delicato[396], furono direttamente
creati da Verre, anzi la loro elezione, messa senz’altro all’incanto.
E, usciti dal mercato di Siracusa, ove il nuovo genere di asta venne
bandito, i nuovi censori, stimolati dal pungolo del dispendio enorme,
che loro era costata la carica, non tardarono a volersene rifare sulle
viscere degli amministrati[397].
La cosa non andava diversamente riguardo all’ordinamento giudiziario.
È inutile, anche a tale proposito, svolgere i particolari teorici del
lacunoso ed oscuro ordinamento giudiziario della Sicilia, che aveva
preceduto il dominio romano e che questo si diceva avesse rispettato.
La teoria non contava nulla; contava moltissimo la pratica; e la
pratica di Roma repubblicana fu, di solito, assai poco esemplare. Il
governatore poteva ciò che voleva, o, meglio, giudicava _a priori_
in luogo di quelli che ne avevano il diritto, imponendo a costoro il
proprio giudizio, che, novantanove volte su cento, corrispondeva al
soddisfacimento dell’interesse proprio o dei propri accoliti. Ma la sua
fertile fantasia sapeva escogitare anche di meglio; sapeva, nel solenne
editto, comminare delle pene a chi indebitamente si fosse attribuita
la funzione di giudicare[398], salvo a far dipendere la decisione
sulla legalità o meno della carica dalle disposizioni del giudicante.
E poteva anche di più: se la prima sentenza, per sciagura, tutt’altro
che consueta, non fosse andata a suo genio, il governatore invitava
nuovamente coloro che erano stati assolti o condannati a convenirgli
dinanzi a giudizio[399]. Era il colmo, ma era, pur troppo, la realtà!
La Sicilia fu governata atrocemente; ma essa fu anche, con l’Asia
Minore e con la Grecia, il Paese nel quale la concorrenza dei
dominatori agli indigeni fu più crudele e fortunosa. Non per nulla i
timocratici comizi centuriati del 242 avevano deliberatamente forzato
il senato romano a iniziarne la conquista! Così tutto quanto di
vitalità indigena, morale, intellettuale, economica, vi era fin allora
fiorita, la conquista romana si affrettò a soffocare, a stroncare
o a confiscare a vantaggio di gente d’oltre mare. Questa invadenza
forestiera riescì all’Isola non meno fatale della soffocazione o
dell’esaurimento impostole dal governo. Il passaggio dei campi e delle
aziende agricole, ai più cospicui cittadini romani, portò direttamente
al latifondo, all’impiego su larga scala del lavoro servile, cioè ad
un nuovo esaurimento del suolo, alla provocazione di torbide e cruente
discordie, fra cui, non ultime, le Guerre servili.
Della decadenza della Sicilia, e, in conseguenza, delle città greche,
che vi sorgevano e vi avevano gloriosamente brillato, noi abbiamo prove
eloquenti. In soli tre anni, dal 73 al 71 a. C., a detta di Cicerone,
gli agricoltori di Leontini erano discesi da 84 a 32; quelli di Mutyca
da 187 ad 86; quelli di Agyrrium da 250 ad 80; quelli di Herbita
da 252 a 120[400]. In quattordici anni, dal governo di C. Norbano a
quello di Verre, la produzione dell’isola, era scemata in misura tale,
da riescire impossibile, anche con mezzi straordinari, l’esazione di
tutto quanto altra volta s’era potuto ricavare con la mitezza e la
legalità[401]. «Il Paese sembrava» oramai «desolato dai torbidi di
una guerra lunga e crudele. Le pianure e le colline, per l’innanzi
sì floride e ridenti, erano precipitate nell’abbandono e nella
devastazione. La terra stessa sembrava piangere ed invocare i perduti
coltivatori.... Il territorio di Etna, un tempo ben coltivato e fonte
principale degli approvvigionamenti romani, e la piana di Leontini, che
mai aveva saputo o fatto sapere cosa significasse carestia, apparivano
allora così orridi e sfigurati da costringerci a ricercare invano in
quelle — tra le più ubertose regioni della Sicilia — l’aspetto della
Sicilia medesima....». Tutto un’esercito di agricoltori era fuggito,
rinunziando, non solo alla terra, ma al focolare della patria.[402].
