CAPITOLO V.

Andrea allestito il naviglio si avvia a Gaeta: mantiene in

devozione Sprolunga: rende i prigioni di Capri alle dame

napoletane, porta vittovaglie a Napoli traversando l'armata

nemica. Morte del Lautrecco. Il marchese di Saluzzo dopo alcuna

prova di valore si arrende. Pietro Navarro è strangolato. Il

nipote di Consalvo onora di sepoltura Lautrecco e Navarro, e ci

pone bellissimi epitaffi. — Elogio del Brantôme al Consalvo, e

forse tace il meglio. — Andrea si arricchisce con le prede.

Galeoni che fossero. — Condizioni presenti di Genova; accuse vere

e false contro i Francesi. Andrea muove a liberare Genova dai

Francesi; il Rapallo messo degli Otto con prieghi e con minaccie

lo dissuade da farsi avanti; non gli dà retta. Strattagemma col

quale l'armata francese, durante la notte, fugge da Genova; la

perseguita Andrea e piglia due galee. Nuovi ambasciatori a Pegli

per distorlo dal disegno di liberare la patria; al medesimo fine

Giovambattista Doria gli occorre a San Pier d'Arena. Viltà

antiche e moderne. Famiglia Doria per viltà repudia Andrea per

consorto scrivendo al Cristianissimo. Ordine per pigliare Genova.

Prodezza di Filippino Doria. Palazzo ducale convertito in

Lazzaretto. Si chiamano i cittadini a suono di campana e non

vengono. Spedisce per le ville messaggi a convocarli in piazza

San Matteo, e vengono, ma pochi; espone loro le cause del suo

partirsi dalla Francia, però non le espone tutte. I Genovesi, che

prima lo ributtavano, ora piangono di tenerezza; un Fiesco vuole

dichiararlo di botto liberatore della patria; i più prudenti lo

temperano. Radunasi il Consiglio grande; i Dodici della Riforma

confermansi. Provvedonsi armi e danari; Andrea preposto a dare

compimento alla libertà della patria. Il Trivulzio chiede gente

per reprimere il moto di Genova; le nega il Duca di Urbino;

natura di costui; Amerigo da Samminiato, che lo dileggia, fa

impiccare. Presa Pavia il Sampolo va al ricupero di Genova;

arriva in San Pier di Arena; manda ad intimare la resa; araldo

ingannato dallo strattagemma del Gentile. Il Sampolo si ritira

senza far danno; i Genovesi procedono acerbi contro i parziali di

Francia; due ne impiccano; si apparecchiano allo assalto del

Castelletto; il quale reso a patti dal Trivulzio, ruinano;

liberano lo Stato. Gavi si arrende, Novi no, ma poi hanno anco

questa. Prudenza dei Genovesi di non mettere le città in mano ad

amici potenti. Si attende a recuperare Savona; confronto di

quanto operarono i Genovesi nel 1528 con quello che fecero i

Piemontesi nel 1849; resa di Savona; atterransi le mura e si

colma il porto. — Principii del governo di Genova. Consoli. Come

abbia origine la disuguaglianza civile. Potestà e Nobili. Il

governo oligarchico torna ad essere popolesco. Governi scomposti

che succedono; Guelfi e Ghibellini; tirannide dei Doria e degli

Spinola. Capitani ed Abati del popolo. Nuovi rivolgimenti che

inducono a chiamare l'imperatore Enrico di Lucemburgo paciere;

morto lui i Genovesi si danno al re di Napoli e ai duchi di

Milano. Il popolo, eletto Simone Boccanegra doge, reprime la

insolenza dei nobili, che spogliati di ogni prerogativa, la vanno

vie via recuperando, eccetto il dogado, donde rimangono esclusi

per decreto solenne. Nobili principali; _tetti appesi_. Famiglie

Adorna e Fregosa nimicate per arte dei nobili, che nel torbido

usurpano Stati. I Riformatori ordinati da Ottaviano Fregoso non

fanno frutto, e perchè. Riforma del 1528 quale. Dicono che lo

imperatore Ottone qualche cosa di simile instituisse, e non è

vero. Questa riforma lodavano tutti a quei tempi. Corre voce lo

Imperatore stimolasse il Doria a farsi signore di Genova, e non è

vero; il popolo lo vorrebbe doge a vita, ed ei rifiuta:

ricompense pubbliche; statua; censore a vita; festa della Unione

instituita che dura fino al 1796. Andrea giudicato dallo Ariosto.

