[148] DEMOST., XX (_In Lept._), 115.

[149] DEMOST., (_In Aristocr._), 206; 209.

[150] DEMOST., XIV (_De Symm._), 25; cfr. XLII (_In Phaen._), 23; VIII

(_Chersonn._), 21.

[151] DEMOST., XIII (_De rep. ord._), 27.

[152] LYS., _De Aristoph. bonis,_ 45 sgg.; _In Philocr._, 2 sgg.

[153] Cfr. XEN., _Ath. Resp._, I, 4; _De vect._, I, 1.

[154] _De pace_, 127.

[155] Cfr. CH. LECRIVAIN, _Prosodoi_, in DAREMBERG et SAGLIO, op. cit.,

p. 705, n. 30; BÖCKH, op. cit., I^3, 517; DEMOST., XXI (_In Lept._),

33; 42: _I. G._ II, 1 (= _C. I. A._, II, 1), 379.

[156] PLUT., _Vitae decem orat._, 8, 56; DEMOST., XVIII (_De corona_),

118.

[157] BÖCKH, op. cit., I^3, 111-14.

[158] BÖCKH, op. cit., I^3, 308 sgg.; cfr. ISOCR., _De pace_, 82.

[159] BÖCKH, op. cit., I^3, 400-02; cfr. CLERC, op. cit., 21 sgg.;

Busolt, Die griech. Staats-und Rechts-Alterthümer, München. 1892,

pp. 15, 197. Le εἰφοραί sui meteci pare fossero più gravose di quelle

gravanti sui cittadini; cfr. CLERC, e BUSOLT, loc. cit.

[160] FRANCOTTE, _L’industrie en Grèce_, I, pp. 193 sgg.; II, 83-84.

[161] POL., 37, 4, 5-8.

[162] CICCOTTI, _Il tramonto della schiavitù_, pp. 90-91. Tre

sono, a dire del Malthus (op. e loc. cit., 115), le grandi cause di

depopolazione: l’astensione, il pervertimento sessuale, le calamità

sociali, quali carestie, epidemie e, sopra ogni altro, la guerra, che

riesce tanto più fatale quanto meno i popoli ch’essa investe si trovano

lontani dallo stato di natura; cfr. DE BLOCH, _Le Guerre future_ (trad.

fr.), IV, p. 6. Sui rapporti tra guerra e depopolazione in Francia,

cfr. LEVASSEUR, _La popul. française_, Paris, 1889, I, 180 sgg., 190

sgg., 195 sgg., 211 sgg.; II, 210; III, 515, 520.

[163] BELOCH, _Bevölkerung_ ecc., 99-100.

[164] CTESICL., in ATHEN., VI, p. 272 B; DEMOST., XXV (_In Aristog_.

I), 51.

[165] Secondo i calcoli, molto accurati del CLERC (_Les methèques_

ecc., pp. 369 sgg. e 379-80), i meteci, che nel l’età di Pericle erano

circa 24.000, discesero, nel 309, a 10.000 (ATHEN., VI, pp. 272 B).

[166] L’opinione contraria — l’accrescimento degli schiavi nell’Attica

durante il IV secolo — è stata introdotta nella corrente coltura

storica da alcune pagine non documentate della _Bevölkerung_ del

BELOCH. È questo un concetto assolutamente errato; cfr. E. CICCOTTI,

_Indirizzi e metodi degli studî di demografia antica_ (_Prefazione_ al

IV vol. della _Bibl. di st. econ_.), 1908, pp. 48 sgg.

[167] BELOCH, loc. cit. e pp. 74-75.

[168] XEN., Memor., 2, 8, 1.

[169] Cfr. vol. I, pp. 44-45.

[170] _I. G._ (= _C. I. A.,_ II, 1), 17, vv. 35 sgg.; cfr. BUSOLT, _Der

zweite ath. Bund_, in loc. cit., 686 sgg.

[171] Cfr. ISOCR., PHILIPP., 96; XEN., _Anabas_., I, 1, 9.

[172] DEMOST., IV (_Philipp._ I), 23-24; III (_Olynth_. III) 30; 33 e

passim; VIII (_De rep. ordin_.), 5 sgg.; VIII (_Chersonn_.), 21; cfr.

LIV., 31, 43, 5.

