CORRADO BARBAGALLO
IL TRAMONTO DI UNA CIVILTÀ
O
LA FINE DELLA GRECIA ANTICA
«..... Indagheremo e conosceremo
insieme le ragioni per cui Sparta ed
Atene, dal colmo della gloria, cui,
fra i Greci, erano dal nulla pervenute,
rischiarono poscia di precipitare nella
servitù; le ragioni per cui i Tessali,
straordinariamente cresciuti in ricchezza
ed in potenza, sono ora ridotti allo
stremo della disperazione». «Occorre
all’uopo risalire alle cause prime, non
già richiamare gli eventi, che da quelle
sono proceduti: alle cause prime dei
mali che ci hanno condotti allo sbaraglio
attuale».
(ISOCR., _La Pace_, 116-17; 101).
VOLUME SECONDO
FIRENZE
FELICE LE MONNIER
EDITORE
PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA
49-1924 — Firenze, Stab. Tip. E. Ariani, Via S. Gallo, 38
CAPITOLO PRIMO.
LA GUERRA
Le guerre nella Grecia antica.
La Grecia antica fu, per tutta la sua non lunghissima, ma neanche
brevissima, esistenza storica, profondamente afflitta dal male,
endemico e inguaribile, della guerra. Sotto questo riguardo, le sue
gloriose repubbliche non hanno che un solo termine di paragone (e il
ripetersi del fenomeno non fu casuale): i Comuni italiani del Medio
Evo. La sua vita fu tutta una serie ininterrotta di lunghe ostilità
e di brevi armistizi, un affilare, un brandire, un incrociare, un
risonare incessante di armi.
L’età, che potremmo dire preistorica, della Grecia antica si dischiude
al nostro pensiero con la evocazione di due grandi serie di guerre:
la guerra troiana e le altre infinite, che vanno sotto il nome di
«migrazione dorica». Poi, in età cronologicamente più sicura, troviamo,
nei secc. VII-VI, le incessanti guerre contro Messeni, Argivi, Arcadi,
ecc., attraverso le quali Sparta conquista l’alta sovranità sul
Peloponneso. Poi, dal 500 al 494, si ha la insurrezione e la guerra
delle colonie greche di Asia, aiutate da Atene e da Eretria, contro
la Persia; dal 492 al 479, le prime paurose invasioni persiane; dal
478 al 449, la controffensiva greca ai danni della Persia, mentre
contemporaneamente, nella Sicilia, e nell’Italia greca — la Magna
Grecia — si svolgono lotte, lunghe e cruente, fra colonie e colonie
elleniche — Crotoniati contro Sibariti, Siracusani contro Agrigentini,
Siracusani contro Crotoniati —, nonchè fra Greci e Cartaginesi, Greci
ed Etruschi, Greci ed Italici.... Nel 466 o nel 471, nella Grecia vera
e propria, si ha la insurrezione, fieramente domata, di Nasso contro
Atene; dal 466 al 464, la guerra di Atene contro Taso; dal 459 al 451,
mentre la guerra della Lega ateniese contro la Persia continua, si
susseguono una duplice serie di ostilità ateniesi-corinzio-spartane;
dal 449 al 446, una guerra beotico-ateniese-spartana; nel 440-39,
le ribellioni di Samo e di Bisanzio contro Atene; nel 437-34,
una spedizione ateniese contro le città greche della Tracia e
del Ponto; dal 435 al 433 la guerra corinzio-corcirese-ateniese;
dopo di che, l’anno successivo scoppia l’insurrezione di Potidea
e di una parte della Calcidica contro Atene, che inaugura i quasi
ininterrotti ventisette anni della tremenda _Guerra peloponnesiaca_
(431-04), che avvolse nelle sue fiamme l’intero mondo ellenico. Tra
il 404 e il 403, segue la prima riscossa di Atene e la campagna di
Trasibulo contro «I Trenta»; fra il 400 e il 387, una nuova guerra
spartano-persiana, intramezzata da ostilità di Sparta contro l’Elide
e contro Tebe, mentre in Occidente si svolgono le conquiste del
primo Dionigi su territorio siciliano ed italico, nonchè una lunga
guerra di Siracusa contro i Cartaginesi. Nel 394 si apre, e continua
fino al 387, la grande, così detta, _Guerra corinzio-beotica_, che
travolse anch’essa nel suo turbine Tebe, Atene, Corinto, Argo, Sparta,
l’Eubea, la Grecia centrale, la Calcidica, mentre, in Occidente,
Dionigi il grande ripigliava la guerra contro Cartagine (383 ?) e i
suoi tentativi di espansione in Italia, che adesso lo fanno entrare
in lotta persino con gli Etruschi. Dal 386 al 380, s’incalzano e
intrecciano guerre spartano-mantineesi, guerre olintiaco-calcidesi,
guerre spartano-olintiache. Dal 377 al 362, si distende l’êra epica dei
grandiosi conflitti tebano-spartano-ateniesi-tessalo-epirotici, e, in
Occidente, si scatena una nuova offensiva di Siracusa contro l’eterna
sua nemica: Cartagine. Dal 362 al 357, mentre le armi non posano nel
Peloponneso, Sparta e Atene tornano a guerreggiare contro la Persia,
e poi, fallita l’impresa, Atene ritenta la violenta annessione al
suo impero dell’Eubea, della Calcidica, del Chersoneso tracico, testè
perduti, entrando in conflitto con la Macedonia, di cui ora è divenuto
re Filippo II. Dal 357 al 355, si svolge la così detta _Guerra degli
Alleati_ contro Atene; dal 355 al 346, la Prima sanguinosissima _Guerra
sacra_; nel 353, le prime guerre di Filippo II per la conquista della
Tessaglia; dal 346 al 340, una serie, quasi ininterrotta, di ostilità
fra Atene e la Macedonia; dal 339 al 338, la _Seconda Guerra sacra_,
che suggella la fine dell’indipendenza greca sotto l’egemonia macedone.
