Ma, mentre in alto e in basso s’impoveriva, le guerre continue,

la paralisi dell’attività industriale, l’incessante grandinare

delle imposte riducevano ogni giorno il numero degli schiavi e,

peggio ancora, dei forestieri, i così detti _meteci_ che vivevano e

lavoravano in città. Non si trattava solo del danno, di cui taluni

antichi finanzieri specialmente si preoccupavano, cioè della perdita

delle imposte, che padroni di schiavi e stranieri erano tenuti a

versare[159]. Non si trattava soltanto del venir meno di un profitto

pubblico. Nell’antica Atene, specie dopo la formazione dell’impero e

il moltiplicarsi delle mansioni politiche dei cittadini, i forestieri,

grazie alla loro libera attività ed ai loro capitali, erano divenuti

i propulsori più insigni dell’ingranaggio economico della città[160]:

essi stavano a capo di molteplici intraprese, animavano il commercio,

fondavano opificî, offrivano lavoro, pane ed utili a molta parte dei

veri e propri cittadini, e la loro ricchezza, magari come semplice

mezzo di scambio, circolava e veniva consumata tra gli Ateniesi stessi.

Che cosa doveva avvenire di tutto ciò, allorquando, per i turbamenti

incessanti che la guerra portava, per le sue disastrose conseguenze

economiche, anche il capitale straniero, al pari dell’antica fortuna,

cominciarono a disertare i lidi gloriosi dell’Attica?

Spopolamento e sovrapopolazione.

Epilogo inscongiurabile di tanta rovina sopraggiungeva il sintomo

doloroso della depopolazione, derivante, per un verso, dall’accresciuta

mortalità a cagione della miseria, della guerra, delle conseguenti

epidemie, che, specie fin dal terzo secolo a. C. flagellarono

periodicamente l’intera Grecia, per un altro, dalla scemata natalità,

effetto a sua volta dell’aumento del celibato e della previdibile

attuazione di un maltusianismo _avant lettre_[161], specie da parte

dei componenti il medio ceto, il più preoccupato e minacciato di

rovina[162].

Dei cittadini ateniesi maschi adulti, che, nell’età di Pericle

ascendevano a 35.000, se ne contavano alla fine dello stesso secolo,

non più di 20.000; la cifra dei forestieri s’era dimezzata; la

popolazione totale, compresi gli schiavi, ridotta da 250.000 a 130.000

anime[163]. Il corso del IV secolo, non ostante la legge naturale del

progressivo incremento numerico di ogni umana società; non ostante

il fatto che Atene in questo tempo, se vive in un perenne stato di

guerra, non attraversa crisi colossali come quella, già oltrepassata,

della Guerra peloponnesiaca; il quarto secolo — diciamo — non riesce a

risollevare la cifra della popolazione della Città. Quando esso sta per

tramontare, i cittadini ateniesi sono ancora 20.000[164]. E poichè, se

forse crebbe il numero degli stranieri[165], non aumentò certo quello

degli schiavi[166], deve indursi che, alla fine di questo periodo,

l’Attica non superava il numero di abitanti che il secolo precedente vi

aveva lasciati. Nei duecento anni successivi, la popolazione dovette

certamente scemare, sebbene noi non abbiamo alcun mezzo per giungere

ad una valutazione numerica. La prima guerra mitridatica doveva dare

l’ultimo colpo. Dopo di allora l’Attica non potè risollevarsi[167],

e divenne una quantità insignificante nella storia demografica della

Grecia antica.

Il fatto evidente della depopolazione non impediva la tragica

contradittoria sensazione di un eccesso di popolazione. Mentre

nell’Attica la vita si rendeva ogni giorno più tormentosa, dai

territori degli alleati ribelli, dalle colonie, schiantate o

minacciate, da ogni angolo del vecchio impero ateniese, tornavano,

coatte o volontarie, le schiere dei _cleruchi_, orde di emigranti

disfatti, senza averi, senza fede, senza speranze, rigagnoli affluenti

alla miseria della popolazione della metropoli[168].