[173] THUC., 4, 93, 3.

[174] THUC., 5, 57, 2.

[175] DIOD., 16, 30, 4.

[176] PAUS., 10, 20, 3. Su questi dati numerici e su altri di minor

conto, cfr. KROMAYER, in _Klio_, III, 56 sgg. e J. BELOCH, in _Klio_,

VI (1906), pp. 34 sgg.

[177] PLUT., _Pericl._, 33, 5. Un altro dato, meno attendibile, fa

salire questo esercito a 100.000 uomini (_Schol_. a SOPH., _Oedip.

Colon_., v. 698, ed. PAPAGEORGIUS, Lipsiae, 1888).

[178] DIOD., 13, 72, 4, calcolando un numero di armati alla leggiera

pari agli armati alla pesante.

[179] DIOD., 14, 83, 1; cfr. KROMAYER, op. cit., pp. 200 sgg.; BELOCH,

in _Klio_, V, p. 77.

[180] DIOD., 15, 32, 1.

[181] DIOD., 15, 84, 4 sgg.; 17, 62, 7.

[182] POL., 29, 9, 8: καλῶς ποιοῦντας αὐτοὺς καὶ τρεῖς ἄγειν καὶ

τέτταρας μυριάδας ἀνδρῶν μαχίμων. Anche su questi dati, cfr. BELOCH, in

_Klio_, 1906, pp. 51 sgg.

[183] THUC., 7, 48, 3.

[184] ISOCR., _De pace_, 97.

[185] ARIST., _Polit_., 5, 9, 5.

[186] _Polit_., 7 (4), 13 (14), 10-12.

[187] LIV., 39, 24, 3 sgg.; COLLITZ, _Griech. Dialekt. Inschrift_., I,

345 _passim_.

[188] PLUT., _De defectu oracul_., 8.

[189] 3, 82. 2; ARISTOPH., _Pax_, vv. 349-351; ISOCR., _Philipp_., 52.

[190] Cfr. HUME, _Of the populousness of ancients nations_ (trad. it.

in _Bibl. di st. econ_., III), pp. 405, nota.

[191] Cfr. lo stesso HUME, op. cit., 403, n. 5.

[192] Cfr. HUME, op. cit. 405.

[193] THUC., 8, 21, 1.

[194] XEN., _Hell_., 6, 5, 10.

[195] DIOD., 13, 104, 6.

[196] Si vegga in DEMOST., XXIV (_In Timocr_.), 149, il giuramento

degli _eliasti_ ateniesi.

[197] ISOCR., _Philipp_., 96.

[198] DIOD., 18, 8, 5. Sui pericoli derivanti dal ritorno degli esuli

cfr. DIOD., 17, 13, 3 e HICKS, _Greek histor. Inscript_., Oxford, 1882,

nn. 125, 130.

[199] LIV., 34, 49, 10.

[200] DEMOST., XIX (_De mala legat_.), 181; ISOCR., _De pace_, 129;

FUSTEL DE COULANGES, _Cité ant_., p. 454.

[201] XEN., De vectigal., 4, 51, 52.

[202] FUSTEL DE COULANGES, _Cité antique_, 453-54.

[203] Cfr. POL., 40, 5, 12.

[204] BELOCH, _Gr. Gesch_., II, 1 (2ª ed.), 76.

[205] STRAB., 14, 2, 17.

[206] BELOCH, _Gr. Gesch_., II, 1 (2ª ed.), 170, 306.

[207] LIV., 23, 30, 6.

[208] LIV., 31, 29; HOLM, _Storia della Sicilia nell’antichità_ (trad.

it., Torino, 1896-1901), II, pp. 381-82; BELOCH, _Bevölk_., 298-99,

500.

[209] STRAB., 7, 7, 6.

[210] POL., 2, 62, 3.

[211] PLUT., Demetr., 9, 4.

[212] DION. CASS., 41, 25, 3; cfr. C. JULLIAN, _Hist. de la Gaule_,

Paris, Hachette, III, 600 sgg.

[213] Cfr. POL., 31, 7, 4-12.

[214] _Anthologia Palatina_, IX, _Epigr. demonstr_., 151 (ed. DIDOT,

II).

[215] IBID., 408.

[216] _De pace_, 1; 2; 25; 12; 19; 51.

