I, p. 103, ed. DIDOT).
[282] GLOTZ, in _Journal des Savants_, 1913, pp. 259-60.
[283] BELOCH, _Gr. Gesch._, III, 1, 319-21 (1ª ed.); si confrontino i
prezzi del periodo precedente, indicati dal BELOCH stesso (op. cit.,
III, 1, 356-57, 2ª ed.). È strano perciò rilevare come questo storico
concluda che «in generale la vita, nell’età successiva ad Alessandro,
non divenne più cara».
[284] Cfr. LIV., 42, 5; POL., 15, 1 sgg.; 20, 6, 3.
[285] BEER, op. cit., 1, 103 sgg.
[286] HÜLLMANN, op. cit., 114 sgg.
[287] MAYR, op. cit., 47-48.
[288] MOMMSEN, op. cit., 270. Cfr. LEGER, _Les travaux publics au temps
des Romains_, Paris, 1875, pp. 179 sgg.; BERGIER, _Hist. des grands
chemins de l’Empire rom._, Bruxelles, 1728, I _passim_.
[289] Sulla pirateria nei secoli II-I a. C., cfr. _I. G._, XII, 2,
860 (= _C. I. Gr._, 2335), 1, 8; CIC., _De imp. Cn. Pomp._, II, 31-32;
APP., _Mithr._, 63; sul brigantaggio terrestre, cfr. STRAB., 12, 8-9.
[290] NOËL, op. cit., 75, 84.
[291] MEYER, _Die wirtschaftliche Entwickelung d. Altertum_ (in
_Jahrbuch f. Nationalökon_, ecc., 1895 p. 728); MAYR, op. cit., 114,
116, 136; BEER, op. cit., II, 25-26.
CAPITOLO TERZO.
LA CONQUISTA ROMANA
La conquista.
La Grecia libera non aveva saputo far degno uso della propria libertà.
Essa aveva bruciato a tutti i suoi capi la propria esistenza storica.
La Grecia del periodo ellenistico, ossia la Grecia dei secoli IV-II
a. C., aveva subito i terribili contraccolpi dell’immenso rivolgimento
economico che s’era operato nel mondo antico. A mezzo il II secolo la
Grecia sopporterà, invocherà, anzi, la conquista romana, e per essa
getterà via l’indipendenza, che tanto le era stata cara e alla quale
numerosi beni aveva fin ora sacrificati.
Pur troppo, il mutamento non le sarà apportatore di fortuna. La
Grecia diventava provincia romana in un momento critico della storia
della grande Città laziale, ora assurta alla onnipotenza di metropoli
mediterranea. La Grecia diventava schiava per sempre nell’atto stesso
in cui Roma usciva da un periodo veramente grave della sua istoria:
da una insurrezione generale dei Paesi mediterranei, che per circa
mezzo secolo (dal 201 al 149) essa si era illusa di dominare con
l’esercizio di una mite, indiretta, egemonia. A un tratto il grande
sogno dei suoi maggiori politici — dei Flaminini, degli Scipioni —
era crollato. Le più remote e diverse contrade del mondo mediterraneo
le si erano rivoltate tutte insieme, come al richiamo di un segnale
convenuto — e le due Spagne, e Cartagine e la Macedonia, e la Grecia
—, e l’avevano inchiodata alla croce di una guerra quasi ventennale,
che, come la Seconda Punica, era tornata a devastare le risorse della
Repubblica, e più volte aveva messo in pericolo il destino di un impero
faticosamente conquistato. Appunto per questo Roma, adesso, abbandona
ogni pietà, e non esita a schiacciare la rivolta — ferocemente — col
flagello e con la spada, col ferro e col fuoco. Sotto la raffica della
sua implacabile vendetta si abbatterono Cartagine, Corinto, Numanzia.
N’è consigliero, e artefice, al tempo stesso, il più mite, il più
squisito degli spiriti dei Romani del tempo — Scipione l’Emiliano —:
segno che non era più lecito condursi in modo differente. Pur troppo, è
nelle mani di questa implacabile e feroce virago, odiatrice del molle
ellenismo di cinquant’anni prima, che cade ora, anch’essa, la Grecia,
vinta a Scarfea e a Leucopetra, schiantata a Corinto, e per oltre un
secolo espierà sanguinosamente tutte le imprudenze e le leggerezze
passate[292].