Il danno, che dal loro ritorno procedeva, non era puramente

transitorio. L’abbiamo visto: il problema della sovrapopolazione,

nel mondo ellenico, e per motivi affatto estranei a quelli naturali,

era uno dei più gravi e temibili[169]. A complicarlo, la perdita

delle colonie creava, in mezzo alla miseria attuale, un fomite nuovo

di miseria futura, cui non era possibile rimediare se non con la

riconquista dei territori perduti. Ma, poichè, nel maggior numero dei

casi, tale fortuna dipendeva dal ricupero della supremazia politica,

alla quale era mezzo il pericoloso riaccendersi della guerra,

riusciva difficile trovare chi non vi preferisse un volontario,

lento, rassegnato suicidio. Atene, infatti, sia al costituirsi della

sua terza federazione marittima, sia al preponderare dell’ingerenza

macedone e romana, fu costretta a rinunziare apertamente all’acquisto

o all’ipoteca, sia privata che pubblica, di case e di terreni nei Paesi

alleati, sotto pena di vedersene confiscati gli acquisti[170].

Poichè, in siffatta guisa, ogni sbocco all’emigrazione era tagliato, si

cominciarono fin dal IV secolo a formare compagnie di ventura, avide

di bottino, destituite di ritegno, pronte a passare agli stipendi

del maggior offerente, minaccia continua alla pubblica e alla privata

tranquillità. E se nel 402-01 era stato difficile radunare, per conto

di Ciro il giovane, 10.000 mercenari, e la maggior parte s’erano dovuti

allettare con stipendi favolosi[171] e con promesse irrealizzabili,

più tardi, i mercenari greci, costituirono, quasi esclusivamente, i

nuovi eserciti nazionali e stranieri[172]. I ruinati della guerra erano

adesso divenuti i ministri quotidiani della sua opera di distruzione!

La guerra e la decadenza della Grecia.

Tutte le ripercussioni, che lo stato, quasi permanente, di guerra

esercitò sull’antica Atene, hanno la loro esatta rispondenza negli

altri Paesi. I radi accenni, che della loro vita interna ci sono

pervenuti, confermano la legittimità delle analogie che noi possiamo

inferire dalla storia politica ateniese.

La frequenza delle guerra non fu fenomeno unico dell’Attica; fu

fenomeno generale di tutta la Grecia; così come la micidialità di

ciascuna guerra, che tosto portava il nemico nel cuore stesso del Paese

vinto, sconvolgendone, atterrandone l’esistenza, fu la conseguenza

necessaria della forma di Stato — lo Stato municipale —, che unicamente

la Grecia classica conobbe. Da questo fatto, ossia da questo pericolo,

nacque la consuetudine universale di mettere disperatamente in armi

una quantità di uomini, senza dubbio eccessiva rispetto alla capacità

demografica delle singole popolazioni. Nell’Attica, vedemmo, in tempi

nei quali non si usava ancora di mercenari, gli uomini mobilitati

stavano in un rapporto di almeno 1 a 10 con la popolazione. Or bene,

la Beozia antica, i cui abitanti non oltrepassavano i 200.000, figurava

alla battaglia di Delion (424 a. C.), con 18.500 uomini[173]; nel 418,

ne spediva nel Peloponneso 11.000[174]; durante la prima Guerra sacra

del 354, ne armava 13.000[175] e 10.000 contro i Galli, nel 280[176];

il che vuol dire che le cittadine beotiche usavano mobilitare dal 5 al

10% della loro popolazione totale. Dal Peloponneso, che raggiungeva

al massimo un milione di abitanti, il re Archidamo, nel 431, moveva

all’invasione dell’Attica con poco meno di 60.000 uomini[177]; nel 407,

Agide ne conduceva seco circa 30.000[178]; alla battaglia di Nemea

(394) partecipavano 23.500 Peloponnesiaci, sebbene vi mancassero i

Corinzi, i Fliasii, ecc.[179]; nel 378, Agesilao condurrà contro Tebe

18-20.000 uomini[180]: a Mantinea, nel 362, combatterono circa 35.000

Peloponnesiaci; a Megalopoli, nel 331, circa 22.000, tratti però da

solo una metà del Peloponneso[181], e il grande storico Polibio opinerà

che, a mezzo il sec. II a. C., la Lega achea, la quale allora dominava

il Peloponneso, poteva, senza grandissimo sforzo, armare dai 30 ai

40.000 combattenti[182]. Or bene, tutte queste cifre significano che,

in caso di guerra, gli Stati peloponnesiaci solevano mobilitare dal 2%

al 6% della popolazione complessiva.

