sulla condotta dei Romani nelle province, non poteva non essere
riserbato a Romani. Che peso potevano avere, al confronto, i
risentimenti e le opinioni dei provinciali? Nulla, quindi, di singolare
se molti tra i più virtuosi romani, fra i più puri spiriti repubblicani
— Cassio, Bruto, ed altri con loro trattarono le province con una
durezza veramente stupefacente, non solo per noi moderni, ma per
moltissimi di altri loro contemporanei, che certo non li valevano. Essi
si ispiravano alla più pura teorica della amministrazione repubblicana,
quella teorica, che l’Impero comincerà a mitigare, a svalutare,
attirandosi, per questo le censure dei vecchi romani _temporis acti_.
Che i governati non trepidassero all’arrivo d’un ufficiale romano;
che dei cittadini romani potessero venir gravati di processo, al solo
primo reclamo di un gruppo di provinciali; che questi, anzi, avessero
riconosciuto il diritto di reclamare, era, per il repubblicano del buon
tempo antico, indice sicuro di debolezza civica, di sùbita protervia,
di sopravvenuta, deplorevole corruzione[323].
Vane e disperate erano dunque le proteste e le querele, ma — ciò non
si era preveduto — esse finivano per riaprire e inacerbire le piaghe
medesime dei querelanti. — È stato notato altra volta, dirà Cicerone,
che, qualora i giudizi contro i concussionari «non esistessero,
ciascun magistrato porterebbe via dalle province solo quanto reputasse
necessario per sè e per i suoi figliuoli. Oggi invece che tali giudizi
esistono, egli porta seco — e la cifra raggiunge altezze vertiginose
— quanto fa d’uopo ai suoi protettori, ad suoi avvocati, al pretore,
ai giudici.... Or bene, è possibile soddisfare alla cupidigia del
più ingordo fra gli uomini, ma non lo è egualmente procurare il
necessario al buon successo di un giudizio, più pernicioso di tutte le
rapine....»[324].
Quanto, per gli infelici, non era preferibile giungere, rassegnati,
le mani e serrare in silenzio le labbra, praticando, consapevoli o no,
quelle norme di rassegnazione cristiana, che sprizzavano dalle viscere
stesse delle cose e che attendevano solo la voce fatidica di chi le
raccogliesse e le promulgasse!
L’organizzazione provinciale delle terre elleniche.
Quale fu, in particolare, la sorte che Roma fece alle varie contrade
elleniche, cadute sotto il suo dominio?
Buona parte della Grecia peninsulare fu incorporata senz’altro alla
già esistente provincia di Macedonia: l’Epiro, le isole Ionie, i
porti greci d’Illiria. La Grecia propria, ossia la Grecia di mezzo e
meridionale, perduto il glorioso nome di Ellade e assunto quello di
Acaia, forse in memoria dell’ultima contrada, che aveva guerreggiato
con Roma, venne sottoposta a tributo[325] e affidata alla sorveglianza
del governatore della Macedonia, in una singolare forma di soggezione
politica, che stette fra la servitù provinciale e il protettorato
moderno. Ma una buona parte del territorio — quello delle città che
più tenacemente avevano resistito a Roma — venne dichiarata, come si
diceva, _agro pubblico_, ossia strappata agli antichi proprietari,
e fatta dominio diretto del popolo romano. Così avvenne certamente
nella Corinzia, nella Beozia, nell’Eubea, ed in altre meno famose
contrade. Noi conosciamo, in modo abbastanza particolareggiato,
quello che in simili casi soleva avvenire. Ce ne avverte il ricordo
di quanto era toccato alla cittadina beotica di Tisbe, dopo la terza
Guerra macedonica, dopo il 168, allorquando, tuttavia, la Grecia
non era ancora divenuta provincia romana. Un’apposita commissione si
era recata colà, a «riformare» il vecchio ordinamento, economico e
politico, della città. Il territorio dei Tisbensi, era stato dichiarato
demanio pubblico del popolo romano, che lo aveva ceduto, ma solo in
locazione, agli antichi proprietari, i quali perciò avrebbero versato
un periodico tributo. Buona parte della popolazione — tutti i cittadini
non chiaramente favorevoli a Roma — era stata esclusa dalla pienezza
dei diritti politici, dalle magistrature, dai sacerdozi, a cui potevano
aspirare soltanto gli amici dei Romani. Le mura della città erano state
demolite, e la residenza sull’acropoli, concessa soltanto a cittadini
tisbensi dimostratisi indubbiamente fedeli[326].
