IV.

Per questa ragione, commemorando tre mesi sono in Torino Cesare

Lombroso, io dicevo di riconoscerlo come il primo tra i miei maestri,

perchè egli solo, tra i viventi, mi aveva insegnato con l’esempio a

ricomporre una unità viva da morti e dispersi frammenti. Per questa

ragione pure penso che ogni uomo di alta cultura, cui sta a cuore il

prestigio intellettuale dell’Italia nel mondo, dovrebbe sforzarsi di

trarre fuori gli studi romani dai chiostri silenziosi della erudizione

e di riportarli in mezzo alla vita, alle passioni, agli interessi

e ai conflitti del mondo. No: Roma antica non deve viver soltanto

nelle piccole congreghe degli eruditi e degli archeologi: deve viver

nell’anima delle nuove generazioni, irradiare la sua luce immortale

sui mondi che sorgono dalle profondità dei tempi moderni; perchè il

dì in cui la storia di Roma e i suoi monumenti non fossero più che un

morto materiale di erudizione da riporre e catalogar nei musei, accanto

ai mattoni del palazzo di Korsabad, alle statue dei re Assiri o agli

avanzi micenei, l’impero romano, che oggi non è ancora interamente

morto, raggiungerebbe negli Elisi della storia le ombre dell’impero

babilonese, egiziano o carolingio, e la civiltà latina soggiacerebbe

nel mondo ad una nuova catastrofe. Non mostriamoci indegni della

singolare fortuna storica, che abbiamo ereditata dai nostri antenati;

intendiamo a fondo quello che c’è di singolare, anzi unico in questa

sopravvivenza ideale di un impero caduto da tanti secoli, che sparito

dal giuoco degli interessi mondani, resta ancora nel sistema delle

forze spirituali che animano il mondo moderno: non ascoltiamo chi

afferma che ormai i sacri avanzi di Roma antica non possono servire più

che come appoggio o pedana per gli aereoplani, maestosamente volanti

sui silenzi della campagna romana; sopratutto studiamoci, noi che da

quarant’anni trasportiamo entro la vetusta cerchia delle mura aureliane

gli strumenti e le idee e gli interessi di una civiltà recentissima,

di non meritare dalla Chiesa il rimprovero di aver distrutto — barbari

nuovi — quel che restava dell’impero di Roma, da essa rinnovato

e continuato con così varia fortuna dopo la tremenda catastrofe

dell’impero d’Occidente. La tradizione romana potrà ancora fiorire,

ramo vivo non ostante la antichità, sul tronco della nostra civiltà,

purchè non ci ostiniamo proprio noi a reciderlo; purchè ci sforziamo di

mantenere agli studi romani quel valore universale, che solo può farne

alcunchè di essenziale nella cultura moderna. Le altre storie possono

invecchiare: occorre invece, appunto perchè essa serve ad educare

le nuove generazioni, rinnovare continuamente la storia romana, non

solo incorporandoci i fatti nuovi scoperti dalla erudizione e dalla

archeologia, non solo infondendoci un più largo spirito filosofico, e

trasportandovi la maturata esperienza del mondo, che impara non solo

studiando, ma anche vivendo; ma sopratutto sforzandoci di mantenerle

e di accrescerle quella che è la qualità più preziosa di una storia

destinata ad essere letta e studiata da tutti: la umana chiarezza. E

se questo è il dovere di quanti figli devoti Roma ha ancora nel mondo,

io credo di non poter terminare questo discorso tenuto nel giorno

che ricorda la fondazione di Roma, meglio che compiendo un atto, il

quale sarà come una simbolica espiazione ai Mani, crudelmente offesi

nel secolo XIX, di un uomo cui l’Urbe deve pure qualche gratitudine,

poichè gli deve l’aver esistito: risuscitando Romolo. In una mistica

penombra — tutti lo sanno — sta ravvolto il natale di Roma. Come

ebbe principio la favolosa grandezza di questa fortunata città? In

tutti i secoli gli uomini avrebbero voluto squarciare quella mistica

penombra; e sapere. Ma per secoli e secoli gli uomini erano stati paghi

di ripetere una poetica, sebbene alquanto farraginosa leggenda, in

cui miracoli e prodigi attorniavano la culla dell’Urbe. Generazioni

e generazioni avevano imprecato allo scellerato Amulio, compianti

l’infelice Numitore e la sventurata Rea Silvia; avevano amato il buon

Faustolo, fantasticato sull’ombra del Fico Ruminale, accarezzata in

pensiero la buona lupa materna e salutato l’amabile picchio, disceso a

nutrire e ricoprir delle ali i fatali gemelli.... Che questo racconto

fosse uno spesso tessuto di favole, l’avevano capito anche gli antichi;