[217] Op. cit., 19-21; 64; cfr. _Philipp_., 46 sgg.

[218] Sulla cronologia, cfr. G. PLATON, in _N. Riv. stor_., 1919, pp.

456 sgg.

[219] XEN., _De vectig._, 5, 2; 11-12; 3-4.

[220] 6, 1.

[221] 5, 9-10.

[222] 6, 1. Cfr. AESCHIN., _De mala legat._, 171 sgg.

[223] CICCOTTI, _La guerra e la pace_ ecc., p. 86.

[224] Fr. 46, ed. KENYON.

[225] THUC., 2, 65, 2; PLUT., _Nic_., 9, 5; Ps. XEN., _Ath. Resp._, 2,

14.

[226] ARISTOPH., _Pax_, vv. 556-59; cfr. vv. 569-70.

[227] ARISTOPH., op. cit., vv. 530-31; 571 sgg.

[228] ARISTOPH., fr. 344 (_Insulae_), ed. DIDOT. Opinare che questo

dramma non sia di Aristofane, come gli antichi concordemente ammisero,

è uno degli infiniti, cervellotici arbitrii dei moderni; cfr. TH. KOCK,

in _Rh. Mus_., 45 (1890), p. 55.

[229] ID., _Pax_, vv. 520 sgg., 566 sgg.; cfr. vv. 1127 sgg., 1346 sgg.

e _Acharn_., vv. 32-33; 989 sgg.

[230] Cfr. [DEMOST.], X (_De foedere Alexandr_.) 15.

[231] POL., 37, 4, 4.

CAPITOLO SECONDO.

IL RIVOLGIMENTO ECONOMICO DEL MONDO ANTICO

Il nuovo Oriente.

Alla metà del secolo IV a. C., sembra davvero che la Grecia cominci

a trarre profitto dalle sue stesse calamità. I mali inenarrabili

portati dalla guerra, le profonde crisi, economiche e morali,

subìte hanno infuso negli spiriti, divinamente bizzarri, dei suoi

cittadini, numerose stille di meditata saggezza. Sparta, ferita a

morte nel duello con Tebe, abbandona i vecchi sogni imperialistici,

e si rassegna a vivere modestamente entro la breve zona del suo

naturale territorio; Tebe anch’essa, la vittoriosa, come stremata

nel difficile sforzo durato per circa quindici anni, sembra limitare

tutte le sue ambizioni entro quei confini della Beozia, che un tempo

le erano parsi sì angusti: anche Atene, uscitole vano, ancora una

volta, il terzo tentativo di impero marittimo, volge tutto il suo

pensiero e la sua attività ad opere di pace. Caratteristiche sono, a

tale proposito, le amministrazioni di Eubulo (354-339) e di Licurgo

(338-26), la cui teorica sarà appunto formulata nel più volte citato

libretto pseudosenofonteo su _Le entrate ateniesi_. Atene comincia a

voler vivere soltanto di se stessa, e a bastare a se stessa, in una

pace operosa. La povertà ha insegnato ai liberi che occorre lavorare,

lavorare tenacemente, ed è stata più eloquente e persuasiva della

propaganda di Socrate, vanamente coronata dal martirio. In Grecia

perciò si diffonde rapidamente la pratica del lavoro libero, nè più

i cittadini sdegnano di accomunarsi, in tale bisogna, agli schiavi. I

grandiosi, vecchi sogni d’imperialismo, politico od economico, sono man

mano repudiati, quando ecco, d’improvviso, tutto il mondo mediterraneo

e quello orientale, ad esso più vicino, sono percossi da un vasto e

profondo scoscendimento, che arresta a mezzo l’opera di resurrezione

e inchioda per sempre alla sua croce il destino della Grecia: la

conquista dell’Impero persiano e l’ellenizzazione dell’Oriente.

Fu questa l’opera che Alessandro Magno iniziò nel 334 a. C. per

incitamento venutogli appunto dalla Grecia. Non solo lui, il figliuolo

di Filippo II, cercava in quella ardita impresa un mezzo per farsi

perdonare, col glorioso e definitivo trionfo sul nemico secolare della

Grecia, la servitù che egli e il padre suo avevano inflitto al Paese,

ma intendeva veramente a ritrovare, nel misterioso Oriente, un nuovo,

più ricco campo di attività per la popolazione greca immiserita e,

al tempo stesso, in tragica contradizione, sovrabbondante ed esigua.