Sorte uguale toccò, dopo il 146, a buona parte della Grecia. Ma le
circostanze più gravi, nei rispetti politici, non furono l’improvvisa
perdita della libertà, non lo smantellamento delle fortezze, il
disarmo degli abitanti, e neanche la devastazione d’interi territori,
o il feroce trattamento usato alla popolazione — in parte asservita e
venduta schiava —, non la confisca violenta della gloria secolare dei
tesori artistici (cose tutte che seguirono immediatamente alla guerra);
fu specialmente il divieto delle antiche confederazioni, nonchè, a
ciascuna città, di qualsiasi forma di rapporti, civili ed economici,
con le sue vicine o con le antiche alleate. La nazionalità greca era
per tal modo atterrata e frantumata: la vita dei singoli municipii,
spenta o soffocata!
Quello ch’era toccato alle città il cui territorio veniva confiscato,
toccò anche a tutte le altre, che vennero semplicemente sottoposte a
tributo. I loro ordinamenti municipali subirono una violenta, radicale
trasformazione. Le secolari democrazie furono abolite, e ovunque
sostituite con governi oligarchici[327], che, non le singole condizioni
locali determinavano, ma venivano forzatamente e meccanicamente
imposti dal di fuori. Le antiche assemblee popolari, che qua e là
sopravvissero, ebbero ritolto l’antico potere legislativo, e spettò
solo ai magistrati formulare quelle proposte di legge, che un tempo
erano state gelosa prerogativa di ogni cittadino[328]. Dietro i
magistrati stava poi lo Stato romano, nel cui interesse ogni, più o
meno ardita, iniziativa municipale doveva ritrarsi e disparire.
Tra la folla dei Comuni sudditi e tributari, esistevano, è vero,
in Grecia, come in tutte le province romane, città privilegiate:
le così dette _città libere_, sia sotto la forma di città alleate
(_foederatae_), sottomesse cioè all’osservanza di un patto speciale
con Roma, prezzo della serbata libertà, sia sotto l’altra di cittadine
libere _sine foedere_. Atene e Sparta, innanzi ogni altra, godevano di
questa ambita e privilegiata condizione. Ma quale singolare libertà
non era quella ad esse consentita! La loro costituzione era, come
per tutte le altre, fissata, una volta per sempre, da Roma, e la loro
sedicente libertà consisteva nel potersi muovere entro il visibilissimo
telaio di questa gabbia dorata[329]. Inoltre le città libere restavano
legalmente obbligate a prestazioni gratuite di vascelli e di truppe, a
forniture di grano a corso forzoso, all’ospitalità verso i funzionari
e le legioni romane in viaggio[330]; talora, sebbene più di rado, al
versamento delle imposte consuete delle province[331]; in ogni caso,
al di sopra di tutto e di tutti, imperava, invisibile, onnipossente, la
Maestà del nome romano.
Nei termini del trattato con Roma era infatti inserita la formula
consueta di salvaguardia dell’arbitrio romano — _maiestatem populi
romani comiter conservato_ — [332]; e lo stesso voluto equivoco della
dizione lasciava la misura della indipendenza delle «libere» città
greche all’arbitrio del più forte. In grazia sua queste obbedivano
di fatto ai proconsoli, ricevevano ordini da Roma, sottomettevano
al governatore gli atti della propria amministrazione, inviavano
annualmente una deputazione al senato per invocarne la decisione
degli affari più intimi, senza che per questo potessero appellarsi
ad alcunchè di solido il giorno in cui il buono o mal talento della
lontana dominatrice avesse voluto dar di frego al concesso, grazioso
privilegio[333].
Ma più di tutto amara e gravosa riesciva, anche per loro, quella
trasformazione in senso oligarchico delle secolari istituzioni
cittadine, che veniva ad equipararle senz’altro alle città
suddite[334]. Atene, la città autonoma per eccellenza[335], vide così,
all’estrazione a sorte dei suoi magistrati, sostituita l’elezione
fra poche centinaia di elettori censiti e restituito all’_Areopago_
l’antico potere di controllo politico[336], che a mezzo il V secolo era
caduto sotto i colpi della democrazia ateniese, guidata da Efialte e
da Pericle. Per tal guisa, fin dai primi anni dell’Impero, la decimata
assemblea popolare, sovrana in principio ed impotente in realtà, fu
vista ridurre le proprie attribuzioni ai decreti di elogi e di onori
suggeriti dall’alto, e l’antico _Consiglio_ cittadino, ridotto di
numero, tramutarsi in un corpo esclusivamente, o quasi, di parata,
mentre i magistrati serbavano solo le più ovvie tra le funzioni
amministrative.