Questo eccessivo, inaudito sforzo militare portava seco, la necessità

di un analogo, eccessivo sforzo finanziario. La tragedia, in cui

vedemmo dibattersi tutta la storia di Atene, è la perenne tragedia

di tutte le città greche. Se la guerra di Siracusa (415-13) costa ad

Atene, come vedemmo, forse 100 milioni, la difesa vittoriosa della

città costò ai Siracusani non meno di 2000 talenti (L. 12.000.000

_ca._), oltre al peso di un debito pubblico che vien definito

«intollerabile»[183]. Se Atene si limita a tenere in serbo una

provvista d’armi pei casi straordinari, molti Stati greci provvedono

all’armamento di tutti i loro uomini. Ma che cosa è l’ultima fase

della Guerra del Peloponneso, se non una caccia disperata, non già al

nemico, ma al denaro, che quotidianamente vien meno? Colui che l’uno

e l’altro avversario si sforzano, a tale scopo, di guadagnare, e di

trarre dalla parte loro, è senza meno il monarca della Persia. Intorno

a lui, appunto, si combatte un duello diplomatico, più disperato e

più decisivo ancora del duello militare, che si svolge intanto sulle

arrossate acque dell’Egeo. Finalmente la volontà del re di Persia piega

dalla parte di Sparta, e la guerra è decisa: il Gran Re verserà in

otto anni alla Lega peloponnesiaca oltre 5000 talenti (L. 30.000.000

circa)[184], e la potenza di Atene è finita per sempre.

Quello ch’era successo alla dimane dell’occupazione spartana di

Decelea, si ripete identicamente alla vigilia della pace di Antalcida

(387) e della battaglia di Mantinea, l’ultima della breve gesta epica

di Tebe. Alla vigilia della pace di Antalcida, una vasta coalizione

di Stati greci ha scrollato dalle fondamenta la tirannia spartana. Ma

essi sono potuti riuscirvi grazie al denaro persiano. Basterà che un

abile negoziatore — Antalcida — sconvolga la situazione diplomatica;

ch’egli, cioè, prometta alla Persia le colonie greche dell’Asia Minore,

cancellando per tal modo la più pura gloria delle guerre nazionali

contro la Persia, perchè il denaro persiano muti corso, e passi

dalla Lega a Sparta, e tutta la situazione militare ne sia anch’essa

rovesciata dalle fondamenta.

Quale sarà d’altro canto, poco di poi, durante il lungo, incerto

duello tebano-spartano, lo sforzo comune di Sparta, Tebe, Atene?

Quello appunto, per ciascuno Stato, di trarre dalla sua l’alleanza,

ossia il danaro, del Gran Re, e indurre questo, a prezzo di

umilianti concessioni, ad abbandonare gli avversari, collaborando

a quell’ordinamento delle cose greche che più sarà in grado di

talentargli. Sembrò per un momento che la palma di tanto successo

toccasse ora al tebano Pelopida, come un tempo era toccata allo

spartano Antalcida. Ma era evidente il pericolo di questi armeggii,

di questi intrighi, che dipendevano dalla consuetudine di fare la

guerra senza mai poter disporre dei mezzi occorrenti. Ogni città

greca è alla mercè del primo Stato straniero, che sia in grado di

rifornirla di danaro; le sorti di tutta la Grecia restano nelle mani

del nemico secolare dell’ellenismo, che di volta in volta dischiude

i suoi forzieri a questa o a quella città. Giammai, forse, si vide

una situazione altrettanto paradossale, per cui la vittoria fu

necessariamente congiunta alla servitù del vincitore. Eppure questo

fu il male, ossia uno dei grandi mali, di cui visse e morì la Grecia

antica!

Per altro, nell’angustia del suo territorio, nella scarsezza della

sua popolazione, ogni Stato greco, che voglia reggersi e guerreggiare

soltanto con mezzi propri, precipita diritto verso la rovina. Vedemmo

il peso enorme delle _eisphorai_ ateniesi. Ma esse non sono un esempio

isolato. Anche Dionigi di Siracusa, tentando la sua grande opera

politica in Sicilia, era stato costretto a colpire, per cinque anni

consecutivi, i suoi concittadini di una imposta del 20% sull’intero

capitale. Al termine dei cinque anni, i Siracusani erano stati

pressochè spogliati di ogni loro sostanza!...[185].