Contemporaneamente, nei trent’anni che scorrono dal 367 al 337, tutta
la Sicilia greca arde di un incendio di guerre civili tra città e
città, solo intramezzato da tentativi, or fortunati, or infelici,
di Cartaginesi contro Greci, di Greci contro Cartaginesi. Fra il 336
e il 335, si susseguono due nuove invasioni macedoni in Grecia, che
epilogano nella catastrofe di Tebe. Al 334 si apre la grandiosa gesta
macedone-greca per la decisiva conquista della Persia, che durerà fino
al 326. Intanto dal 333 al 330, durante l’assenza di Alessandro Magno,
impegnato in Oriente, Sparta guerreggia contro la Macedonia, e, tra il
323 e il 322, spento Alessandro, si combatte, fra Greci e Macedoni,
la disastrosa _Guerra lamiaca_. Poi seguono sino al 239 le infinite
contese fra i successori di Alessandro, disputate e risolute, in gran
parte, su suolo greco, e, dal 239 al 146, il viluppo più intricato di
guerre macedono-acheo-etolo-spartano-romane. Il 146 registra il lugubre
epilogo della distruzione di Corinto e della fine dell’indipendenza
della Grecia, sotto il calcagno romano.
In sette secoli di storia, dunque, circa settecento ininterrotti anni
di guerre, di cui ognuna non sconvolse soltanto una breve regione,
ma attirò nel suo vortice quasi tutti gli Stati ellenici della
penisola e gli altri d’Italia e d’Asia, i quali, del resto, figurarono
consuetamente, o nelle più o meno regolari _simmachie_ ateniese,
spartana, italica, o nelle temporanee alleanze, che le nazioni greche
stipulavano e dissolvevano con mirabolante disinvoltura.
Nè il sesquisecolare impero repubblicano di Roma riesce foriero
di migliore fortuna. Dalla fine politica della Grecia al tramonto
della Repubblica romana, le più grandi operazioni militari del tempo
avvengono su terreno greco: e le Guerre mitridatiche, continuate,
salvo brevi armistizi, dall’88 al 66, e la campagna contro i pirati
(67), e le guerre civili di Sulla contro Fimbria (85-84), di Pompeo
contro Cesare (49-48), di Antonio e di Ottaviano contro gli uccisori
di Cesare, nonchè contro Sesto Pompeo (42-35), e l’ultima di Ottaviano
contro Antonio (32-30). Solo allora, finalmente, la pace, di cui,
alla guisa del Secondo Impero Napoleonico, Roma ebbe a vantarsi
dispensatrice, spiegò i suoi ozi ristoratori sull’Ellade malaugurata.
Questo fenomeno — tutto greco — della guerra perenne non fu nè
arbitrario, nè casuale. Le sue profonde ragioni giacevano nella
Grecia stessa, ossia nella natura, essenzialmente municipale, della
sua organizzazione politica. È verità notissima questa, che la Grecia
non conobbe altra forma di Stato, che il municipio, i cui confini di
regola non valicavano il territorio di una città. Ma si è raramente
badato alle conseguenze enormi — benefiche e malefiche — che una tale
situazione portava seco. La nobiltà e la grandezza dello spirito
greco, come dello spirito dei Comuni medioevali italiani del Medio
Evo, nacque appunto dal tanto deprecato fenomeno del municipalismo,
che esaltava tutte le potenze morali dei cittadini, rinchiusi entro
breve confine, per cui la loro città era tutta la patria, era tutto il
mondo. Nacquero da questo stato di fatto il patriottismo ardente, la
svariata, meravigliosa molteplicità di sviluppi culturali, artistici,
spirituali, che caratterizzano la storia greca. Ma nacque anche il
male endemico della guerra in permanenza. Ogni grande Stato possiede
mezzi sufficienti, o quasi, alla sua prosperità; ha porti di mare,
terre fertili, pianure, montagne, varietà di colture, sbocchi fluviali,
centri naturalmente adatti all’industria e centri naturalmente
adatti all’agricoltura. Ogni sua contrada può aiutare le consorelle
e riceverne vicendevolmente aiuto. Una città isolata, uno Stato
municipale, no. Essi sono di regola mancanti di qualcuno, o di più
d’uno di tali beni. Quella o quello che possiede il legname non ha il
porto in cui scaricarlo; chi fabbrica merci non ha libero il passo ai
centri di importazione delle materie prime; chi ha il monte non domina
il piano; il municipio, cui sorride l’abbondanza dei suoi vigneti, non
dispone di popolazione sufficiente al consumo del suo vino. Lo Stato
municipale è, in conseguenza, per sua natura, mutilo e paralitico.
Onde il bisogno continuo, ch’è sua ragione e mezzo d’esistenza, di
aggregarsi, assoggettarsi, strappare altrui i beni di cui abbisogna.
In questo profondo terreno sta la radice del guerreggiare continuo,
rabbioso, delle repubbliche greche, così come dei Comuni medioevali
italiani. Poi il successo fortunato o l’irritazione dello scacco mal
tollerato, la gloria, l’ambizione, il cocente dolore, i danni, subìti o
temuti, complicavano il problema, lo inciprignivano, lo avvelenavano.
La guerra perciò, nella Grecia antica, fu, al pari dell’imperialismo
cittadino, elemento, vitale e fatale, della sua esistenza secolare.
Senza di essa la storia non conoscerebbe che una Grecia oscura e
vegetante nella mediocrità e nel silenzio. Senza di essa lo splendore
e la gloria di Atene e di Sparta non sarebbero mai stati. Il che non
impedì che gli effetti della guerra continua si ritorcessero tremendi
contro coloro che li avevano scatenati, e che, una volta generati, non
assumessero un incalcolabile potere di distruzione.
La Grecia, che non poteva vivere senza guerra, era condannata a perire
della sua guerra perpetua. Qui, dove gli Stati sovrani erano infiniti,
innumeri dovevano essere ogni giorno i conflitti interstatali. Qui
i viventi dovevano rodersi, l’un l’altro, da muro a muro, da fossa a
fossa. Anch’ella, questa antica nave senza nocchiero in gran tempesta,
era destinata ad infrangersi tra i marosi giganteschi, che il suo
violento procedere andava sollevando. E come i Comuni medioevali
finirono con invocare un _Signore_, che desse loro finalmente la
pace, così l’Ellade antica finì col preferire una signoria — quella
dell’Impero romano — alla sua selvaggia libertà, madida di lacrime e
di sangue. Pur troppo, il rimedio eroico giungeva, questa volta, troppo
tardi!
Lo sforzo demografico.