Ma la Grecia — e non soltanto quella balcanica — ha altresì la
sventura di passare sotto il dominio di Roma, allorchè nella società
italica si è già compiuta una trasformazione profonda, che, con le sue
ripercussioni farà sanguinare tutte le province romane, sino al giorno,
che ormai sembra follia sperare, dell’avvento dell’Impero.
Ed infatti, l’Italia del II-I sec. a. C. è un Paese, nel quale le
antiche occupazioni indigene sono state abbandonate, quasi del tutto,
per sempre. Le vecchie forme dell’agricoltura sono andate in rovina;
l’introduzione della mano d’opera servile, che le guerre gigantesche
hanno fornito in gran copia; le guerre stesse, che hanno distrutto la
piccola e media proprietà; le devastazioni annibaliche; la concorrenza
dei prodotti di province assai più ricche e feconde: queste ed altre
cause minori hanno fatto sì che la tradizionale agricoltura italica
perisca. La grande crisi, di cui l’età dei Gracchi ci sarà testimone, è
la conseguenza di un così molteplice processo. Nè più l’Italia riesce a
ripiegarsi verso la terra. Le province, il commercio, la speculazione
sono ora motivi più lucrosi di guadagno, e per essi l’antica Italia
agricola diventa quello che suol dirsi un grande Paese mercantile[293].
È l’età in cui prorompe — talora, per vie coperte, tal’altra
sfacciatamente —, ai primi posti della vita pubblica, quella classe che
sarà detta dei cavalieri, ossia dei capitalisti, dei nuovi arricchiti.
Sorte non diversa dell’agricoltura subiscono le manifatture e le
industrie proprie della vecchia Italia — l’Italia etrusca e greca —,
la cui tradizione non si era mai perduta fino a Q. Fabio Massimo e al
primo Scipione. Prevale ora, su tutto, la frenesia della speculazione
e del commercio; trionfa, su ogni altra classe sociale, la così detta
plutocrazia, produttrice di ricchezza, ma di preferenza speculatrice
sulla produzione altrui, talora a danno di questa produzione medesima,
ed essa lega, trascina, verso quelli propri, gl’interessi della maggior
parte della società romana[294], e nelle sue mani stritola il mondo
intero, che da Roma dipende, e che a Roma essa finisce di asservire.
In questa situazione di spiriti e d’interessi ha radice l’imperialismo,
politico ed economico, romano, che si disfrenerà implacabile fin
dalla metà del sec. II a. C., ma in modo particolare nel secolo
successivo, da Sulla a Cesare, nell’età delle grandi guerre orientali,
mitridatiche, civili, galliche. In tutto questo periodo, mentre i
generali romani e i capipartito guideranno gli eserciti: mentre decine
di migliaia di soldati mercenari combatteranno contro i nemici di Roma
o contro quelli del loro duce improvvisato, si formerà il concetto e
si stabilirà saldamente la pratica, che tutto il carico della guerra e
dell’impero, tutto il privilegio e il capriccio di Roma e dell’Italia
romanizzata devono pesare sui provinciali.
Nel pieno cuore di questa età procellosa cade l’ingresso della Grecia
nel novero delle province della Repubblica.
