III.

Sottile tormento, dunque, con cui l’uomo espia forse il peccato

d’orgoglio, comune a tutte le civiltà, di credere che egli possa,

ad ogni generazione o quasi, essere a sè medesimo artefice di un

destino nuovo, unico, più grande e più bello; e che l’uomo moderno,

costretto a subirlo nel presente, ritrova idealizzato dalla lontananza

del tempo nell’antica storia di Roma. Facile cosa è dunque capire

in che consista quel privilegio della storia di Roma a cui allusi in

principio, aggiungendo essere comune interesse di tutti i figli di Roma

non lasciarlo prescrivere. Degli studi classici, e quindi anche degli

studi romani, si è fatto a poco a poco l’opposto di quello spirito

pratico e positivo, che sarebbe una delle più eccelse virtù dei nostri

felicissimi tempi: ma con che fondamento di ragione, lo intende subito

chi si ponga una sola domanda, questa: se sia possibile immaginare che

i progressi delle arti meccaniche e delle scienze chimiche avranno un

giorno la virtù di render superflui nel mondo gli statisti, i pubblici

amministratori, i diplomatici, i giuristi, gli uomini di guerra, gli

educatori, gli artisti, i letterati, i filosofi, i ministri di credenze

religiose. La risposta è implicata nella domanda; poichè è evidente che

agli uomini, in qualunque civiltà, non basta dominar la natura, occorre

anche saper agire sugli spiriti dei propri simili: ma rispondendo a

questa domanda il disputato problema degli studi classici è, almeno

nel suo fondo, già risoluto. Non le scienze fisiche e naturali, ma

solo la letteratura, la storia e la filosofia possono essere scuola,

preparazione, disciplina di quella parte di ogni consorzio civile, il

cui ufficio è di agire, non sulla materia del mondo fisico, ma sugli

spiriti dei propri simili; non di sfruttare le forze della natura, ma

di regolare i rapporti degli uomini tra di loro. Non è quindi possibile

imaginare la civiltà nostra orbata della sua cultura letteraria,

storica e filosofica, come non è possibile imaginare un essere con un

organo vitale amputato: poichè infine è indubitato — mi pare — che

chi indaghi a fondo non troverà altra sostanziale differenza tra lo

stato di civiltà e la barbarie, tra l’impero di Traiano e il regno

dei Longobardi, tra le nazioni dell’Europa contemporanea e quei rozzi

potentati che dominavano ancora tanta parte dell’Africa prima della

conquista europea, se non questa: che in civiltà gli uomini i quali

governano, amministrano e giudicano, regolano cioè i rapporti degli

uomini tra di loro, sono provvisti di una alta cultura filosofica

e letteraria; in paesi e in tempi barbari compiono invece l’ufficio

loro conformandosi a antiche tradizioni, seguendo semplici dettami

di religioni ancora rozze, e per il resto supplendo o con il rude

ingegno naturale o con il furore delle passioni. Ma se si ammettono

queste cose — e non vedo come si potrebbe ricusare di ammetterle —

si riconosce anche che Roma sarà parte essenziale, in avvenire come

in passato, di questa alta cultura, se proprio noi, figli suoi, non

ci ostineremo a voler radere al suolo gli ultimi avanzi della sua

grande storia, per un malinteso spirito di falsa modernità o, peggio

ancora, per gli irosi dispetti di un malsano esotismo. Completa e

sintetica, la storia di Roma è come una nitida miniatura o un lucido

schema della storia universale, facilmente rammodernabile in tutte

le età, comoda a studiarsi, vasta, ma non così che ecceda le forze

comprensive dello spirito umano: e perciò nella cultura dei popoli

moderni essa può servire come coronamento necessario e universale

della educazione, naturalmente incominciata in ogni nazione con la

letteratura e la storia patria, se noi non ci lasceremo scoraggiare

dalla transitoria decadenza di questa tradizione intellettuale; se

anzi trarremo forza a rinnovarla da quei fenomeni stessi, che sembrano

a molti recidere i rami alla speranza del futuro. Appunto perchè il

secolo nostro è profondamente materialista; appunto perchè, pur avendo

una civiltà comune, si va dividendo e suddividendo in tanti popoli e

lingue e culture diverse, esso avrà più che gli altri secoli bisogno

di una cultura comune, nella quale almeno le parti superiori della

società, in ogni nazione, possano effettuar tra di loro una più intima

trasfusione spirituale che nella passeggera promiscuità dei grandi

alberghi sontuosi, nei frettolosi incontri dei Congressi o nella furia

comune di volare sulle strade del mondo in automobile. Il principio

nazionale è troppo profondamente radicato nella civiltà nostra, perchè

il mondo moderno possa mutarsi, almeno in un avvenire prossimo, nella

sognata Cosmopoli; ma non può e non deve nemmeno diventare una torre

di Babele, in cui le lingue si confondano; e perciò ha bisogno, quasi

direi, di una comune lingua ideale, di elementi universali di cultura,

che siano come nessi e congiunture tra le diverse nazioni dell’Europa

e dell’America. Dove li troveremo noi, questi elementi universali,

ora che la religione ha perduta tanta parte della sua antica potenza

sulla cultura? Roma antica può ancora prestarne parecchi; come lo

prova il fatto che la storia di Roma è, con la storia della Francia

nel secolo XVIII e della Rivoluzione francese, la sola storia veramente

universale, che tutti leggono oggi.

