Tale è l’albero che crebbe dal piccolo seme gettato su questa terra
— così vuole la tradizione — in questo giorno, duemila seicento
sessantatrè anni sono. L’albero è da molti secoli precipitato: ma per
quale ragione gli uomini ritornano ancora, da ogni parte del mondo
civile, a frugare con così ardente curiosità, là dove furono le sue
radici? Perchè in nessuno degli Stati che a volta a volta predominarono
sulla età loro, tutte le forze di dissoluzione e di ricomposizione,
che fanno e disfanno di continuo le civiltà, poterono mai agire per
tanti secoli così liberamente come in Roma, senza essere nè frenate
nè accelerate dai pericoli e dagli urti esterni, che tanto possono di
solito sulle vicende di tutti gli Stati. In questo e per questo Roma è
veramente un fenomeno unico nella storia del mondo. Dalla distruzione
di Cartagine sin molto innanzi nei tempi più calamitosi della ultima
decadenza, Roma ebbe alcuni grossi ma passeggeri spaventi; non conobbe
invece nè l’oppressione nè lo stimolo dei pericoli esterni gravi e
continui; potè quindi abbandonarsi interamente alle forze interne che
di secolo in secolo la venivano alterando; e perciò la sua storia è,
come dicevo, storia completa, in cui si ritrovano tutti i fili che
fanno e disfanno continuamente la infinita tela di Penelope della
storia e che, se si intrecciano tra loro in svariatissimi modi, non
sono però senza numero e sono sempre gli stessi, in tutti i tempi. Si
vede, per esempio, in quella storia, come un impero si formi e come
si dissolva; come un’aristocrazia storica si sfasci e una democrazia
possa morire per esaurimento; per quali interni processi una repubblica
si converta in monarchia, uno stato militare e nazionale si snaturi in
uno stato di alta cultura, allentandosi, allargandosi e a poco a poco
sfaldandosi interamente nell’individualismo, nell’intellettualismo,
nell’esotismo, nell’umanitarismo, nel cosmopolitismo; si vede in
quella storia un regime autoritario che a poco a poco si incatena da
sè in un complicato sistema giuridico; si osservano parecchie grandi
rivoluzioni e reazioni, innumerevoli ripercussioni della politica
interna sull’estera e viceversa; si può studiar mirabilmente quello
che è forse il più arcano e inquietante tra i fenomeni della storia, la
violenta repulsione morale che, sopratutto ai loro inizi, suscitano le
civiltà che poi, maturate od estinte, sono ammirate come i capolavori
dei popoli cui si attribuisce la lode di grandi; ci si vede infine una
religione politica distrutta dall’alta cultura letteraria e filosofica,
una nuova religione mistica che si forma dai detriti di quella stessa
coltura, e innumerevoli contatti, mescolanze, attrazioni, urti e
conflitti tra popoli vecchi e nuovi, tra civiltà antiche e i barbari,
tra stati, religioni, diritti diversi. Non finirei così presto se
dovessi enumerare tutti gli elementi della storia universale che si
trovano raccolti, come in una sintesi, nella storia di Roma, e per
maggior comodo intorno ad un centro, Roma stessa, che difetta nella
sparpagliatissima storia greca e da cui l’immenso panorama può essere
osservato ad agio; onde la storia di Roma è completa e sintetica; e in
quella ogni età può ritrovare un po’ di sè stessa, rimirandocisi come
in uno specchio.
