la paralisi dell’attività industriale, l’incessante grandinare
delle imposte riducevano ogni giorno il numero degli schiavi e,
peggio ancora, dei forestieri, i così detti _meteci_ che vivevano e
lavoravano in città. Non si trattava solo del danno, di cui taluni
antichi finanzieri specialmente si preoccupavano, cioè della perdita
delle imposte, che padroni di schiavi e stranieri erano tenuti a
versare[159]. Non si trattava soltanto del venir meno di un profitto
pubblico. Nell’antica Atene, specie dopo la formazione dell’impero e
il moltiplicarsi delle mansioni politiche dei cittadini, i forestieri,
grazie alla loro libera attività ed ai loro capitali, erano divenuti
i propulsori più insigni dell’ingranaggio economico della città[160]:
essi stavano a capo di molteplici intraprese, animavano il commercio,
fondavano opificî, offrivano lavoro, pane ed utili a molta parte dei
veri e propri cittadini, e la loro ricchezza, magari come semplice
mezzo di scambio, circolava e veniva consumata tra gli Ateniesi stessi.
Che cosa doveva avvenire di tutto ciò, allorquando, per i turbamenti
incessanti che la guerra portava, per le sue disastrose conseguenze
economiche, anche il capitale straniero, al pari dell’antica fortuna,
cominciarono a disertare i lidi gloriosi dell’Attica?
Spopolamento e sovrapopolazione.
Epilogo inscongiurabile di tanta rovina sopraggiungeva il sintomo
doloroso della depopolazione, derivante, per un verso, dall’accresciuta
mortalità a cagione della miseria, della guerra, delle conseguenti
epidemie, che, specie fin dal terzo secolo a. C. flagellarono
periodicamente l’intera Grecia, per un altro, dalla scemata natalità,
effetto a sua volta dell’aumento del celibato e della previdibile
attuazione di un maltusianismo _avant lettre_[161], specie da parte
dei componenti il medio ceto, il più preoccupato e minacciato di
rovina[162].
Dei cittadini ateniesi maschi adulti, che, nell’età di Pericle
ascendevano a 35.000, se ne contavano alla fine dello stesso secolo,
non più di 20.000; la cifra dei forestieri s’era dimezzata; la
popolazione totale, compresi gli schiavi, ridotta da 250.000 a 130.000
anime[163]. Il corso del IV secolo, non ostante la legge naturale del
progressivo incremento numerico di ogni umana società; non ostante
il fatto che Atene in questo tempo, se vive in un perenne stato di
guerra, non attraversa crisi colossali come quella, già oltrepassata,
della Guerra peloponnesiaca; il quarto secolo — diciamo — non riesce a
risollevare la cifra della popolazione della Città. Quando esso sta per
tramontare, i cittadini ateniesi sono ancora 20.000[164]. E poichè, se
forse crebbe il numero degli stranieri[165], non aumentò certo quello
degli schiavi[166], deve indursi che, alla fine di questo periodo,
l’Attica non superava il numero di abitanti che il secolo precedente vi
aveva lasciati. Nei duecento anni successivi, la popolazione dovette
certamente scemare, sebbene noi non abbiamo alcun mezzo per giungere
ad una valutazione numerica. La prima guerra mitridatica doveva dare
l’ultimo colpo. Dopo di allora l’Attica non potè risollevarsi[167],
e divenne una quantità insignificante nella storia demografica della
Grecia antica.
Il fatto evidente della depopolazione non impediva la tragica
contradittoria sensazione di un eccesso di popolazione. Mentre
nell’Attica la vita si rendeva ogni giorno più tormentosa, dai
territori degli alleati ribelli, dalle colonie, schiantate o
minacciate, da ogni angolo del vecchio impero ateniese, tornavano,
coatte o volontarie, le schiere dei _cleruchi_, orde di emigranti
disfatti, senza averi, senza fede, senza speranze, rigagnoli affluenti
alla miseria della popolazione della metropoli[168].