Questa è la vita di ciascuna città, ellenica. Della quale noi possiamo

appena rivivere un’idea e un’imagine fedele, ripensando, entro noi

stessi, alla enorme tragedia, che gli Stati europei, vinti e vincitori,

stanno attraversando dopo la Guerra mondiale. Impotenti a soddisfare

i loro debiti, mancanti dei mezzi necessari ogni giorno a provvedere

a tutto quanto occorre alla esistenza di una società civile; incapaci,

infine, di poterseli procurare in qualche modo, essi si trovano nella

identica disperata situazione di un capo famiglia, a cui sia chiusa

la possibilità di continuare a procurare il necessario a se stesso ed

ad suoi. Ora i popoli superano queste terribili crisi a lungo andare,

e a prezzo di enormi sacrifizi, allorchè si ripetono a grandissima

distanza di tempo. Ma quando l’una tien dietro all’altra, incalzando

senza tregua; quando gli uomini, per spensieratezza o per ambizione, vi

si gittano a capo fitto, dentro, ogni giorno, l’epilogo non potrà non

essere la catastrofe della società, vittima di così grande imprevidenza

o di sì cieche illusioni. «I governi», scriveva Aristotele, dopo

l’ammaestramento di lunghi secoli di dolorosa esperienza; «i

governi che oggi sono giudicati i migliori della Grecia, così come i

legislatori che li hanno fondati..., hanno mirato dissennatamente verso

quelle virtù che sembra debbano essere utili e più capaci di soddisfare

l’umana ambizione.... Taluni autori più recenti hanno sostenuto

all’incirca le stesse opinioni e ammirato grandemente la costituzione

di Sparta e lodato i propositi del suo fondatore, che tutta l’aveva

rivolta verso la conquista e la guerra.... Ma ora che la potenza

lacedemone è distrutta, tutti convengono che Sparta non è punto felice,

e che il suo legislatore non fu irreprensibile....[186].

Anche le crisi demografiche, che vedemmo infierire in Atene, sono

fenomeno universale della Grecia antica. Le guerre più che secolari,

condotte dai re di Macedonia, da Filippo II a Filippo V, se creano

la potenza politica della Macedonia stremano la Tessaglia e la

Macedonia stessa fino a rendere inevitabili dei seri provvedimenti di

governo[187]. Sono state, ci avvertono gli antichi, le guerre esterne

e le guerre civili a far sì che, nel primo secolo dell’êra volgare,

tutta la Grecia non sia più in grado di armare 3000 opliti, quanti

un tempo la sola Megara aveva spediti alla battaglia di Platea[188].

Ed è la guerra che determina, in ultima istanza, non solo le crisi

demografiche, ma le più profonde crisi, politiche e sociali, delle

singole città.

Anzi tutto le guerre civili in permanenza!

Le lotte civili, tanto nel mondo antico che in quello moderno,

sogliono combattersi con iscarso spirito di tolleranza, anzi, con la

brama insaziata di sopraffare, di sopprimere, oltre che moralmente,

materialmente, gli avversari. Ma tale è la loro norma costante nei

periodi di guerra. Si deve, anzi, alla guerra continua e insistente

la ferocia delle lotte di classe e di partito, che ogni nazione

dell’antichità ebbe ad alimentare nel suo proprio seno. La guerra è

certo suscitatrice di passioni eroiche, fucina insigne di patriottismo

e di fierezza, ma è anche il semenzaio più fecondo delle insurrezioni

e delle reazioni, la Circe più implacabile nell’abbrutire le migliori

fra le istituzioni politiche. La guerra, con la concitazione di spiriti

che desta, con la prospettiva, torbida e terrificante, di pericoli

e di tradimenti che suscita, sospinge gli animi più miti al colmo di

ogni eccesso. «Nella pace e nella buona ventura», scriveva Tucidide,

«le nazioni ed i cittadini si mantengono migliori, perchè immuni da

contrarietà: ma la guerra, privando di ciò che ogni giorno è necessario

alla vita, è una feroce maestra, e foggia gli animi dei più ad immagine

e somiglianza delle durezze presenti»[189]. Così nella universale

perturbazione della tranquillità, dell’agiatezza, della reciproca

confidenza, si snaturavano i sentimenti più indispensabili al vivere

sociale, e si educavano generazioni, cui unica mèta era l’odio, unica

fatica combattere e trucidarsi a vicenda.

