Ma le voci delle entrate ateniesi, che la guerra comprometteva, non

si limitavano — dicemmo — al tributo degli alleati. Vi seguivano

in primo luogo le imposte doganali. Il commercio ateniese aveva un

valore suo proprio, quale fonte della ricchezza dell’erario[91].

L’abbiamo notato: la _cinquantesima_ (la πεντηκοστή), ossia il dazio

del 2% sopra tutte le merci, imbarcate, sbarcate, reimbarcate al

Pireo, rendeva alla Repubblica, nei suoi giorni più difficili, circa

200.000 lire[92] all’anno. C’erano poi altre imposte doganali, di cui

diamo soltanto accenni oscuri e indefiniti[93]. Una imposta dell’1%

(una _centesima_) (ἑκατοστή), che non era forse l’unica del genere,

colpiva — pare — l’uso del porto, così come due dazi, difficili a

determinare con precisione, esatti rispettivamente dallo Stato e dai

Comuni, colpivano tutte le merci che venivano trasportate al pubblico

mercato, alla classica _agorà_[94]. Gli alleati di Atene — sappiamo —

erano obbligati a recarsi nella capitale dell’Attica per la trattazione

e la risoluzione delle loro controversie giudiziarie. C’era poi

l’imposta sulle vendite e sulle pubbliche aggiudicazioni di immobili:

l’_eponion_[95]. Or bene, anche questi varî cespiti del bilancio

ateniese, dipendevano, direttamente e indirettamente, dall’alterno

stato di pace e di guerra. La guerra li aveva creati o almeno ne aveva,

per Atene, elevato il gettito a proporzioni, che la maggior parte

delle città greche ignorava. Ma la guerra, con le sue crisi, veniva

ad annullarli o a scarnificarli profondamente. Essi dipendevano dalla

potenza della nazione che ne godeva, dalla sua autorità sopra alleati e

sopra forestieri; e questi non erano più tenuti nè a dogane nè a spese

giudiziarie fin dal primo giorno in cui, alla soccombente repubblica

veniva meno la forza necessaria a tanta coercizione, o le invasioni

straniere arrestavano la regolarità dell’amministrazione della

giustizia, o impedivano la possibilità materiale dell’esazione[96].

Per tal modo, se in ogni tempo la guerra ha esercitato un’influenza

notevole sulla finanza degli Stati belligeranti, il particolare assetto

delle finanze delle grandi città greche, in intimo, organico rapporto

con la loro potenza politica, rendeva tale legame indissolubile. Non

soltanto ogni guerra ingigantiva le spese; ma il suo solo annunzio

bastava a far sì che le entrate precipitassero a proporzioni miserevoli

e insufficienti. La guerra bruciava ad ambo i capi l’esistenza

economica di quelle repubbliche: ne distruggeva gli utili, ne

rincrudiva i danni. Così il circolo di quella che fu la perenne

tragedia finanziaria degli staterelli greci era chiuso e saldato.

Tributi e imposizioni straordinarie.

A rompere il malefico incantesimo, non v’era altro mezzo che

trasformare le basi stesse del bilancio ateniese: farne, di un

bilancio politico, un bilancio economico, al riparo, nella più alta

misura possibile, da tutti i contraccolpi della guerra. Fu il sogno

di quel singolare autore dell’operetta che ha per titolo _Le entrate

di Atene_, che si è voluto identificare con Senofonte, e che, in ogni

modo, in sulla metà del sec. IV, rappresentava il pensiero di una buona

parte dell’opinione pubblica ateniese, completamente aliena dal voler

ripetere le terribili esperienze dell’età che vi aveva proceduto[97].

Il sogno del democratico autore dell’opuscolo è quello di trasformare

lo Stato ateniese in uno Stato industriale, in uno Stato imprenditore

di lavori e di speculazioni commerciali. Su questa particolare

concezione, per altro disegnata, idealmente, in modo perfetto, incombe

un pericoloso elemento utopistico[98]. Ma l’utopia celava una profonda

verità ed una purissima intenzione: quella di far vivere gli Ateniesi,

non più sui frutti dell’impero e della guerra, ma sui proventi della

pace.