Il danno, che dal loro ritorno procedeva, non era puramente
transitorio. L’abbiamo visto: il problema della sovrapopolazione,
nel mondo ellenico, e per motivi affatto estranei a quelli naturali,
era uno dei più gravi e temibili[169]. A complicarlo, la perdita
delle colonie creava, in mezzo alla miseria attuale, un fomite nuovo
di miseria futura, cui non era possibile rimediare se non con la
riconquista dei territori perduti. Ma, poichè, nel maggior numero dei
casi, tale fortuna dipendeva dal ricupero della supremazia politica,
alla quale era mezzo il pericoloso riaccendersi della guerra,
riusciva difficile trovare chi non vi preferisse un volontario,
lento, rassegnato suicidio. Atene, infatti, sia al costituirsi della
sua terza federazione marittima, sia al preponderare dell’ingerenza
macedone e romana, fu costretta a rinunziare apertamente all’acquisto
o all’ipoteca, sia privata che pubblica, di case e di terreni nei Paesi
alleati, sotto pena di vedersene confiscati gli acquisti[170].
Poichè, in siffatta guisa, ogni sbocco all’emigrazione era tagliato, si
cominciarono fin dal IV secolo a formare compagnie di ventura, avide
di bottino, destituite di ritegno, pronte a passare agli stipendi
del maggior offerente, minaccia continua alla pubblica e alla privata
tranquillità. E se nel 402-01 era stato difficile radunare, per conto
di Ciro il giovane, 10.000 mercenari, e la maggior parte s’erano dovuti
allettare con stipendi favolosi[171] e con promesse irrealizzabili,
più tardi, i mercenari greci, costituirono, quasi esclusivamente, i
nuovi eserciti nazionali e stranieri[172]. I ruinati della guerra erano
adesso divenuti i ministri quotidiani della sua opera di distruzione!
La guerra e la decadenza della Grecia.
Tutte le ripercussioni, che lo stato, quasi permanente, di guerra
esercitò sull’antica Atene, hanno la loro esatta rispondenza negli
altri Paesi. I radi accenni, che della loro vita interna ci sono
pervenuti, confermano la legittimità delle analogie che noi possiamo
inferire dalla storia politica ateniese.
La frequenza delle guerra non fu fenomeno unico dell’Attica; fu
fenomeno generale di tutta la Grecia; così come la micidialità di
ciascuna guerra, che tosto portava il nemico nel cuore stesso del Paese
vinto, sconvolgendone, atterrandone l’esistenza, fu la conseguenza
necessaria della forma di Stato — lo Stato municipale —, che unicamente
la Grecia classica conobbe. Da questo fatto, ossia da questo pericolo,
nacque la consuetudine universale di mettere disperatamente in armi
una quantità di uomini, senza dubbio eccessiva rispetto alla capacità
demografica delle singole popolazioni. Nell’Attica, vedemmo, in tempi
nei quali non si usava ancora di mercenari, gli uomini mobilitati
stavano in un rapporto di almeno 1 a 10 con la popolazione. Or bene,
la Beozia antica, i cui abitanti non oltrepassavano i 200.000, figurava
alla battaglia di Delion (424 a. C.), con 18.500 uomini[173]; nel 418,
ne spediva nel Peloponneso 11.000[174]; durante la prima Guerra sacra
del 354, ne armava 13.000[175] e 10.000 contro i Galli, nel 280[176];
il che vuol dire che le cittadine beotiche usavano mobilitare dal 5 al
10% della loro popolazione totale. Dal Peloponneso, che raggiungeva
al massimo un milione di abitanti, il re Archidamo, nel 431, moveva
all’invasione dell’Attica con poco meno di 60.000 uomini[177]; nel 407,
Agide ne conduceva seco circa 30.000[178]; alla battaglia di Nemea
(394) partecipavano 23.500 Peloponnesiaci, sebbene vi mancassero i
Corinzi, i Fliasii, ecc.[179]; nel 378, Agesilao condurrà contro Tebe
18-20.000 uomini[180]: a Mantinea, nel 362, combatterono circa 35.000
Peloponnesiaci; a Megalopoli, nel 331, circa 22.000, tratti però da
solo una metà del Peloponneso[181], e il grande storico Polibio opinerà
che, a mezzo il sec. II a. C., la Lega achea, la quale allora dominava
il Peloponneso, poteva, senza grandissimo sforzo, armare dai 30 ai
40.000 combattenti[182]. Or bene, tutte queste cifre significano che,
in caso di guerra, gli Stati peloponnesiaci solevano mobilitare dal 2%
al 6% della popolazione complessiva.