Una guerra andata a male bastava a provocare l’esilio del partito che

l’aveva promossa, la confisca dei beni dei suoi componenti, talora,

l’eccidio dei responsabili, magari, degl’irresponsabili, e inaugurava

per lunghi anni uno stato permanente di ire, di sangue, di ostilità fra

i cittadini. La persecuzione, poi, provocava a sua volta la rivalsa e

la vendetta.

Se così i concittadini si comportavano gli uni verso gli altri, che

non è a pensare dei nemici vittoriosi dell’estero? Le trasformazioni,

le limitazioni, i rivolgimenti interni, che meglio fossero talentati,

erano il minore dei mali da paventare. Ogni guerra, ogni conquista,

ogni colonizzazione, equivaleva ad una espulsione in massa di una folla

di derelitti, alla formazione di nuove schiere di esuli, gettati con

le loro famiglie sul lastrico, mancanti di pace e di pane, orbati dei

congiunti, feriti nei sentimenti più sacri di umani. Un grande moderno,

Davide Hume, ha voluto, sulla scorta di un’unica fonte (Diodoro Siculo)

raccogliere gli esempi più salienti di lotte e persecuzioni civili in

Grecia, nel giro di circa cento anni, tra il V e il IV secolo a. C.,

il che vuol dire nel periodo più luminoso della storia di quel Paese.

Da Sibari, in quel breve tempo, furono banditi 600 nobili coi loro

seguaci; altri 600 da Chio; ad Efeso vennero trucidati 340 cittadini, e

1000 esiliati; a Corinto gli uccisi furono 120 e 500 gli esiliati; 300

gli sbanditi dalla Beozia. Ai primi del IV secolo, dopo la catastrofe

della egemonia spartana, i democratici tornati nelle loro città, si

vendicarono fieramente dei nobili, che avevano strappato ad essi di

mano il potere. Più tardi, al ritorno degli esuli, a Corinto, a Megara,

in Fliasia, i nobili si presero adeguata vendetta degli avversari. In

Fliasia furono massacrati 300 democratici, ma i superstiti, dopo una

nuova insurrezione, massacrarono a loro volta 300 nobili e sbandirono

tutti gli altri. In Arcadia si ebbero 1400 esuli. A Siracusa, innanzi

l’avvento della tirannia di Agatocle, il popolo aveva scacciato 600

nobili; egli ne bandì 6000, ne massacrò 4000, e per di più altri 4000 a

Gela. Il fratel suo cacciò in esilio, da Siracusa, 8000 persone[190].

Ma l’elenco dell’Hume è incompleto, poichè non vi sono incluse

nè le persecuzioni dei Trenta in Atene — 1200 massacrati e 5000

esiliati —, nè le vittime inevitabili della successiva restaurazione

democratica[191], nè i contemporanei eccidî, seguiti ad Argo — più che

1200 nobili insieme con gli stessi demagoghi che si erano rifiutati di

continuare il massacro —, nè quelli che furono consumati a Corcira —

1500 nobili e 1000 banditi[192] —; nè i 400 nobili espulsi da Mileto

nel 411[193]; nè gli 800 Tegeati espulsi da Tegea nel 370[194]; nè i 4

o 5000 democratici espulsi da Mileto nel 405-04[195]; nè molte e molte

altre migliaia, ancora, vittime di un identico destino, in breve giro

di anni.

I superstiti, i banditi partivano con la rabbia e la vendetta nel

cuore. Memori del giuramento dei loro persecutori[196], che chiudeva ad

essi la speranza della patria, tanto maledetta e pur tanto desiderata,

appuntavano nel buio dell’avvenire lo sguardo torbido e minaccioso,

intricavano con i nemici, si aggiungevan loro a macchinare o ad

aggravare la ruina della città natale, sempre in agguato a spiare

il giorno del rifacimento dei danni, l’ora, amara ed allegra, della

vendetta.

