[281] POL., 20, 6, 5-6; DICEARCH., I, 14-15 (in _Geogr. Gr. minores_,

I, p. 103, ed. DIDOT).

[282] GLOTZ, in _Journal des Savants_, 1913, pp. 259-60.

[283] BELOCH, _Gr. Gesch._, III, 1, 319-21 (1ª ed.); si confrontino i

prezzi del periodo precedente, indicati dal BELOCH stesso (op. cit.,

III, 1, 356-57, 2ª ed.). È strano perciò rilevare come questo storico

concluda che «in generale la vita, nell’età successiva ad Alessandro,

non divenne più cara».

[284] Cfr. LIV., 42, 5; POL., 15, 1 sgg.; 20, 6, 3.

[285] BEER, op. cit., 1, 103 sgg.

[286] HÜLLMANN, op. cit., 114 sgg.

[287] MAYR, op. cit., 47-48.

[288] MOMMSEN, op. cit., 270. Cfr. LEGER, _Les travaux publics au temps

des Romains_, Paris, 1875, pp. 179 sgg.; BERGIER, _Hist. des grands

chemins de l’Empire rom._, Bruxelles, 1728, I _passim_.

[289] Sulla pirateria nei secoli II-I a. C., cfr. _I. G._, XII, 2,

860 (= _C. I. Gr._, 2335), 1, 8; CIC., _De imp. Cn. Pomp._, II, 31-32;

APP., _Mithr._, 63; sul brigantaggio terrestre, cfr. STRAB., 12, 8-9.

[290] NOËL, op. cit., 75, 84.

[291] MEYER, _Die wirtschaftliche Entwickelung d. Altertum_ (in

_Jahrbuch f. Nationalökon_, ecc., 1895 p. 728); MAYR, op. cit., 114,

116, 136; BEER, op. cit., II, 25-26.

CAPITOLO TERZO.

LA CONQUISTA ROMANA

La conquista.

La Grecia libera non aveva saputo far degno uso della propria libertà.

Essa aveva bruciato a tutti i suoi capi la propria esistenza storica.

La Grecia del periodo ellenistico, ossia la Grecia dei secoli IV-II

a. C., aveva subito i terribili contraccolpi dell’immenso rivolgimento

economico che s’era operato nel mondo antico. A mezzo il II secolo la

Grecia sopporterà, invocherà, anzi, la conquista romana, e per essa

getterà via l’indipendenza, che tanto le era stata cara e alla quale

numerosi beni aveva fin ora sacrificati.

Pur troppo, il mutamento non le sarà apportatore di fortuna. La

Grecia diventava provincia romana in un momento critico della storia

della grande Città laziale, ora assurta alla onnipotenza di metropoli

mediterranea. La Grecia diventava schiava per sempre nell’atto stesso

in cui Roma usciva da un periodo veramente grave della sua istoria:

da una insurrezione generale dei Paesi mediterranei, che per circa

mezzo secolo (dal 201 al 149) essa si era illusa di dominare con

l’esercizio di una mite, indiretta, egemonia. A un tratto il grande

sogno dei suoi maggiori politici — dei Flaminini, degli Scipioni —

era crollato. Le più remote e diverse contrade del mondo mediterraneo

le si erano rivoltate tutte insieme, come al richiamo di un segnale

convenuto — e le due Spagne, e Cartagine e la Macedonia, e la Grecia

—, e l’avevano inchiodata alla croce di una guerra quasi ventennale,

che, come la Seconda Punica, era tornata a devastare le risorse della

Repubblica, e più volte aveva messo in pericolo il destino di un impero

faticosamente conquistato. Appunto per questo Roma, adesso, abbandona

ogni pietà, e non esita a schiacciare la rivolta — ferocemente — col

flagello e con la spada, col ferro e col fuoco. Sotto la raffica della

sua implacabile vendetta si abbatterono Cartagine, Corinto, Numanzia.

N’è consigliero, e artefice, al tempo stesso, il più mite, il più

squisito degli spiriti dei Romani del tempo — Scipione l’Emiliano —:

segno che non era più lecito condursi in modo differente. Pur troppo, è

nelle mani di questa implacabile e feroce virago, odiatrice del molle

ellenismo di cinquant’anni prima, che cade ora, anch’essa, la Grecia,

vinta a Scarfea e a Leucopetra, schiantata a Corinto, e per oltre un

secolo espierà sanguinosamente tutte le imprudenze e le leggerezze

passate[292].