«L’incendio attizzato dalla violenza dei decumani, aveva distrutto, non
solo le proprietà, ma tutti i beni dei contadini; dai beni era passato
a violare le guarentige dei liberi.... Alcuni erano stati impiccati,
altri flagellati a verghe, altri imprigionati.... altri condannati
dall’Esculapio o dall’usciere del pretore.... Neanche la furia di
schiavi ribelli e fuggiaschi avrebbe osato altrettanto!»[403].
Le altre città greche.
Tutto quanto è stato detto della Sicilia, è mestieri ripetere dell’Asia
greca, l’una e l’altra, ed in pari misura, territorî classici della
decima e della devastazione romana[404]. Ivi, l’abbiamo notato,
sterminata fu la copia degli speculatori, romani e italici, piccoli e
grandi, che l’invasero[405]: i massacri, ordinati da Mitridate nell’88,
costarono la vita a 80.000, fors’anche a 150.000, Italici[406], e molti
dovettero essere gli scampati alla strage. Ivi stesso più colpevole che
in Sicilia fu la condotta dei magistrati della Repubblica, e, giacchè
il bottino era più abbondante, più sottile il meccanismo e più intensi
gli armeggii delle loro clientele[407].
Quelle terre infelici, che, sotto il piede di Roma, venivano d’un
tratto a scontare la felicità conquistata sotto il governo dei
Seleucidi, o dei loro successori, toccarono anche la mala sorte di
essere, nel lungo periodo di Roma repubblicana, teatro di taluna fra
le più grandi guerre del tempo: la triplice mitridatica e la seconda
e la terza guerra civile, le quali, se apportarono al tesoro romano,
o a quello privato dei singoli generali romani, immense ricchezze,
determinarono colà la più tremenda delle catastrofi. Pur troppo,
anche in questa contingenza, essa fu, il maggior numero di volte,
consapevolmente organizzata dai conquistatori.
Qui, nella terra sacra ai grandi _Vespri asiatici_ dell’88 a. C., una
tassa straordinaria imposta da Sulla, quattro anni dopo (84 a. C.), e
che a lui venne anticipata dai capitalisti romani, salì, nel giro di
pochi anni, in forza degl’interessi pagati, al sestuplo dell’importo
originario[408]. Per saldarla, le città dovettero cedere ai creditori
gli edifizi pubblici, le riserve metalliche, i capolavori d’arte, gli
schiavi, gli oggetti preziosi; e i privati, dopo aver subìto per lunghi
anni torture, capestri e prigionie, e, dopo essere stati costretti
a giacere all’aria aperta, bruciando d’estate per l’arsura, gelando
d’inverno, immersi nel fango e nel ghiaccio, per il freddo, dovettero
sacrificare all’ingordigia romana, le loro case, le loro terre e fin la
libertà delle mogli, dei figli, di se stessi[409]. A rammentare quanto
avevano sofferto, la schiavitù, esclama Plutarco[410], segnava un’ora
di tregua e di pace! Più tardi, nel 63, la provincia subì lo sgoverno
del pretore L. Valerio Flacco. Egli — si disse — addossava alle città
delle somme enormi per l’equipaggiamento di flotte immaginarie, e
a ciascuna, altre somme per i suoi personali bisogni[411]. Il suo
governo oscurò la trista fama di quello di Verre in Sicilia, ma non
gli fu impossibile trovare, quale suo difensore, lo stesso implacabile
accusatore del famigerato pretore siciliano, nè difficilissimo ottenere
dai tribunali romani l’assoluzione! Più tardi ancora, Bruto e Cassio si
faranno anticipare da tutte le città asiatiche il tributo di ben dieci
annate e il triumviro Antonio, entusiasta del suggestivo precedente,
reclamerà subito dopo, quale doverosa obbligazione, un nuovo anticipo
decennale....[412].