L’impresa d’Alessandro doveva essere, e fu di fatto, il più vasto

tentativo di colonizzazione che mai Stato o uomo politico greco avesse

a concepire. Pur troppo, se suscitò un nuovo mondo, era destino che le

sue estreme conseguenze si ritorcessero ai danni della Grecia stessa,

cui quell’ultimo dei grandi Elleni agognava soccorrere.

Alessandro disseminò la sua lunga corsa attraverso l’Oriente di una

selva di città destinate a vivere di vita rigogliosa, e che avrebbero

fatto la prosperità delle contrade, che l’orma fatale del suo piede

calcava[232]. E la via, da lui aperta, fu battuta in lungo e in largo

dagli epigoni, cui sembrò — nè fu vana speranza — di continuare la

grande tradizione dell’antico Paese del Sole.

Seleuco Nicatore inaugurava ben sedici Antiochie, cinque Laodiceee,

nove Seleucie, tre Apamee, una Stratonicea. Risorgevano, o sorgevano

ex novo, in Oriente le Beroie, le Edesse, le Perinto, le Maronee,

le Callipoli, le Acaie, le Pelle, le Oropo, le Amfipoli, le Artuse,

le Astaco, le Tegee, le Calcidi, le Larisse, le Eree, le Apollonie,

le Soteire, le Alexandropoli, le Alexandrescate, le Niceforio, le

Nicopoli. La Tracia e la Macedonia si popolavano di Tessaloniche, di

Cassandree, di Demetrie, di Lisimachie; l’Asia Minore lanciava da sola

alla luce del giorno ben cinquecento città, vigili avamposti di tutta

una novella fiorita industriale e commerciale[233]. E dall’Asia Minore

alla Siria, dalla Mesopotamia e dalla Caldea all’altipiano dell’Iran,

dall’India all’Arabia e all’Africa, tutto un mondo di civiltà, spente

da secoli, resuscitava, un mondo di civiltà nuove sorgeva.

Tosto una folla di avventurieri, di operai, di imprenditori, fuggendo

la patria, povera ed impotente, si recarono colà a far fortuna. Vi

trovarono di fatto lavoro e ricchezza. Ma, ahimè, i nuovi centri,

manifatturieri e commerciali, dell’Oriente ellenizzato accaparrano ora

la clientela dell’antica e un dì gloriosa Ellade; sviano le tradizioni

commerciali dell’antico mondo civile; ridestano furiosa la concorrenza,

sempre ardentissima, fra le città greche e i Paesi orientali così

detti barbarici, ora profondamente ellenizzati. Sorge in tal modo,

improvvisa, una barriera di fronte agli antichi prodotti greci, oramai

superflui al di là del Pindo e dell’Egeo[234]. In tale guisa la nuova

Grecia uccideva l’antica!

Si costituisce, invero, nel IV secolo a. C., ad oriente del mondo

ellenico, sulla più ampia zona di territorio che mai fosse toccata

a successore di Alessandro Magno, il più vasto dominio del tempo,

l’impero dei Seleucidi, che dall’Egeo si sarebbe in breve esteso fino

a tutto il bacino dell’Indo e del Jassarte[235]. Non si trattava

di una Potenza, minacciosa soltanto a motivo delle sue dimensioni

colossali. I primi Seleucidi vi si dedicarono a promuoverne le attività

della produzione e, più ancora, dello scambio[236]. Seleucia, nella

Mesopotamia, situata in una posizione privilegiata, alla confluenza

di tutte le grandi vie dell’altipiano iranico e del golfo Persico,

divenne, nel volgere di pochi lustri, la più notevole e fiorente piazza

commerciale fra l’Europa e l’Asia nord e centrale, come Alessandria

lo sarà fra l’Europa e l’Asia meridionale. Qui, attraverso il Tigri e

l’Eufrate, convenivano gli Armeni a scaricare le loro merci assortite;

qui si incrociavano le vie di transito della Persia e dell’Arabia,

recanti, per vaste e numerose arterie, i gonfi flutti delle preziose

derrate, di cui abbisognavano l’Oriente e l’Occidente. Ma la capitale

dell’impero non era isolata. Antiochia, prima dopo Seleucia[237],

Laodicea Sira, pregiata pel suo porto e pel vino squisito, che

esportava in gran copia in Egitto[238], e, sovra tutte, Battra, che

conquisterà uno dei primi posti, divenendo scalo delle merci, che

dall’India, dall’Asia settentrionale e dalla Serica, viaggiavano

alla volta del Mar Nero: tutte le tenevano dietro, recando a gara la

fiaccola della civiltà e della vita[239].