Ma la Grecia — e non soltanto quella balcanica — ha altresì la

sventura di passare sotto il dominio di Roma, allorchè nella società

italica si è già compiuta una trasformazione profonda, che, con le sue

ripercussioni farà sanguinare tutte le province romane, sino al giorno,

che ormai sembra follia sperare, dell’avvento dell’Impero.

Ed infatti, l’Italia del II-I sec. a. C. è un Paese, nel quale le

antiche occupazioni indigene sono state abbandonate, quasi del tutto,

per sempre. Le vecchie forme dell’agricoltura sono andate in rovina;

l’introduzione della mano d’opera servile, che le guerre gigantesche

hanno fornito in gran copia; le guerre stesse, che hanno distrutto la

piccola e media proprietà; le devastazioni annibaliche; la concorrenza

dei prodotti di province assai più ricche e feconde: queste ed altre

cause minori hanno fatto sì che la tradizionale agricoltura italica

perisca. La grande crisi, di cui l’età dei Gracchi ci sarà testimone, è

la conseguenza di un così molteplice processo. Nè più l’Italia riesce a

ripiegarsi verso la terra. Le province, il commercio, la speculazione

sono ora motivi più lucrosi di guadagno, e per essi l’antica Italia

agricola diventa quello che suol dirsi un grande Paese mercantile[293].

È l’età in cui prorompe — talora, per vie coperte, tal’altra

sfacciatamente —, ai primi posti della vita pubblica, quella classe che

sarà detta dei cavalieri, ossia dei capitalisti, dei nuovi arricchiti.

Sorte non diversa dell’agricoltura subiscono le manifatture e le

industrie proprie della vecchia Italia — l’Italia etrusca e greca —,

la cui tradizione non si era mai perduta fino a Q. Fabio Massimo e al

primo Scipione. Prevale ora, su tutto, la frenesia della speculazione

e del commercio; trionfa, su ogni altra classe sociale, la così detta

plutocrazia, produttrice di ricchezza, ma di preferenza speculatrice

sulla produzione altrui, talora a danno di questa produzione medesima,

ed essa lega, trascina, verso quelli propri, gl’interessi della maggior

parte della società romana[294], e nelle sue mani stritola il mondo

intero, che da Roma dipende, e che a Roma essa finisce di asservire.

In questa situazione di spiriti e d’interessi ha radice l’imperialismo,

politico ed economico, romano, che si disfrenerà implacabile fin

dalla metà del sec. II a. C., ma in modo particolare nel secolo

successivo, da Sulla a Cesare, nell’età delle grandi guerre orientali,

mitridatiche, civili, galliche. In tutto questo periodo, mentre i

generali romani e i capipartito guideranno gli eserciti: mentre decine

di migliaia di soldati mercenari combatteranno contro i nemici di Roma

o contro quelli del loro duce improvvisato, si formerà il concetto e

si stabilirà saldamente la pratica, che tutto il carico della guerra e

dell’impero, tutto il privilegio e il capriccio di Roma e dell’Italia

romanizzata devono pesare sui provinciali.

Nel pieno cuore di questa età procellosa cade l’ingresso della Grecia

nel novero delle province della Repubblica.

Le contrade greche cominceranno ad apprendere da Sulla, durante

la prima guerra mitridatica, quanto costi l’orgoglio del dominio

romano. Al generalissimo, intento all’assedio di Atene, la Beozia

sarà costretta a spedire ben 10.000 muletti carichi di provvigioni;