È cosa nota infatti che, specialmente negli ultimi tre secoli, dopochè
nuovi e forti stati incominciarono a rifarsi nella polverizzazione
politica del medio evo, Roma, la sua storia, la sua letteratura, il
suo diritto furono come un modello, uno schema, se si vuole un miraggio
storico, proiettato dal passato innanzi alle generazioni che cercavano
la via dell’avvenire, e movendo verso il quale quelle generazioni
trovarono davvero la via per tanto tempo cercata invano. Roma è, nel
secolo XVII e XVIII, il modello a cui guardano le grandi monarchie
che si fondano in Europa; Roma, nel secolo XVIII e XIX, fomenta con la
storia della repubblica, con il culto fervoroso di Bruto e il romanzo
scandaloso dei Giulio-Claudii, tramandatoci da Svetonio e da Tacito,
l’opposizione alla monarchia assoluta; Roma ancora, dopo la Rivoluzione
francese, presta alla monarchia come argomento e mezzo di persuasione,
le apologie Cesariane del Drumann, del Duruy e del Mommsen, e le
lodi dell’amministrazione imperiale. Si può anzi dire che parecchie
tra le più celebri storie di Roma del secolo XIX sono state scritte
in considerazione del conflitto tra la repubblica e la monarchia.
Senonchè questa è appunto la ragione per cui, affievolitasi nell’ultimo
quarto del secolo XIX la guerra tra i due principî politici, non
solo quelle storie di Roma così concepite invecchiarono, ma molti
sono venuti nell’opinione che l’antico interesse per gli studi romani
debba spegnersi. “Viviamo — si dice — nel secolo dell’elettrico e del
vapore: còmpito dei nostri tempi è appagare le classi medie e popolari
che non guerre o rivoluzioni vogliono, ma una vita più sicura e più
comoda; lavorare infaticatamente per creare le prodigiose ricchezze
necessarie a soddisfare i nuovi desideri di moltitudini così numerose.
Una antica storia, tutta piena di guerre e di imprese politiche, deve
divenire straniera ad un secolo che abbisogna di macchine più che di
leggi, di chimici e di fisici più che di guerrieri e di letterati„.
Si aggiunge poi che il latino, il quale sino ad un secolo fa era una
lingua semiviva, si è spento interamente nel secolo XIX, stretto e
soffocato entro il rigoglioso sviluppo delle lingue e delle culture
nazionali, sepolto sotto le rovine della potenza politica della Chiesa,
che nell’idioma come in tante cose aveva continuato l’impero di Roma;
e morta la sua lingua, una nuova, ultima e definitiva decadenza doveva
incominciare per Roma.
E difatti, allorchè fu praticamente provato che era cosa facile
risvegliare anche nel secolo del vapore e dell’elettrico l’antico
interesse per la storia di Roma, tutti si diedero ragione del singolare
fenomeno, attribuendolo al rammodernamento alquanto violento —
lodevole, secondo gli uni, riprovevolissimo, a giudizio di altri — che
io ne avrei fatto. Ma è questa una curiosa illusione che non ha potuto
divulgarsi, anche tra gli storici, se non perchè rarissime sono ormai
le persone che leggono a fondo gli antichi scrittori. Quanti conoscono
la letteratura latina sanno che io non ho per nulla rammodernata
la storia romana; anzi sono ritornato all’antico, ripigliando il
punto di vista da cui Tito Livio aveva prese le mosse e che non gli
appartiene in proprio, perchè è comune a tanti altri antichi scrittori;
ripigliandolo e depurandolo dalle preoccupazioni morali e politiche
contemporanee e sforzandomi di corroborarlo con l’esperienza più
matura di una civiltà più vecchia di venti secoli. Quella mia storia
di Roma, che fu giudicata così rivoluzionaria, è già tutta in seme
nella breve prefazione che Tito Livio premise alla sua grande opera,
per lamentare la semplicità e purezza degli antichi costumi guasti
dalla corruzione che a poco a poco invase Roma. A chi studi a fondo
quella dottrina della “corruzione„ che occupò — e inquietò — per così
lungo tempo lo spirito Romano, è facile riconoscere nei tre vizi suoi
capitali, l’_avaritia_, l’_ambitio_, la _luxuria_, quel crescere dei
bisogni e delle ambizioni, universale e progressivo di generazione in