Ma per la trasformazione della finanza ateniese in una finanza di

pace, occorrevano tempo, calma, abnegazione e, sopra tutto, uno

stato di tranquillità, che assai di rado Atene godette. Nella ressa

delle esigenze quotidiane, con la guerra permanente alle spalle, il

rimedio più rapido e più naturale era, invece, quello d’inasprire

i tributi: effetto e segno, insieme, dell’immiserirsi del pubblico

erario e causa di mali nuovi e impreveduti. Siamo alla vigilia del

grandioso conflitto col Peloponneso. La guerra di Samo (440-39), la

difesa di Corcira contro i Corinzi (433-32), la successiva spedizione

in Tracia e, finalmente, il tremendo assedio di Potidea (432-30), che

inaugura appunto la guerra, hanno importato una spesa di circa 4000

talenti (= circa 24 milioni di lire)[99]. Occorse allora procedere

ad una prima revisione dei tributi degli alleati, in parte ribelli,

e, com’era naturale, a un rincrudimento dei medesimi[100]. Ma il

rimedio è insufficiente, e, mentre le spese incalzano, esso provoca

nuove renitenze e nuove defezioni. Dopo le entrate, le riserve del

bilancio, di cui Pericle andava così orgoglioso, vengono, come giammai,

profondamente intaccate[101]. E la guerra non s’arresta, anzi è d’uopo

intensificarla e passare decisamente all’offensiva. Intanto scoppia la

rivolta di Mitilene (428). Allora viene riesumata l’antica _eisphorà_

ateniese, che un tempo avea colpito le sole proprietà fondiarie

dell’Attica, e ora dovrà colpire, insieme, la ricchezza, mobiliare e

immobiliare, del Paese.

L’_eisphorà_ del 428 è prelevata nella misura di 200 talenti (oltre

un milione di lire)[102]. Era un gettito cospicuo; ma una goccia

d’acqua nell’oceano dei bisogni infiniti. L’anno dopo, occorre tornare

a rivedere i tributi[103]. Pure, siccome la guerra non dà successi

notevoli, è pericoloso imporre agli alleati grandi sacrifizi. Bisogna

limitarsi quindi a piccoli ritocchi. Ma nel 425 si ha la felice

occupazione di Pilo, ossia l’invasione della Messenia, donde si spera,

in Atene, non sia difficile far saltare in pezzi il dominio spartano

sul Peloponneso. Allora, salito Cleone all’ufficio, che per tanti

anni era stato gloriosamente tenuto da Pericle, si osa decretare un

raddoppiamento dei tributi confederali. I 460 talenti, che Aristide

aveva loro imposti e che già erano stati portati a 600[104] sono ora

fatti salire a circa 1000: sei milioni di lire[105]! Si sperava forse

sfuggire alla necessità di nuove _eisphorai_, così penose per il

cittadino ateniese, da lustri abituato a vivere delle entrate del suo

impero? Se tale voleva essere la speranza dei reggitori di Atene, essa

riuscì vana, chè, circa un anno dopo, intorno al 424, bisognò ricorrere

di nuovo, e, probabilmente, più di una volta, all’_eisphorà_[106].

L’ombra di quella tregua, che il capo del partito conservatore

ateniese, Nicia, riuscì a segnare nel 421 con Sparta, interruppe la

continuata adozione di mezzi così eroici. Ma la speranza della pace

non era stata che un inganno, un breve agitato respiro per meglio

prepararsi alla nuova presa d’armi. Nel 418 si ha la guerra così

detta di Mantinea; nel 417, una nuova spedizione ateniese in Tracia;

nel 416 una spedizione contro Melo.... Pure, ad Atene non si vuol

più sentir parlare di nuove _eisphorai_[107]; in compenso, non si

esita, tra il 420 e il 417, a tornare ad aggravare il tributo dei

pazienti alleati. Per alcuni distretti, esso è senz’altro triplicato,

per altri, l’aumento è forse ancora più considerevole....[108]. Si

toccano in questo momento i 1200 o 1300 talenti annui, a cui mai

fin adesso il contributo federale era salito[109]. Era una entrata

cospicua, che superava da sola quella, a cui un tempo s’era levata

la somma complessiva delle entrate ateniesi. Ma i preparativi per

la nuova guerra di Sicilia (415-13) costringono a pensare alla

possibilità di nuove _eisphorai_[110]. Poi la guerra ha principio;

si svolge paurosamente; affonda in un’enorme catastrofe, e finisce

con l’ingoiare tutto: entrate ordinarie ed entrate straordinarie;

