di Alessandro aveva determinato in Oriente, comincia, un secolo e
mezzo più tardi, verso la metà del sec. II a. C., a disegnarsi, anche
nell’Europa occidentale, sin adesso barbarica.
Mentre Alessandria e l’Oriente si popolano di uomini e di ricchezze,
nuovi centri di produzione, di commercio, d’industria balzano fuori
dall’ombra che fin adesso ha velato l’orizzonte dell’Europa. Dalla
distruzione di Cartagine, nel traffico del bacino occidentale del
Mediterraneo e dell’Atlantico, la greca Marsiglia era poco a poco
sottentrata ai Fenici d’Africa. Essa commercia in loro vece con la
Gallia, con la Bretagna, con le isole Cassiteridi: stanzia nuove
colonie, inaugura industrie di metalli, fabbriche d’armi, arsenali[256]
e assurge all’onore d’essere definita l’Atene della Transalpina, sì
che, in sui primi anni dell’êra volgare, sebbene già in parte travolta
dall’onda fatale della decadenza, occuperà con la sua grande ombra il
quadro, che il geografo Strabone verrà abbozzando dell’antica Gallia
meridionale[257].
Con Marsiglia si ha ora tutta una fioritura economica, chè sorgono
quivi Arles, Bordeaux, Nîmes, Forum Julii, Tolosa, Lione[258], sovra
ogni altra, Narbona, fra non guari emporio di tutta la Gallia[259],
la quale fornisce carni, pesci salati, pelli, miele, lino, legname
da costruzione. Più a oriente, la pianura padana, l’antica Gallia
Cisalpina, entra ora nel gran mare della civiltà mediterranea. La
Cisalpina è, in sullo scorcio di Roma repubblicana, una delle poche
regioni italiche, in cui l’agricoltura continui a fiorire e l’industria
proceda con passo sempre più rapido. Ivi Piacenza, Cremona, Parma,
Padova, Modena, Bologna, Ravenna, forniscono, e continueranno per gran
tempo a fornire l’Italia imperiale di tessuti di lana, di tele, di
tappeti, ecc.[260]. Più a sud, la Spagna, per la cui conquista Roma
aveva sì a lungo guerreggiato e sofferto, comincia ora a versare in
larga copia i suoi beni: il suo olio, il suo vino, i suoi cereali, il
suo miele, la sua pece, il suo cinabro, il suo rame, il suo piombo, il
suo oro, il suo argento, il suo stagno, nonchè a lavorare il lino e i
metalli[261]. Anche qui, come in Oriente, i centri cittadini divengono
presto numerosi, e Plinio, in sullo scorcio del primo secolo dell’êra
volgare, vi menzionerà più che 330 città maggiori e 293 minori[262].
Più a sud ancora, al di là delle oramai violate Colonne d’Ercole,
Roma aveva scoperto la Numidia e la Mauretania, le terre classiche,
insieme con l’Egitto, dell’orzo, del finimento, di tutti i cereali,
donde essa trarrà quattro dei milioni di grano che le occorrevano per
approvvigionare l’Italia. Poichè l’Africa, dunque, era considerata dal
governo romano come l’alma donatrice del pane cotidiano all’Italia,
Roma si studierà di suscitarne la ricchezza con le cure più meticolose,
con un regolare rimboschimento, con grandiose opere idrauliche, che
ancor oggi sfidano la devastazione dei secoli[263]. Oltre che cereali,
l’Africa settentrionale maturava l’uva, l’ulivo, le classiche mele
puniche; produceva cotone, sparto, giunco, canne, fichi, mandorli,
palme, melagrani; celava nelle sue viscere marmo e allume e, attraverso
il suo territorio, dall’Etiopia e dalle più recondite contrade del
misterioso continente africano, era possibile ricavare altri metalli
e altre pietre preziose, polvere d’oro, bestie feroci, carichi umani
di negri e di schiavi[264]. E anche qui, disseminate sur un Paese
gravido di storia, che darà all’Impero le intelligenze migliori, e alla
civiltà, i suoi maggiori apostoli, tornano ora a brillare, come fari
d’improvviso riaccesi, le antiche città numide e fenicie romanizzate,
porti, fattorie, mercati, centri di studi e di piaceri: _Caesarea_
(Cherchell), _Cirta_ (Costantina), Lambesa e, sovra tutte, la nuova
Cartagine, risorta, al pari della mitica Fenice, rigogliosa dalle sue
ceneri e di cui un retore avrà a dire che contendeva il primato ad
Alessandria e ad Antiochia, e rimaneva inferiore soltanto a Roma.