Le contrade greche cominceranno ad apprendere da Sulla, durante
la prima guerra mitridatica, quanto costi l’orgoglio del dominio
romano. Al generalissimo, intento all’assedio di Atene, la Beozia
sarà costretta a spedire ben 10.000 muletti carichi di provvigioni;
l’Attica, e la Megaride, a fornirgli il legname delle foreste
abbattute; i templi di Epidauro, di Delfo, di Olimpia, a vuotarsi dei
tesori, accumulati faticosamente per secoli, nella gloria di lui e
del popolo romano. Più tardi, allorquando, durante la seconda guerra
civile, Pompeo con uno sforzo supremo s’accingerà a contrastare il
passo al fortunoso e audace avversario, tutta, o quasi, la Grecia
dovrà donargli il suo sangue migliore: e le Cicladi, e Corcira, e
Atene, e la Beozia, e la Focide, e la Tessaglia, e l’Epiro, e Creta; e
tutte le città verseranno somme considerevoli nel grembo del generale
romano, un tempo più felice di Sulla, ora flagellato crudelmente
dalla fortuna[295]. La nuova guerra civile dei triumviri, Ottaviano
ed Antonio, contro gli uccisori di Cesare, farà di nuovo contorcere
la Grecia in uno spasimo di disperazione. La Grecia aveva favorito
la riscossa dei tirannicìdi del 15 marzo 44. Or bene, dopo Filippi, i
vendicatori dell’eccidio di Cesare dichiareranno, è vero, di volersi
mostrare clementi. Ma uno di essi, Marco Antonio, si farà ripagare la
propria personale generosità con circa un milione di lire, quale strana
dotazione di un suo eccentrico fidanzamento con la dea protettrice
della città di Atene....[296]. Ma egli stesso si ricorderà bene dei
torti, un giorno condonati alla Grecia, dieci anni dopo, alla vigilia
della guerra di Azio. Allora Antonio mancava di rematori per le sue
navi; farà quindi catturare, per ogni parte dell’Ellade, i viaggiatori,
i mulattieri, i mietitori e quanti potevano essere atti al mestiere
dei remi[297]; mancava di vettovaglie per l’esercito e per la flotta,
mancava di bestie da soma e di schiavi pei trasporti; saranno quindi
gli abitanti, a colpi di flagello, obbligati a trasportare a braccia, e
non per una volta soltanto, il grano occorrente ai suoi uomini[298].
L’uragano devastatore si placherà in sullo scorcio dell’ultimo secolo
innanzi l’êra volgare; ma allora esso avrà schiantato e distrutto, per
gran parte, la ricchezza, la vita, l’onore di tutto il mondo, da Roma
trionfalmente asservito, con la violenza delle armi o con l’abilità
della diplomazia.
I divoratori delle provincie.
L’organizzazione delle province, escogitata dalla Repubblica romana,
fu, teoricamente — senza dubbio — migliore della sua trista fama.
Le province pagavano imposte dirette — decime e _stipendia_ —;
pagavano numerose imposte indirette, i cui proventi, però, venivano
ora impiegati, non più a beneficio della regione, ma a vantaggio
del lontano fisco romano. Ma il terribile male, di cui soffrirono le
province, non istava nella teorica norma legislativa, sibbene negli
abusi — infiniti — di coloro che erano delegati ad eseguirla o di
quegli altri, che speculavano sulla esecuzione.
Fra i primi figurano, e al primo posto, i governatori. I governatori si
recavano in provincia, dopo avere speso somme enormi per conquistarsi,
attraverso lunghi anni, la popolarità, per varare le loro gratuite
magistrature di questori, pretori, consoli, per averle esercitate
con dignità, o, più spesso, con isfarzo. La provincia quindi doveva
essere, per loro, il campo opimo di risarcimento e di rifacimento di
tutti i loro dispendi, troppe volte, anzi, di tutti i loro sperperi.
E colà, armato di un potere assoluto — vicereale — esente da tutte le
limitazioni, che incombevano sui magistrati in Roma, il governatore
romano non esitava a speculare e a frodare sui suoi amministrati, a
proposito di ogni cosa e di tutto: dell’acquartieramento delle truppe,
dell’alloggio, dovuto o preteso per lui stesso, pei suoi impiegati, pei
suoi aiutanti, pei suoi medici, pei suoi sacerdoti, delle requisizioni,
della ripartizione e della percezione delle imposte, dei giudizi,
dei testamenti, delle opere militari.... Perciò vediamo Cicerone,
dopo il governo della Cilicia — un proconsolato, che, rispetto alle
consuetudini del tempo, passò come uno dei più singolarmente onesti
— riportare in patria un guadagno netto di circa mezzo milione di
lire[299]; Verre, che fu un tipo, e non, come erroneamente si crede,
un’eccezione[300], riportare dalla Sicilia circa 10 milioni[301];
Sallustio, il moralissimo Sallustio, rovinato dai debiti di una vita
dissipata, preposto, nel 46 a. C., da Cesare all’amministrazione della
Numidia, o, come si esprime un antico, più propriamente, alla rovina
di quel Paese[302], dopo due anni di governo, tornare a Roma quasi
impacciato dalle proprie ricchezze, a edificarvi un palazzo senza
rivali, a piantarvi giardini, l’uno e gli altri giudicati, più tardi,
degni del soggiorno imperiale, e le cui terme, gli acquedotti, il
tempio, il Circo, le statue, i colonnati ci offrono ancor oggi, coi
loro ruderi, un esempio dei più mirabili monumenti dell’arte antica.
