Salendo oggi, per il cortese invito del primo Magistrato della Città,
questo sacro colle, a parlare di Roma nella coltura moderna, io mi
sento come chi ritorna, festosamente accolto da una folla amica, da
un lungo viaggio e lontano, al luogo donde molti anni innanzi prese
le mosse, solo o quasi. Quante memorie risalgono con volo leggero,
in questo momento, dagli anni ormai già lontani, in cui mi risolvei
definitivamente a rischiare le fortune tutte della mia esistenza
nell’impresa di scrivere una nuova storia di Roma! ma nessuna forse più
dolce che la memoria delle ansie, delle incertezze, dei dubbi, che al
momento di partire si affollarono sulla strada per trattenermi. “Perchè
scrivere una nuova storia di Roma? Era da presumere che queste moderne
età, le quali si precipitano nel futuro con tanta furia, troverebbero
il tempo di volgere il capo, anche per un momento, a mezzo della corsa
sfrenata, per rimirare un passato così lontano? e poi, era giunto
davvero il tempo di scriverla, questa nuova storia di Roma? Non era
forse la storia entrata nella sua fase scientifica; e non era quindi
tenuta a preparare le nuove sintesi con lunga e minuta analisi?„
Io vi confesso che, quando presi le mosse, non ero in grado di
risolvere con precisione e sicurezza questi dubbi; il che sarebbe
grave, se davvero la storia fosse una pura scienza, come alcuni
pretendono, con metodi rigorosamente controllabili e obbligatori. Per
fortuna la storia è, o almeno può essere, qualche cosa di più che una
scienza: un’arte capace di agire in modi diversi sugli spiriti degli
uomini, sulle loro tendenze e disposizioni; una forma di azione,
quindi; e l’azione, quando abbia in sè una ragione, ne acquista
sempre coscienza, effettuandosi. Solo operando l’uomo spesso intende
a pieno la ragione del proprio operare. Così accadde a me di trovare
la risposta a quelle tormentose domande lungo le strade del mondo; e
nessun modo migliore potrebbe esserci, almeno per me, di festeggiare
questa specie di simbolico ritorno a Roma dal viaggio intrapreso
per celebrare la gloria di Roma, che di portare a voi dal mondo in
tanti sensi percorso questa risposta, la quale involge in sè uno dei
più disputati problemi della coltura moderna. No: la storia di Roma
è inesauribile; e non sarà mai abbastanza riscritta, specialmente
dai popoli che di Roma sono figli e dall’Italia che ne è la figlia
primogenita, perchè è una storia privilegiata, e perchè noi siamo tutti
interessati a non lasciarne prescrivere il privilegio; ed è storia
privilegiata perchè è completa e sintetica; perchè chi con uno sguardo
abbraccia i secoli che vanno dal principio delle guerre puniche sino al
definitivo distacco dell’Oriente e dell’Occidente, può osservare, come
disteso sopra l’immenso panorama di due grandiose dissoluzioni sociali
e di una grandiosa ricomposizione, che si intermette tra quelle, quasi
direi la trama della storia universale.
Come infatti incomincia la grande storia di Roma? Non dal caos, come
la biblica storia del mondo, ma dall’ordine: nella pace interna, cioè,
nella disciplina politica, nell’equilibrato assetto delle fortune
pur nell’universale povertà campagnuola, mantenuti in Italia, tra
le plebi rurali, le classi medie, gli avanzi delle nobiltà locali
e nelle singole città ancor memori delle origini proprie, con le
leggi, con la religione, con la munificenza, con il prestigio semi
divino delle vittorie e la reputazione di sapienza, dalla piccola
aristocrazia ereditaria ma non esclusiva di Roma, che ormai domina
la penisola: aristocrazia puritana e devota, avara e rude, sollecita
solo di avere nelle mani gli strumenti più solidi della dominazione:
la proprietà fondiaria, il diritto, la diplomazia, la religione, lo
stato e la milizia; indifferente o diffidente di ogni altra cosa,
della filosofia come dell’arte, della cultura greca come dei culti
asiatici, del lusso come del piacere; resoluta a chiudersi, con tutte
le genti italiche ancor grossamente latinizzate che la venerano come
un Olimpo di Semidei, nella religione antica, nelle tradizioni avite,
entro i confini dell’Italia conquistata con così aspra tenzone;
e in quelli a disperatamente resistere al destino che la sforza,
riluttante, all’impero del mondo. Ma invano: poichè a cominciare
dalla seconda guerra punica l’equilibrato assetto dell’antica
società si altera, sotto l’azione di due tra le più formidabili forze
rivoluzionarie che in ogni tempo mutarono la faccia del mondo: i nuovi
bisogni e le nuove idee. Ampliato l’impero di là dal mare, cresciute
le ricchezze, moltiplicati i contatti con la raffinata civiltà
dell’Oriente ellenizzato, le nuove generazioni crescono in tutti gli
ordini sociali avide di facili lucri, invogliate di un più largo e
piacevole vivere, desiderose di maggior cultura, più indocili. Molte
antiche fortune spariscono nella corrente della nuova prodigalità e
molte nuove fortune ne emergono; l’aristocrazia o impoverisce o si
deprava, o si isola nel disgustato rimpianto del buon tempo antico o
si getta all’esotismo; e infrangendosi la sua concordia, la sua unità,
la sua forza, le fondamenta stesse dello Stato si screpolano....