Questo eccessivo, inaudito sforzo militare portava seco, la necessità
di un analogo, eccessivo sforzo finanziario. La tragedia, in cui
vedemmo dibattersi tutta la storia di Atene, è la perenne tragedia
di tutte le città greche. Se la guerra di Siracusa (415-13) costa ad
Atene, come vedemmo, forse 100 milioni, la difesa vittoriosa della
città costò ai Siracusani non meno di 2000 talenti (L. 12.000.000
_ca._), oltre al peso di un debito pubblico che vien definito
«intollerabile»[183]. Se Atene si limita a tenere in serbo una
provvista d’armi pei casi straordinari, molti Stati greci provvedono
all’armamento di tutti i loro uomini. Ma che cosa è l’ultima fase
della Guerra del Peloponneso, se non una caccia disperata, non già al
nemico, ma al denaro, che quotidianamente vien meno? Colui che l’uno
e l’altro avversario si sforzano, a tale scopo, di guadagnare, e di
trarre dalla parte loro, è senza meno il monarca della Persia. Intorno
a lui, appunto, si combatte un duello diplomatico, più disperato e
più decisivo ancora del duello militare, che si svolge intanto sulle
arrossate acque dell’Egeo. Finalmente la volontà del re di Persia piega
dalla parte di Sparta, e la guerra è decisa: il Gran Re verserà in
otto anni alla Lega peloponnesiaca oltre 5000 talenti (L. 30.000.000
circa)[184], e la potenza di Atene è finita per sempre.
Quello ch’era successo alla dimane dell’occupazione spartana di
Decelea, si ripete identicamente alla vigilia della pace di Antalcida
(387) e della battaglia di Mantinea, l’ultima della breve gesta epica
di Tebe. Alla vigilia della pace di Antalcida, una vasta coalizione
di Stati greci ha scrollato dalle fondamenta la tirannia spartana. Ma
essi sono potuti riuscirvi grazie al denaro persiano. Basterà che un
abile negoziatore — Antalcida — sconvolga la situazione diplomatica;
ch’egli, cioè, prometta alla Persia le colonie greche dell’Asia Minore,
cancellando per tal modo la più pura gloria delle guerre nazionali
contro la Persia, perchè il denaro persiano muti corso, e passi
dalla Lega a Sparta, e tutta la situazione militare ne sia anch’essa
rovesciata dalle fondamenta.
Quale sarà d’altro canto, poco di poi, durante il lungo, incerto
duello tebano-spartano, lo sforzo comune di Sparta, Tebe, Atene?
Quello appunto, per ciascuno Stato, di trarre dalla sua l’alleanza,
ossia il danaro, del Gran Re, e indurre questo, a prezzo di
umilianti concessioni, ad abbandonare gli avversari, collaborando
a quell’ordinamento delle cose greche che più sarà in grado di
talentargli. Sembrò per un momento che la palma di tanto successo
toccasse ora al tebano Pelopida, come un tempo era toccata allo
spartano Antalcida. Ma era evidente il pericolo di questi armeggii,
di questi intrighi, che dipendevano dalla consuetudine di fare la
guerra senza mai poter disporre dei mezzi occorrenti. Ogni città
greca è alla mercè del primo Stato straniero, che sia in grado di
rifornirla di danaro; le sorti di tutta la Grecia restano nelle mani
del nemico secolare dell’ellenismo, che di volta in volta dischiude
i suoi forzieri a questa o a quella città. Giammai, forse, si vide
una situazione altrettanto paradossale, per cui la vittoria fu
necessariamente congiunta alla servitù del vincitore. Eppure questo
fu il male, ossia uno dei grandi mali, di cui visse e morì la Grecia
antica!
Per altro, nell’angustia del suo territorio, nella scarsezza della
sua popolazione, ogni Stato greco, che voglia reggersi e guerreggiare
soltanto con mezzi propri, precipita diritto verso la rovina. Vedemmo
il peso enorme delle _eisphorai_ ateniesi. Ma esse non sono un esempio
isolato. Anche Dionigi di Siracusa, tentando la sua grande opera
politica in Sicilia, era stato costretto a colpire, per cinque anni
consecutivi, i suoi concittadini di una imposta del 20% sull’intero
capitale. Al termine dei cinque anni, i Siracusani erano stati
pressochè spogliati di ogni loro sostanza!...[185].