«È difficile dire», esclamava una volta Cicerone[303], «fino a qual
segno noi siamo odiati dai provinciali a motivo dell’ingordigia
e dell’iniquità dei magistrati, che abbiamo in questi ultimi anni
delegato al loro governo. Quale tempio ha loro imposto rispetto? Quale
città è stata per essi sacra? Quale domicilio, sbarrato a sufficienza?
Le città, un tempo ricche e prospere, sono da costoro ricercate in
modo speciale, e ad esse si muove guerra per aver campo di poterle
saccheggiare».
Ma Cicerone si riferiva all’esercizio normale del governo delle
province, allorquando tutti i mali, di cui queste soffrivano,
dipendevano solo dall’applicazione rigorosa del concetto,
essenzialmente romano-repubblicano, che ai magistrati inviati da Roma
toccava affermare, in tutta la sua assolutezza, il dominio della città
ch’essi rappresentavano[304]. Di assai peggio toccò alle province
tra l’infuriare delle numerose guerre civili, allorquando, venuto
meno ogni freno giuridico, sia pur nominale, i luogotenenti della
Repubblica, operavano ciascuno per proprio conto, a null’altro mirando
che ad eccitare, ad esaltare la bravura dei soldati, ad accaparrarsi a
qualsiasi prezzo la loro fedeltà, a procurarsi gl’istrumenti necessari
della vittoria o della salvezza.
La conquista divenne allora un vero e proprio flagello, e
l’amministrazione, un bottino, sistematicamente organizzato.
Sarà questo il tempo in cui Cesare largirà a ciascuno dei suoi veterani
2.000 sesterzi e 300 a ciascun cittadino romano, che volesse serbarsi
neutrale; il tempo in cui salderà le spese occorsegli durante la terza
fase della seconda guerra civile, imponendo ai senatori pompeiani
di Utica il tributo di oltre 25 milioni di lire e vendendo all’asta
pubblica un milione di Galli; il tempo in cui egli stesso potrà versare
nelle casse dello Stato 150 milioni e, nel suo tesoro privato, 20
milioni di lire. Sarà questo il momento in cui lo stoico e morigerato
Cassio caverà dal miglior sangue e della Giudea, un tributo di ben
4 milioni, e poichè quei debitori, improvvisati d’ufficio, non si
sbrigavano, ordinerà la messa all’incanto di ben quattro città[305].
Tutto ciò, senza calcolare i profitti privati dei legionari e degli
ufficiali, i gravami straordinari per esaudizioni di voti, per
allestimenti di giuochi pubblici, per nuove costruzioni edilizie; tutto
quel contorno di fuochi di gioia, che, volta per volta, accompagnavano
l’ebbrezza della vittoria, i fumi del trionfo, e spremevano lagrime di
sangue dalle pupille inaridite dei provinciali.
Nè il governatore era solo. Con esso accorreva nella provincia un
largo e numeroso stuolo di _legati_, questori, prefetti, interpreti,
littori, mezzani elettorali, amici, «gente tutta egualmente affamata,
cui la provincia doveva fare o rifare un patrimonio e per cui doveva
rappresentare quasi un’oasi, nella quale, non solo si avevano a godere
tutti i possibili diletti, ma si dovevano eziandio fare le provvigioni
ed i rifornimenti per proseguire a miglior agio il lungo cammino della
vita pubblica e dell’esistenza»[306].
Al governatore e alla sua coorte si aggiungeva quell’orda funesta,
d’intermediari fiscali, che furono in provincia i _pubblicani_. Roma
antica non ebbe per secoli un servizio di Stato per la riscossione
delle imposte. La Repubblica preferì appaltare altrui tale ufficio,
e si servì all’uopo di grandi compagnie di cavalieri romani: i così
detti _pubblicani_. Era quindi naturale che costoro, forti della loro
qualità di cittadini romani e della solidarietà del governatore e del
governo, cercassero di rifarsi larghissimamente sui provinciali delle
somme che essi si erano obbligati a versare all’erario romano[307]. Ma
le soverchierie, le violenze, gli abusi divennero infiniti il giorno,
in cui, nel 122 a. C., un’incauta, o, piuttosto, temeraria legge di
Caio Gracco fece passare nelle mani dei cavalieri quegli stessi giudizî
penali, cui gli ingordi percettori di tributi in provincia, potevano
finora soggiacere.