Alcuni negano si devano mostrare le azioni umane quali veramente

sono, e pretendono si abbiano ad accettare quali compaiono:

vanità loro, e ufficio dello storico. Se Andrea provvedesse alla

concordia solo o meglio di altrui. Se i partiti giovino alle

repubbliche, e come. Popolo escluso dal governo; quali diritti

gli conservano. _Confogo_ che fosse. Odio del popolo contro il

Doria, che più tardi ne atterra le statue. Nobilume quanto vile.

— I nobili vecchi nè anco tutti contenti della riforma. Superbia

di nobili vecchi. Il Doria ordinatore della riforma la disprezza.

Alberi delle famiglie. Spartizione degli ufficii, che si aveva a

smettere, non si smette. — Nobili nuovi male soddisfatti della

riforma, e perchè. — Altri errori della riforma descritti. —

Merito del Doria nel liberare Genova dai Francesi. — Il Doria

rende Genova serva degli Spagnuoli, e se ne adducono prove. —

Pensa di pigliare con sue arti gli Spagnuoli, ed è preso. —

Misero stato di Genova. — Giudizio dell'Oratore veneto su Genova.

— Turpe gara degli oratori genovesi co' ferraresi e sanesi alla

incoronazione di Carlo V. — Andrea locandiere, e soprassagliente

dei reali di Spagna: lega ai posteri la servitù col suo

testamento. — Turpi lodi del Bonfadio. — Andrea non si poteva ad

un tratto farsi tiranno della patria, e perchè. — La tirannide

mostra i denti con Giannettino figliuolo adottivo di lui. — Caso

di Uberto Foglietta. — Parallelo tra Ottaviano Fregoso e Andrea

Doria. — Giudizio sul Doria di scrittori moderni. — Elogi,

scritture da abbonirsi. — Andrea nemico della libertà di Firenze

e di Siena. — Ammazzato Alessandro manda soldati a tener fermo lo

Stato. — Difese del Doria non reggono. — Che poteva egli fare per

Genova; — che cosa per la Italia e nol fece. — Doria grande

capitano, non grande cittadino.