Come se ciò non bastasse, la politica estera delle città «libere»,
tal quale era già toccato alle cittadine dell’Italia romana, venne
ora compressa e soffocata entro limiti intollerabili. Al pari delle
città suddite, esse subivano il divieto sia di comunicare con altre
città, sia di stringere alleanze di qualsivoglia genere[337]. Per tal
guisa, soffocate all’interno e all’estero, fissate su rotaie salde ed
incrollabili, ognora impedite di manifestare i pensieri ed i desiderî
più innocui, le sedicenti città libere potevano dirsi tali soltanto
di nome[338]. Eppure l’antico regime municipale, come del resto
ogni regime politico, per vivere e per generare quei meravigliosi
effetti, di cui le innumeri autonomie locali erano state capaci nella
Grecia classica, avea bisogno di un’indipendenza quasi assoluta:
la subordinazione a un potere estraneo e cervellotico, l’osservanza
di norme artificiose, colpivano i suoi organi e le sue funzioni più
vitali, ne provocavano la decadenza e la corruzione[339].
I Romani in Grecia.
Accanto a questa teoria, vi fu, al solito, l’assai più lugubre pratica.
Quale si dimostrò nella Grecia, ridotta a provincia, il contegno dei
Romani?
I magistrati romani, anzi i semplici luogotenenti, traversavano la
Grecia, sia spillando danaro alle città immiserite, sia costringendo
le autorità locali ad obbedire alle loro intimazioni, sia saccheggiando
_manu militari_ i tesori e i capolavori artistici delle metropoli e dei
templi, nel silenzio complice o condiscendente del governo e dei suoi
governatori.
P. Gabinio Capitone, sia nella qualità di luogotenente, come nell’altra
di _comes_ di Sulla, aveva tosto approfittato della partenza del suo
generale per arricchirsi, a furia di quelle violente estorsioni, che
certo non erano state sua originale invenzione. Lui aveva imitato il
giovane ufficiale sullano Caio Antonio Ibrida, infausto proconsole
della Macedonia e dell’Acaia, sotto lo specioso pretesto di ammannire
una degna pena alle città già defezionate al nemico. In Grecia,
Verre, il famigerato Verre, attingerà l’esperienza delle sue future
gesta di Sicilia. Ivi egli comincerà con l’estorcere alle città
statue e capolavori di arte, e, quando ne sarà sazio, si darà ad
operazioni più prosaiche, ma non meno lucrose. Imporrà a Sicione un
indebito tributo in danaro, e il primo magistrato cittadino, che avrà
l’audacia di contrastargli, sarà messo sotto chiave in uno stambugio,
e, perchè sangue non venisse sparso, si adoprerà il fumo delle legna
verdi a fargli subire un lento e persuasivo processo d’asfissia. Indi
spoglierà il Partenone del suo oro, Delo delle meravigliose statue di
Apollo, Diana, Latona, e continuerà la sua via di rapine e di fervidi
ritrovati, navigando alla volta delle colonie elleniche dell’Asia
Minore, ove, con l’occhio fisso a più superbi destini, si recava ad
accompagnare il propretore della Cilicia[340].
Finora non si era trattato che di novellini alle prime armi o di
ufficiali romani in viaggio; ma tutti costoro doveva, senza tema di
scapitarci, superare il proconsole del 57 a. C., L. Calpurnio Pisone.
Già scaltrito nei segreti dell’amministrazione, Pisone rinnoverà, in
Macedonia e in Grecia, in una volta sola, tutti gli eccessi, di cui già
molti altri governi provinciali solevano oramai rendersi colpevoli: e
l’indebita percezione delle granaglie, e la scorretta amministrazione
giudiziaria, e l’imposizione di nuove tasse ad esclusivo vantaggio
del governatore, e la violazione delle più gelose libertà personali
e municipali, e la rapina dei capolavori d’arte[341], e innumeri
altri consimili abusi. «Egli», dirà, accusandolo, Cicerone, «ha
abbandonato la Macedonia alle rapine dei Traci e dei Dardani perchè
potessero cavarne la somma, a prezzo della quale avea venduto loro la
pace...; egli ha estorto delle somme ingenti a Durazzo, ha spogliato
i Tessali, imposto un nuovo tributo annuo agli Achei, derubato loro
e i loro templi delle statue, dei quadri, dei capolavori d’arte....