Dai Paesi mediterranei la luce della civiltà irradia ora sull’Europa
settentrionale. A nord, al di là di quella felice Gallia Transalpina,
che la spada di Cesare aveva dischiuso a Roma, e su cui la lungimirante
accortezza di Augusto aveva fermato l’attenzione dell’Impero nascente,
la lontana Britannia comincia a discoprire le sue risorse, le quasi
sconosciute ricchezze naturali — il piombo, lo stagno, il rame, il
ferro, l’elettro, perfino (incredibile!) il frumento — e comincia a
lavorare l’avorio, a produrre collane, vasi di elettro e di vetro[265].
Man mano che gli anni passano, e che la civiltà romana lavora più
a fondo l’Occidente, la vecchia, barbarica Europa celtica, fino al
confine estremo della Germania, rivela i suoi tesori nascosti, disvela
le sue produzioni ignorate, mette ogni giorno più in valore la sua
attività produttrice. E Roma, l’Augusta Signora dell’universo, appresta
alle mutate condizioni le nuove vie del traffico internazionale.
Le strade più battute, fra le mediterranee, saranno, fin dal primo
secolo dell’êra volgare, quelle, che, da Dicearchia o da Ostia,
condurranno a Marsiglia, in Gallia, o a Cadice in Spagna, o le altre
che da Pozzuoli per Messina proseguiranno alla volta della provincia
d’Africa o dell’Egitto. Ma assai più importanti divengono ogni giorno
le linee del traffico romano dei Paesi dell’est. Durante la Repubblica
avevano dominato due linee terrestri attraverso l’Asia Minore. La
prima, costeggiando le rive del Mar Nero, penetrava nell’Asia nord
e centrale; l’altra si dipartiva dall’Eufrate per Mazaca, Apamea e
Laodicea, fino ad Efeso, recando i prodotti naturali e industriali
della Caldea, della Fenicia, della Siria, della Persia e dell’India,
che colà attendevano d’essere alla loro volta caricati e trasportati in
Italia[266].
Ma già, fin dagli ultimi anni della Repubblica, s’era cominciato a
seguire una terza linea di comunicazione fra l’Occidente e l’Oriente,
quella di Alessandria, la città che, dopo la riduzione dell’Egitto
a provincia romana, accoglierà il maggior nerbo del commercio
romano-orientale. Questa linea procedeva per terra o per mare. Per
terra, era continuata da altre vie, fluviali e terrestri, attraverso
l’Egitto, l’Arabia, fino alle Indie, a loro volta rotte e diramate
a seconda delle occorrenze e delle destinazioni. Per mare, essa
costeggiava tutta l’Asia sud-occidentale, e, grazie alla migliore
navigabilità del Nilo e al più breve tragitto terrestre, era facilmente
prevalsa sulle più antiche comunicazioni fra l’Europa e l’Oriente.
Meglio ancora, ottant’anni circa dopo la conquista romana dell’Egitto,
ai navigatori toccava la buona fortuna di scoprire i mussoni di
nord-est e di sud-ovest. Una nuova linea, senza confronto più rapida
e più agevole, si schiudeva così fra l’Africa e l’India; il commercio
occidentale la ricalcherà senza interruzioni per ben quattordici
secoli, ed essa ribadirà la soggezione economica di Roma all’Egitto, e
quella del mondo intero all’una ed all’altro.
D’altro canto, l’Impero cessa di servirsi dei porti greci di transito
per l’Oriente di cui s’era servita la Repubblica. L’Impero rivolge
ai porti italici della costa occidentale della penisola Balcanica gli
estremi residui del traffico greco con l’Asia. Non soltanto, dunque,
l’Oriente ellenizzato, ma anche Roma e il nuovo Occidente romanizzato
strappano alla Grecia la corona dell’antica gloria, la ricacciano in
sempre più angusti confini, e finiscono col concludere definitivamente
un fatale processo, che altri eventi memorandi avevano iniziato.