Per rilevare compiutamente di quali malefici effetti la guerra sia
stata cagione nel mondo greco, noi dovremmo a rigore andare esaminando
le singole ripercussioni del fenomeno in tutti gli Stati, che composero
il mondo ellenico. Purtroppo, questo ci è assolutamente impedito dalla
scarsezza e dalla oscurità enorme delle notizie, che riguardano la
loro vita interiore. Noi possiamo però scegliere l’esempio tipico di
qualcuno dei numerosi Stati greci — quello ateniese, per esempio —
intorno a cui siamo meglio informati, e da quest’analisi indurre tutte
le analogie, che vedremo man mano spontaneamente emergere, e intorno
ad esse collocare tutte le altre minori, assai più rade notizie, che
ci provengono da altri Stati. Tale il procedimento, che siamo costretti
a seguire. Ma da esso ci illudiamo di ricavare suggestioni bastevoli a
formarci un’idea esatta di quello che, per la Grecia antica, furono i
mali infiniti, arrecati dalla guerra.
Come è necessario avvenga d’ogni piccolo Stato, che aspira a grandi
scopi, Atene era costretta a guerreggiare con il massimo sacrificio
di uomini di cui essa disponeva. La popolazione libera dell’Attica
si aggirava, nel suo periodo migliore, intorno alle 250.000 anime.
Eppure noi troviamo che alla battaglia di Maratona, nel 490 a. C.,
Atene partecipava con 9-10.000 opliti, e probabilmente con altrettanti
armati alla leggera (_gimniti_)[1]; a Platea (479), con 8000 opliti e
altrettanti gimniti[2]; mentre almeno 25.000 Ateniesi erano imbarcati
sulla flotta[3]. Noi troviamo che gli Ateniesi, alla battaglia di
Tanagra (457 a. C.), schierarono circa 14.000 opliti e altrettanti
gimniti, mentre altri contingenti erano stati spediti ad Egina e
in Egitto[4]; che, durante la Guerra del Peloponneso, Atene, nel
431, mobilitò per la difesa dell’Attica, oltre 30.000 fra opliti
e cavalieri[5] e una cifra non certo minore di gimniti[6], e che
nel 424 invase la Beozia con circa 20.000 uomini[7]. Questo, nel V
secolo, ossia nell’età di maggior floridezza demografica dell’Attica.
Nel quarto secolo Atene partecipa alla prima invasione di Epaminonda
nel Peloponneso (370 o 369) con 12.000 uomini[8]; l’anno successivo,
gli Ateniesi guerreggiano contro la lega beotica in numero di circa
10.000[9]; finalmente, in occasione della _Seconda Guerra sacra_
(339-38), la città eroica mobilitava tutti i suoi uomini fino ai 50
anni, armando da 9 a 10.000 opliti[10].
Or bene, queste cifre, di cui nessuna può dirsi esaurisca tutto lo
sforzo della mobilitazione nell’Attica antica, e da cui di regola
rimangono esclusi gli equipaggi e i marinai delle grandi flotte
ateniesi, ci riportano da sole a una percentuale, ossia a una
mobilitazione del 10%, del 12%, talora, persino, del 24%, della
popolazione complessiva: proporzioni assolutamente inaudite, e che,
ripetute e prolungate per secoli, dovevano necessariamente esaurire la
vitalità di qualsiasi popolo[11].
La guerra, la pastorizia, l’agricoltura.
Un siffatto sistema di guerra continua devastava in egual misura la
popolazione dello Stato e l’intera economia della nazione. Devastò
e spense in sul nascere l’agricoltura e la pastorizia dell’Attica.
Il giorno, in cui l’Impero ateniese fu costituito, e fu palese
come occorressero molti uomini, ossia un abbondante macchinario
umano per difenderlo, il governo della Repubblica dovette cercar di
persuadere la popolazione dell’Attica a lasciare i campi e a venire
in città, ove tutti — si diceva — troverebbero da vivere nella
milizia e nell’esercizio dei pubblici uffici[12]. Scambiando forse una
responsabilità di cose con una responsabilità di persone, taluno degli
antichi attribuì tale consiglio senza di meno ad Aristide, il capo
del partito agrario, divenuto, per singolare ironia della sorte, il
primo fondatore dell’Impero ateniese[13]. Ma, fosse Aristide o fossero
altri, è certo che da questo momento comincia l’esodo dei contadini
dell’Attica dalla campagna nella città; ossia l’inurbamento di tanta
parte della popolazione, che fatalmente avrebbe portato seco l’arresto
e la decadenza della pastorizia e dell’agricoltura nella contrada. Poi
la guerra, che non tarderà ad accendersi infinite volte, farà il resto.
Il valore del bestiame, che pascolava nell’Attica, era tutt’altro che
insignificante. L’Attica nudriva in gran copia pecore, capre, asini,
muli, e gli stessi buoi ed i cavalli, dapprima scarsi, vi figurarono
più tardi numerosi, in grazia specialmente dei pascoli dell’Eubea[14].
Or bene, il sopravvenire della guerra recava l’annunzio della fine di
tanta ricchezza, così come, sur un campo florido di messi l’infuriare
del vento prima ancora dell’irrompere della gragnuola. Non era per
questo necessario che il nemico invadesse il Paese. «Quando il nemico
è vicino», scriverà ad altra occasione un antico, «il fatto che
l’invasione non è avvenuta non impedisce che il bestiame venga lasciato
alla ventura»[15]. Ma assai peggio, naturalmente, seguiva allorchè
l’invasione aveva veramente luogo. Gravissimi erano allora gli effetti
dell’antica — o dell’eterna? — maniera di condurre la guerra. Il più
delle volte questa si riduceva a incursioni, saccheggi, depredazioni
brigantesche[16]. «Farsi leva degli interessi dei proprietari,
devastarne sistematicamente le terre, distruggerne le messi, menar
bottino degli schiavi e del bestiame, ecco un espediente press’a
poco infallibile per istrappare delle condizioni vantaggiose»[17].
Nè v’era mezzo alcuno ad impedire quest’affondamento dell’artiglio
nemico nelle carni vive del Paese. La ristrettezza del territorio di
ciascuno staterello greco portava l’invasore diritto al cuore dello
Stato, lo conduceva rapidamente a distruggerne in una volta sola tutta
la prosperità agricola. Una invasione fortunata era, dunque, un danno
profondo, che talora non riesciva possibile riparare. È facile perciò
misurare come e quanto la presenza degli Spartani nell’Attica, durante
la guerra del Peloponneso, abbia nociuto all’esistenza economica del
Paese.