Questa è la vita di ciascuna città, ellenica. Della quale noi possiamo
appena rivivere un’idea e un’imagine fedele, ripensando, entro noi
stessi, alla enorme tragedia, che gli Stati europei, vinti e vincitori,
stanno attraversando dopo la Guerra mondiale. Impotenti a soddisfare
i loro debiti, mancanti dei mezzi necessari ogni giorno a provvedere
a tutto quanto occorre alla esistenza di una società civile; incapaci,
infine, di poterseli procurare in qualche modo, essi si trovano nella
identica disperata situazione di un capo famiglia, a cui sia chiusa
la possibilità di continuare a procurare il necessario a se stesso ed
ad suoi. Ora i popoli superano queste terribili crisi a lungo andare,
e a prezzo di enormi sacrifizi, allorchè si ripetono a grandissima
distanza di tempo. Ma quando l’una tien dietro all’altra, incalzando
senza tregua; quando gli uomini, per spensieratezza o per ambizione, vi
si gittano a capo fitto, dentro, ogni giorno, l’epilogo non potrà non
essere la catastrofe della società, vittima di così grande imprevidenza
o di sì cieche illusioni. «I governi», scriveva Aristotele, dopo
l’ammaestramento di lunghi secoli di dolorosa esperienza; «i
governi che oggi sono giudicati i migliori della Grecia, così come i
legislatori che li hanno fondati..., hanno mirato dissennatamente verso
quelle virtù che sembra debbano essere utili e più capaci di soddisfare
l’umana ambizione.... Taluni autori più recenti hanno sostenuto
all’incirca le stesse opinioni e ammirato grandemente la costituzione
di Sparta e lodato i propositi del suo fondatore, che tutta l’aveva
rivolta verso la conquista e la guerra.... Ma ora che la potenza
lacedemone è distrutta, tutti convengono che Sparta non è punto felice,
e che il suo legislatore non fu irreprensibile....[186].
Anche le crisi demografiche, che vedemmo infierire in Atene, sono
fenomeno universale della Grecia antica. Le guerre più che secolari,
condotte dai re di Macedonia, da Filippo II a Filippo V, se creano
la potenza politica della Macedonia stremano la Tessaglia e la
Macedonia stessa fino a rendere inevitabili dei seri provvedimenti di
governo[187]. Sono state, ci avvertono gli antichi, le guerre esterne
e le guerre civili a far sì che, nel primo secolo dell’êra volgare,
tutta la Grecia non sia più in grado di armare 3000 opliti, quanti
un tempo la sola Megara aveva spediti alla battaglia di Platea[188].
Ed è la guerra che determina, in ultima istanza, non solo le crisi
demografiche, ma le più profonde crisi, politiche e sociali, delle
singole città.
Anzi tutto le guerre civili in permanenza!
Le lotte civili, tanto nel mondo antico che in quello moderno,
sogliono combattersi con iscarso spirito di tolleranza, anzi, con la
brama insaziata di sopraffare, di sopprimere, oltre che moralmente,
materialmente, gli avversari. Ma tale è la loro norma costante nei
periodi di guerra. Si deve, anzi, alla guerra continua e insistente
la ferocia delle lotte di classe e di partito, che ogni nazione
dell’antichità ebbe ad alimentare nel suo proprio seno. La guerra è
certo suscitatrice di passioni eroiche, fucina insigne di patriottismo
e di fierezza, ma è anche il semenzaio più fecondo delle insurrezioni
e delle reazioni, la Circe più implacabile nell’abbrutire le migliori
fra le istituzioni politiche. La guerra, con la concitazione di spiriti
che desta, con la prospettiva, torbida e terrificante, di pericoli
e di tradimenti che suscita, sospinge gli animi più miti al colmo di
ogni eccesso. «Nella pace e nella buona ventura», scriveva Tucidide,
«le nazioni ed i cittadini si mantengono migliori, perchè immuni da
contrarietà: ma la guerra, privando di ciò che ogni giorno è necessario
alla vita, è una feroce maestra, e foggia gli animi dei più ad immagine
e somiglianza delle durezze presenti»[189]. Così nella universale
perturbazione della tranquillità, dell’agiatezza, della reciproca
confidenza, si snaturavano i sentimenti più indispensabili al vivere
sociale, e si educavano generazioni, cui unica mèta era l’odio, unica
fatica combattere e trucidarsi a vicenda.