Ha così sfruttato, vessato, dilacerato l’Acaia, la Tessaglia, Atene,
Durazzo, Apollonia, Ambracia...; ha fatto scempio dell’Epiro, della
Locride, della Focide, della Beozia; ha mercanteggiato l’Acarnania,
l’Amfilochia, la Perrebia, l’Atamania; ha abbandonato ai barbari la
Macedonia, mandato in rovina l’Etolia, scacciato dalle loro terre i
Dolopi e i popoli confinanti....»[342].
A tanto crudele destino non isfuggirono le città alleate e «libere».
Fra Roma e queste città, non poteva darsi parità di relazioni.
Quali che si fossero i termini degli accordi reciproci, era ingenuo
supporvi un’eguale forza di obbligazione per amendue i contraenti.
La dura realtà delle cose imponeva che l’esistenza, politica ed
economica, delle città libere o alleate di Roma venisse mantenuta
entro quei ristretti confini, che l’interesse ed i bisogni della grande
metropoli reclamavano. Per ciò tutti i personali atti di devozione e
di servilismo rimanevano talora assai lungi dal colmare la misura,
tanto più che quelle città, sparse sul territorio provinciale, si
trovavano, per dir così, a portata di mano, e, a differenza di quelle
suddite, offrivano, col loro relativo benessere, maggiori incitamenti
all’ingordigia peccaminosa dei dominatori. Così esse divennero zimbello
delle voglie di tutti e di tutte le malversazioni degli ufficiali
romani. Vedremo ciò che tenterà Verre in Sicilia; ma nel 57 a. C.
il già citato governatore della Macedonia, Pisone, userà fare le
città libere della Grecia oggetto particolare del proprio quotidiano
saccheggio. Bisanzio, Apollonia[343], Durazzo, Atene, e con esse
numerose altre del continente ellenico, anzi, per esprimerci col suo
accusatore, tutte le città libere greche, provarono le carezze delle
sue mani rapaci[344]. Persino Cassio, il severo Cassio, assalirà la
«libera» Rodi, la saccheggerà, confischerà gli averi dei privati,
truciderà i cittadini più cospicui....
«Quanti proconsoli, esclamava Cicerone, non sono entrati nelle città
alleate, come irrompendo in una piazza forte, presa d’assalto, e ne
sono usciti lasciando dietro di sè vestigia così eloquenti da far
esclamare: ‘Si giurerebbe che vi sia passato, non un uomo, ma una belva
feroce!’»[345]. Non è quindi a meravigliare se, nell’ultimo secolo
della Repubblica, noi troviamo molte città alleate, da cui Roma si
augurava di poter sempre ritrarre il miglior nerbo delle sue milizie,
letteralmente incapaci a fornire i contingenti più esigui![346].
Su quella folla d’infelici scendevano, come dovunque, quotidiani,
famelici avvoltoi, i mercanti, i capitalisti romani, gli uomini
d’affari: i così detti _negotiatores_.
La Grecia fu, con la provincia di Asia, il maggiore e più sciagurato
campo delle loro gesta. Gli Italici, massacrati per ordine di Mitridate
nell’88 a. C., ammontarono, nella sola Delo, a circa 20.000[347].
Quarant’anni più tardi, Pompeo potrà reclutare, da Creta e dalla
Macedonia, una legione d’Italici[348], due dall’Asia[349], da Cipro
circa 2000 soldati[350], altri ancora dalla Tessaglia, dalla Beozia,
dall’Acaia, dall’Epiro[351]. E dalla Grecia e dall’Asia è a noi, fra
tanta esiguità di notizie, pervenuta la copia maggiore — una copia
enorme, rispetto alle rimanenti province — di menzioni di società
commerciali romane[352]. Or bene, tutta questa folla di Italici,
domiciliati all’estero non erano in massima parte che speculatori,
attirati fuori della patria dalla brama di formarsi un patrimonio o di
accrescere quello di cui disponevano[353]. Essi non erano, in genere,
che dei prestatori di danaro a interesse, pronti ad accorrere là dove
la pubblica o privata miseria ne facesse probabile il guadagno e la
fortuna. Tale era, pur troppo, la Grecia. Le guerre, le devastazioni,
le requisizioni militari e tutte le altre cause, che abbiamo passate in
rassegna, avevano ivi provocato o ingigantito la povertà, e la povertà
avea costretto privati e municipi a gittarsi in un baratro di debiti.