L’esilio, con cui le repubbliche elleniche quotidianamente civettarono,

non mancò di produrre quelle stesse conseguenze, che altre cause — noi

lo abbiamo veduto e continueremo a vederlo — andavano disseminando dal

canto loro. L’esilio insegnò ai cittadini a fare a meno della patria,

anzi a non curarla, a danneggiarla, a combatterla. Irrispettosi dello

Stato, non li fece neanche esitanti d’arricchirsi a sue spese; e

quell’ingordigia del tesoro pubblico, quella sospirata dimestichezza

con l’intrigo, con la venalità, con la concussione, che altri e più

profondi motivi avevano in origine generata, trovarono nella perenne

insicurezza del vivere sociale il terreno più acconcio di malefica

coltura.

Quanto minacciosa non doveva salire la marea dello scontento,

dell’odio, del pericolo! Nella seconda metà del IV secolo, Isocrate,

esortando Filippo alla tanto da lui caldeggiata spedizione contro

l’Impero persiano, l’assicurava che egli avrebbe trovato quanti soldati

volesse, dappoichè, malauguratamente, la Grecia contava oramai più

esuli che cittadini....[197]. E allorchè, ai giuochi olimpici del

324, Alessandro Magno farà proclamare il ritorno in patria di tutti i

fuorusciti, uno storico antico calcola che ben 20.000 persone, pari

cioè a 1/10 dei maschi adulti di tutta la Grecia, assistessero alla

parola liberatrice[198], che doveva poi essere principio di nuovi,

infiniti turbamenti.

Così la Grecia in perenne irrequietezza raccoglieva i frutti, di cui a

piene mani aveva sparso i semi fecondi. «Le discordie e le sedizioni»,

avvertiva Flaminino alle deputazioni degli Elleni, radunate a Corinto,

«offrono troppo grandi vantaggi ai vostri nemici. Il partito vinto

preferisce darsi allo straniero piuttosto che cedere dinanzi agli

avversari....»[199]. Ma il tardo monito non poteva essere ascoltato.

Attraverso la perdita di ogni motivo di attaccamento alla terra

natale, si spegneva negli animi il desiderio della conservazione

della sua indipendenza[200]; l’amore della patria andava miseramente

smarrito con l’incertezza e con l’acuirsi quotidiano del disagio e

delle preoccupazioni[201]. Gli Elleni, o immiseriti, o in sul punto

di precipitare nell’indigenza, incrociavano cinicamente le braccia,

appuntavano febbrili le sanguinanti speranze al di là dei confini della

patria, in attesa di sorti ignote, che finalmente arrecassero la pace e

la tranquillità. Il nome, un tempo odioso, dei nemici della città, finì

per non sonare, ai loro orecchi, così repugnante come lo era stato un

tempo tra gli echi, lieti e gloriosi, delle imprese persiane. Chi più

nemico dei nemici dell’interno, fautori ad oltranza della spogliazione

e della guerra? Perchè gli oratori e i votanti dell’_agorà_ sarebbero

dovuti riescire preferibili ai Macedoni del Congresso di Corinto, che

dichiaravano di voler tutelare il diritto di proprietà e la sicurezza

dei commerci; o ai Romani vincitori a Cinocefale, che venivano a

liberare la Grecia di ogni tributo e di ogni irrequietezza? Il primo

luccicare delle armi degli uni e degli altri segnerà nel Paese il

costituirsi di un partito antinazionale, i cui sostenitori saranno

appunto coloro che tutto non avevano ancora perduto[202]. Quella

nostalgia della definitiva vittoria dello straniero, che s’accovaccerà

trepida nelle speranze dell’aristocrazia francese durante la Grande

Rivoluzione, fermentò del pari nell’animo degli agiati di ogni

cittadina greca, in sullo scorcio dell’esistenza della loro patria. «Se

non fossimo periti prima, noi saremmo periti del tutto»[203]. Quando,

finalmente, avrebbe la divinità concesso i suoi ozi dolcissimi? E nel

petto di Isocrate il bel sogno di libera grandezza ellenica, sognata

nel _Panegirico_, cedeva, con gli anni, nell’orazione a Filippo,

dinanzi alla rinunzia di ogni libertà, al desiderio stanco di una

signoria straniera, purchè quella signoria volesse dire la pace.

Ma noi possiamo cogliere in maniera più diretta, sia nell’eloquenza

significativa della connessione dei fatti, sia nelle consapevoli

dichiarazioni dei contemporanei, il rapporto intimo fra la guerra e la

decadenza dei singoli Stati greci.

Il tramonto di una civiltà, vol. 2 (di 2) · 第 3 / 13 段