La nuova situazione della Grecia nel mondo.
La Grecia classica non ha a tutta prima la sensazione dell’abisso,
in cui il nuovo rivolgimento del mondo la trascina. A tutta prima,
l’inopinato rifiorire del vecchio Oriente sembra apportarle del bene.
Il nuovo Paese, che sorge d’improvviso alle sue spalle, mancante di
tutto e di tutto bramoso, par che ridesti la sua dormiente attività,
che ridoni nuovi sbocchi e nuove clientele ai suoi mercati. Nei
dieci anni di pacifico governo di Demetrio il Falereo, dal 317 al
307, rivive in Atene, ancora una volta, lo splendore di tempi oramai
trapassati[267]. Non è solo il buon governo del suo improvvisato
signore a colorare di luci rosee quel tramonto, che pure ha le
sembianze di una nuova aurora. È il reflesso mendace del primo
irradiarsi dell’ellenismo sul mondo. D’altro canto, l’acuta penuria
di terre, di lavoro, l’eccesso di popolazione, di cui fin ora la
Grecia ha sofferto, sembrano alleviarsi. Gli emigranti, che si recano
all’estero, vendono a buon prezzo le loro terre; molte famiglie in
patria inaridiscono, si spengono, e i loro beni vanno a ingrossare
il patrimonio dei congiunti dei rami collaterali. Ma, appena le
grandi città ellenistiche hanno oltrepassato il breve periodo critico
dell’adolescenza, le concepite illusioni sfioriscono una dopo l’altra.
Se finora Atene, come un dì la magnificava Senofonte[268], è stata
l’umbilico del mondo civile, e le sue navi hanno potuto con eguale
facilità toccare la Sicilia greca, la greca Napoli, il medio Adriatico,
le città tracie, la Cirenaica, l’Asia Minore, Cipro, ora non più! Ora
il mondo si è disteso assai più ad Oriente di un tempo. Ora Atene
non è al centro, ma in un angolo dell’antico _oichouméne_[269]. Il
nuovo ordito stradale, che i sovrani ellenistici vanno allacciando,
consolida questa inferiorità, ch’è poi, in fondo, l’inferiorità di
tutta la Grecia classica, dalla quale non si salvano che per breve ora
alcune sue stazioni isolate: Corinto, grazie alla sua incomparabile
situazione di regina di due mari e al suo privilegio di residenza
greca dei monarchi macedoni[270], Rodi e qualcuna delle città costiere
dell’Asia Minore, grazie alla minor distanza dal cuore del nuovo
mondo[271]; poi, dopo la violenta, romana decapitazione di Corinto e di
Rodi, Delo, diventa centro vitale del commercio italico nell’Egeo[272].
Ma non si tratta di splendori durevoli, nè di nuovi grandiosi centri
di produzione o di civiltà, sibbene di effimeri porti e di stazioni
marittime, che nulla hanno a competere con le rivali dell’Occidente e
dell’Oriente, di brevi ed anguste vie di transito ad altri mercati e di
prodotti altrui.
Le stoffe seriche, fin ora uscite dalle frequenti fabbriche di Coo,
scompaiono poco a poco dinanzi all’affluire di quelle che provengono
dall’Estremo Oriente[273]; l’Argolide e la Laconia chiudono, una dopo
l’altra, le sonanti fabbriche di armi[274]; le miniere, di ferro e di
rame, dell’Eubea vengono abbandonate[275]; l’arte del bronzo e delle
chincaglierie si spegne in quella Egina, che ne era andata per secoli
gloriosa[276]; le officine artistiche di Sicione si fanno deserte[277];
Atene — la stessa Atene — abbandona per sempre le sue ricche miniere
di Laurio e le secolari industrie ceramiche[278]. Di quali materie —
ripetiamo —, di quali prodotti naturali, di quali speciali attività
poteva la Grecia disporre, che la mettessero in grado di resistere alla
nuova concorrenza dell’Oriente e dell’Occidente?