vecchie riserve e nuovi proventi. Ma, poichè le ostilità con Sparta si

riaccendono, e si inaugura la terza fase della guerra peloponnesiaca

— la fatale êra della Guerra deceleica (413-04) — occorre di nuovo dar

mano a operazioni cesaree. Subito, nel 413, si sostituisce il tributo

federale annuo con la nota imposta del 5% su tutte le merci esportate

o importate nei territori federali[111]. Ora stesso si raddoppiano i

diritti d’uso del Pireo, dall’1% al 2%, e l’antica _centesima_ diviene

la nuova _cinquantesima_; anche ora, forse, viene raddoppiata la

percentuale dei diritti sulle vendite[112]. Ma il nuovo sforzo è sempre

insufficiente ai bisogni: nel 410-09 viene creata la _decima_ (la

δεκάτη), una imposta del 10% sul transito delle merci sul Bosforo, che

sarà per parecchio tempo l’unica risorsa costante della cassa militare

degli strateghi ateniesi[113], e, qualche anno dopo, si deve, di nuovo,

replicatamente ricorrere a ulteriori _eisphorai_[114]. Finalmente,

nel 404, la terribile guerra si chiude: la distruzione della potenza

ateniese è consumata.

Ma poco dopo, ancora una volta, si dà mano alle armi. L’egemonia

su tutta l’Ellade, che Sparta era riuscita ad imporre, sembra in

pericolo. Le città, un tempo sue alleate, e le sue suddite recenti si

sollevano contro la nuova dominatrice, che si dimostra assai peggiore

dell’antica. Divampa la _Guerra corinzio-beotica_ (395-387). Atene

si getta di nuovo nella mischia, e perciò impone, a carico della sua

stremata cittadinanza, nuove contribuzioni straordinarie[115]. Gli

abili accordi di Sparta con la Persia e l’improvvisa pace di Antalcida

(387) frustrano le speranze della coalizione antispartana. Ma, di

lì a non molto, l’onnipotenza di Sparta pericola nuovamente. Tebe ha

dato il segnale della riscossa, e ad Atene si torna a lavorare per la

ricostituzione dell’antica lega marittima e per una nuova ripresa del

gigantesco duello con Sparta. Perciò si intima un’altra contribuzione

straordinaria, ma si vuole che la nuova _eisphorà_ sia più grandiosa

delle precedenti; onde vi si apparecchiano basi più solide e strumenti

più sicuri degli antichi. Fu questo il capolavoro finanziario del

387-77, che, dal primo arconte, pigliò il nome di Nausinico. Questa

volta, non solo furono senza dubbio riveduti e controllati i ruoli

delle fortune ateniesi, ma vennero istituiti dei gruppi di cittadini,

delle _società_ — delle _simmorie_, come allora si disse — incaricate

di riscuotere l’imposta, e farsi in certo modo garanti di tale

riscossione[116]. Pur troppo, il censimento delle fortune ateniesi

dette soli 5750 talenti di fortune imponibili, pari a 35 milioni

di lire[117]; e, poichè, immediatamente dopo, veniva ordinata la

prelevazione di almeno 300 talenti d’imposta[118], ne risulta che le

fortune ateniesi vennero colpite per oltre il 5% del loro ammontare

totale, o, ragguagliandone il reddito netto al tasso, certo elevato,

del 10%, per oltre il 50% del frutto annuo[119]!

L’indizione dell’_eisphorà_ si rinnova due altre volte, fra il 376

e il 367. Siamo adesso nel cuore del grande duello tebano-spartano,

nel quale, ancora una volta, entra di mezzo Atene, sforzandosi di

riconquistare, appoggiandosi ora all’una or all’altra, la parte

preminente, un tempo goduta, in Grecia. L’imposta sembra adesso colpire

il 10% della ricchezza censita[120]. Il che significa che in due

riprese vien assorbito l’intero reddito annuo dei cittadini ateniesi!

Nè le _eisphorai_ del 376-67 sono le ultime della serie. I ricorsi di

quelle aborrite contribuzioni si ripeterono implacabili con l’incalzare

delle nuove necessità militari, col declinare del commercio e dei

redditi delle dogane, col crescere in sicurezza dei redditi federali.

L’età di Iseo, Lisia, Senofonte, Demostene[121], n’è tutta ingombra,

sì che, di tanta frequenza e della consueta od eventuale gravezza

dell’imposta, noi ritroviamo traccia nei lamenti di tutti gli oratori

del tempo.