l’Attica, e la Megaride, a fornirgli il legname delle foreste

abbattute; i templi di Epidauro, di Delfo, di Olimpia, a vuotarsi dei

tesori, accumulati faticosamente per secoli, nella gloria di lui e

del popolo romano. Più tardi, allorquando, durante la seconda guerra

civile, Pompeo con uno sforzo supremo s’accingerà a contrastare il

passo al fortunoso e audace avversario, tutta, o quasi, la Grecia

dovrà donargli il suo sangue migliore: e le Cicladi, e Corcira, e

Atene, e la Beozia, e la Focide, e la Tessaglia, e l’Epiro, e Creta; e

tutte le città verseranno somme considerevoli nel grembo del generale

romano, un tempo più felice di Sulla, ora flagellato crudelmente

dalla fortuna[295]. La nuova guerra civile dei triumviri, Ottaviano

ed Antonio, contro gli uccisori di Cesare, farà di nuovo contorcere

la Grecia in uno spasimo di disperazione. La Grecia aveva favorito

la riscossa dei tirannicìdi del 15 marzo 44. Or bene, dopo Filippi, i

vendicatori dell’eccidio di Cesare dichiareranno, è vero, di volersi

mostrare clementi. Ma uno di essi, Marco Antonio, si farà ripagare la

propria personale generosità con circa un milione di lire, quale strana

dotazione di un suo eccentrico fidanzamento con la dea protettrice

della città di Atene....[296]. Ma egli stesso si ricorderà bene dei

torti, un giorno condonati alla Grecia, dieci anni dopo, alla vigilia

della guerra di Azio. Allora Antonio mancava di rematori per le sue

navi; farà quindi catturare, per ogni parte dell’Ellade, i viaggiatori,

i mulattieri, i mietitori e quanti potevano essere atti al mestiere

dei remi[297]; mancava di vettovaglie per l’esercito e per la flotta,

mancava di bestie da soma e di schiavi pei trasporti; saranno quindi

gli abitanti, a colpi di flagello, obbligati a trasportare a braccia, e

non per una volta soltanto, il grano occorrente ai suoi uomini[298].

L’uragano devastatore si placherà in sullo scorcio dell’ultimo secolo

innanzi l’êra volgare; ma allora esso avrà schiantato e distrutto, per

gran parte, la ricchezza, la vita, l’onore di tutto il mondo, da Roma

trionfalmente asservito, con la violenza delle armi o con l’abilità

della diplomazia.

I divoratori delle provincie.

L’organizzazione delle province, escogitata dalla Repubblica romana,

fu, teoricamente — senza dubbio — migliore della sua trista fama.

Le province pagavano imposte dirette — decime e _stipendia_ —;

pagavano numerose imposte indirette, i cui proventi, però, venivano

ora impiegati, non più a beneficio della regione, ma a vantaggio

del lontano fisco romano. Ma il terribile male, di cui soffrirono le

province, non istava nella teorica norma legislativa, sibbene negli

abusi — infiniti — di coloro che erano delegati ad eseguirla o di

quegli altri, che speculavano sulla esecuzione.

Fra i primi figurano, e al primo posto, i governatori. I governatori si

recavano in provincia, dopo avere speso somme enormi per conquistarsi,

attraverso lunghi anni, la popolarità, per varare le loro gratuite

magistrature di questori, pretori, consoli, per averle esercitate

con dignità, o, più spesso, con isfarzo. La provincia quindi doveva

essere, per loro, il campo opimo di risarcimento e di rifacimento di

tutti i loro dispendi, troppe volte, anzi, di tutti i loro sperperi.

E colà, armato di un potere assoluto — vicereale — esente da tutte le

limitazioni, che incombevano sui magistrati in Roma, il governatore

romano non esitava a speculare e a frodare sui suoi amministrati, a

proposito di ogni cosa e di tutto: dell’acquartieramento delle truppe,

dell’alloggio, dovuto o preteso per lui stesso, pei suoi impiegati, pei

suoi aiutanti, pei suoi medici, pei suoi sacerdoti, delle requisizioni,

della ripartizione e della percezione delle imposte, dei giudizi,

dei testamenti, delle opere militari.... Perciò vediamo Cicerone,

dopo il governo della Cilicia — un proconsolato, che, rispetto alle

consuetudini del tempo, passò come uno dei più singolarmente onesti

— riportare in patria un guadagno netto di circa mezzo milione di

lire[299]; Verre, che fu un tipo, e non, come erroneamente si crede,

un’eccezione[300], riportare dalla Sicilia circa 10 milioni[301];

Sallustio, il moralissimo Sallustio, rovinato dai debiti di una vita

dissipata, preposto, nel 46 a. C., da Cesare all’amministrazione della

Numidia, o, come si esprime un antico, più propriamente, alla rovina

di quel Paese[302], dopo due anni di governo, tornare a Roma quasi

impacciato dalle proprie ricchezze, a edificarvi un palazzo senza

rivali, a piantarvi giardini, l’uno e gli altri giudicati, più tardi,

degni del soggiorno imperiale, e le cui terme, gli acquedotti, il

tempio, il Circo, le statue, i colonnati ci offrono ancor oggi, coi

loro ruderi, un esempio dei più mirabili monumenti dell’arte antica.