Ma gli obblighi, che i poveri ed i deboli contraggono con i ricchi ed
i potenti, somigliano troppo ai patti che, nella favola esopica, le
bestie più miti avevano stipulato col re della foresta. I capitali dei
doviziosi vincitori furono messi a disposizione dei vinti, ma le usure
ne riescirono enormi, ed acerrime, le conseguenze.
Nella prima metà del sec. I a. C., la città di Teno, non ostante
la liberalità di taluni dei suoi creditori, non riesce a liberarsi
dei debiti che la schiacciano[354]. Nella seconda metà dello stesso
secolo, l’amico intimissimo di Cicerone, T. Pomponio, Attico, terrà
in Grecia, legati agli uncini dei suoi prestiti, i privati e le città
della Macedonia, dell’Epiro, dell’Acaia e delle isole greche, e,
probabilmente rivestito delle guarentige e dei poteri della _legatio
libera_, partirà in guerra, quasi si trattasse di nemici in armi,
contro i suoi debitori di Sicione, intenzionato a farsi giustizia
da sè, se il senato non fosse stato pronto a impedirne lo scempio.
Attico era, in fondo, un onesto; ma uomini assai peggiori di lui si
aggiravano a migliaia per le città greche: vampiri famelici e voraci,
in caccia, non di prosperità, ma di quella miseria, che non avrebbe
tardato a generare, per loro, ricchezza. Nè l’attività o le gesta dei
così detti finanzieri italici si arrestavano all’industria del danaro.
Essi, dicemmo, s’impadronivano degli ultimi resti della produzione e
del commercio locale, dimezzando e contendendo agli indigeni le ultime
briciole, le estreme risorse della esistenza.
Così la Grecia formicolava di Romani e d’Italici — coloni, operai,
negrieri di carne bianca, temibili concorrenti dei pirati[355],
trafficatori in bestiame, in grano, in vino, proprietari di terre,
largite loro dalla guerra e dallo Stato, impiegati, ispettori,
intendenti, subamministratori, che calavano vittoriosi a privare
dell’aria e della luce gli agonizzanti della remota provincia, o,
magari, letteralmente, a finirli. E nell’Ellade antica, non ostante il
talora vantato filellenismo romano, noi rileviamo da per tutto quella
caratteristica partigianeria dei governatori in pro degli Italici e a
danno dei provinciali, che ribadiva le catene del loro servaggio e ne
impediva la resurrezione futura.
Cicerone, che pure una volta si rifiutava di ottemperare alle
richieste di Marco Bruto, non cessava di invocare servigi consimili
da Servio Sulpicio Rufo, governatore dell’Acaia; e le sue insistenti
raccomandazioni non si rivolgono ad una sola persona, ma sono
indirizzate a tutta una folla di amici benevoli. Ma, se i più
morigerati, come Cicerone, non esitavano a pretendere la rovina
d’intere città, il cui destino, a loro modo di vedere, valeva bene
l’attaccamento degli amici comuni[356], non diverso, noi abbiamo il
diritto di affermarlo, doveva essere il tono delle raccomandazioni
di tutti i più cospicui fra i contemporanei e i predecessori. Da
per tutto, e da parte di tutti, un richiedere il privilegio per i
concittadini e l’iniquità per i provinciali; da per tutto, uno spirito
diffuso e sfacciato di _clique_, un ricorrere di transazioni, di
concessioni, di permutazioni di favori, nel cui ingranaggio periva
stritolata l’esistenza di un grande e fragile popolo.