Per altro lo sforzo stesso della conquista di un mondo nuovo si è
rivolto contro il vecchio mondo, che l’ha intrapresa e miracolosamente
condotta a termine. Le grandi e medie proprietà, che in Grecia ora si
ricostituiscono, finiscono col mancare di braccia, e i loro prodotti
non trovano più compratori. Per tal modo l’agricoltura, viene man
mano abbandonata e cede il posto alla pastorizia o al deserto. È lo
spettacolo, che offrono la Tessaglia, l’Attica, e, in modo ancora più
impressionante, l’Eubea. Anche le città greche del Mar Nero, un giorno
opulente esportatrici di cereali, prive della loro clientela, battute
dalla insuperabile concorrenza dell’Egitto, dell’Africa e del nuovo
Occidente, riducono poco a poco le tradizionali colture[279].
I piccoli proprietari vanno in rovina, e sono costretti a vendere il
loro boccone di terra, ad emigrare, o ad arrolarsi quali mercenari.
Taluni cedono altrui la propria terra, e restano come fittavoli sul
podere, che un tempo era stato dei loro padri, o pigliano in fitto le
terre, che i grandi proprietari o i templi pongono in aggiudicazione.
Ma la terra non rende più. Il fitto ingoia il ricavato della vendita
dei prodotti. È il fenomeno di cui ci sono documento terribile i conti
dei beni del tempio di Delo nel periodo ellenistico[280]. Così i nuovi
fittavoli precipitano tra la folla dei debitori; il loro raccolto è
sequestrato; il lavoro dell’anno successivo, ipotecato dai debiti e dai
suoi gravosi interessi.
Di contro a questa poveraglia rurale, andata in rovina, i pochi
fortunati grandi proprietari del tempo passano la loro vita, come i
baroni medioevali, banchettando e bevendo, litigando a mano armata o
ricercando i più bassi godimenti, bramosi di scordarsi nell’ebbrezza
delle miserie che li circondano, dei pericoli che li attendono[281].
Un fenomeno analogo ricorre nell’industria. Le officine si sono chiuse,
e gli schiavi operai sono stati ridotti di numero. Ma non ci sono più
operai liberi. Essi sono quasi tutti emigrati, e gli industriali non
possono mai sapere se i pochi superstiti rimarranno al loro servizio
fino al termine del lavoro intrapreso. Manca il lavoro e manca, al
tempo stesso, la mano d’opera. I salarî sono assai più bassi che nel
periodo classico[282], e intanto la messa in circolazione delle ingenti
riserve auree dell’Oriente ha provocato una diminuzione della potenza
di acquisto della moneta, ossia un accrescimento generale dei prezzi.
Si hanno, nel IV-III secolo a. C., sensibili rincari dei cereali, del
vino, dell’olio, del bestiame[283], e, in corrispondenza, di tutti
gli altri generi, senza che il Paese trovi in se medesimo la forza di
rimediare, giacchè, pur troppo, contemporaneamente, si svolge l’altra,
parallela crisi, commerciale e industriale, e infieriscono ovunque le
crudeli guerre dei Diadochi e degli Epigoni.
Quell’impoverimento, quell’indebitamento generale della Grecia nei
secoli IV-III, che noi abbiamo visto dipendere da tante altre cause,
e che continuerà ad essere il tratto caratteristico dell’economia
del Paese nei due secoli successivi[284], dipende anche da questa
impossibilità di lavorare, di guadagnare, di vivere.