Andrea andava mettendo diligentemente in sesto le sue galere, che, alla

consueta solerzia, adesso si aggiungeva la voglia di mostrare a Cesare

quale e quanto amico avesse guadagnato, a Francesco, perduto; condotta

poi la consorte Peretta a Lucca e quivi lasciatala, remigò per Napoli,

dove arrivato, gli capitarono messi del cardinale Colonna, i quali gli

commettevano: movesse da monte Circello verso Sprolunga per mantenere in

devozione gli uomini di cotesta terra, spaventandoli un poco, però che

si mostrassero in mal punto restii a fornire le vittovaglie; e riuscì

facile impresa, imperciocchè non fosse in loro punto di malvolere,

sibbene suggezione del presidio francese; onde, pigliato animo dalla

presenza del naviglio imperiale, i terrazzani, respinti i Francesi,

acclamarono Andrea, il quale, contenute coteste voci, ordinò salutassero

lo Imperatore. Quinci mosse a Gaeta, dove non istette ad aspettarlo

Giovanni Caracciolo principe di Melfi, che la teneva assediata: però

grandi e festose accoglienze gli fece il Cardinale, esultante nella

certezza, che le parti di Cesare prevalessero, e più pel rivedere i

congiunti caduti prigioni nella battaglia di Capri; tuttavolta Andrea

pregò il Cardinale, fosse contento di lasciarglieli nelle mani tanto

ch'ei potesse consegnarli alle dame napolitane ridotte in Ischia; cosa,

che di leggieri gli venne annuita: egli allora, caricata prima su le

galee e sopra i legni minori copia di farina, si volse ad Ischia per

compire la sua cortesia; e se ciò fosse con giubilo delle dame, massime

delle parenti e delle mogli dei prigionieri, lo pensi chi legge. Quinci

nonostantechè il Principe di Oranges lo ammonisse a badarsi, avendo

saputo che gli venivano addosso dodici galee francesi, e sedici

veneziane, volle sferrare, e prendere porto a Napoli a loro dispetto: di

vero alla vista delle gentildonne, che dalle finestre come in teatro

stavano a contemplare lo spettacolo, incominciò con avvolgimenti maestri

a badaluccare ora con l'una, ora coll'altra delle galee nemiche a mo' di

duello, finchè, scorgendole raccolte tutte in battaglia, schivato lo

impari scontro, scivolò nel porto di Napoli conducendo in salvo tutto il

carico delle farine. Il Lautrecco sotto Napoli di peste miseramente

periva; gli subentrava il Marchese di Saluzzo nel comando ormai pieno di

pericolo, scemo di gloria; imperciocchè non presentasse altra speranza,

da quella in fuori di ritirarsi senza che andasse a sfragello; ma non

gli riuscì, quantunque levasse il campo, nel fitto della notte,

secondato da sconcio acquazzone; inseguito con la spada nei reni

dagl'Imperiali, gli bastò il cuore di voltare faccia a Nola, rintuzzando

co' cavalli di Valerio Orsino, e di Ferrante Gonzaga, la foga dei

persecutori; pure prima ebbe rotta la retroguardia, poi la battaglia;

con la vanguardia sola attinse Aversa, e qui gli toccò a rendersi.

Narrando la vita di Andrea Doria, io comprendo ottimamente come possa

parere a taluno, che, accennando così di volo i fatti generali entro cui

si incastrano i gesti del nostro eroe, bastasse, e ce ne fosse di

troppo, senza andare a discorrere quelli degli altri, e parrà bene;

tuttavolta io non valgo a trattenermi di ricordare una opera di

personaggio da inclito genitore, inclito discendente. Quando la virtù

dalle radici si dirama per l'arbore, s'intende che sia nobiltà, e come

un dì si procacciasse reverenza, e come oggi per le ragioni contrarie si

procacci ludibrio dalle genti; nè il lettore m'invidii, se,

affaticandomi in su questo doloroso deserto, che si chiama storia,

qualora mi occorra una sorgente, mi ci fermi, per darne all'anima

refrigerio.

Nella rotta dello esercito francese, cadde prigione Piero di Navarra, il

quale di staffiere del cardinale di Aragona, per la sua virtù, pervenne

agli onori supremi; di lui scrissero gli Spagnuoli, che fu uomo

d'infinita perizia, e di astutezza unico; nello immaginare mine ed

artificii, atti alla espugnazione delle terre, singularissimo; nel

maneggio delle artiglierie, primo fra tutti, e nell'arte di condurre gli

strattagemmi; giudizio, che, universalmente dai suoi contemporanei

ripetuto, i posteri confermarono. Fatto prigioniero dai Francesi nel

1512 alla battaglia di Ravenna, per avarizia del re Ferdinando di Spagna

non fu mai riscattato; lo liberò Francesco I, e per siffatto modo

stretto dal benefizio, ne seguì la bandiera: ragione per operare questo

egli ebbe; il fatto era di bene dodici anni antico, ereditaria la

ingiuria a Carlo V, e nondimanco immortale l'odio di lui: onde

l'Imperatore, senza ritegno alcuno, ordinava al suo carceriere Riccardo

gli mozzasse il capo: ciò parve barbaro al carceriere, molto più, che il

Navarro fosse vecchio, e ormai ridotto a pessimi termini di salute; egli

per tanto tolse sopra sè di farlo finire, chi dice con la corda per mano

del boia, chi soffocandolo co' guanciali; pietà da schiavo, pure pietà.