Ma ciò che specialmente era destinato a rivolgere l’orientamento

economico del mondo antico era la fondazione della grande Rotterdam

dell’antichità, Alessandria d’Egitto, e l’impulso, che alla regione, di

cui tosto sarebbe divenuta la capitale, avrebbero dato i successori del

grande Macedone, i Tolomei.

L’intensa sollecitudine, che questi monarchi nudrirono dei materiali

interessi del loro Paese, fu piuttosto unica che rara. Continuando

in una politica, che la larghezza degli orizzonti seppe integrare col

più mirabile senso pratico — la vecchia rivalità degli antichi Faraoni

con la Mesopotamia, che di altro non era espressione se non della gara

commerciale fra il Nilo e l’Eufrate —, essi si curarono di collocare

delle stazioni navali su tutti i punti, economicamente strategici,

del mondo antico, la Tracia, le isole Egee, Creta, l’Asia Minore, la

Fenicia, la Palestina, la Siria, l’Arabia, la Libia, la Cirenaica. E,

mentre lasciarono che l’antica linea di Copto continuasse a servire

quale tramite del commercio, eritreo ed asiatico, col Mar Rosso[240],

condussero a termine quelle dirette linee di comunicazione fra questo

mare e il Mediterraneo, ch’erano state iniziate dai Faraoni[241] e che

resteranno mèta perenne di tutta la civiltà avvenire.

«Ciò che costituisce», scrive il maggiore storico moderno di questa

età, J. G. Droysen, «l’importanza del territorio di Suez è il fatto

che colà giacciono gl’incavi più profondi, operati dal mare tra

le più grandi masse continentali del globo; gli è là che il Mar

Rosso, il porto naturale di tutte le coste dell’Oceano Indiano fino

all’Australia e alla Cina, non dista dal Mediterraneo, il porto delle

regioni occidentali, più di qualche miglio. Nell’età ellenistica

l’importanza del Mar Rosso, delle Bocche del Nilo, della comunicazione

pel canale tra il fiume e il mare non era certo pari a quella

odierna, centuplicata dalle scoperte transatlantiche e dallo sviluppo

del commercio e dell’arte nautica: ciò non ostante, l’irruzione

dell’ellenismo nel Mar Rosso, ormai accessibile, dovette, dopo la

spedizione di Alessandro Magno, costituire l’avvenimento più notevole

nei rispetti della trasformazione dell’equilibrio esteriore; dovette,

pei suoi resultati, riuscire così sorprendente e di effetti così

durevoli, come lo sarà, sedici secoli di poi, la circumnavigazione del

Capo di Buona Speranza, che infliggerà un colpo mortale al commercio

italiano e anseatico»[242].

Per tal guisa, Alessandria, ove poi, a diffondersi nel mondo intero,

«convergevano i prodotti dell’Egitto, dell’Etiopia, della Cirenaica,

della Libia, della Mesopotamia, dell’Arabia, della Siria, dell’India»,

superata già, fin dal III secolo a. C., la stessa Seleucia, «era

divenuta la prima piazza mercantile dell’Oriente»; e attraverso il

Mar Rosso le sue merci penetravano nell’Oriente; per l’alto Nilo

in Etiopia, e per il Nilo medesimo viaggiavano dal Mar Rosso al

Mediterraneo, cioè a dire dall’Asia all’Europa[243].