Tale è la Grecia, nella quale, a mezzo il II secolo a. C. s’abbatte
la nuova egemonia mediterranea romana, per assestarle l’ultimo colpo:
sola, povera, relegata in un angolo del mondo, tagliata fuori dalle
grandi arterie commerciali, vuotantesi d’uomini e di energie, invasa
già dal rigore e dal gelo della morte. Nelle frequenti menzioni di
Paesi, d’ora innanzi in rapporti commerciali con Roma, la Grecia non
serba più che l’ultimo posto. Roma commercerà con la Sicilia, l’Africa,
le regioni dell’Europa settentrionale e occidentale, l’Arabia, la
Siria, la Persia, le Indie; poco o nulla con la patria di Epaminonda
e di Temistocle[285]. Tutti i Paesi, un tempo soggetti all’impero
del commercio ellenico, le coste dell’Egeo e del Mediterraneo, la
Spagna, l’Italia, la Sicilia, la Libia, l’Egitto e l’Asia Minore[286],
subiscono ora altri dominî ed altri dominatori, e signoreggiano essi
stessi i territorî della Grecia classica. Atene, mutila d’industrie
e di commerci, si adatta a vivere delle benevoli oblazioni di quei
Romani, che vi dispenseranno regolarmente frumento, vi istituiranno
dotazioni alimentari e ne pagheranno i giuochi pubblici. I mercati
dell’Impero romano obliano, o quasi, gli antichi olii e gli antichi
vini dell’Egeo[287]; e le frequenti strade, militari o commerciali,
riattate o costrutte _ex novo_ rimangono lontane da questa penisola, un
tempo sorrisa dal bacio della prosperità e della gloria.
Nuove strade si apriranno in Palestina, in Egitto, nella provincia
d’Africa, tra l’Italia e l’Europa centrale, in Ispagna, nelle Gallie,
in Britannia, in Tracia, in Asia Minore, in Siria. La Grecia rimane
tagliata fuori dall’empito di tante arterie di vita[288], se ne togli
un tragitto attraverso le montagne dell’Epiro, paese che i Greci,
veramente, non avevano mai considerato come ellenico.
Per mare e per terra risorgono la pirateria e il brigantaggio dei
tempi primitivi, che l’intensa attività del commercio ellenico avevano
fugato[289]. Ma i mercati e le grandi fiere, che un tempo, in giorni
determinati, adunavano e agitavano tutta la nazione, dispaiono; sedi
di fiere e di mercati sono divenute l’Africa, l’Oriente, l’Europa
occidentale[290]. L’industria arena, regredisce all’originaria fase
domestica; priva di sbocchi e di avvenire, si accontenta di bastare
alla meno peggio ai bisogni locali.
Si maturava, esclama un moderno, un processo d’involuzione analogo
a quello che subirebbe l’Inghilterra, ove perdesse d’un tratto
la sua egemonia, commerciale e industriale, e scendesse al grado
di Paese di secondaria importanza. Ricorreva, in anticipazione di
secoli, quell’identico processo storico, che subiranno, con analoghe
conseguenze, fra quindici secoli, alla scoperta dell’America, tutti
i Paesi mediterranei. E come allora la prosperità e la fortuna
passeranno dalle Repubbliche marinare dell’Italia alle città spagnuole,
portoghesi, francesi, olandesi; dagli emporî meridionali a quelli
occidentali dell’Europa moderna[291], così, ora alla nuova scoperta
dell’Oriente ellenistico e della più giovane Europa occidentale, l’asse
del mondo si sposta, dalla Grecia e dalla Magna Grecia, verso l’Asia,
l’Egitto, l’Africa, l’Atlantico, provocando la decadenza delle nazioni,
dalle cui sponde la Fortuna aveva esulato per sempre.
NOTE AL CAPITOLO SECONDO.
[232] Sull’opera colonizzatrice di Alessandro e dei successori, cfr. J.
G. DROYSEn, _Les villes fondées par Alexandre_ etc., in DROYSEN, _Hist.
de l’hellenisme_, II, 1884, App. III (trad. fr.).
[233] MAYR, _Lehrbuch d. Handelsgeschichte_, Wien, 1894, pp. 27-29, 48
(trad. it. in _Bibl. st. econ_., vol. VI); MOMMSEN, _Le province romane
da Cesare a Diocleziano_ (trad. it. di E. DE RUGGIERO), Roma, 1887,
pp. 330-32; RICHTER, _Handel und Verkehr der wichtigsten Völker des
Mittelmeeres im Alterthum_, Leipzig, 1886, pp. 110 sgg.
[234] GUIRAUD, _Main d’oeuvre industrielle ecc_., pagine 35-36; BELOCH,
_Gr. Gesch_., III, 1, 287-88 (1ª ed.).
[235] DROYSEN, _Hist. de l’hell_., III, 61 sgg.