Una guerra andata a male bastava a provocare l’esilio del partito che
l’aveva promossa, la confisca dei beni dei suoi componenti, talora,
l’eccidio dei responsabili, magari, degl’irresponsabili, e inaugurava
per lunghi anni uno stato permanente di ire, di sangue, di ostilità fra
i cittadini. La persecuzione, poi, provocava a sua volta la rivalsa e
la vendetta.
Se così i concittadini si comportavano gli uni verso gli altri, che
non è a pensare dei nemici vittoriosi dell’estero? Le trasformazioni,
le limitazioni, i rivolgimenti interni, che meglio fossero talentati,
erano il minore dei mali da paventare. Ogni guerra, ogni conquista,
ogni colonizzazione, equivaleva ad una espulsione in massa di una folla
di derelitti, alla formazione di nuove schiere di esuli, gettati con
le loro famiglie sul lastrico, mancanti di pace e di pane, orbati dei
congiunti, feriti nei sentimenti più sacri di umani. Un grande moderno,
Davide Hume, ha voluto, sulla scorta di un’unica fonte (Diodoro Siculo)
raccogliere gli esempi più salienti di lotte e persecuzioni civili in
Grecia, nel giro di circa cento anni, tra il V e il IV secolo a. C.,
il che vuol dire nel periodo più luminoso della storia di quel Paese.
Da Sibari, in quel breve tempo, furono banditi 600 nobili coi loro
seguaci; altri 600 da Chio; ad Efeso vennero trucidati 340 cittadini, e
1000 esiliati; a Corinto gli uccisi furono 120 e 500 gli esiliati; 300
gli sbanditi dalla Beozia. Ai primi del IV secolo, dopo la catastrofe
della egemonia spartana, i democratici tornati nelle loro città, si
vendicarono fieramente dei nobili, che avevano strappato ad essi di
mano il potere. Più tardi, al ritorno degli esuli, a Corinto, a Megara,
in Fliasia, i nobili si presero adeguata vendetta degli avversari. In
Fliasia furono massacrati 300 democratici, ma i superstiti, dopo una
nuova insurrezione, massacrarono a loro volta 300 nobili e sbandirono
tutti gli altri. In Arcadia si ebbero 1400 esuli. A Siracusa, innanzi
l’avvento della tirannia di Agatocle, il popolo aveva scacciato 600
nobili; egli ne bandì 6000, ne massacrò 4000, e per di più altri 4000 a
Gela. Il fratel suo cacciò in esilio, da Siracusa, 8000 persone[190].
Ma l’elenco dell’Hume è incompleto, poichè non vi sono incluse
nè le persecuzioni dei Trenta in Atene — 1200 massacrati e 5000
esiliati —, nè le vittime inevitabili della successiva restaurazione
democratica[191], nè i contemporanei eccidî, seguiti ad Argo — più che
1200 nobili insieme con gli stessi demagoghi che si erano rifiutati di
continuare il massacro —, nè quelli che furono consumati a Corcira —
1500 nobili e 1000 banditi[192] —; nè i 400 nobili espulsi da Mileto
nel 411[193]; nè gli 800 Tegeati espulsi da Tegea nel 370[194]; nè i 4
o 5000 democratici espulsi da Mileto nel 405-04[195]; nè molte e molte
altre migliaia, ancora, vittime di un identico destino, in breve giro
di anni.
I superstiti, i banditi partivano con la rabbia e la vendetta nel
cuore. Memori del giuramento dei loro persecutori[196], che chiudeva ad
essi la speranza della patria, tanto maledetta e pur tanto desiderata,
appuntavano nel buio dell’avvenire lo sguardo torbido e minaccioso,
intricavano con i nemici, si aggiungevan loro a macchinare o ad
aggravare la ruina della città natale, sempre in agguato a spiare
il giorno del rifacimento dei danni, l’ora, amara ed allegra, della
vendetta.