I Tolomei avevano ben motivo di accaparrarsi il mondo. L’Egitto era

un centro, unico più che raro, di prodotti naturali. L’Egitto, che

nutriva a miriadi buoi, capre e pecore di qualità eccellente, produceva

altresì in copia l’orzo, il frumento, il _dourah_, le cipolle, l’aglio,

le fave, i piselli, i cocomeri, il porro, il papiro, il loto, l’olio

di sesamo, il vino, i fichi, il _corsium_, la palma, il sicomoro,

il lino, il cotone, le erbe alimentari, le lenticchie, l’alloro, il

mirto, le rose, il miele, e celava nelle sue viscere quel prezioso

materiale da costruzione che sarà uno dei principali elementi economici

dell’età ellenistica[244]. Ma perchè un Paese abbia a prosperare, non

basta disponga di abbondanti risorse o di facili vie di commercio; è

necessaria una buona organizzazione della produzione. Fu la fortuna che

toccò in modo eminente all’Egitto tolomaico, ma non a questo soltanto:

essa fu la fortuna di tutti i Paesi ellenistici.

L’organizzazione della produzione nel mondo ellenistico.

I vari Stati ellenistici ci fanno assistere a un fenomeno, che,

dopo le esperienze contemporanee più recenti, può quasi sembrare

inaudito: un socialismo di Stato, un intervento continuo del governo

nell’agricoltura, nell’industria, nel commercio, che riesce — per gran

tempo almeno — ai resultati più meravigliosi. I massimi proprietari,

i più ricchi e attivi industriali dell’Egitto tolomaico, come delle

terre racchiuse entro i confini del vasto impero dei Seleucidi, sono

il re, e, col re, i sacerdoti dei templi, grandi centri d’imprese

economiche. I «beni regi» e i «beni del clero» occupano i tre quarti

dell’Egitto tolemaico. Ma non si tratta di latifondi abbandonati ed

oziosi, ma di terre fertilissime, sfruttate intensivamente e con ogni

sistema di colture. La terra regia e le terre dei templi producono

vini, cereali, datteri, grani oleiginosi, legumi, alberi da frutto e

alberi industriali; alimentano greggi, forniscono i più ricchi prodotti

del sottosuolo. Gli stabilimenti del re e quelli dei templi fabbricano

birra e salami; elaborano i vini e gli olii; macinano il grano; tessono

le tele e i tessuti. Grandi banche — dalle filiali sparse dovunque —

forniscono i capitali per le più svariate intraprese.

Anche il commercio è un servizio di Stato: gli ardui viaggi di

esplorazione di questo tempo, che sembrano precorrere i secoli XV-XVI,

sono concepiti e organizzati nei gabinetti delle Corti ellenistiche,

così come d’origine statale sono i più grandiosi lavori, diretti a

intensificare e ad agevolare la produzione e lo scambio.

Ma lo Stato non è signore esclusivo delle attività economiche del

Paese. Accanto alla terra di proprietà statale, v’è la terra di

proprietà privata, o piuttosto di _possesso_ privato; accanto alle

grandi industrie governative, sono i piccoli mestieri indipendenti,

tutti egualmente in fiore. Noi assistiamo, anzi, nel mondo ellenistico,

a un fenomeno non meno strabiliante degli altri: la sparizione della

schiavitù, o la sua radicale trasformazione, e la rivalutazione e la

diffusione del lavoro libero e salariato[245]: il che porta seco una

specializzazione estrema dei mestieri, un significante perfezionamento

tecnico della mano d’opera, financo un sottile sfruttamento della

medesima[246].

Nè è tutto: le esigenze della produzione sollecitano l’intervento

della scienza. Noi possiamo parlare ora di una scienza applicata

all’agricoltura e all’industria. La macchina idraulica, inventata da

Archimede, regola la distribuzione delle acque del Nilo. L’alessandrino

Ctesibio inventa la pompa[247]; la grue (la nuova _baroulcòs_)

sostituisce l’antico argano e la biga; il mulino ad acqua tien luogo

del vecchio mulino a braccia. Le fabbriche regali di Pergamo e di

Alessandria compiono miracoli che precorrono la grande industria,

l’industria meccanica dei secoli XIX-XX[248]. Or bene, con che mezzi,

con quali miracolose risorse, la Grecia classica, povera, angusta,

fatta pesante dalla lenta economia schiavista, pervasa dalla follia

delle eterne guerre municipali, avrebbe potuto resistere alle nuove

minacciose concorrenze?

Roma e il nuovo Oriente.