Ma l’_eisphorà_ diviene ancora più esosa, quando, nel 362, è introdotta

la speciosa innovazione della così detta _proeisphorà_, la quale

impone ai ricchi l’obbligo di anticipare all’erario le somme votate

dall’assemblea, salvo il diritto, che sempre rimaneva teorico, di

risarcirsene sui contribuenti[122]. Le conseguenze di questo anticipo

forzoso dovettero essere terribili, e, per averne un’idea noi dobbiamo

correre col pensiero ai _decurioni_ del basso Impero romano. Fin adesso

ogni cittadino aveva pagato, sia pur duramente, in proporzione della

propria fortuna; d’ora innanzi i cittadini agiati dovranno pagare senza

limiti in proporzione della ricchezza propria e del malvolere di tutti

gli altri. Molte fortune, sulle quali lo Stato fin adesso aveva potuto

contare per i suoi bisogni, vennero ora schiantate; altre famiglie

fuggirono, imprecando, la patria, o preferirono chiamare i nemici

del di fuori contro gli usurpatori del di dentro. E la Repubblica,

per eccessivo studio di assicurare le sue finanze di guerra, finì col

trovare inaridite tutte le fonti della sua prosperità.

Ma un altro sistema adoperava — come tutte le città greche a regime

democratico — Atene, per assicurare il suo bilancio: quello di sforzare

i cittadini agiati ad assumere taluni servizi pubblici. Fra questi,

agli scopi della guerra, primeggiava la _trierarchia_.

La _trierarchia_ è il più costoso, e, dopo l’_eisphorà_, il più

rigido[123] fra i così detti doveri liturgici, cioè l’obbligo fatto

ai cittadini più agiati di sobbarcarsi per un anno all’armamento

e alla manutenzione di una trireme. Or bene, questo carico doveva,

gli è evidente, riescire sempre più gravoso col crescere della forza

marittima ateniese, con l’incalzare delle guerre, col ripetersi di

disastrosi insuccessi, i quali venivano senz’altro ad imporre l’urgenza

e l’armamento di nuove flotte[124].

Se si calcola inoltre che, dalla seconda metà del secolo V, le maggiori

imprese militari di Atene furono tutte marittime; che, almeno fin dalla

prima metà del IV, lo Stato non assicurava più, come nel V, la mercede

a tutto l’equipaggio, ma ai soli remiganti, dinanzi ai quali, del

resto, il trierarca rimaneva moralmente e direttamente impegnato[125];

che fin d’allora neanche i componenti l’equipaggio o i remiganti

venivano forniti in numero sufficiente e di qualità adeguata[126], per

cui toccò più volte al trierarca, acquistarne dei nuovi, stipendiarli

e, magari, regalarli abbondantemente[127]; quando si riflette che

la difettosa legislazione, la lungaggine amministrativa, la forzata

taccagneria dell’erario vennero procurando ai trierarchi brighe gravi

e molteplici, sì da distorli dal reclamo di quegli arredi, cui avevano

diritto[128], s’intenderà facilmente come l’ottemperanza al dovere

della trierarchia potesse, durante una sola guerra, trascinare alla

perdizione gran numero di cospicue famiglie ateniesi[129].

Ma, come se ciò non bastasse, fin dalla Guerra del Peloponneso, i

trierarchi in carica, o, magari, uno solo fra essi, dovettero garantire

per il successore od il collega[130] anticipando, al solito, per

periodi di tempo indefiniti, le spese necessarie, e, finalmente,

dopo il 357, come già era avvenuto per la _eisphorà_, i trecento più

ricchi ateniesi furono, davanti allo Stato, fatti responsabili delle

contribuzioni dei rimanenti e tenuti all’anticipazione delle somme

che sarebbero occorse[131]. Ma, poichè il numero dei trierarchi venne

contemporaneamente fissato a 1200, la loro cifra per nave, e quindi la

ripartizione degli oneri, variò in proporzione inversa della quantità

delle triremi richieste.

Non si poteva non ricorrere alla menzogna ed alla frode. E i nuovi

_liturgi_ — è il nome che il diritto pubblico ateniese assegnava a

questi, più o meno volontarî, contribuenti — furono più fortunati o

più abili dei futuri decurioni del basso Impero romano: appaltando

a dei terzi la trierarchia[132], riserbando per sè la riscossione

dell’intera somma dei soci meno abbienti, valendosi all’uopo dei

mezzi più odiosi; violando, in una parola, lo spirito della legge,

finirono per collaborare a quella rovina delle medie e delle piccole

fortune dell’Attica[133], che già altre cause non meno inscongiurabili,

andavano provocando.