Le colture dell’olivo, della vite, degli svariati alberi da frutto,
che avevano formato la ricchezza della campagna ateniese, furono o
interamente rovinate o non mai più ricostituite. Gli armenti, per
lunghi anni allevati, curati, migliorati, diventarono preda e macello
dell’invasore; e chi in tale lavoro aveva speso la propria ricchezza, e
impegnato la propria attività, vide in un’ora sola distrutte le fatiche
di lunghi anni[18].
Ma tutto questo, oltre che agli agricoltori, riescì di danno
inestimabile alla turba dei consumatori, i quali, come sempre,
costituivano la grande massa della popolazione. Sotto la concorrenza
dei vini forestieri, la felice supremazia dell’Attica cominciò, dopo
la guerra del Peloponneso, a declinare via via, terminando per cedere
il passo a quella di tutte le nazioni rivali. I prezzi salirono
a proporzioni vertiginose. Mentre le risorse della popolazione
diminuivano, il costo del vino passò da 10 a 35 lire l’ettolitro[19],
con una media, fors’anco un minimo, di L. 25 circa[20]. Le qualità
prelibate vennero ora importate a caro prezzo dall’estero, e il vino di
Chio fu, sui mercati di Atene, pagato a L. 300 circa l’ettolitro[21].
Gli effetti disastrosi di una simile guerra non erano soltanto
temporanei. Da un lato, per l’imminenza continua del pericolo, ai
villaggi, sparsi o disciolti in fattorie, la popolazione rurale venne
preferendo l’agglomeramento nelle cittadine fortificate, tra il caro
dei viveri e l’incomoda lontananza dai centri naturali di lavoro[22],
dall’altro finì col preferire le culture inferiori a quelle superiori.
A che pro, infatti, indugiarsi in colture lunghe, costose, difficili,
sia pure remunerative, le quali abbisognano assolutamente di una pace
sicura e tranquilla, dacchè lo stato permanente è la guerra, e basta un
attimo di odio a distruggere l’opera paziente di lustri? Meglio dunque
abbandonare le coltivazioni, che richiedono lavoro lungo e intensivo, e
lasciare che la terra arida produca da sè quel poco che le talenta.
Poteva succedere di peggio, e successe di fatto. L’incertezza annua del
raccolto, che non si sapeva mai se sarebbe toccato ai cittadini o agli
invasori, finì talora col determinare — letteralmente — l’abbandono
dell’agricoltura. «Non si semina», scrive un economista moderno[23],
«che nella speranza di raccogliere. Non si dissoda, non si pianta, non
si costruisce che a patto di non avere quotidianamente a paventare la
perdita dei propri capitali. L’agricoltura più prospera non tarderebbe
a deperire se il suolo venisse a mancare sotto i piedi di coloro che
lo possiedono....; la decadenza sarebbe tanto più rapida quanto più
imminente e grave ne fosse il pericolo. Certo la sicurezza del possesso
non è sempre bastevole a imprimere ai lavori agricoli un impulso
singolare, ma è senza esempio che questi abbiano prosperato facendone a
meno....».
Fu allora che, perduta, ogni speranza, gli agricoltori ruinati
si rovesciarono a schiere — spontaneamente, senza più bisogno di
sollecitazioni — entro le mura cittadine a sollevare un’altra ondata
di concorrenza ai danni della popolazione operaia o, peggio ancora, a
imporre allo Stato ch’esso fornisse agli indigenti e ai disoccupati i
mezzi per vivere. Per questo, appunto, con la fine del V secolo a. C.,
comincia veramente la grande _curée_ delle indennità pubbliche.
Ora non è più possibile restituire alla campagna tanta parte della
popolazione d’improvviso inurbata. Ora, secondo il calcolo di un
antico, più di 20.000 cittadini succhiano quotidianamente alle mammelle
dello Stato ateniese[24], e l’indennità pubblica, da sanzione naturale
della democrazia, diventa un «cancro roditore»[25] della Repubblica.
Ma noi moderni non siamo più in grado di formarci un’idea adeguata
di tutto il disastro, che per gli antichi veniva dalla decadenza o
dalla rovina dell’agricoltura. Presso di noi questa può riescire uno
degli elementi secondari del vivere sociale. Per qualcuno degli Stati
moderni, la società, più che sullo sviluppo dell’agricoltura, poggia
sui progressi della sua industria e, specialmente, su la portata dei
suoi commerci. Nel mondo antico accadeva precisamente l’opposto[26].
Allorchè quindi vi si discorre di rovina delle culture della terra
e degli agricoltori, si può giurare di trovarsi dinanzi al crollo
della maggiore e della miglior parte dell’edifizio economico. «Si
enuncia una solenne verità», scriveva Senofonte, «quando si afferma
che l’agricoltura è madre e nudrice di tutte le arti. Allorchè essa
prospera, prosperano anche queste; allorchè il suolo deve rimanere
incolto, può dirsi che ogni altra attività, praticata sulla terra e sul
mare, si spenga»[27].
Restavano i rigagnoli dell’industria e del commercio, ma anche su di
questi la guerra, permanente e devastatrice, non mancava di esercitare
le sue conseguenze funeste.
La guerra e il commercio.
Le conseguenze delle interrotte comunicazioni marittime dovevano,
naturalmente, essere più gravi pei Paesi che erano costretti a
importare granaglie, ossia, che mancavano dell’elemento fondamentale
della alimentazione quotidiana. L’Attica antica produceva cereali in
pochissima quantità, onde difficilmente riesciva a fare a meno della
importazione, così come più tardi non lo potrà l’Italia antica o non
lo può oggi, ad esempio, l’Inghilterra. Atene ricavava dalla campagna
appena 20.000 hl. di frumento[28], e ne abbisognava di una quantità
per lo meno venti volte maggiore[29]. Gran parte della draconiana
legislazione cittadina era diretta appunto ad assicurare tale
rifornimento. Perciò lo Stato ateniese, mentre da un canto proibiva
rigorosamente l’esportazione del grano, imponeva che due terzi almeno
dei cereali esteri, approdati al Pireo, venissero devoluti al consumo
cittadino, che nessun residente nell’Attica ne scaricasse altrove se
non nel porto di Atene; ne limitava, oltre che da Atene, dal Ponto e
da Bisanzio, l’esportazione; esentava — pare — da determinati oneri
i commercianti di granaglie, impediva rigorosamente l’incetta[30].