L’esilio, con cui le repubbliche elleniche quotidianamente civettarono,
non mancò di produrre quelle stesse conseguenze, che altre cause — noi
lo abbiamo veduto e continueremo a vederlo — andavano disseminando dal
canto loro. L’esilio insegnò ai cittadini a fare a meno della patria,
anzi a non curarla, a danneggiarla, a combatterla. Irrispettosi dello
Stato, non li fece neanche esitanti d’arricchirsi a sue spese; e
quell’ingordigia del tesoro pubblico, quella sospirata dimestichezza
con l’intrigo, con la venalità, con la concussione, che altri e più
profondi motivi avevano in origine generata, trovarono nella perenne
insicurezza del vivere sociale il terreno più acconcio di malefica
coltura.
Quanto minacciosa non doveva salire la marea dello scontento,
dell’odio, del pericolo! Nella seconda metà del IV secolo, Isocrate,
esortando Filippo alla tanto da lui caldeggiata spedizione contro
l’Impero persiano, l’assicurava che egli avrebbe trovato quanti soldati
volesse, dappoichè, malauguratamente, la Grecia contava oramai più
esuli che cittadini....[197]. E allorchè, ai giuochi olimpici del
324, Alessandro Magno farà proclamare il ritorno in patria di tutti i
fuorusciti, uno storico antico calcola che ben 20.000 persone, pari
cioè a 1/10 dei maschi adulti di tutta la Grecia, assistessero alla
parola liberatrice[198], che doveva poi essere principio di nuovi,
infiniti turbamenti.
Così la Grecia in perenne irrequietezza raccoglieva i frutti, di cui a
piene mani aveva sparso i semi fecondi. «Le discordie e le sedizioni»,
avvertiva Flaminino alle deputazioni degli Elleni, radunate a Corinto,
«offrono troppo grandi vantaggi ai vostri nemici. Il partito vinto
preferisce darsi allo straniero piuttosto che cedere dinanzi agli
avversari....»[199]. Ma il tardo monito non poteva essere ascoltato.
Attraverso la perdita di ogni motivo di attaccamento alla terra
natale, si spegneva negli animi il desiderio della conservazione
della sua indipendenza[200]; l’amore della patria andava miseramente
smarrito con l’incertezza e con l’acuirsi quotidiano del disagio e
delle preoccupazioni[201]. Gli Elleni, o immiseriti, o in sul punto
di precipitare nell’indigenza, incrociavano cinicamente le braccia,
appuntavano febbrili le sanguinanti speranze al di là dei confini della
patria, in attesa di sorti ignote, che finalmente arrecassero la pace e
la tranquillità. Il nome, un tempo odioso, dei nemici della città, finì
per non sonare, ai loro orecchi, così repugnante come lo era stato un
tempo tra gli echi, lieti e gloriosi, delle imprese persiane. Chi più
nemico dei nemici dell’interno, fautori ad oltranza della spogliazione
e della guerra? Perchè gli oratori e i votanti dell’_agorà_ sarebbero
dovuti riescire preferibili ai Macedoni del Congresso di Corinto, che
dichiaravano di voler tutelare il diritto di proprietà e la sicurezza
dei commerci; o ai Romani vincitori a Cinocefale, che venivano a
liberare la Grecia di ogni tributo e di ogni irrequietezza? Il primo
luccicare delle armi degli uni e degli altri segnerà nel Paese il
costituirsi di un partito antinazionale, i cui sostenitori saranno
appunto coloro che tutto non avevano ancora perduto[202]. Quella
nostalgia della definitiva vittoria dello straniero, che s’accovaccerà
trepida nelle speranze dell’aristocrazia francese durante la Grande
Rivoluzione, fermentò del pari nell’animo degli agiati di ogni
cittadina greca, in sullo scorcio dell’esistenza della loro patria. «Se
non fossimo periti prima, noi saremmo periti del tutto»[203]. Quando,
finalmente, avrebbe la divinità concesso i suoi ozi dolcissimi? E nel
petto di Isocrate il bel sogno di libera grandezza ellenica, sognata
nel _Panegirico_, cedeva, con gli anni, nell’orazione a Filippo,
dinanzi alla rinunzia di ogni libertà, al desiderio stanco di una
signoria straniera, purchè quella signoria volesse dire la pace.
Ma noi possiamo cogliere in maniera più diretta, sia nell’eloquenza
significativa della connessione dei fatti, sia nelle consapevoli
dichiarazioni dei contemporanei, il rapporto intimo fra la guerra e la
decadenza dei singoli Stati greci.