Gli esempi dei loro metodi furono veramente impressionanti, e noi
avremo più innanzi a riferirne parecchi, relativi a città greche
amministrate da Roma. Ma, già fin dal II secolo a. C., è divenuta
proverbiale la ferocia dei pubblicani, che giungevano sino a fare
schiavi per debiti i provinciali insolventi[308], inaugurando
colà dei sistemi di giustizia civile, che in Italia erano stati da
tempo aboliti. «Strappateci», perorerà L. Licinio Crasso, in sullo
scorcio del II secolo a. C., propugnando la restituzione del potere
giudiziario ai senatori, «strappateci dalle fauci di costoro, la cui
sete di sangue non riusciamo più a spegnere!»[309] Cicerone ribadirà:
«Non esiste nazione che non abbiamo salassata fino all’esaurimento,
o così ferocemente domata, da cavarle la voglia di piatire, o così
fortunosamente pacificata da aver resa lieta del nostro trionfo
e del nostro governo»[310]. «Noi, concedendo ai pubblicani la più
intera libertà d’azione, roviniamo i popoli che abbiamo il dovere di
proteggere.... Tempo fa apprendemmo dai nostri concittadini di quante
sofferenze siano essi motivo ai provinciali: allorquando, infatti, si
trattò di sopprimere parecchi pedaggi italici, dovemmo rilevare come le
querele non si volgessero tanto contro la natura dell’imposta, quanto
contro gli abusi dei delegati alla sua percezione, e le grida di dolore
dei cittadini romani in Italia non possono non avvisarci, in modo
troppo eloquente, delle dure sorti degli alleati, che stanno ai confini
dell’impero»[311]. «Dovunque», s’esprimerà più tardi Livio, «entra un
pubblicano, ne esce ogni garanzia di dritto pubblico, ogni libertà per
gli alleati»[312].
Ma i cittadini romani e gli Italici non si recavano in provincia solo
per governare o per riscotere imposte. Le province erano altresì un
campo meravigliosamente fertile di affari e di profitti. Gli Italici
venivano a contendervi ai provinciali le industrie, i commerci,
i mestieri locali, a privarli della terra avita. Questo sistema,
questo spodestamento economico dei vinti, non era lasciato soltanto
all’iniziativa privata. Veniva diretto e organizzato dal governo
romano. Dovunque la repubblica s’imbattè in un grande centro economico
straniero, essa non pensò che ad abbatterlo o a sostituirlo. Così
perirono Cartagine e Corinto; così perì Marsiglia, controbattuta,
sin dal 118 a. C., dalla romana Narbona, poi da tutta una folla di
colonie romane, che Cesare fondò nella contrada: Bézier (Colonia Julia
Septimanorum Baeterrae), Fréjus, Arles, Orange, Vienne, Valenza[313];
così decaddero o si spensero Neapoli, sopraffatta da Pozzuoli; Taranto
ed Epidauro, da Brindisi e da Apollonia. L’Impero continuerà questa
particolar forma di politica repubblicana. Se la Repubblica aveva
vietato alla Gallia Narbonese di coltivare la vite e l’ulivo[314],
l’Impero estenderà il divieto a tutte le province dell’Europa centrale
e settentrionale[315]. E se la Repubblica aveva schiantato Cartagine,
l’Impero distruggerà Aden, centro del commercio dell’Africa orientale
sino allo Zanzibar e alle Indie[316].
Poi, sulle terre devastate, sulle città impoverite, sul deserto sparso
di sale, calavano gli usurai Italici, e si aggiravano tra le ombre dei
superstiti, a offrir denaro, a prestarne loro ad interesse, a fare,
tra la povertà dei vinti, negozio sfacciato della male acquistata
ricchezza[317].
La consorteria dei dominatori.
Tutto questo affaccendarsi di attività private audaci e malsane non
poteva seguire senza la complicità, palese o manifesta, del senato, a
Roma, e dei governatori, in provincia. E fu questo appunto l’aspetto
più sinistro del regime provinciale romano finchè durò la Repubblica.