Ma tutto questo non bastava; per procurarsi il grano, occorreva avere
facile il passo ai varî centri d’importazione: il Mar Nero, l’Egitto,
la Fenicia, la Tracia, la Macedonia, la Tessaglia, la Siria, ecc.[31].
In tali condizioni il libero uso del mare era, per Atene, non solo la
premessa necessaria di ogni ulteriore grandezza, ma una questione di
vita e di morte. È evidente perciò a quali colpi lo stato di guerra
e le incerte fortune della medesima abbiano dovuto replicatamente
esporre l’economia del Paese. Se gli sbalzi dei prezzi delle cose
venali furono, nell’Attica antica, assai più gravi e frequenti, che
non in qualsiasi altra contrada del mondo contemporaneo, questo dovette
seguire in modo particolare per il genere, di tutti più necessario alla
vita: i cereali[32].
Allora si potè assistere a questa singolare e tormentosa tragedia
economica: mentre la guerra in permanenza poneva ogni giorno in serio
pericolo la campagna dell’Attica; mentre ormai non era lecito curare le
produzioni più adatte al Paese e più remunerative — la viticoltura e
l’olivicoltura — occorse insistere, fino al limite estremo possibile,
nella coltivazione dei cereali, cui l’indole del terreno repugnava;
il che voleva dire nella semina di terre, che non potevano lasciare
alcun margine di profitto.... Per tal guisa sulla fatale decadenza
dell’agricoltura dell’Attica non operavano soltanto i pericoli delle
invasioni imminenti, ma anche il semplice terrore del commercio
limitato o impacciato.
Tutto ciò, si potrebbe pensare, poteva giovare a risollevare i prezzi
all’interno e a procurare l’agiatezza di buona parte della popolazione
agricola. Mera illusione! Chi era costretto a vendere i prodotti della
propria terra al primo offerente, o si era già in precedenza gravato di
debiti, non riesciva a sostenere la concorrenza della grande proprietà.
Il rialzo dei prezzi non giovava quindi che a una piccola parte dei
proprietari della terra, e nuoceva contemporaneamente alla grande massa
della popolazione produttrice e consumatrice. La carestia e quello
che oggi si dice il caroviveri si delineavano come un fatto economico
quotidiano, recando seco — infallibilmente — la febbre affamatrice
dell’incetta e della speculazione[33].
Ancora de la guerra e il commercio.
Ma il commercio ateniese non riguardava soltanto l’approvvigionamento
vittuario del Paese. L’ignoto autore de _La repubblica ateniese_
ribatte ad ogni piè sospinto su quello, che potremmo dire
cosmopolitismo mercantile della vita economica dell’Attica. «Ciò che di
squisito è in Sicilia, in Italia, in Cipro, in Egitto, in Libia, sulle
rive del Mar Nero, nel Peloponneso o in qualsiasi altra regione, tutto,
in grazia dell’impero marittimo, che noi teniamo, affluisce presso di
noi»[34]. E Tucidide aveva scritto: «La potenza della nostra città fa
sì che godiamo agevolmente non solo dei nostri prodotti, ma di quelli
di ogni parte del mondo»[35]. Vi affluivano di fatti le materie prime
d’ogni genere e gli elaborati di ogni perfezione: legname per navigli
e per costruzioni, lane, tele, pece, cuoio, papiro, pelli, cera, miele,
metalli, pesci e carni salate, cacio, strutto, sego, bestiame, frutta,
avorio, incenso, unguenti, droghe, silfio, vini, tessuti, tappeti,
stoffe di seta, di lana e di porpora[36], oggetti di metallo, anche
prezioso, lavori in ceramica, porcellana, oggetti di legno, schiavi
ecc. ecc. I rivoli di tanta importazione scaturivano da ogni parte del
mondo allora conosciuto, dalla Grecia peninsulare, dalla Tracia, dalla
Macedonia, dal Tirreno, dal Jonio, dall’Egeo, dalle coste dell’Asia
Minore, dalle sponde del Mar Nero, da Cipro, Creta, Cartagine, dalla
Magna Grecia, in Etruria, in Caria, in Frigia, in Paflagonia, in
Fenicia, in Spagna, in Siria[37].
Tanto ben di Dio non era unicamente destinato al fabbisogno della
città, ma ne alimentava a sua volta lo scambio ed il commercio con
l’estero. I forestieri scendevano sia al Pireo che ad Atene a fare
le loro provviste e a fornirsi dei manufatti dell’industria paesana o
forestiera, accumulati nei magazzini della metropoli. «Tutti coloro»,
chiedeva Senofonte o, piuttosto, l’anonimo autore di un suggestivo
libretto su _Le entrate di Atene_; «tutti coloro i quali abbondano di
grano, di vino (specie se si tratta di qualità prelibate), di olio,
di bestiame, vogliono trar vantaggio o dalla loro sagacia o dal loro
danaro», «tutti quelli che han bisogno di vendere o di comperare nella
maggiore quantità e nel più breve tempo possibile, dove potrebbero
meglio profittare che in Atene?»[38]. In tal guisa, Atene, a cui tutti
i prodotti delle contrade mediterranee mettevano capo, esportava, a
sua volta, ovunque[39] pellicce, oggetti in cuoio, tessuti di varie
fogge, vasi di terra e di metallo, letti, strumenti musicali, profumi,
chincaglierie, oreficerie, argenterie, libri, tavole, statue, oggetti
artistici, marmo, piombo, e, fra i generi alimentari, vino, miele,
fichi e, specialmente olio[40], dal cui commercio, come dall’unica
derrata, che la politica finanziaria ateniese affrancasse da misure
proibitive, massimo era, qual’è ancor oggi, il guadagno.
D’altro lato, i mercanti ateniesi facevano direttamente, fuori
dell’Attica, un attivissimo scambio di merci, acquisite e caricate[41],
ed esportavano dall’Egeo vini e altri articoli in Sicilia, in Italia,
nella Colchide, nel Ponto[42], ecc.
A quanto ascendeva il valore del movimento commerciale di Atene? Noi
non abbiamo mezzo sicuro per determinarlo. Calcolando sull’ammontare
del dazio d’entrata e di uscita, a cui sottostavano le merci che
per terra o per mare entravano nell’Attica o ne uscivano — la famosa
_cinquantesima_, ossia un’imposta del 2% — quale ci è riferito per
un anno di grave crisi economica ateniese, ci troveremmo di fronte
a un movimento di 10-12 milioni[43]. Ma il commercio ateniese doveva
essere ben altra cosa negli anni normali o nei giorni della gloria.