Poco dopo Luigi, nipote di Consalvo appellato gran capitano, principe di

Sessa, dava al Navarro ed al Lautrecco nobilissima sepoltura nella sua

cappella gentilizia, nella chiesa di Santa Maria nuova di Napoli,

ponendo al primo questo epitaffio:

— Alla memoria, e alle ossa di Piero Navarro biscaglino, nell'arte

arguta di espugnare città chiarissimo, Ferdinando Consalvo, figliuolo di

Luigi, nipote al magno Consalvo, principe di Sessa, onestò con lo

ufficio del sepolcro un capitano, quantunque seguace delle parti di

Francia, chè la virtù induce a reverenza anco il nemico. —

Quello del Lautrecco, dettato anch'esso nel sermone latino, suona in

quest'altra maniera: — A Odetto di Foa Lautrecco, Ferdinando Consalvo,

figlio di Luigi di Cordova, nipote del magno Consalvo. Le ossa di lui,

capitano di Francia, come volle fortuna, senza onore giacendo nella

cappella avita, il principe spagnolo, memore delle miserie umane, ordinò

si ponesse[15]. —

Quindi il vecchio Brantôme, gentiluomo davvero, con bella eloquenza

esclama: ed ecco un principe degno di laude eccelsa, però che,

quantunque nemico, si mosse a fare al suo nemico così onorata e santa

cortesia. Ordinariamente gli onesti uffici costumansi tra nemici

viventi, più che per altro, per fiducia di compenso se mai uno venisse a

cascare nelle mani dell'altro; ma, da vivo a morto, si guadagna poco.

Certo si legge: Annibale avere onorato le ceneri di Marcello con urna

preziosissima: ancora vedesi spesse fiate i nemici rimandare i corpi dei

nemici spenti ai congiunti loro, ed agli amici, affinchè gli

seppelliscano: dove poi gli accompagnino con pompe, o associazioni

magnifiche, tanto maggiormente saliscono in fama di pii e di cortesi,

come appunto fece il Marchese di Pescara con quello del cavaliere

Baiardo, ma io vorrei un po' che oltre Luigi Consalvo m'insegnassero un

secondo nemico, il quale commettesse così grossa spesa per onorare di

sepolcro sontuoso il nemico, affinchè potessi registrarlo qui in memoria

perpetua accanto a cotesto cavaliere cortese.

Nè per mio avviso il Brantôme ha detto tutto, anzi ha taciuto il meglio,

ed è avere osato dare sepoltura ed encomio a tale, che, per comando del

suo antico signore, aveva patito morte ignominiosa. Oggi questo non pure

non si attenterebbero fare, ma nè anco pensare; e forse erro; l'oserebbe

qualcheduno del popolo, nell'anima del quale ribollono vizii e virtù,

come gli elementi nei primordii della creazione del mondo, per comporre

a posta loro un nuovo mondo politico. Ritorno al Doria.

Essendosi Andrea messo a perseguitare le galee dei Francesi, che, sceme

di presidio, in atto di fuggiasche si riducevano a Marsiglia, dicono

ch'ei ne pigliasse quattro, due a Genova, e due a Varagine, e le

mettesse in acconto dei suoi crediti con la Francia, ma non è vero,

imperciocchè, essendosegli rotto il timone presso Ostia, perse tempo a

restaurarlo, sicchè l'armata francese lo precorse sempre di cinquanta in

sessanta miglia; bensì, passando lungo la costa delle Cinque terre,

s'impadronì di due galee cariche di grano di un corsale marsigliese; che

rimburchiò seco a Portofino; e prima aveva preso un galeone carico di

zolfo, ed un altro sopra a Piombino con robe e cavalli; e perchè quale

dei lettori lo ignorasse sappia galeoni che fossero, dirò, ch'erano

legni di lunghezza pari alle galee, ma altissimi, foderati di grosso

legname, con la poppa e la prua ricurve così, che più che di altro

offerivano la forma del quarterone della luna; per l'altezza della

sponda non andando a remi, lenti incedevano e male si governavano.