Quale complicazione di effetti disastrosi tutto ciò dovesse arrecare,
è facile arguirlo, allorchè si pensa che la Grecia era un Paese in
decadenza, cui, invece di gabelle e vessazioni, sarebbe stato d’uopo
largire le più delicate esenzioni di gravami, e sul quale ogni
gravezza era un onere dieci volte più sentito e intollerabile che
nelle rimanenti contrade. Allorchè alla Repubblica romana successe
l’Impero, la Grecia non era più in grado di reggere alla prosecuzione
dello scempio sesquisecolare, e i giustificati lamenti che da tempo
risonavano alle orecchie dei Grandi di Roma, indussero il primo
imperatore, Augusto, ad adottare i primi rimedi ai mali, di cui il
Paese moribondo soffriva[357]. Poco più tardi, il meno ellenofilo
dei principi romani, Tiberio, accoglieva per sempre la Grecia tra le
privilegiate province imperiali![358].
La Sicilia greca.
Ma già, prima ancora che la Grecia vera e propria passasse sotto il
dominio romano, eguale destino era toccato alle città greche della
Sicilia. Le sorti della Sicilia greca coincidono esattamente con quelle
generali di questa provincia, che era destinata a sperimentare uno dei
regimi più duri, sul quale noi siamo, per indiscreta fortuna, informati
con sufficiente larghezza[359].
Dei 68 municipi siciliani, esistenti nell’età di Cicerone, tre, tutti
colonie greche, erano città così dette alleate, signore cioè (almeno
teoricamente) del proprio territorio, e, se n’eccettui il caso, pur
troppo non raro, di guerra o di altra necessità, esenti da imposte e
da prestazioni, fra cui la più dura era la provvigione del _frumentum
imperatum_, di cui avremo a parlare più innanzi. Cinque, di cui una
ellenizzata, erano _libere e immuni_, cioè a dire in una condizione
materialmente analoga alle città alleate, salvo che il loro privilegio,
resultando, non già da un trattato, ma da una concessione, era
semplicemente precario e la loro _immunità_ non rifletteva l’intero
territorio, ma solo quella sua parte ch’era coltivata dai cittadini dei
municipi _immunes_. Trentaquattro altri comuni, fra cui non meno di
tredici d’origine greca, erano _decumani_, cioè soggetti all’obbligo
di fornire al governo romano 1/10 — la _decima_ — di tutti i prodotti
agricoli[360], che al solito non veniva esatto direttamente dallo
Stato, ma indirettamente da appaltatori privati. Tutti i rimanenti,
in numero, pare, di ventisei, fra i quali, dopo la seconda guerra
punica, fu compresa la grande Siracusa, ed in tutto non meno di otto
colonie greche[361], giacevano in sull’estremo scalino dell’abiezione
provinciale e venivano denominati città _censoriae_. Il loro suolo,
divenuto _ager publicus qui a censoribus locari solet_, era poscia
stato restituito in locazione agli antichi proprietari, ma ciò, in
seguito a un bando, che normalmente si teneva dai censori a Roma,
forse perchè i concorrenti e i vincitori riescissero in prevalenza
romani[362].
La maggior parte, dunque, della Sicilia era sottoposta alla _decima_.
Ma per quanto onerosa si fosse questa condizione, i Siciliani non
venivano lasciati in pace per così poco. Lo Stato sovrano poteva
abbisognare di ulteriori contribuzioni, o, in sua vece, potevano
abbisognarne il governatore ed i suoi numerosi _attachés_. La Sicilia
era quindi costretta a fornire nuovi carichi di frumento, che, nel
primo caso, veniva detto _frumentum emptum_, nel secondo, _frumentum
in cellam_ od _aestimatum_. E se anche il nuovo _frumentum emptum_
non bastava ai bisogni del popolo romano, si ricorreva a qualche cosa
come una terza decima — il così detto _frumentum imperatum_ — talora
più gravosa delle due precedenti e corrisposta, non già dai soli
territorî decumani, ma anche dalle stesse città esenti dall’imposta
ordinaria[363].
Tale la malinconica teoria: «giacchè, infatti, chiedeva Cicerone, una
_decima_ è stata prelevata in virtù delle leggi e delle consuetudini»
e alla prima se n’è aggiunta una seconda per i bisogni della nostra
sussistenza ed in virtù di un regolamento posteriore: poichè ogni
anno si acquista grano in nome della repubblica, e se ne esige
quotidianamente per i magistrati ed i loro dipendenti, quale parte del
ricolto, per esigua che sia, credete voi che rimanga al contadino od al
proprietario siciliano, di cui costoro possano disporre pel consumo o
per la vendita?»[364].