Del resto esso non si svolgeva soltanto nell’Attica, ma circolava per
tutto il suo impero marittimo. Entro così vasta periferia, noi non
possiamo supporlo inferiore a 160-180.000.000 di lire-oro[44], ossia,
dato il valore del denaro nell’evo antico, rispetto a quello moderno,
pari circa a un miliardo di lire, il triplo di ciò a cui, innanzi
la Guerra europea, ascendesse il movimento commerciale della Grecia
contemporanea, che è pure uno dei più fiorenti del Mediterraneo[45].
Or bene, tutta questa gigantesca e preziosa attività veniva d’un tratto
arrestata dalla guerra. Le navi, gli uomini erano tosto destinati a
scopi ben diversi, che non fossero più quelli del pacifico commercio;
i porti erano ingombri di vascelli militari e di materiale bellico; a
tutte le flotte era imposto il duro cómpito della così detta guerra di
corsa.
Una tale e tanto grave conseguenza basterebbe da sola ad avvertire
delle proporzioni della crisi, che la guerra, col suo semplice
annunzio, veniva ogni volta a provocare.
Nè la guerra si combatteva soltanto con le armi. Il gioco delle armi
si intrecciava e si serrava con quello delle proibizioni commerciali.
«I nostri nemici», avvertiva acutamente l’autore de _La Repubblica
ateniese_, «non consentiranno mai che le merci vengano portate
in luoghi diversi da quelli in cui essi tengono il dominio del
mare»[46]. La Guerra del Peloponneso — era ben noto in Atene — era
stata inaugurata da un decreto vietante ai Megaresi l’accesso nei
mercati dell’Attica e nei restanti porti della Confederazione[47];
più volte Egina ed Atene s’erano a vicenda bandito il boicottaggio
di determinate mercanzie; in tempi lieti e tranquilli, Sparta, antico
Impero celeste, chiudeva l’ingresso agli stranieri[48], e quindi alle
loro importazioni. Ma la guerra induceva naturalmente a moltiplicare
all’infinito la frequenza e la gravità di tante rappresaglie e di così
gravi danni.
Quando Atene ebbe rotto le ostilità contro Filippo II, fu bandita
la pena di morte contro chiunque apprestasse armi o attrezzi navali
al nemico[49]. E, poichè le fabbriche ateniesi erano le fornitrici
principali del materiale di guerra a molti Stati greci, siffatta
disposizione, che deve aver avuto conseguenze crudeli, non deve certo
essere rimasta episodio isolato. Noi non abbiamo menzione di veri e
propri blocchi, parziali o totali, contro l’Attica: ma sappiamo che
contro Atene fu più volte condotta la così detta guerra di corsa e
siamo autorizzati a pensare che blocchi veri e propri non dovettero
certamente mancarne poichè ne troviamo enumerati parecchi a danno
di altri Paesi. Il blocco, del resto, non danneggia soltanto coloro
contro cui è dichiarato, ma ricade su quelli stessi che lo dichiarano,
specie se si tratta di Stati industriali e commerciali. Esso equivale
alla chiusura di una delle fonti dell’importazione e di taluno dei
mercati d’esportazione, cioè a dire al disseccamento di una parte
dell’agiatezza e della ricchezza di quei Paesi, che lo hanno per primi
volontariamente decretato[50].
Ma non si trattava di ripercussioni o di effetti limitati. La grande
legge della solidarietà universale abbraccia tutto il dominio e
tutti i rami della produzione. «I frammenti del gran tutto», parla un
antico, «si sorreggono come gli anelli di una catena; l’agricoltura
ha bisogno dell’arte del legnaiuolo e del fabbro ferraio; questi,
dei tessitori e degli architetti, e così, a chi ben guardi, tutto è
solidale nell’intrecciarsi dell’umano consorzio». Per tal guisa, il
fiorire o il decadere del commercio decideva in buona parte delle sorti
dell’agricoltura e di quelle dell’industria.
Il rapporto di queste due attività riesce nell’evo antico alquanto
diverso da quello che fra esse corre nell’evo moderno. Oggi il rapido
miglioramento degli strumenti di produzione, la tenuità del prezzo
delle merci sforzano i mercati più refrattari, determinano le correnti
d’importazione e di esportazione, eludono i talora contrastanti
rapporti diplomatici. Nel mondo antico, invece, delle sorti del
commercio, e quindi della esistenza delle varie industrie, decideva il
più delle volte la violenza delle armi.
Gli Stati, con le loro navi da guerra e con la loro autorità,
assicuravano le pericolose vie del transito, aprivano o chiudevano i
mercati ai più temuti concorrenti, s’accaparravano, in gran copia e a
buon mercato, l’approvvigionamento delle materie prime. L’industria
e il dominio della terra e del mare erano, assai più che nell’evo
contemporaneo, intimamente connessi fra loro, e la ricchezza e la forza
erano, assai più che non oggi, a un di presso, un unico fenomeno sotto
denominazioni differenti. «Non vi è città», spiega ancora l’autore
de _La Repubblica ateniese_, «che non abbia bisogno di importare
o di esportare; il che non potrebbe, se non assoggettandosi alle
disposizioni di coloro che tengono il dominio delle acque»[51]. «Se
taluna ha eccesso di legname per navi, dove lo venderà se non consente
chi impera sul mare? Se tal’altra abbonda di ferro, di bronzo, di
cotone, dove li scambierà se a costoro non si renderà benevisa?»[52].
Ma se tale circostanza faceva ad ogni popolo gradito il pensiero della
guerra, ogni disastro bellico segnava necessariamente la fine d’ogni
prosperità industriale.
A sua volta la rovina del commercio e dell’industria si ripercoteva
malauguratamente su quello che abbiamo definito il fulcro dell’economia
antica: l’agricoltura. Si è talora ritenuto che le società puramente
agricole siano capaci di vivere e di fiorire in piena ed isolata
indipendenza. Nulla di meno esatto. Condizione necessaria della loro
prosperità è stata in ogni tempo l’esistenza di mercati prossimi al
coltivatore, ove questi possa smerciare le proprie derrate e donde
abbia mezzo di ritrarre gli elementi necessari al proprio benessere.