[236] BLÜMNER, _Die gewerbliche Thätigkeit der Völker d. klass. Alt._,
Leipzig, 1869, 19 sgg. (trad. it. in _Bibl. st. econ_., II, 1).
[237] STRAB., 16, 2, 5.
[238] STRAB., 16, 2, 9.
[239] BEER, _Geschichte d. Welthandels_, Wien, 1860-84, pp. 90-91. Su
Seleucia, cfr. altresì HÜLLMANN, _Handelsgeschichte d. Griechen_, Bonn,
1839, pp. 237-54 e BELOCH, _Gr. Gesch_., III, 1, 296 sgg. (1ª ed.).
[240] STRAB., 17, 1, 45; MAYR, op. cit., 29.
[241] LIEBLEIN, _Handel und Schiffahrt auf dem Rothen Meere_,
Cristiania, 1886, pp. 99 sgg.
[242] DROYSEN, op. cit., II, 773.
[243] NOËL, _Hist. du commerce du monde_, Paris, 1891, p. 23; cfr.
STRAB., 17, 1, 13.
[244] LUMBROSO, _Économie polit. de l’Égypte sous les Lagides_, Torino,
1870, 95-96, 130.
[245] J. KAERST, _Geschichte d. hellenistichen Zeitalters_, Leipzig u.
Berlin, 1909, II, 1, 188 sgg.
[246] A testimoniare della varietà dell’industria dell’Egitto greco
suole citarsi un passo di una lettera di Adriano, riportato da FLAVIO
VOPISCO (_Hist. Aug_., 8, 5). La lettera imperiale è confermata da
molti elementi dei papiri greco-egizi (cfr. WILCKEN, _Griech. Ostraka_,
I, 188 sgg.; PR. S., 5124; P. TEBT., 385), richiamati da A. CALDERINI,
in _Aspetti e problemi del lavoro secondo i papiri_, Milano, 1920, pp.
14 sgg.
[247] Sulle macchine idrauliche e le relative menzioni nei papiri
greci, cfr. A. CALDERINI, _Macchine idrofore secondo i papiri greci_,
in _Rendiconti del R. Ist. lombardo di sc. e lett._, 1920, pp. 621 sgg.
[248] Sull’agricoltura, sull’industria e sul commercio nel periodo
ellenistico, cfr. le _Revenue Laws of Ptolemy Philadelpus_, Oxford,
1896, di GRENFELL e MAHAFFY e la relativa _Introduzione_, pp. XXXIV
sgg.; i _Griechische Ostraka_ ecc. del WILCHEN, I, 664 sgg.; 681 sgg.;
LUMBROSO, op. cit. _passim_, e ROBIOU, _Mémoire sur l’écon. polit. de
l’Egypte_ (Paris, 1871), _passim_; E. CICCOTTI, _Il tramonto della
schiavitù_, pp. 134 sgg.; J. BELOCH, _Gr. Gesch._, III, 1, 279 sgg.
(1ª ed.); G. LUZZATTO, _Storia del commercio_, Barbèra, Firenze, 1914,
I, 85 sgg.; BOUCHÈ LECLERQ, _Hist. des Lagides_, Paris, 1906; III,
179-381; G. GLOTZ, in _Journal des savants_, 1913, pp. 206 sgg., 251
sgg.; IDEM, _Le travail en Grèce_, parte IV, capp. I-V; E. CICCOTTI,
_Lineamenti dell’evoluzione tributaria del mondo antico, Introd_ al
vol. V della _Bibl. di st. econ._, 1921, pp. 30 sgg.; M. ROSTOVTZEFF,
_A large estate in the third century B. C._, Madison, 1922.
[249] STRAB., 17, 1, 13.
[250] RICHTER, op. cit., pp. 112-13.
[251] HÜLLMANN, op. cit., 202 sgg.; NOËL, op. cit., pp. 59, 63;
MAYR, op. cit., 49, 51; BEER, op. cit., 1, 106 sgg.; cfr. PARDESSUSS,
_Mémoire sur le commerce de la soie chez les anciens_ (estr. dalle
_Mémoires de l’Institut royal de France_, Paris, 1832). Ecco il
pensiero romano sul valore economico della provincia d’Asia, che
formava appena un breve angolo dell’Asia Minore ellenistica: «_tam
opima est et fertilis ut et ubertate agrorum et varietate fructuum
et magnitudine pastionis et multitudine earum rerum quae exportantur,
facile omnibus terris antecellat_» (CIC., _De imp. Cn. Pomp._, 6, 14).