Le _eisphorai_ e l’obbligo della trierarchia non esaurivano la

serie delle liturgie e dei danni suscitati dalla necessità della

guerra e gravanti sui cittadini ateniesi. Il loro buon volere veniva

altresì sollecitato dalle contribuzioni volontarie, le così dette

_epidoseis_[134], il cui versamento, manifestatane l’intenzione,

diveniva obbligatorio, e ogni suo postumo rifiuto cadeva sotto le

sanzioni penali comminate dalla legge[135].

Riassumendo in breve giro di frasi gli effetti delle imposte

straordinarie di guerra, così Senofonte induceva Socrate ad

esprimersi: «Se scoppia una guerra, tu sarai nominato trierarca,

e con la trierarchia sarai gravato di tali e tanti gravami che non

potrai riuscire a sostenerli. E se opineranno che tu non ti comporti

con prodigalità, ti colpiranno con lo stesso rigore con cui se ti

sorprendessero a rubare le loro sostanze....»[136]. Nè si trattava

di amplificazioni retoriche. Sin dallo scorcio del secolo V, una

nuova taglia, rivoluzionaria sì, ma, pur troppo, regolare, venne a

gravare sui più abbienti: quella confisca dei beni, che avrebbe dovuto

rappresentare una legale punizione dei reati comuni o politici, e

che, invece, ora, diviene a poco a poco una delle entrate ordinarie

del bilancio ateniese. «Gli è più pericoloso», dirà Isocrate, «essere

tenuto per ricco che avere perpetrato un delitto.... Di questo

si può ottenere grazia o indulgenza, mentre la ricchezza condanna

irremissibilmente a perire....»[137]. E ad Atene, nei frangenti più

gravi, come negli anni più foschi della Rivoluzione francese le misure

giacobine non mancarono mai nell’ordine del giorno della vita pubblica,

sì che, attraverso le delazioni e le montature dei facili sicofanti,

il Moloch della guerra ingoiò facilmente, insieme con le fortune, il

sangue e l’onore dei cittadini[138].

Il disagio dei privati.

Tante numerose e gravose esigenze statali dovevano trovare, ogni dì

più, stremata la fonte naturale della loro esaudizione. L’accanimento

tributario, a cui i sempre nuovi bisogni trascinavano il governo

ateniese, ne era uno dei sintomi più notevoli. In seguito alla crisi

economica degli ultimi anni della guerra del Peloponneso, si era

— con misura eccezionale — consentito che a sostenere le liturgie

ordinarie, ad esempio, la così detta _coregia_, sopperissero magari

due persone insieme[139], e, nel 378 — vedemmo — si era ordinato che

l’imposta sul patrimonio venisse pagata, non già per individui, ma per

_società_[140]. In maniera analoga, la _trierarchia_ cedette il posto

alla _syntrierarchia_, per la quale le spese dell’arredamento e della

manutenzione delle triremi furono distribuite fra due cittadini[141],

e più tardi — pare nel 357 — alla trierarchia, anch’essa per

_società_[142].

Ma nulla valse ad arrestare le conseguenze di uno stato di cose

insopportabile. Ad onta d’ogni ripiego, i trierarchi legali

continuarono a mancare, ed occorse ricorrere ai trierarchi volontari.

Fin dal 357, noi ne abbiamo esempi numerosi, e la loro apparizione è

indizio sicuro di vasto perturbamento economico[143].

Fa senso, oggi, rilevare quale modesta unità di misura fosse quella

che gli antichi Ateniesi adottavano per il concetto di ricchezza.