«È difficile dire», esclamava una volta Cicerone[303], «fino a qual

segno noi siamo odiati dai provinciali a motivo dell’ingordigia

e dell’iniquità dei magistrati, che abbiamo in questi ultimi anni

delegato al loro governo. Quale tempio ha loro imposto rispetto? Quale

città è stata per essi sacra? Quale domicilio, sbarrato a sufficienza?

Le città, un tempo ricche e prospere, sono da costoro ricercate in

modo speciale, e ad esse si muove guerra per aver campo di poterle

saccheggiare».

Ma Cicerone si riferiva all’esercizio normale del governo delle

province, allorquando tutti i mali, di cui queste soffrivano,

dipendevano solo dall’applicazione rigorosa del concetto,

essenzialmente romano-repubblicano, che ai magistrati inviati da Roma

toccava affermare, in tutta la sua assolutezza, il dominio della città

ch’essi rappresentavano[304]. Di assai peggio toccò alle province

tra l’infuriare delle numerose guerre civili, allorquando, venuto

meno ogni freno giuridico, sia pur nominale, i luogotenenti della

Repubblica, operavano ciascuno per proprio conto, a null’altro mirando

che ad eccitare, ad esaltare la bravura dei soldati, ad accaparrarsi a

qualsiasi prezzo la loro fedeltà, a procurarsi gl’istrumenti necessari

della vittoria o della salvezza.

La conquista divenne allora un vero e proprio flagello, e

l’amministrazione, un bottino, sistematicamente organizzato.

Sarà questo il tempo in cui Cesare largirà a ciascuno dei suoi veterani

2.000 sesterzi e 300 a ciascun cittadino romano, che volesse serbarsi

neutrale; il tempo in cui salderà le spese occorsegli durante la terza

fase della seconda guerra civile, imponendo ai senatori pompeiani

di Utica il tributo di oltre 25 milioni di lire e vendendo all’asta

pubblica un milione di Galli; il tempo in cui egli stesso potrà versare

nelle casse dello Stato 150 milioni e, nel suo tesoro privato, 20

milioni di lire. Sarà questo il momento in cui lo stoico e morigerato

Cassio caverà dal miglior sangue e della Giudea, un tributo di ben

4 milioni, e poichè quei debitori, improvvisati d’ufficio, non si

sbrigavano, ordinerà la messa all’incanto di ben quattro città[305].

Tutto ciò, senza calcolare i profitti privati dei legionari e degli

ufficiali, i gravami straordinari per esaudizioni di voti, per

allestimenti di giuochi pubblici, per nuove costruzioni edilizie; tutto

quel contorno di fuochi di gioia, che, volta per volta, accompagnavano

l’ebbrezza della vittoria, i fumi del trionfo, e spremevano lagrime di

sangue dalle pupille inaridite dei provinciali.

Nè il governatore era solo. Con esso accorreva nella provincia un

largo e numeroso stuolo di _legati_, questori, prefetti, interpreti,

littori, mezzani elettorali, amici, «gente tutta egualmente affamata,

cui la provincia doveva fare o rifare un patrimonio e per cui doveva

rappresentare quasi un’oasi, nella quale, non solo si avevano a godere

tutti i possibili diletti, ma si dovevano eziandio fare le provvigioni

ed i rifornimenti per proseguire a miglior agio il lungo cammino della

vita pubblica e dell’esistenza»[306].

Al governatore e alla sua coorte si aggiungeva quell’orda funesta,

d’intermediari fiscali, che furono in provincia i _pubblicani_. Roma

antica non ebbe per secoli un servizio di Stato per la riscossione

delle imposte. La Repubblica preferì appaltare altrui tale ufficio,

e si servì all’uopo di grandi compagnie di cavalieri romani: i così

detti _pubblicani_. Era quindi naturale che costoro, forti della loro

qualità di cittadini romani e della solidarietà del governatore e del

governo, cercassero di rifarsi larghissimamente sui provinciali delle

somme che essi si erano obbligati a versare all’erario romano[307]. Ma

le soverchierie, le violenze, gli abusi divennero infiniti il giorno,

in cui, nel 122 a. C., un’incauta, o, piuttosto, temeraria legge di

Caio Gracco fece passare nelle mani dei cavalieri quegli stessi giudizî

penali, cui gli ingordi percettori di tributi in provincia, potevano

finora soggiacere.