Mentre che Andrea si avvicina a Genova, per restituirla in istato, che

allora parve a molti, ed oggi tuttavia a qualcheduno pare libertà,

vuolsi, che da noi si accenni a quali estremi fosse ridotta. Francia,

crescendo ogni giorno nel maltalento, favoriva, a suo scapito, Savona;

quindi di male in peggio i commerci; la riscossione delle gabelle

impedivasi: da un lato aumentavano i bisogni, dall'altro le rendite

diminuivano; a tutto questo arrogi la peste, a cui male si sarebbe

potuto pigliare rimedio anco in tempi prosperi; adesso non se ne

pigliava alcuno. Giambattista Lasagna, oratore della Repubblica presso

il Cristianissimo, mandava lettera per torre via ogni speranza di

mitigato animo nei consiglieri di Francia, che dicevano ormai risoluti a

sostituire Savona a Genova nel principato della Liguria. Correva voce,

che il Trivulzio avesse richiesto il Sampolo, capitano dello esercito

della lega in Lombardia, di un nerbo di gente per tenere in cervello la

città, ed era vero; correva voce altresì, che i Francesi avessero

immessa la peste a Genova, e ve la mantenessero per disertarla, ed era

falso; e nondimanco questo il volgo patrizio e plebeo credeva più assai

di quello, come vuole ignoranza, la quale tanto più facile dà fede alle

cose, quanto compaiono più esorbitanti e terribili. Così volgevano gli

umori dei cittadini in Genova quando Andrea, con le galee, giunse alla

Spezia. Lì primo gli occorse Geronimo Rapallo, uno degli Otto, che,

presieduti dal Trivulzio, in nome di Francia reggevano Genova, il quale

con parole, a volta a volta blande, od acerbe, lo intimava a volgere le

prue, e non attentarsi di scompigliare il pacifico vivere di Genova:

guardollo in volto Andrea, e gli rispose ordinando sfrenellassero i

remi, e li mettessero in voga, sicchè sul tramonto del sole egli giunse

a dare fondo alle ancore tra Carignano e Sarzano. Quinci spedita una

fregata per pigliare lingua di quello, che si facesse al molo, questa

tornò ad ammonirlo, che le galee francesi stavano rafforzandosi ai ponti

della città, ed, a quanto pareva, gran calca agitavasi intorno, per la

quale cosa non giudicò prudente tentare al buio la impresa; durante la

notte sentì quasi continuo il trarre delle artiglierie, e non sapendo a

che cosa attribuire tutta cotesta gazzarra, si tenne fermo; appena mezzo

giorno, si spinse oltre, attelando l'armata a guisa di mezza luna tra la

punta del molo e la lanterna, ma allora gli si fece palese lo

strattagemma nemico, il quale con lo strepito dei cannoni coprendo i

fischi dei comiti, il rumore dei remi, e le grida delle ciurme se l'era

svignata. Andrea infellonito per aver dato nel bertovello prese a furia

di remi a tempestare sul mare; ma le galee francesi avevano tolto troppo

campo su lui per potere essere agguantate tutte; ne catturò due, una ad

Arenzano, l'altra a Cogoleto; le altre inseguì fino al monastero di

Arenò, dove diede volta per non perdere la occasione di liberare la

patria.