Se questi erano i pericoli, a cui la nuova conquista dell’Oriente

esponeva la Grecia, gli effetti dell’intervento di Roma nella storia

del mondo, il suo affacciarsi all’eternità, che segue circa due secoli

più tardi, non saranno meno decisivi. Roma consacra definitivamente

quel nuovo ordine di cose, che la spada di Alessandro Magno aveva

disegnato. Il nuovo Egitto ellenistico bastava da solo a costituire per

la Grecia un pericolo. Roma sopraggiunge ad assicurarne il trionfo.

Roma sbarazza l’Egitto dalla pericolosa vicinanza di Cartagine, lo

libera dalle sue potenti rivali — la Macedonia e la Siria —; inizia

una serie di guerre che devasteranno le terre e le acque greche, e

fa di Alessandria il centro maggiore dei suoi approvvigionamenti, sì

che, mentre «prima neanche venti navi osavano valicare il Mar Rosso»,

l’aurora del primo secolo dell’Impero vedrà «intere flotte navigare»

da questo porto «alla volta dell’India e della remota Etiopia, dirette

all’acquisto di merci di gran valore da scambiarsi con altre, non

inferiori nè per numero nè per pregio», che l’Egitto stesso sarà in

grado di apprestare[249].

L’Egitto valeva bene, ed ebbe infatti, le più scrupolose cure

dell’Impero; ma non valevano meno altre regioni più discoste ed

altrettanto sospirate di quell’Oriente, che Alessandro e i successori

si erano affaticati ad ellenizzare. Con lo stesso scrupolo usato

verso l’Egitto, Roma organizzò il commercio col resto dell’Oriente, e

i resultati dell’opera annullarono del tutto i vantaggi di qualsiasi

relazione con la Grecia.

Dall’Oriente affluiva la più abbondante e svariata copia di prodotti

e di manufatti, ai quali soltanto era dato placare la febbre di

lusso e di piacere, da cui fu invasa la metropoli del mondo, erede

delle monarchie e delle Corti dei successori di Alessandro[250]. Di

là provenivano l’incenso, la cassia, la senna, le resine, la mirra,

l’aloe, il cinnamomo, il pepe, il garofano, lo zucchero, il riso,

la tartaruga, i diamanti, gli zaffiri, gli smeraldi, le ametiste, i

topazi, gli opali, i rubini, i giacinti, le perle, le tele, i filati di

cotone e di lana, l’avorio, l’indigo, l’anice, le mussoline, l’ebano,

il legno di _teck_, il marmo, il nardo, la porpora, il vetro, il

cristallo, le lane, le stoffe colorate, le sete, le mezze sete, tutti i

tesori dell’India, tutte le rarità della Cina[251].

Al paragone di tanto ben di Dio, la Grecia, non offriva che del marmo

e qualche commestibile poco ricercato o punto necessario[252]. Oltre

cento milioni di sesterzi, pari a 20 milioni di lire-oro, escivano

ogni anno dai forzieri romani, pigliando il volo per le Indie e per

la Serica, all’acquisto e all’importazione delle perle[253]; cinquanta

e più, per i rimanenti prodotti[254], ed essi non costituivano che il

saldo in moneta dell’importazione dell’Impero, non coperta dalle sue

esportazioni in Oriente.

E in che cosa consisteva codesta esportazione? Essa consisteva, in

massima parte in produzioni dell’Europa occidentale, quali il piombo,

il rame, lo zinco, l’argento[255] ed in altre che venivano fornite

dallo stesso Egitto. Per tal modo l’Egitto, che disponeva delle

principali vie dell’Oriente: l’Egitto, che ne aveva quasi monopolizzato

il commercio, era anche la provincia che forniva a Roma buona parte dei

mezzi con cui pagare le sue costose importazioni orientali. Dall’Egitto

il commercio romano spediva in Cina manufatti di vetro, in Arabia e in

India stoffe sontuose, broccati, bronzi, strumenti musicali, nonchè,

probabilissimamente, lo splendido materiale da costruzione fornito

dalle sue cave, quali il granito di Siene, la breccia verde della

regione di Koser, il basalto, l’alabastro, il porfido. Quali vantaggi

al confronto poteva fornire la Grecia europea?

Roma e il nuovo Occidente romano.

Il tramonto di una civiltà, vol. 2 (di 2) · 第 5 / 13 段