generazione, che obbliga noi tutti al principio del ventesimo secolo
a lavorar così affannosamente. L’_avaritia_ è la smania del guadagno
continuo, peccato universale, oggi, di tutti gli uomini in tutti gli
ordini sociali; l’_ambitio_ è ciò che noi chiamiamo l’arrivismo, la
irrefrenabile spinta di tutti a salire in luogo più alto di quello in
cui ciascuno è nato; la _luxuria_, quel desiderio di accrescere comodi
lussi e piaceri, di cui l’Europa e l’America sono oggi addirittura
frenetiche. Ma intesa così la dottrina della corruzione, tutta la
storia di Roma, anche i suoi secoli più pieni di rivoluzioni, di
guerre, di conquiste, quella immensa storia che da tanti secoli sta
innanzi alla civiltà nostra come un prodigio, si riconduce facilmente,
come ad una delle sue più profonde e possenti forze motrici, ad un
fenomeno che ciascuno di noi può intendere facilmente, perchè tutti ci
viviamo in mezzo, in questo stesso momento: onde non solo poteva il
secolo dell’elettricità e del vapore, ponendo l’occhio alla specola
preparata venti secoli addietro e non per osservatori così moderni,
da Sallustio e da Livio, ficcar lo sguardo attraverso questa confusa
e terribile storia vedendone il fondo; ma anche specchiarsi in quella
e ritrovarcisi. Ritrovò il nostro secolo in quella storia, qua e là,
sparsi a caso, dei piccoli frammenti di sè: come alcune delle lotte in
cui contendono oggi i partiti della Francia; come certi oroscopi che in
Inghilterra si vanno traendo sull’avvenire dell’impero o sulle sorti
della infiacchita aristocrazia; come il conflitto tra la tradizione
puritana e la torbida civiltà del denaro che ferve in America; come
pure perfino certi personaggi, almeno se non abbia troppo abusato
del suo sottile ingegno quell’anonimo scrittore che, traducendo in
spagnolo tanti brani della storia di Augusto e mettendo il nome del
generale Roca nel luogo di quello del primo _princeps_ dell’impero,
compose a guisa di mosaico romano un curioso ritratto dell’antico
presidente argentino. Ma ritrovò anche e sopratutto il nostro secolo
in quella antica storia, la legge suprema del destino che gli sta
sopra, quella implacabile e misteriosa ironia della vita che annulla
nel loro supremo trionfo tutti i grandi moti dell’umanità; la tragica
delusione di tutte le generazioni che hanno la fortuna o la disgrazia
di avvicinarsi al culmine di una storia, nel momento in cui presentono
che meglio lo sforzo riesce e più inutile diventa. Come Roma si
annientò nella conquista, perdendo le sue virtù militari e politiche e
quasi l’essenza di sè medesima, così la civiltà nostra, fatta potente
a produrre prodigiose ricchezze da una secolare ed elaborata cultura,
distrugge ora a poco a poco questa cultura, seppellendone le parti più
nobili — arte, letteratura, filosofia, religione e politica — sotto
l’alluvione delle nuove ricchezze frettolosamente prodotte, altrettanto
copiose quanto scadenti e caduche; deliberatamente sciupando o minando
sordamente in tutte le cose a vantaggio della quantità, conoscibile
con la grossolana ragione del numero, la qualità, che è sempre misura
di eccellenza indefinibile, eternamente disputabile e perciò eterna
cagione di guerra nel tempo stesso che sola fonte di vera grandezza.
Ritrovò infine il secolo nostro, in quella antica storia, il sottile
tormento, che questa contradizione fondamentale mette in tutti i
periodi storici che ascendono rapidi verso il culmine. Come Roma
soffrì di snaturarsi nella vittoria e si credè rovinata alla vigilia
dell’apogeo, impotente e disfatta nei tempi della maggiore potenza,
così noi ci sentiamo in bisogno a mano a mano che le ricchezze crescono
intorno a noi; e a furia di voler farci comoda, facile ed agiata la
vita, la graviamo di intollerabili complicazioni, responsabilità e
doveri; a furia di voler risparmiare tempo e lavoro, ci riduciamo,
tra le infinite faccende che ci ingombrano la mente, a non aver più il
tempo di ricordarci di noi medesimi e di essere uomini....