Per questa ragione, commemorando tre mesi sono in Torino Cesare
Lombroso, io dicevo di riconoscerlo come il primo tra i miei maestri,
perchè egli solo, tra i viventi, mi aveva insegnato con l’esempio a
ricomporre una unità viva da morti e dispersi frammenti. Per questa
ragione pure penso che ogni uomo di alta cultura, cui sta a cuore il
prestigio intellettuale dell’Italia nel mondo, dovrebbe sforzarsi di
trarre fuori gli studi romani dai chiostri silenziosi della erudizione
e di riportarli in mezzo alla vita, alle passioni, agli interessi
e ai conflitti del mondo. No: Roma antica non deve viver soltanto
nelle piccole congreghe degli eruditi e degli archeologi: deve viver
nell’anima delle nuove generazioni, irradiare la sua luce immortale
sui mondi che sorgono dalle profondità dei tempi moderni; perchè il
dì in cui la storia di Roma e i suoi monumenti non fossero più che un
morto materiale di erudizione da riporre e catalogar nei musei, accanto
ai mattoni del palazzo di Korsabad, alle statue dei re Assiri o agli
avanzi micenei, l’impero romano, che oggi non è ancora interamente
morto, raggiungerebbe negli Elisi della storia le ombre dell’impero
babilonese, egiziano o carolingio, e la civiltà latina soggiacerebbe
nel mondo ad una nuova catastrofe. Non mostriamoci indegni della
singolare fortuna storica, che abbiamo ereditata dai nostri antenati;
intendiamo a fondo quello che c’è di singolare, anzi unico in questa
sopravvivenza ideale di un impero caduto da tanti secoli, che sparito
dal giuoco degli interessi mondani, resta ancora nel sistema delle
forze spirituali che animano il mondo moderno: non ascoltiamo chi
afferma che ormai i sacri avanzi di Roma antica non possono servire più
che come appoggio o pedana per gli aereoplani, maestosamente volanti
sui silenzi della campagna romana; sopratutto studiamoci, noi che da
quarant’anni trasportiamo entro la vetusta cerchia delle mura aureliane
gli strumenti e le idee e gli interessi di una civiltà recentissima,
di non meritare dalla Chiesa il rimprovero di aver distrutto — barbari
nuovi — quel che restava dell’impero di Roma, da essa rinnovato
e continuato con così varia fortuna dopo la tremenda catastrofe
dell’impero d’Occidente. La tradizione romana potrà ancora fiorire,
ramo vivo non ostante la antichità, sul tronco della nostra civiltà,
purchè non ci ostiniamo proprio noi a reciderlo; purchè ci sforziamo di
mantenere agli studi romani quel valore universale, che solo può farne
alcunchè di essenziale nella cultura moderna. Le altre storie possono
invecchiare: occorre invece, appunto perchè essa serve ad educare
le nuove generazioni, rinnovare continuamente la storia romana, non
solo incorporandoci i fatti nuovi scoperti dalla erudizione e dalla
archeologia, non solo infondendoci un più largo spirito filosofico, e
trasportandovi la maturata esperienza del mondo, che impara non solo
studiando, ma anche vivendo; ma sopratutto sforzandoci di mantenerle
e di accrescerle quella che è la qualità più preziosa di una storia
destinata ad essere letta e studiata da tutti: la umana chiarezza. E
se questo è il dovere di quanti figli devoti Roma ha ancora nel mondo,
io credo di non poter terminare questo discorso tenuto nel giorno
che ricorda la fondazione di Roma, meglio che compiendo un atto, il
quale sarà come una simbolica espiazione ai Mani, crudelmente offesi
nel secolo XIX, di un uomo cui l’Urbe deve pure qualche gratitudine,
poichè gli deve l’aver esistito: risuscitando Romolo. In una mistica
penombra — tutti lo sanno — sta ravvolto il natale di Roma. Come
ebbe principio la favolosa grandezza di questa fortunata città? In
tutti i secoli gli uomini avrebbero voluto squarciare quella mistica
penombra; e sapere. Ma per secoli e secoli gli uomini erano stati paghi
di ripetere una poetica, sebbene alquanto farraginosa leggenda, in
cui miracoli e prodigi attorniavano la culla dell’Urbe. Generazioni