Con quanta ansietà egli vogasse verso Genova può immaginare chi legge; e

certo quando, in prossimità di Pegli, gli si fece incontro una galea di

quelle che custodivano il porto, per fermo ei tenne che i cittadini

mandassero gente a profferirsegli compagni nei pericoli della impresa;

invece erano tre ambasciatori, che, in nome della città, lo

scongiuravano a porre giù l'anima da tentativo così pernicioso: non gli

basterebbero le forze per impadronirsi di Genova; ad ogni modo espugnare

il Castelletto non saprebbe, e, con questo sul collo, i cittadini avere

a tremare gli ultimi eccidii: starsi accampato a Pavia uno esercito

intero potentissimo di Francesi e di Veneziani, il quale si sarebbe

mosso a soccorrere Genova se avesse retto ai primi assalti, ed a

ricuperarla perduta: se amava la patria davvero si accordasse col

Trivulzio, il quale proponeva restituire Savona a Genova, perchè a suo

talento la governasse: Genova in perfetto stato di repubblica si

componesse, di fuori ei non chiamerebbe gente (e Andrea sapeva per

segreto avviso mandatogli dai suoi parziali per mezzo di Giovanni

Lasagna, come di già con replicati messi l'avesse chiamata); di tanto

dirsi il popolo contento, non pretendesse delle cose il troppo; rovina

delle imprese, per ordinario, essere la presunzione dello stravincere.

Andrea gli agguardò, non fiatò e diede ordine si tirasse innanzi.

Nè finivano qui le tribulazioni, chè a San Piero di Arena ecco

occorrergli Giovambattista Doria suo consorte, e fratello a Geronimo,

che poi fu cardinale, e Andrea onorava per suo svisceratissimo, a

sciorinargli sciolemi atti a gittare la perturbazione nell'animo di già

agitato.

In ogni tempo vissero tristi, che si rassegnarono a mangiare pane e

vergogna, e persuasero gli altri a starsi contenti per paura di peggio,

come se la morte non avesse a salutarsi allora liberatrice; in ogni

tempo furono mali cristiani, che per non provocare gli oppressori

quietarono codardamente, e confortarono gli altri a quietarsi, fosse

pure dentro al sepolcro: frenello alle bocche in procinto di prorompere

in liberi accenti; ceppo alle mani già pronte a stendersi in liberi

atti: sgomentatori degli animosi, calunniatori dei caduti, e poi,

secondo che la occasione concede, o soppiantatori o adulatori dei

fortunati. Vissero, e vivono, e, intanto che speriamo eglino abbiano a

cessare, noi li vediamo moltiplicare strabocchevolmente, conforme è

natura di tutte le cose cattive.

Anco cotesto suo congiunto Andrea appuntò dentro gli occhi tanto ch'ei

non ne sostenne la vista, però che gli balenassero di luce sinistra per

la memoria, che in quel punto lo assalse della infamia, con la quale si

era vituperata la gente Doria, che non aborrì nel diciotto del passato

Agosto scrivere lettere turpi al Cristianissimo in vilipendio di lui,

dove dopo averlo rigettato dalla parentela loro, con ogni maniera

abiezioni si umiliavano al Re[16]: ma si contenne, però che Andrea non

si mostrasse meno potente a vincere le tempeste dell'anima, che quelle

del mare: onde rivolto a Giambattista, e agli altri messi, i quali, a

quanto sembra, erano rimasti a bordo della sua galea, con pacato e

succinto sermone disse: — sè essere risoluto a liberare la patria,

impresa dove nessuno dovea risparmiare il proprio sangue; quanto a lui

confidava, che la opera come era giusta, e pia nel principio, così nel

fine sarebbe riuscita felice. —

Andò a mettersi da capo tra Sarzano e Carignano, e quivi chiamati

intorno a sè il conte Filippino Doria, e gli altri valorosi compagni,

aperse loro la propria mente, invocandoli aiutatori alla impresa.

Risposero tutti: che volentieri, e sopra tutti mostrandosi acceso

Filippino Doria, con gran voce esclamò: — andiamo con lo aiuto di Dio,

che oggi comunque la vada non possiamo perdere. — E questo disse col

medesimo concetto del Ferruccio, il quale, in procinto di mettersi allo

sbaraglio nella estrema battaglia, si valse delle stesse parole, volendo

significare, che, cimentandosi per la patria, se si vinca, si acquistano

i premi che qualche volta gli uomini compartiscono in questa vita, se si

muoia si acquistano quelli, che Dio sempre serba ai meritevoli

nell'altra, e in ogni evento si guadagna la bella fama, che i tristi

possono invidiare, non torre.