Ricchissimo era, a loro avviso, chi possedeva 100.000 lire di

capitale. Ricco chi ne possedeva soltanto 50 o 60.000[144]. Questi,

se ne eccettui qualche patrimonio mostruoso, gl’indici più elevati

dell’agiatezza ateniese. Le idee economiche di questo grande popolo

di commercianti e di industriali rimangono in tal modo assai lontane

da quelle che della ricchezza individuale si formeranno i Romani, per

cui un reddito di mezzo milione faceva solo mediocremente ricchi[145],

e un paio di milioni costituivano a mala pena il limite minimo di una

ricca azienda domestica[146]. Or bene, questo fu per grandissima parte

un effetto della guerra in permanenza. Nell’Attica antica ricorreva

periodicamente un fenomeno identico a quello che si ripeterà nel nostro

Piemonte dei secoli XVI-XIX. Per l’uno e per l’altro Paese, ogni

guerra importava anzi tutto un repulisti della proprietà mobiliare

dei ricchi. «Come si poteva arricchire», chiedeva del suo Paese

Massimo D’Azeglio, «con questo sacco dato periodicamente ad ogni casa,

almeno un paio di volte per secolo?»[147]. Come si poteva arricchire,

chiederà l’osservatore moderno, nell’Attica antica, con questa

specie di salasso, applicato normalmente ad ogni azienda domestica di

dieci in dieci anni, o di cinque in cinque?... A mezzo il secolo IV,

Demostene grida angosciato: «Un tempo la nostra città abbondava di

possedimenti e di denaro; adesso.... — bisogna dir così — ne abbonderà

nell’avvenire....»[148]. «Un tempo le nostre ricchezze erano copiose e

gli affari pubblici volgevano prosperamente.... Ora il pubblico erario

non dispone di somme bastevoli alle vettovaglie di un giorno solo, e,

quando bisogna accingersi a qualche impresa, non si sa donde ricavare

i mezzi occorrenti....»[149]. «In Atene», ribadiva altrove angosciato,

«quand’anche tutti gli oratori gridassero che il re di Persia sta

per piombarci addosso e che non è possibile provvedere altrimenti,

e quand’anche altrettanti indovini emettessero eguale presagio, non

che contribuire, non si mostrerebbe il becco d’un quattrino e si

sosterrebbe anzi di non possederne....»[150]. Era terribilmente vero,

e sembrava quasi inconcepibile: «tutte le ricchezze ateniesi pubbliche

e private erano esaurite!...[151]: «onde la moltitudine dava in

isvarioni, colossali e feroci, nel valutare l’agiatezza dei migliori,

che, dinanzi all’incalzare dei pubblici bisogni, non poteva supporre

ridotti a sì dolorose strettezze»[152].

Se tali erano le condizioni dei meno disagiati, assai più lacrimevoli

apparivano quelle della popolazione minuta della città e della

campagna. La grande massa dei contadini viene nel V-VI sec. definitiva

senz’altro come _indigente_[153]. «L’enorme maggioranza dei nostri

concittadini», scriveva Isocrate, «è così oppressa dal disagio, che

non uno solo vive tranquillo e libero da preoccupazioni, ma da tutta la

città si levano grida di dolore e di passione»[154].

Gli ultimi tempi innanzi l’êra volgare riboccano di impetrazioni di

sussidi dai sovrani così detti ellenistici e di ininterrotte oblazioni

di cittadini, di monarchi[155]. Gli Ateniesi, gli antichi signori della

Grecia sono discesi al livello di ciurma dolorosa di mendicanti, e

nella sfiorita metropoli dell’Ellade si anticipa, con le immancabili

distribuzioni periodiche di danaro e di frumento, lo spettacolo della

_plebs urbana_ della Roma imperiale. Allorchè, nel 280, Atene voterà

onori e monumenti a Democare, uno fra i suoi più lodati cittadini,

il decreto che recherà il riassunto dei servizi, che gli erano valsi

l’insigne omaggio, non citerà se non una serqua di ambascerie, proposte

o disimpegnate, il cui frutto era stato il misero obolo di qualche

elemosina[156].

E, insieme coi donativi umilianti, figurano adesso, numerose, le

largizioni gratuite o semigratuite di cereali, che, come a Roma,

così in Grecia, servivano a prevenire e a sventare i tentativi

insurrezionali della parte più povera della cittadinanza, e

costituivano un non lieve salasso delle già spremute finanze

dell’erario[157].

Non basta: la guerra era unica ed esclusiva cagione del gran numero

di orfani e di mutilati, che lo Stato deve ora via via mantenere e

retribuire. Gli orfani, gli invalidi, i mendicanti divennero folla dopo

la Guerra peloponnesiaca, e bisognò organizzare su basi stabili questo

servizio di pubblica assistenza[158].

Il tramonto di una civiltà, vol. 2 (di 2) · 第 2 / 13 段