e generazioni avevano imprecato allo scellerato Amulio, compianti
l’infelice Numitore e la sventurata Rea Silvia; avevano amato il buon
Faustolo, fantasticato sull’ombra del Fico Ruminale, accarezzata in
pensiero la buona lupa materna e salutato l’amabile picchio, disceso a
nutrire e ricoprir delle ali i fatali gemelli.... Che questo racconto
fosse uno spesso tessuto di favole, l’avevano capito anche gli antichi;
ma pur non l’avevano tôcco, per una specie di religioso rispetto
dell’antico, e per non saper raccontare nulla che fosse più chiaro
e preciso. Tante volte l’uomo deve rassegnarsi a ignorare! Ma ecco
arriva il terribile secolo XIX, che, lui, vuol tutto sapere e crede di
tutto poter conoscere; e prende quel tessuto di favole con le sue dure
mani di macchinista, lo lacera, lo sfilaccia, credendo di ritrovare
nei fili che lo compongono il vero; e tanto rompe e scompone, che non
si ritrova più tra le mani che una matassa di morta stoppa. La antica
favola sfumò con tutti i suoi personaggi; non solo il picchio rivolò in
cielo e la lupa si rinselvò, ma anche Romolo, il venerato e divinizzato
fondatore della città, non fu più che un nome; e in luogo della
leggenda rimase un tenebroso vuoto, invano tormentato da ingegnosi
storici con le lunghe pertiche delle ipotesi, per trovare in quello
qualche brandello di verità! Eppure se Roma ha esistito, deve pure aver
avuto un principio narrabile con umana chiarezza.... Non c’è proprio,
nell’antica leggenda, neppure un barlume di questo intelligibil
chiarore? Spremendo fuori dalle favole antiche, che si raccontarono
sulla fondazione della città, il poetico che le ravvolge e le infiltra,
una notizia mi pare che resti, solida e sicura abbastanza per quanto
minuscola, e che, presa per vera, illumina la antichissima storia della
città: e cioè che, come dice Dionigi, Roma fu una colonia di Alba, in
cui sfollò dal monte al piano una parte della popolazione della vecchia
città. Roma dunque non fu una città cresciuta a poco a poco, per favore
di circostanze, da un piccolo villaggio; Roma fu una città fondata di
getto, per un atto di volontà personale, secondo un disegno studiato,
in un luogo scelto appositamente; dotata quindi sin dal principio
di istituzioni religiose, militari e politiche già mature, perchè in
parte provate da lunga esperienza in una città più antica e in parte
forse anche modificate ad arte per adattarle ai nuovi bisogni. Fu
insomma una città che nacque adulta, come certe città — permettetemi
il paragone forse troppo moderno — che ora si fondano in America:
fu, alle sue origini, una città nuova apparsa in un mondo tutto più
antico di lei: il che ci spiega e la meravigliosa sua posizione nel
Lazio, tra il mare, il monte e il fiume; e la numerazione ufficiale
degli anni suoi dalla fondazione, che gli antichi ne fecero; e quel
suo subitaneo risoluto entrar nella storia; e il rapido crescere....
Ma se la città fu fondata in questa guisa, è necessità che abbia
avuto uno o più fondatori; i quali scelsero il luogo, studiarono gli
ordinamenti e tutto acconciamente disposero; anzi la felicissima scelta
del luogo come i savi ordinamenti ci inducono a pensare che questo
capo fosse uomo grande davvero.... E poichè a fondare Roma un fondatore
era necessario, che ragione abbiamo noi di negare che fosse quel Romo
o quel Romolo di cui parlano le antiche tradizioni? Già di molti e
gravi delitti reo in cospetto della critica moderna, io mi confesso
anche colpevole di credere che quel poco di preciso e di vero che
noi sappiamo sull’origine di Roma è contenuto ancora, tutto o quasi,
nell’antica tradizione: e che — anno più, anno meno — verso la metà
dell’ottavo secolo avanti Cristo un principe della famiglia regnante in
Alba, per ragioni che a mala pena si intravedono nella leggenda, venne
tra queste colline, fondò sul Palatino una piccola città, e la lanciò
nell’eternità.