Mai, come sotto l’egemonia di Roma repubblicana, la solidarietà dei
Romani della metropoli con tutti i loro concittadini, sparsi pel suo
vasto impero coloniale, fu così perfetta ed iniqua. Mai, come sotto
il suo regime, l’interesse, l’ingordigia dei _cives romani_ furono
identificati con le supreme ragioni di Stato e vennero preposti ai più
sacri affetti di uomo, di genitore, di figliuolo, di madre. Le lettere
che i più onesti, autorevoli romani spedivano dalla Città eterna ai
governatori delle province, sono piene di raccomandazioni perchè essi
favoriscano in ogni modo gli affari dei loro amici in provincia[318],
e che in loro grazia tengano chiusi uno, o tutti e due gli occhi della
loro non difficilissima probità amministrativa.
E che favori si fossero quelli, su cui i più onesti chiedevano la
benevolenza dei governatori, noi lo rileviamo dallo stesso carteggio,
a questo proposito assai interessante, di Cicerone. «Le vostre
raccomandazioni», gli risponde una volta uno dei suoi sollecitati,
«le vostre pretese mi riescono assai gravi.... Sono questi, dunque,
i vostri clienti? Queste le vostre protezioni? Voi raccomandate un
uomo crudelissimo, che ha _assassinato, derubato, ruinato innumeri
liberi, madri, cittadini romani_, che ha devastato intere contrade,
_uno scimmione feroce, un uomo vilissimo_.... Che cosa risponderò a
coloro che ne hanno avuto i beni dilapidati, i fratelli, i figliuoli,
i genitori assassinati, e anelano giustizia riparatrice?...»[319].
Eppure, anche questa volta il lontano amico concludeva col dichiararsi,
non ostante tutto, disposto ad obbedire e ad esaudire la piena
volontà del sollecitatore: «_Faciam omnia sedulo quae te sciam
velle_....»[320].
Tale situazione subì un crescendo continuo dal penultimo all’ultimo
secolo della repubblica, per cui, se i rapporti fra cittadini e
provinciali ebbero a modificarsi, fu solo nel senso di un’oppressione
più dura, che, cominciata con lo sfruttamento delle cose, terminò
col salasso più spietato delle persone. «Nell’ultimo secolo della
Repubblica», scrive un moderno, «tutto il grande commercio è in potere
dei Romani; tutto il numerario circolante esce dai loro scrigni o si
apparecchia ad entrarvi»; ed essi s’intendono a meraviglia fra loro,
e hanno dalla loro parte i pubblici ufficiali, congiurati insieme a
ruinare le province ed a porle in istato di fallimento universale.
Il loro scopo è di accumulare e di godere; i loro mezzi, l’astuzia e
la violenza; i loro ausiliari, la legge e l’amministrazione. Il mondo
intero è divenuto teatro del loro saccheggio universale...»[321].
Del resto, con che animo o con che mezzi avrebbero le autorità
competenti — qualora lo avessero voluto od osato — potuto rendere
giustizia ai provinciali?
«Grandi ostacoli», scriveva Cicerone al proprio fratello, «grandi
ostacoli frapporranno i pubblicani alla tua buona volontà e alla
tua sollecitudine. Combatterli apertamente equivarrebbe ad alienare
da noi e dalla Repubblica una categoria di persone, verso le quali,
come privati, siamo tenuti da obblighi non lievi e che noi stessi
riconciliammo col governo attuale. Lasciarli fare liberamente
equivarrebbe a sancire la rovina dei popoli, che abbiamo il dovere
di proteggere e di rendere felici». Agire, quindi, in favore dei
pubblicani, senza ruinare la provincia «sarà veramente la massima tra
le difficoltà del tuo governo....»[322]. Ma la giustizia, resa dai
governatori provinciali, era locale e transitoria; l’appello ai giudici
romani od al senato, troppo lontano ed inefficace, mentre il salasso,
inflitto loro dagl’Italici, era universale, perenne, onnipresente! I
vinti o le città spogliate si trovavano, novantanove volte su cento,
nell’impossibilità di inviare un’ambasceria, di sostenere un giudizio,
e dinanzi alla rete d’influenze e d’influenzatori, che avvinghiava
patroni, avvocati e giudici, le risorse dei ruinati non potevano non
essere insufficienti; le loro speranze, pretenziose e fantastiche.