Quanto diverse non sono le prospettive dell’agricoltura in Paesi
poveri e in Paesi arricchiti dalla febbrile attività del commercio e
dell’industria! Le sorti dell’agricoltura risultano quindi strettamente
connesse con le sorti dell’uno e dell’altra; fioriscono e decadono
insieme. Tale è stata la sorte loro in ogni tempo: tale fu nell’Attica
antica!
Ma gli effetti economici della guerra perenne, quale noi la ritroviamo
in Grecia, non conoscono limiti. Le nazioni antiche non disponevano di
una quantità sempre uguale e costante di prodotti naturali o di merci
di cui godere. Le difficoltà dei trasporti, l’impossibilità di reagire
artificialmente alle violenze degli agenti naturali, la mancanza di
un comune mercato regolatore; sopra tutto, la scarsa potenzialità
produttiva, riescivano di ostacolo insuperabile alla stabilità e alla
costanza della produzione[53]. Ma, fra le cause di squilibrio, massime
erano quelle dipendenti dalla guerra.
La guerra distruggeva ciò che si era prodotto, allontanava le braccia
dalla produzione, arrestava e stornava l’investimento dei capitali,
turbava la pastorizia e l’agricoltura, impediva l’importazione e
l’esportazione, determinava mirabolanti dislivelli nei prezzi delle
derrate naturali e delle merci, che, come l’esperienza oggi ci
avverte, dovevano anche allora prolungarsi per gran tempo, o, magari,
aggravarsi, al ritorno delle brevissime paci[54]; arrestava gli affari
o distruggeva il credito; sospendeva l’obbligo della correttezza e
della legalità, e, sotto la minaccia di oscuri pericoli, terminava
per pesare sulla vita sociale con una continua incertezza, un oscuro
malessere, una paralisi quotidiana delle sue migliori energie, di cui,
nell’assai più stabile regolarità del mondo contemporaneo, riesciamo a
mala pena a cogliere la portata.
La guerra e le finanze ateniesi.
Con la crisi universale dell’economia privata s’accompagna quella
dell’economia dello Stato. A quali proporzioni ascese lo sforzo
finanziario che la Repubblica d’Atene si imponeva al ricorrere di ogni
guerra?
Già, fin dal V secolo, la Città, sobbarcandosi a un dispendio
annuo di circa 200.000 lire-oro aveva acquistato, e manteneva a suo
carico, un corpo di mille arcieri, che salirono più tardi a 1600, i
quali, pur serbando, quale principale attribuzione, la polizia della
città, potevano essere impiegati in operazioni più specificatamente
militari[55].
Venne quindi istituito un corpo di cavalieri, i quali salirono via via
a mille, e poi a mille e duecento[56], e per cui la spesa ascendeva a
non meno di 225.000 lire annue[57]. Venne al tempo istesso organizzato,
pel servizio della marina, un esercito di _teti_, anch’essi a carico
dell’erario[58], e, finalmente, allorchè le guerre si resero permanenti
e fu d’uopo combatterle in remote contrade, occorse, come nella
Repubblica romana, stipendiare senza distinzione, tutti i soldati,
nonchè reclutare dei mercenari. Allora ogni pedone ricevette in guerra
L. 0,60 giornaliere, talora perfino L. 2, e ogni cavaliere, il doppio,
o, magari, il triplo della prima delle cifre sovra indicate[59], senza
calcolare l’indennità di equipaggiamento: la così detta καταστάσις[60].
Noi possiamo calcolare a quanto ammontasse la spesa giornaliera per lo
stipendio di un esercito in piede di guerra. Supponendo un esercito in
armi, tra milizie attive e di riserva, di 20.000 uomini di fanteria
e di un migliaio o poco più di cavalieri[61], avremmo, per il solo
stipendio ai soldati, L. 13.500 al giorno, ossia circa L. 900.000
all’anno, ossia, a seconda i tempi, 1/6 o 1/12 di tutte le entrate
annuali del bilancio ateniese![62]. Ma all’indennità di equipaggiamento
e al soldo per l’esercito di terra, occorreva in Atene aggiungere le
spese per le fortificazioni intorno alla città, e, sopra tutto, quelle
pel mantenimento della flotta.
Le costruzioni navali non venivano, nè in pace nè in guerra,
interrotte. Ogni anno si costruivano non meno di venti triremi[63],
e il _Consiglio_, che non vi avesse provveduto, non poteva avanzare
diritti ad onorificenze[64]. Ogni trireme costava, nel V secolo, un
talento, ossia 6000 lire circa[65]. Al suo armamento occorrevano, tra
marinai e soldati, duecento persone, di cui ciascuna, se normalmente,
tra soldo e indennità di vitto, percepiva, al pari dei soldati di
terra, L. 0,60 al giorno[66], riceveva talora, quale eccitamento a
maggiore attività ed emulazione, fino ad una dramma (L. 1) circa[67];
sì che, calcolando in base ad una flotta di 300 triremi, le sole spese
pel mantenimento dell’equipaggio, per un solo mese, dovevano ascendere
a non meno di un milione di lire. Or bene, un’armata di 300 triremi fu
tutt’altro che straordinaria per Atene. Al 353 la flotta ateniese ne
contava 349[68]; nel 325, 360, oltre a 50, più costose, quadriremi e a
7 quinquiremi[69]; al 330, 392 triremi e 18 quadriremi[70].
Ma alla costruzione delle navi e all’allestimento delle flotte
occorreva un arsenale: quello del Pireo era costato non meno di
sette milioni[71]. Oltre ai vascelli da guerra occorrevano le navi
onerarie, le altre destinate al tragitto della cavalleria, i battelli
di servizio. Gli assedî reclamavano nuove spese per costruzioni in
legno o in muratura, per macchine da attacco e da difesa, sempre più
copiose e più dispendiose, a misura del progresso dell’arte bellica,
per l’acquisto dei proiettili[72], e per le mille altre imprevedibili
necessità.
Nè il dispendio si limitava alle somme, teoricamente e ragionevolmente
calcolabili. Ogni guerra implica di necessità un mondo di spese
irragionevoli, eccessive, illecite, eppure inevitabili. Il disordine
amministrativo ne decuplò in ogni caso il vertiginoso ammontare. I
quattrini spremuti dal sangue più vivo dei cittadini, andarono, il
maggior numero delle volte, a finire nello scialacquo dei generali,
nelle speculazioni dei trasmettitori del soldo, nelle truffe dei
fornitori, i quali, naturalmente, gareggiarono, come sempre, nel
segnare in conto spese non avvenute, soldati inesistenti, forniture mai
apparecchiate[73].
