Sottile tormento, dunque, con cui l’uomo espia forse il peccato
d’orgoglio, comune a tutte le civiltà, di credere che egli possa,
ad ogni generazione o quasi, essere a sè medesimo artefice di un
destino nuovo, unico, più grande e più bello; e che l’uomo moderno,
costretto a subirlo nel presente, ritrova idealizzato dalla lontananza
del tempo nell’antica storia di Roma. Facile cosa è dunque capire
in che consista quel privilegio della storia di Roma a cui allusi in
principio, aggiungendo essere comune interesse di tutti i figli di Roma
non lasciarlo prescrivere. Degli studi classici, e quindi anche degli
studi romani, si è fatto a poco a poco l’opposto di quello spirito
pratico e positivo, che sarebbe una delle più eccelse virtù dei nostri
felicissimi tempi: ma con che fondamento di ragione, lo intende subito
chi si ponga una sola domanda, questa: se sia possibile immaginare che
i progressi delle arti meccaniche e delle scienze chimiche avranno un
giorno la virtù di render superflui nel mondo gli statisti, i pubblici
amministratori, i diplomatici, i giuristi, gli uomini di guerra, gli
educatori, gli artisti, i letterati, i filosofi, i ministri di credenze
religiose. La risposta è implicata nella domanda; poichè è evidente che
agli uomini, in qualunque civiltà, non basta dominar la natura, occorre
anche saper agire sugli spiriti dei propri simili: ma rispondendo a
questa domanda il disputato problema degli studi classici è, almeno
nel suo fondo, già risoluto. Non le scienze fisiche e naturali, ma
solo la letteratura, la storia e la filosofia possono essere scuola,
preparazione, disciplina di quella parte di ogni consorzio civile, il
cui ufficio è di agire, non sulla materia del mondo fisico, ma sugli
spiriti dei propri simili; non di sfruttare le forze della natura, ma
di regolare i rapporti degli uomini tra di loro. Non è quindi possibile
imaginare la civiltà nostra orbata della sua cultura letteraria,
storica e filosofica, come non è possibile imaginare un essere con un
organo vitale amputato: poichè infine è indubitato — mi pare — che
chi indaghi a fondo non troverà altra sostanziale differenza tra lo
stato di civiltà e la barbarie, tra l’impero di Traiano e il regno
dei Longobardi, tra le nazioni dell’Europa contemporanea e quei rozzi
potentati che dominavano ancora tanta parte dell’Africa prima della
conquista europea, se non questa: che in civiltà gli uomini i quali
governano, amministrano e giudicano, regolano cioè i rapporti degli
uomini tra di loro, sono provvisti di una alta cultura filosofica
e letteraria; in paesi e in tempi barbari compiono invece l’ufficio
loro conformandosi a antiche tradizioni, seguendo semplici dettami
di religioni ancora rozze, e per il resto supplendo o con il rude
ingegno naturale o con il furore delle passioni. Ma se si ammettono
queste cose — e non vedo come si potrebbe ricusare di ammetterle —
si riconosce anche che Roma sarà parte essenziale, in avvenire come
in passato, di questa alta cultura, se proprio noi, figli suoi, non
ci ostineremo a voler radere al suolo gli ultimi avanzi della sua
grande storia, per un malinteso spirito di falsa modernità o, peggio
ancora, per gli irosi dispetti di un malsano esotismo. Completa e
sintetica, la storia di Roma è come una nitida miniatura o un lucido
schema della storia universale, facilmente rammodernabile in tutte
le età, comoda a studiarsi, vasta, ma non così che ecceda le forze
comprensive dello spirito umano: e perciò nella cultura dei popoli
moderni essa può servire come coronamento necessario e universale
della educazione, naturalmente incominciata in ogni nazione con la
letteratura e la storia patria, se noi non ci lasceremo scoraggiare
dalla transitoria decadenza di questa tradizione intellettuale; se
anzi trarremo forza a rinnovarla da quei fenomeni stessi, che sembrano
a molti recidere i rami alla speranza del futuro. Appunto perchè il
secolo nostro è profondamente materialista; appunto perchè, pur avendo
una civiltà comune, si va dividendo e suddividendo in tanti popoli e
lingue e culture diverse, esso avrà più che gli altri secoli bisogno
di una cultura comune, nella quale almeno le parti superiori della
società, in ogni nazione, possano effettuar tra di loro una più intima
trasfusione spirituale che nella passeggera promiscuità dei grandi
alberghi sontuosi, nei frettolosi incontri dei Congressi o nella furia
comune di volare sulle strade del mondo in automobile. Il principio
nazionale è troppo profondamente radicato nella civiltà nostra, perchè
il mondo moderno possa mutarsi, almeno in un avvenire prossimo, nella
sognata Cosmopoli; ma non può e non deve nemmeno diventare una torre
di Babele, in cui le lingue si confondano; e perciò ha bisogno, quasi
direi, di una comune lingua ideale, di elementi universali di cultura,
che siano come nessi e congiunture tra le diverse nazioni dell’Europa
e dell’America. Dove li troveremo noi, questi elementi universali,
ora che la religione ha perduta tanta parte della sua antica potenza
sulla cultura? Roma antica può ancora prestarne parecchi; come lo
prova il fatto che la storia di Roma è, con la storia della Francia
nel secolo XVIII e della Rivoluzione francese, la sola storia veramente
universale, che tutti leggono oggi.