L’antica disciplina vien meno, nella religione, nella famiglia, nella
repubblica; l’ordine dei cavalieri, rafforzato di recenti fortune, le
classi medie, agitate da nuove ambizioni e inasprite dalla povertà, si
rivoltano contro la nobiltà, da tanti secoli venerata; gli interessi,
non più contenuti dalla forza di una classe sicuramente dominatrice,
si azzuffano ferocemente entro lo Stato, guastandolo ancora di più;
a poco a poco l’oro corrompe tutto, e quello che l’oro non vale a
corrompere, lo guasta, più funesto che l’oro, il sospetto, il tetro
pessimismo che avvelena gli animi, cosicchè ogni cosa è, o sembra,
incurabilmente bacata; all’antica concordia civile succede il furioso
strazio di fazioni e di cricche atrocemente nemiche, di cui ciascuna
rimprovera alle altre i suoi stessi vizi; la cultura greca entra e
si diffonde facilmente in questa società, già tanto scompaginata dai
debiti, dalle discordie, dalla diffidenza, dall’indisciplina, ma nel
tempo stesso in cui raffina o rafforza gli spiriti ne accresce il
disordine; ventate di furor rivoluzionario passano ogni tanto su Roma e
l’Italia, sinchè, il male prendendo forza con il tempo e dal suo stesso
infierire, la pia repubblica di Camillo e di Fabrizio sembra, nel primo
ventennio dell’ultimo secolo avanti Cristo, sfasciarsi nel fallimento,
nell’anarchia, nelle disfatte, nel folle furore delle discordie e
infine nella guerra civile. Quante volte, in quel fatale ventennio,
anche gli animi più intrepidi dovettero temere che su questo sacro
colle, nella valle del Foro dove noi oggi cerchiamo con pietà filiale
gli avanzi di quelle età, passerebbe tra poco e per sempre, come sui
luoghi dove era stata Cartagine, l’aratro del colono, cancellando per
sempre dalla faccia della terra le ultime vestigia della scellerata
e insanguinata città! Ma un terribile uomo, Silla, salva l’impero,
rifacendo un esercito a furia di denaro e di legittimati saccheggi,
e con quell’esercito restaurando, a furia di terrore, una grossolana
disciplina civile: e, lui sparito, a poco a poco, a mano a mano che
i tesori di Mitridate, conquistati da Lucullo, sono trasportati in
Italia, si riaccendono in Italia più intense la febbre dei subiti
guadagni, la smania del lusso, l’ambizione delle grandi conquiste e
sembrano infondere un nuovo vigore nel decrepito Stato. Pompeo emula
Lucullo, conquistando la Siria; tutta la oligarchia signora di Roma
vuol arricchire nelle provincie e presso i potentati stranieri; coloro
che non sono da tanto da conquistare un impero, ricattano gli stati
e gli staterelli che tremano innanzi all’ombra di Roma; le corti dei
reattoli dell’Oriente, come la grande corte dei Tolomei ad Alessandria,
sono invase da cavalieri e senatori famelici, che estorcono denaro
lusingando e minacciando, e ritornano a spenderlo in Italia; dove il
lusso fa rapidi progressi, e con il lusso i debiti, e con i debiti
la coltura ellenica e orientale; mentre tra la torbida e incessante
agitazione dei tempi sorge e fa la sua strada l’uomo fatale, Cesare,
sino al momento in cui valica le Alpi e si getta nella Gallia, irta
di foreste e di armi, cercando gloria e tesori. Lo stato cade in
potere di consorterie predatrici, ardite, energiche, senza scrupoli,
ma mobili come gli interessi a cui servono e di cui si servono; e
queste consorterie, con i continui volteggi e il dimenarsi irrequieto,
erodono nel vecchio stato quella poca disciplina messaci a fatica
da Silla: dopo poco più che trenta anni di una cotal pace interna
alla meglio tollerabile e laboriosamente mantenuta, ricomincia una
guerra civile, anzi uno spaventoso uragano, che spazza via prima gli
avanzi della costituzione di Silla, poi la dittatura di Cesare, poi il
Senato e gli ultimi resti dell’aristocrazia romana, poi il triumvirato
rivoluzionario, diversi stati grandi e piccoli ai confini dell’impero,
il regno dei Tolomei.... Che cosa resta ancora in piè? Da ogni parte le
rovine fanno montagna; gli uomini non capiscono se Roma è la più grande
o la più miserabile delle nazioni; ad uno dei più luminosi spiriti
di Roma, maturato tra queste vicissitudini, par di vedere in tutte le
cose, da ogni parte un precipitoso rovinare del male nel peggio:
_Aetas parentum peior avis tulit_
_Nos nequiores, mox daturos_
_Progeniem vitiosiorem._
Ed è invece l’ultimo passo verso l’apogeo. Dopo questa prova suprema la
cultura greco-orientale, che aveva disfatta l’antica società italica,
si converte in una forza di ricomposizione sociale; e rifà a poco a
poco un equilibrio nuovo di interessi, di idee, di aspirazioni, nella
situazione nuova creata nel Mediterraneo dalla conquista romana.