È possibile oggi, in base agli scarsi elementi che possediamo,
calcolare il vuoto spaventoso, che ogni guerra ed ogni previsione di
guerra dovevano scavare nel bilancio dell’antica Repubblica ateniese?
L’assedio di Samo di soli nove mesi (440-39) costò ad Atene 8 o 9
milioni[74]; l’assedio biennale di Potidea (432-30), da 12 a 15 milioni
di lire[75]; quello di Siracusa (415-413) superò di parecchio queste
cifre, toccando i 100 milioni[76]: tutta la prima fase della guerra
del Peloponneso — la così detta Guerra decennale (431-21) — dovette
ingoiare intorno ai 100 milioni[77]; la Guerra deceleica (412-404)
dovette importare circa 40 milioni; l’intera guerra del Peloponneso
costò non meno di 50.000 talenti, pari a circa 300 milioni[78]; le
operazioni militari del 378-374, importarono 12.000.000 di lire[79];
altrettante la Guerra sociale del 357-55, di cui più di 9.000.000
circa per i soli stipendi ai mercenari[80]. Orbene, la gravità di
tutte queste cifre risalta agevolmente quando si confrontano con quelle
complessive del bilancio ateniese.
Atene, nell’età della sua maggiore floridezza, allorquando reggeva
indiscussa il primato delle nazioni elleniche, vantava un’entrata di
appena sei o, tutt’al più, di dodici milioni di lire[81]. Un solo anno
di guerra bastava quindi ad ingoiare ogni entrata del bilancio, ed è
perciò agevole intendere come, al momento della catastrofe dell’impresa
di Sicilia, nel settembre 413, tutte le risorse ateniesi fossero
state distrutte[82]. È facile spiegarsi come, due anni dopo, alla
vigilia della grande vittoria navale di Cizico (410), la Città non si
trovasse più in grado di pagare i suoi marinai e i suoi soldati[83]. Si
capisce come la Guerra del Peloponneso, così decisiva per l’esistenza
di Atene, fosse perduta due volte, nel 421 o nel 404, non già per i
successi militari dell’avversario, ma per la impossibilità finanziaria,
in cui la Città, dopo la disfatta di Antipoli, e dopo l’assai più
crudele sorpresa di Egospotamòs, si trovò di mettere in mare una
nuova flotta[84]. Riesce infine perfettamente legittimo concepire
quello che di fatto avvenne: come sforzi bellici, tanto superiori alle
capacità finanziarie, finissero col mettere in pericolo la incolumità,
l’esistenza storica dello Stato, anzi della nazione ateniese.
In che modo, con che mezzi, rischiando che terribili conseguenze, la
Repubblica ateniese tentò provvedere alle sue impellenti, inesauribili
necessità finanziarie?
Il bilancio dell’antica Atene, come quello di tutte le Repubbliche
greche indipendenti, era un bilancio di guerra. Esso non poggiava
su imposte regolari ed ordinarie, cui provvedessero la ricchezza
e l’attività dei cittadini. I suoi cespiti principali erano il
tributo dei così detti alleati, e le tasse doganali su tutte le
merci all’entrata o all’uscita dal territorio nazionale e le imposte
per l’uso dei loro porti e dei loro mercati. Era evidente la natura
politica di cotali forme di tassazione e, quindi, la loro intima
connessione con la potenza del Paese.
Il tributo degli alleati importava almeno la metà di tutte le entrate
ordinarie dello Stato ateniese. Ma a quali repentagli non era esso
posto dalla guerra, molte volte intrapresa per assicurarne, talora, per
ampliarne i gettiti!
Durante la rovinosa spedizione d’Egitto del 460-49 parecchie delle
città alleate di Atene si credettero autorizzate a interrompere i
periodici versamenti[85]. Nel 440, in seguito alla ribellione di
Bisanzio e di Samo, l’ampio distretto della Caria fu visto ridursi a
sole trenta città; la Ionia, stremata di municipi tributari, perdette
ogni diritto all’autonomia finanziaria, e numerose cittadine del
Chersoneso e della Calcidica, interruppero, le une, per breve ora, le
altre, definitivamente[86], i rispettivi annui contributi. Nel 436-35,
in seguito ai gravi malcontenti che avevano determinato l’invio di una
colonia là dove sorgerà Anfipoli, quel pericoloso esempio è imitato
da cinque altre cittadine della Tracia[87]. Nel 432-30, la rivolta
di Potidea torna a rattizzare la defezione e l’insurrezione[88]. E
così, ad ogni alitare di fronda, ad ogni insuccesso militare, ad ogni
tentativo, ad ogni pericolo che si disegna all’orizzonte contro Atene,
l’impero vacilla sulle sue basi, si sgretola, e un vuoto pauroso si
apre sotto le fondamenta economiche dello Stato. Nel 404, in seguito
alla miseranda catastrofe della Guerra peloponnesiaca, il contributo
federale vien meno del tutto, e lo Stato ateniese precipita nella
miseria più nera. Cinquant’anni dopo, al dissolversi della terza Lega
marittima, la tragedia si rinnova. Il contributo federale discende a 45
talenti, poco più di L. 250.000[89], quante un tempo ne versava la sola
Samo, e la storia di Atene è finita per sempre.
Ma non a questo soltanto si limitavano, nei rapporti con gli alleati,
i contraccolpi delle guerre continue. Le sempre emergenti strettezze
finanziari e l’acuirsi del malcontento delle città alleate, che
accompagnava di pari passo ogni periodo di ostilità, costringevano
Atene ad usare della forza per ricondurre i debitori insolventi
all’osservanza dei loro obblighi federali[90]. La guerra provocava
la guerra! E, quando si pensa che prime a sottrarsi erano sempre
le città più lontane, poste alla periferia dell’impero, e che ogni
parziale, felice ribellione ingenerava, col contagio dell’esempio,
nuove ribellioni, apparirà evidente di qual danno, prossimo e remoto,
riescisse, per Atene, ogni più lieve guasto nello strumento medesimo
della sua potenza, politica ed economica.