È d’uopo allora spendere molte parole per dimostrare che tutti i

figli di Roma, che noi italiani sopra tutti abbiamo interesse a

non lasciar prescrivere questo privilegio? Sinchè la storia, la

letteratura, il diritto di Roma saranno parte necessaria dell’alta

cultura dell’Europa e dell’America, noi figli di Roma godremo come di

un maggiorasco intellettuale nel mondo: noi potremo mantener tutti

i popoli dei due continenti tributari in qualche parte alla nostra

cultura; noi protrarremo per secoli ancora, idealmente, l’impero di

Roma, caduto sulla terra. Non ignoro che il secolo nostro vagheggia di

solito imperi più solidi che questi dominii dell’invisibile, i quali

non si possono nè misurare nè spartire, nè permutare; ma se nella

civiltà moderna l’alta Cultura non è destinata a diventar l’umile

ancella della Finanza e dell’Industria, anche questo invisibile e

intangibile impero non potrà mai essere abbandonato dal popolo che lo

ereditò dai suoi padri, senza danno e senza vergogna; tanto più — ed

è considerazione che i pratici tempi moderni dovrebbero intendere —

tanto più che a conservarlo non occorre vigore di armi o di denaro,

non combinati sforzi di moltitudini, di istituzioni, di partiti, non

audacie che balzino a piè giunti nell’ignoto. Basterebbe rivivesse,

così nello stato come nelle classi intellettuali, profondo, sincero,

disinteressato il senso della grande tradizione intellettuale latina,

in luogo di quell’irrequieto, capriccioso e discorde esotismo che da

mezzo secolo domina. La storia di Roma può compiere un ufficio unico

nella cultura europeo-americana perchè è una completa unità: ma se

questa unità è sciolta nelle parti e particelle che la compongono, in

che cosa queste parti e particelle differiranno e come si potranno

distinguere da quelle che compongono tante altre storie di altri

popoli, più frammentarie ed unilaterali che la storia di Roma? In

sè e per sè, una iscrizione latina val quanto una greca o fenicia,

un rudere romano quanto un avanzo micenéo: anzi forse valgono meno,

perchè di resti romani c’è abbondanza e il ritrovarli è facile cosa,

relativamente. Unico invece, nella storia di Roma, è il disegno in

cui questi frammenti si possono ricomporre. C’è dunque un criterio

sicuro per giudicare gli studi dell’antichità romana e le loro

tendenze; ed è questo: l’analisi, quando non è immediata preparazione

della sintesi, non è solo, nella storia romana, come in ogni altra

storia, un metodo indebitamente trasportato dalle scienze naturali

a fenomeni che non lo comportano, ma nella storia romana è anche un

vandalismo e un sacrilegio; è la distruzione di Roma continuata sugli

ultimi avanzi spirituali del suo vasto impero. Chi difatti ricerchi

la cagione intellettuale ed intima — astrazion fatta, quindi, dalle

cause esteriori e sociali che pur sono molte e gravi — della rovina

onde sono oggi afflitti gli studi classici e che tanto ha nuociuto

nella metà del secolo XIX al prestigio di Roma nel mondo, la troverà

nell’abuso dell’analisi, diventata fine a sè stessa, così negli studi

letterari come in quelli storici. Per ragioni che sarebbe troppo

lungo qui d’indagare, i nuovi studi dell’antichità che nacquero — e

fortunatamente non in Italia — tra il settecento e l’ottocento dalla

dissoluzione del vecchio umanesimo, sempre più si sciolsero dall’arte e

dalla filosofia, nella cui famiglia pure la storia aveva sempre vissuto

in tutti i secoli più splendidi della nostra civiltà; e alla fine si

gettarono del tutto in grembo alla scienza o piuttosto credettero di

gettarsi, perchè in verità non strinsero che un’ombra. Gli effetti di

questo errore sono ormai palesi. Nelle scuole, l’analisi ad oltranza

ha assestato il colpo di grazia al latino, semivivo ancora sino ad

un secolo fa, mettendo in luogo dell’antico insegnamento umanistico,

una arida analisi filologica, che ha fatto gettar con disgusto i più

bei libri di Roma alle nuove generazioni. Nella storia, scomponendo i

fenomeni arbitrariamente, ha confusi in modo singolare così i criterii

per impostare, come quelli per risolvere i problemi storici; ha creato

dei problemi chimerici e non ha veduti i veri; e per voler sapere

troppo e con troppa precisione, non di rado ha oscurato anche ciò che

era chiaro, se pur lacunoso; infine obbligando la storia a ripudiar

l’arte, l’ha appartata dal consorzio delle classi colte, essa che era

stata in tutti i tempi gloriosi della civiltà nostra, da Tucidide a

Polibio, a Tito Livio, a Francesco Guicciardini, uno dei più potenti

stimoli intellettuali di tutte le aristocrazie veramente degne di

governare.

Roma nella cultura moderna · 第 6 / 11 题