Nella pace l’Occidente barbaro impara da Roma a coltivar le terre, a
tagliare i boschi, a scavar le miniere, a navigare i fiumi, a parlare
e a scrivere sia pur malamente il latino; si incivilisce e compera i
manufatti delle antiche città dell’Oriente: a mano a mano che i nuovi
mercati dell’Occidente si schiudono, l’Oriente riapre le innumeri
botteghe dei suoi industri artigiani e i fondaci operosi dei suoi
mercanti, incamminando di nuovo sulle vie del mondo ampliato dalla
spada di Roma i suoi antichi commerci. Ringiovaniscono così le vecchie
civiltà dell’Oriente (l’Egitto, la Siria, l’Asia Minore) di fronte
e al contatto delle giovani barbarie dell’Occidente; nel mezzo sta
l’Italia, ben situata per dominare questo impero circummediterraneo
in cui il nuovo Occidente fa equilibrio all’Oriente carico di storia,
e la nuova Gallia mirabilmente sviluppata nel secolo seguente alla
conquista fa contrappeso al vecchio Egitto riflorido; per la prima,
e pur troppo per l’unica volta nella storia, il Mediterraneo si apre
come una tranquilla piazza, vigilata dalla forza di Roma, su cui
guardano, si incontrano, commerciano, senza più turbolenze, l’Europa,
l’Africa e l’Asia. Sorgono da questa grassa e facile pace, in tutte
le parti dell’impero, in Gallia come nell’Asia Minore, in Spagna come
nell’Africa settentrionale, nuove prosperose classi medie e nuove
aristocrazie provinciali, — famiglie arricchite di fresco che, alla
stregua dei tempi, non hanno spirito militare e politico alcuno e sono
avide sopratutto di godersi una raffinata civiltà cittadina; mentre
in Roma gli ultimi avanzi della aristocrazia romana — politicante
e bellicosa per tradizione — si estinguono. Si spegne così in tutto
l’impero, sparendo la classe che sola ancora lo possedeva, lo spirito
politico e militare; e una famiglia, riluttante, nolente, quasi
impaurita dalla sua stessa fortuna, è costretta ad assumere tutti
i privilegi e tutte le responsabilità del potere supremo, per tanti
secoli divise tra tante famiglie. Non capirà mai la storia di Roma, chi
non intenda che la famiglia Giulio-Claudia fu costretta, nolente, ad
assumere ed esercitare un potere, che a poco a poco divenne monarchico;
così come la nobiltà romana era stata costretta a fondare l’impero,
di cui aveva paura. Anzi in questa contradizione si concentra tutta
quella che si potrebbe chiamare l’essenza filosofica della storia
di Roma: poichè Roma, vincendo, perisce e nell’impero da lei fondato
si annienta. A mano a mano che rifiorisce l’Oriente e l’Occidente si
sviluppa, e dappertutto crescono la prosperità, il numero, il potere
delle classi medie e delle aristocrazie provinciali, l’immenso impero
prende forma, non già di un potente organo di dominazione politica e
militare, quale la antica repubblica romana, ma di uno di quegli stati,
organi di una raffinata civiltà urbana, che l’ellenismo aveva fondati
in Oriente; l’impero, creato da una dura e puritana aristocrazia,
strettamente nazionale, di diplomatici e di guerrieri, cade in potere
di una aristocrazia e di una burocrazia cosmopolite, pacifiste,
letterate e filosofanti — amalgamate per tutto l’impero non più da una
vera o supposta comunanza di origine, di tradizioni e di storia, ma
da una brillante sebben superficiale cultura letteraria e filosofica,
e dalla religione politica dell’impero e dell’imperatore; la forza di
coesione che lega internamente la massa enorme dell’impero non sono
solo le armi e le leggi, ma anche e più la civiltà urbana, derivata
con varie miscele estranee dall’Oriente ellenizzato. Come l’imperatore
in Roma, così in tutte le provincie, imitando l’esempio suo, le ricche