ma pur non l’avevano tôcco, per una specie di religioso rispetto

dell’antico, e per non saper raccontare nulla che fosse più chiaro

e preciso. Tante volte l’uomo deve rassegnarsi a ignorare! Ma ecco

arriva il terribile secolo XIX, che, lui, vuol tutto sapere e crede di

tutto poter conoscere; e prende quel tessuto di favole con le sue dure

mani di macchinista, lo lacera, lo sfilaccia, credendo di ritrovare

nei fili che lo compongono il vero; e tanto rompe e scompone, che non

si ritrova più tra le mani che una matassa di morta stoppa. La antica

favola sfumò con tutti i suoi personaggi; non solo il picchio rivolò in

cielo e la lupa si rinselvò, ma anche Romolo, il venerato e divinizzato

fondatore della città, non fu più che un nome; e in luogo della

leggenda rimase un tenebroso vuoto, invano tormentato da ingegnosi

storici con le lunghe pertiche delle ipotesi, per trovare in quello

qualche brandello di verità! Eppure se Roma ha esistito, deve pure aver

avuto un principio narrabile con umana chiarezza.... Non c’è proprio,

nell’antica leggenda, neppure un barlume di questo intelligibil

chiarore? Spremendo fuori dalle favole antiche, che si raccontarono

sulla fondazione della città, il poetico che le ravvolge e le infiltra,

una notizia mi pare che resti, solida e sicura abbastanza per quanto

minuscola, e che, presa per vera, illumina la antichissima storia della

città: e cioè che, come dice Dionigi, Roma fu una colonia di Alba, in

cui sfollò dal monte al piano una parte della popolazione della vecchia

città. Roma dunque non fu una città cresciuta a poco a poco, per favore

di circostanze, da un piccolo villaggio; Roma fu una città fondata di

getto, per un atto di volontà personale, secondo un disegno studiato,

in un luogo scelto appositamente; dotata quindi sin dal principio

di istituzioni religiose, militari e politiche già mature, perchè in

parte provate da lunga esperienza in una città più antica e in parte

forse anche modificate ad arte per adattarle ai nuovi bisogni. Fu

insomma una città che nacque adulta, come certe città — permettetemi

il paragone forse troppo moderno — che ora si fondano in America:

fu, alle sue origini, una città nuova apparsa in un mondo tutto più

antico di lei: il che ci spiega e la meravigliosa sua posizione nel

Lazio, tra il mare, il monte e il fiume; e la numerazione ufficiale

degli anni suoi dalla fondazione, che gli antichi ne fecero; e quel

suo subitaneo risoluto entrar nella storia; e il rapido crescere....

Ma se la città fu fondata in questa guisa, è necessità che abbia

avuto uno o più fondatori; i quali scelsero il luogo, studiarono gli

ordinamenti e tutto acconciamente disposero; anzi la felicissima scelta

del luogo come i savi ordinamenti ci inducono a pensare che questo

capo fosse uomo grande davvero.... E poichè a fondare Roma un fondatore

era necessario, che ragione abbiamo noi di negare che fosse quel Romo

o quel Romolo di cui parlano le antiche tradizioni? Già di molti e

gravi delitti reo in cospetto della critica moderna, io mi confesso

anche colpevole di credere che quel poco di preciso e di vero che

noi sappiamo sull’origine di Roma è contenuto ancora, tutto o quasi,

nell’antica tradizione: e che — anno più, anno meno — verso la metà

dell’ottavo secolo avanti Cristo un principe della famiglia regnante in

Alba, per ragioni che a mala pena si intravedono nella leggenda, venne

tra queste colline, fondò sul Palatino una piccola città, e la lanciò

nell’eternità.

Roma nella cultura moderna · 第 7 / 11 题