Gli esempi dei loro metodi furono veramente impressionanti, e noi

avremo più innanzi a riferirne parecchi, relativi a città greche

amministrate da Roma. Ma, già fin dal II secolo a. C., è divenuta

proverbiale la ferocia dei pubblicani, che giungevano sino a fare

schiavi per debiti i provinciali insolventi[308], inaugurando

colà dei sistemi di giustizia civile, che in Italia erano stati da

tempo aboliti. «Strappateci», perorerà L. Licinio Crasso, in sullo

scorcio del II secolo a. C., propugnando la restituzione del potere

giudiziario ai senatori, «strappateci dalle fauci di costoro, la cui

sete di sangue non riusciamo più a spegnere!»[309] Cicerone ribadirà:

«Non esiste nazione che non abbiamo salassata fino all’esaurimento,

o così ferocemente domata, da cavarle la voglia di piatire, o così

fortunosamente pacificata da aver resa lieta del nostro trionfo

e del nostro governo»[310]. «Noi, concedendo ai pubblicani la più

intera libertà d’azione, roviniamo i popoli che abbiamo il dovere di

proteggere.... Tempo fa apprendemmo dai nostri concittadini di quante

sofferenze siano essi motivo ai provinciali: allorquando, infatti, si

trattò di sopprimere parecchi pedaggi italici, dovemmo rilevare come le

querele non si volgessero tanto contro la natura dell’imposta, quanto

contro gli abusi dei delegati alla sua percezione, e le grida di dolore

dei cittadini romani in Italia non possono non avvisarci, in modo

troppo eloquente, delle dure sorti degli alleati, che stanno ai confini

dell’impero»[311]. «Dovunque», s’esprimerà più tardi Livio, «entra un

pubblicano, ne esce ogni garanzia di dritto pubblico, ogni libertà per

gli alleati»[312].

Ma i cittadini romani e gli Italici non si recavano in provincia solo

per governare o per riscotere imposte. Le province erano altresì un

campo meravigliosamente fertile di affari e di profitti. Gli Italici

venivano a contendervi ai provinciali le industrie, i commerci,

i mestieri locali, a privarli della terra avita. Questo sistema,

questo spodestamento economico dei vinti, non era lasciato soltanto

all’iniziativa privata. Veniva diretto e organizzato dal governo

romano. Dovunque la repubblica s’imbattè in un grande centro economico

straniero, essa non pensò che ad abbatterlo o a sostituirlo. Così

perirono Cartagine e Corinto; così perì Marsiglia, controbattuta,

sin dal 118 a. C., dalla romana Narbona, poi da tutta una folla di

colonie romane, che Cesare fondò nella contrada: Bézier (Colonia Julia

Septimanorum Baeterrae), Fréjus, Arles, Orange, Vienne, Valenza[313];

così decaddero o si spensero Neapoli, sopraffatta da Pozzuoli; Taranto

ed Epidauro, da Brindisi e da Apollonia. L’Impero continuerà questa

particolar forma di politica repubblicana. Se la Repubblica aveva

vietato alla Gallia Narbonese di coltivare la vite e l’ulivo[314],

l’Impero estenderà il divieto a tutte le province dell’Europa centrale

e settentrionale[315]. E se la Repubblica aveva schiantato Cartagine,

l’Impero distruggerà Aden, centro del commercio dell’Africa orientale

sino allo Zanzibar e alle Indie[316].

Poi, sulle terre devastate, sulle città impoverite, sul deserto sparso

di sale, calavano gli usurai Italici, e si aggiravano tra le ombre dei

superstiti, a offrir denaro, a prestarne loro ad interesse, a fare,

tra la povertà dei vinti, negozio sfacciato della male acquistata

ricchezza[317].

La consorteria dei dominatori.

Tutto questo affaccendarsi di attività private audaci e malsane non

poteva seguire senza la complicità, palese o manifesta, del senato, a

Roma, e dei governatori, in provincia. E fu questo appunto l’aspetto

più sinistro del regime provinciale romano finchè durò la Repubblica.