famiglie spendono una parte degli averi per abbellire le città ed
accrescere al popolo minuto i guadagni, i comodi e i piaceri: edificano
palazzi, ville, teatri, templi, terme, acquedotti; elargiscono grano,
olii, sollazzi, denari; dotano pubblici servizi o fanno delle pie
fondazioni. L’impero si copre di città grandi e piccole, rivaleggianti
tra loro di splendore e di bellezza, e in queste città si inurba la
povera plebe rustica, gli artigiani, i campagnuoli arricchiti, e in
molte di quelle si aprono delle scuole, in cui i giovani della media
condizione si preparano, imparando l’eloquenza, la letteratura, la
filosofia e il diritto, alle funzioni burocratiche, che di generazione
in generazione crescono, ramificandosi. È questa burocrazia letterata
e filosofeggiante che immette nel diritto romano, originariamente
empirico, lo spirito filosofico e sistematico; nella amministrazione,
originariamente autoritaria, lo spirito giuridico. E così nel secondo
secolo l’impero distende al sole della _pax romana_ che illumina il
mondo, le sue innumeri città, fulgenti di marmi! Ma ahimè per poco, chè
una nuova dissoluzione incomincia. La civiltà urbana e cosmopolita,
che aveva legate insieme le diverse parti del disparatissimo impero,
ricomincia ad agire, nel terzo secolo, come forza dissolvente, che
riprecipita nel caos quel mondo brillante che per essa ne era emerso.
A poco a poco le spese della civiltà urbana, con il crescere spontaneo
delle città e del loro lusso, superano la fecondità delle campagne, e
da quel momento queste incominciano ad essere spopolate e isterilite
dalle città, che ne assorbono la popolazione e le ricchezze. Quale
forza umana scaccierà mai dalle città le plebi inurbate, dopo che ci
hanno gustati i comodi, i piaceri ed i vizi delle civiltà raffinate?
L’impero è ormai divorato vivo dalle città che pullulano sul suo corpo
immane: per nutrire le plebi addensatesi nelle città, per divertirle
e vestirle, le campagne saranno desolate da un terribile fiscalismo,
l’agricoltura isterilita, le arti essenziali distrutte, le finanze
rovinate, l’amministrazione sfasciata: e il giorno arriverà in cui
nell’impero, mostruosamente invertita la ragione naturale delle
cose, pulluleranno innumeri gli artigiani del piacere e del lusso, e
mancheranno i contadini che lavorino le terre, i fornai che preparino
il pane, i marinai che solchino i mari, i soldati che difendano i
confini. Incomincia una terrifica dissoluzione sociale, la cui storia
non è stata ancora scritta, e in mezzo a quella infierisce uno dei più
tremendi smarrimenti intellettuali, a cui la mente umana abbia sinora
soggiaciuto: chè il misticismo, il cosmopolitismo, l’antimilitarismo,
il conflitto delle vecchie classi intellettuali e dell’antica coltura
greco-romana con le razze barbare che irrompono dal basso e dal di
fuori, con le mostruose aberrazioni religiose che pullulano da ogni
parte; il cristianesimo infine, che unisce in un sol fascio tutte le
forze nemiche dell’impero, distruggono il midollo vitale della civiltà
antica. L’impero si difende con disperato furore, ma invano: l’Oriente
e l’Occidente si scindono, e abbandonato a sè stesso l’Occidente
precipita; la più grande tra le opere di Roma, l’impero da essa
fondato in Europa, copre ormai, rovina immane, l’immenso territorio che
confina al Reno e al Danubio: rovina di monumenti distrutti, di genti
rimbarbarite, di arti perite, di lingue obliate, di leggi lacerate
o disperse, di vie, di villaggi, di città scancellate dalla faccia
della terra, ringhiottite dalla selva primigenia, che lenta e tenace
ripullula, in quel cimitero di una civiltà, sulle ossa gigantesche di
Roma.