[252] NOËL, op. cit., p. 50. Cfr. il quadro dell’importazione
dell’Impero romano, disegnato dal RICHTER (op. cit., 144 sgg.), sia
pure senza eccessivi riguardi per la cronologia.
[253] PLIN., _N. H._, 12, 84.
[254] PLIN., _N. H._, 6, 101.
[255] Cfr. BEER, op. cit., I, 107.
[256] BLÜMNER, op. cit., 141-42; BÜCHSENSCHÜTZ, _Die Hauptstätten d.
Gewerbfleisses im klass. Alterthum_, Leipzig, 1869, p. 54.
[257] STRAB., 4, 1, 5 sgg.
[258] STRAB., IV, 1, 6; 9; 2, 1; 12 sgg.; 3, 2; 5; NOËL, op. cit., 76
sgg.; MAYR, op. cit., 127 sgg.
[259] STRAB., IV, 1, 6; 12; 3, 2.
[260] STRAB., 5, 1, 11; BEER, op. cit., 1, 103. La crescente importanza
commerciale della Gallia Cisalpina (e della Transalpina) risulta
altresì dal numero delle corporazioni industriali ivi costituite. Cfr.
WALTZING, _Étude hist. sur les corporations professionelles chez les
Romains_, Louvain, 1895-900, II, pp. 158-59; BLÜMNER, op. cit., 98 sgg.
[261] STRAB., 3, 2, 8; BLÜMNER, op. cit., 127 sgg.; _Hispania_, in
_Diz. epigr._ di E. DE RUGGIERO, 780 sgg.
[262] PLIN., _N. H._, 3, 7; 18.
[263] Sull’importanza dell’Africa settentrionale, rispetto a Roma,
cfr. BOISSIÈRE, _L’Algérie romaine_, Paris, 1883, pp. 45-47, 56 sgg. G.
BOISSIER, _L’Afrique romaine_, Paris, 1895, 136 sgg., 147. Su l’opera
spiegata dai Romani in Africa, cfr. J. TOUTAIN, _Essai pour l’histoire
de la colonisation romaine dans l’Afrique du nord_, Paris, Fontmoing,
1896.
[264] MANZI, _Il commercio in Etiopia dai primordî alla dominazione
musulmana_, 1886, pp. 99 sgg., 113 sgg.
[265] STRAB., 4, 5, 3; [EUMEN.], _Paneg. Constantio_, 9, 11;
CUNNINGHAM, _Lo sviluppo della industria e del commercio inglese_
(trad. it. in _Bibl. Stor._ ec., VI), pp. 55-56.
[266] BEER, op. cit., 1, 105.
[267] DIOG. LAERT., 5, 75. Le entrate di Atene tornano adesso a
risalire a circa 1200 talenti (DURIS, in _F. H. G._, II, p. 475, ed.
Didot).
[268] XEN., _De vectig._, I, 6.
[269] BELOCH, _Gr. Gesch._, III, 1, 286-87 (1ª ed.).
[270] BELOCH, op. cit., III, 1, 279 e fonti citate (1ª ed.).
[271] FRANCOTTE, _L’industrie en Grèce_, I, 45-46; GLOTZ, _Le travail
dans la Grèce ancienne_, pp. 395-400.
[272] HÜLLMANN, op. cit., 253 sgg.
[273] BLÜMNER, _Die gewerbliche Thätigkeit_, p. 49.
[274] Op. cit., 78, 83.
[275] Op. cit., 87.
[276] Op. cit., 90.
[277] PLIN., _N. H._, 36, 4, 9.
[278] BLÜMNER, op. cit., 67-68, 87.
[279] Nel II secolo a. C. esse importano cereali; cfr. POL., 4, 38, 5.
Sui prezzi dei cereali in Egitto nel periodo Tolomaico, cfr. WILCKEN,
_Ostraka_, I, 667 sgg.
[280] GLOTZ, op. cit., 415.