È d’uopo allora spendere molte parole per dimostrare che tutti i
figli di Roma, che noi italiani sopra tutti abbiamo interesse a
non lasciar prescrivere questo privilegio? Sinchè la storia, la
letteratura, il diritto di Roma saranno parte necessaria dell’alta
cultura dell’Europa e dell’America, noi figli di Roma godremo come di
un maggiorasco intellettuale nel mondo: noi potremo mantener tutti
i popoli dei due continenti tributari in qualche parte alla nostra
cultura; noi protrarremo per secoli ancora, idealmente, l’impero di
Roma, caduto sulla terra. Non ignoro che il secolo nostro vagheggia di
solito imperi più solidi che questi dominii dell’invisibile, i quali
non si possono nè misurare nè spartire, nè permutare; ma se nella
civiltà moderna l’alta Cultura non è destinata a diventar l’umile
ancella della Finanza e dell’Industria, anche questo invisibile e
intangibile impero non potrà mai essere abbandonato dal popolo che lo
ereditò dai suoi padri, senza danno e senza vergogna; tanto più — ed
è considerazione che i pratici tempi moderni dovrebbero intendere —
tanto più che a conservarlo non occorre vigore di armi o di denaro,
non combinati sforzi di moltitudini, di istituzioni, di partiti, non
audacie che balzino a piè giunti nell’ignoto. Basterebbe rivivesse,
così nello stato come nelle classi intellettuali, profondo, sincero,
disinteressato il senso della grande tradizione intellettuale latina,
in luogo di quell’irrequieto, capriccioso e discorde esotismo che da
mezzo secolo domina. La storia di Roma può compiere un ufficio unico
nella cultura europeo-americana perchè è una completa unità: ma se
questa unità è sciolta nelle parti e particelle che la compongono, in
che cosa queste parti e particelle differiranno e come si potranno
distinguere da quelle che compongono tante altre storie di altri
popoli, più frammentarie ed unilaterali che la storia di Roma? In
sè e per sè, una iscrizione latina val quanto una greca o fenicia,
un rudere romano quanto un avanzo micenéo: anzi forse valgono meno,
perchè di resti romani c’è abbondanza e il ritrovarli è facile cosa,
relativamente. Unico invece, nella storia di Roma, è il disegno in
cui questi frammenti si possono ricomporre. C’è dunque un criterio
sicuro per giudicare gli studi dell’antichità romana e le loro
tendenze; ed è questo: l’analisi, quando non è immediata preparazione
della sintesi, non è solo, nella storia romana, come in ogni altra
storia, un metodo indebitamente trasportato dalle scienze naturali
a fenomeni che non lo comportano, ma nella storia romana è anche un
vandalismo e un sacrilegio; è la distruzione di Roma continuata sugli
ultimi avanzi spirituali del suo vasto impero. Chi difatti ricerchi
la cagione intellettuale ed intima — astrazion fatta, quindi, dalle
cause esteriori e sociali che pur sono molte e gravi — della rovina
onde sono oggi afflitti gli studi classici e che tanto ha nuociuto
nella metà del secolo XIX al prestigio di Roma nel mondo, la troverà
nell’abuso dell’analisi, diventata fine a sè stessa, così negli studi
letterari come in quelli storici. Per ragioni che sarebbe troppo
lungo qui d’indagare, i nuovi studi dell’antichità che nacquero — e
fortunatamente non in Italia — tra il settecento e l’ottocento dalla
dissoluzione del vecchio umanesimo, sempre più si sciolsero dall’arte e
dalla filosofia, nella cui famiglia pure la storia aveva sempre vissuto
in tutti i secoli più splendidi della nostra civiltà; e alla fine si
gettarono del tutto in grembo alla scienza o piuttosto credettero di
gettarsi, perchè in verità non strinsero che un’ombra. Gli effetti di
questo errore sono ormai palesi. Nelle scuole, l’analisi ad oltranza
ha assestato il colpo di grazia al latino, semivivo ancora sino ad
un secolo fa, mettendo in luogo dell’antico insegnamento umanistico,
una arida analisi filologica, che ha fatto gettar con disgusto i più
bei libri di Roma alle nuove generazioni. Nella storia, scomponendo i
fenomeni arbitrariamente, ha confusi in modo singolare così i criterii
per impostare, come quelli per risolvere i problemi storici; ha creato
dei problemi chimerici e non ha veduti i veri; e per voler sapere
troppo e con troppa precisione, non di rado ha oscurato anche ciò che
era chiaro, se pur lacunoso; infine obbligando la storia a ripudiar
l’arte, l’ha appartata dal consorzio delle classi colte, essa che era
stata in tutti i tempi gloriosi della civiltà nostra, da Tucidide a
Polibio, a Tito Livio, a Francesco Guicciardini, uno dei più potenti
stimoli intellettuali di tutte le aristocrazie veramente degne di
governare.