Mai, come sotto l’egemonia di Roma repubblicana, la solidarietà dei

Romani della metropoli con tutti i loro concittadini, sparsi pel suo

vasto impero coloniale, fu così perfetta ed iniqua. Mai, come sotto

il suo regime, l’interesse, l’ingordigia dei _cives romani_ furono

identificati con le supreme ragioni di Stato e vennero preposti ai più

sacri affetti di uomo, di genitore, di figliuolo, di madre. Le lettere

che i più onesti, autorevoli romani spedivano dalla Città eterna ai

governatori delle province, sono piene di raccomandazioni perchè essi

favoriscano in ogni modo gli affari dei loro amici in provincia[318],

e che in loro grazia tengano chiusi uno, o tutti e due gli occhi della

loro non difficilissima probità amministrativa.

E che favori si fossero quelli, su cui i più onesti chiedevano la

benevolenza dei governatori, noi lo rileviamo dallo stesso carteggio,

a questo proposito assai interessante, di Cicerone. «Le vostre

raccomandazioni», gli risponde una volta uno dei suoi sollecitati,

«le vostre pretese mi riescono assai gravi.... Sono questi, dunque,

i vostri clienti? Queste le vostre protezioni? Voi raccomandate un

uomo crudelissimo, che ha _assassinato, derubato, ruinato innumeri

liberi, madri, cittadini romani_, che ha devastato intere contrade,

_uno scimmione feroce, un uomo vilissimo_.... Che cosa risponderò a

coloro che ne hanno avuto i beni dilapidati, i fratelli, i figliuoli,

i genitori assassinati, e anelano giustizia riparatrice?...»[319].

Eppure, anche questa volta il lontano amico concludeva col dichiararsi,

non ostante tutto, disposto ad obbedire e ad esaudire la piena

volontà del sollecitatore: «_Faciam omnia sedulo quae te sciam

velle_....»[320].

Tale situazione subì un crescendo continuo dal penultimo all’ultimo

secolo della repubblica, per cui, se i rapporti fra cittadini e

provinciali ebbero a modificarsi, fu solo nel senso di un’oppressione

più dura, che, cominciata con lo sfruttamento delle cose, terminò

col salasso più spietato delle persone. «Nell’ultimo secolo della

Repubblica», scrive un moderno, «tutto il grande commercio è in potere

dei Romani; tutto il numerario circolante esce dai loro scrigni o si

apparecchia ad entrarvi»; ed essi s’intendono a meraviglia fra loro,

e hanno dalla loro parte i pubblici ufficiali, congiurati insieme a

ruinare le province ed a porle in istato di fallimento universale.

Il loro scopo è di accumulare e di godere; i loro mezzi, l’astuzia e

la violenza; i loro ausiliari, la legge e l’amministrazione. Il mondo

intero è divenuto teatro del loro saccheggio universale...»[321].

Del resto, con che animo o con che mezzi avrebbero le autorità

competenti — qualora lo avessero voluto od osato — potuto rendere

giustizia ai provinciali?

«Grandi ostacoli», scriveva Cicerone al proprio fratello, «grandi

ostacoli frapporranno i pubblicani alla tua buona volontà e alla

tua sollecitudine. Combatterli apertamente equivarrebbe ad alienare

da noi e dalla Repubblica una categoria di persone, verso le quali,

come privati, siamo tenuti da obblighi non lievi e che noi stessi

riconciliammo col governo attuale. Lasciarli fare liberamente

equivarrebbe a sancire la rovina dei popoli, che abbiamo il dovere

di proteggere e di rendere felici». Agire, quindi, in favore dei

pubblicani, senza ruinare la provincia «sarà veramente la massima tra

le difficoltà del tuo governo....»[322]. Ma la giustizia, resa dai

governatori provinciali, era locale e transitoria; l’appello ai giudici

romani od al senato, troppo lontano ed inefficace, mentre il salasso,

inflitto loro dagl’Italici, era universale, perenne, onnipresente! I

vinti o le città spogliate si trovavano, novantanove volte su cento,

nell’impossibilità di inviare un’ambasceria, di sostenere un giudizio,

e dinanzi alla rete d’influenze e d’influenzatori, che avvinghiava

patroni, avvocati e giudici, le risorse dei ruinati non potevano non

essere insufficienti; le loro speranze, pretenziose e fantastiche.

Il tramonto di una civiltà, vol. 2 (di 2) · 第 7 / 13 段