Filippino pertanto, come più acceso degli altri, sbarcò, senza mettere

tempo fra mezzo, la gente di tre galee a Carignano presso il palazzo

Sauli, si avviò a porta dell'Arco, e, presala, proseguì per la piazza

nuova. Cristoforo Pallavicino, e Lazzaro Doria procederono ad assalire

la porta di Santo Stefano e il lido, commessi alla custodia del

Broassino, che reputò spediente non opporre resistenza; però messoci

presidio si affrettarono a riunirsi con Andrea; il quale a posta sua

buttò in terra il presidio di cinque galee alla porta della Giaretta del

molo presso San Marco, fugata agevolmente una compagnia di francesi, che

la guardava (altri all'opposto afferma ch'ei fossero Genovesi comandati

da Giovanni Brando côrso[17]) tendeva al palazzo ducale. Invece

d'incontrare resistenza, come gli oratori gli avevano dato ad intendere,

per atterrirlo, a tanto, per colpa della peste, di desolazione era

ridotta Genova, che, per tutto il tratto di via, che giace fra la

spiaggia e il palazzo, Andrea non occorse in anima viva, tranne una

donna. Giunto al palazzo, custodito da cinquanta Svizzeri appena, i

quali subito si arresero, con amaritudine conobbe come lo avessero

convertito in lazzeretto di appestati, nè si trattenne per questo da

entrarvi, ed ordinare dessero nella campana della Torre per raccogliere

i cittadini, e poichè, aspettato un pezzo, vide, che, o per tema della

peste o per altro, non accorrevano, egli si ridusse a San Matteo,

quartiere della sua famiglia, e quindi spedì uomini in volta, non pure

per la città, ma eziandio per le ville di Albaro e di San Piero di

Arena, perchè convocassero così patrizii, come plebei nella piazza

davanti la chiesa, che da cotesto santo s'intitola.

I chiamati, alla fine, vennero, quantunque pochi. Andrea, dopo alternate

le accoglienze, espose con efficace discorso le cause del suo abbandono

dalla Francia, le quali disse essere state Savona tratta su a

spiantamento di Genova, le non comportabili gravezze, il governatore

straniero, la mala signoria di Francia, e queste erano vere, eccetto il

governatore straniero, ch'egli stesso aveva consigliato al Re per

escludere il Fregoso, e come in parte soltanto vere, così non erano

tutte, nè le più stringenti per lui, ma, sì versando sopra la persona, e

gl'interessi proprii, tacque delle altre; di sè toccò appena, e si

distese, prudentemente generoso, sopra i beni della libertà, alla

occasione mirabile di riordinarsi in repubblica con migliorati

provvedimenti, onde la giustizia si fondasse su cardini sicuri, le leggi

prevalessero, le fazioni cessassero. Lo Imperatore piglierebbe a

proteggere lo Stato: quanto a lui, essersi messo a cimento per

cominciare; si chiamerebbe soddisfatto, a prezzo di tutto il suo sangue,

di potere finire: che se la Provvidenza lo risparmiasse, non

accetterebbe altro premio del suo operato, da quello in fuori di

lasciare la patria libera nelle mani dei suoi concittadini; egli poi se

ne anderebbe, con le galee, al servizio di qualche principe della

Cristianità, che volesse e potesse purgare il nostro mare dalla infamia

del Turco. Parlava un po' da eroe, un po' da furbo, ma del furbo non si

accorsero allora i Genovesi, i quali, per tenerezza, piangevano. Un

Franco Fiesco non rifiniva di fare le stimate, ed avrebbe voluto, lì di

botto, con pubblico decreto, si dichiarasse Andrea liberatore e padre

della patria: ai più cauti parve buono soprassedere, perocchè, essendo

in pochi, non sarebbe apparso laudevole indizio di concordia deliberare

su cosa di tanto momento, senza il voto degli assenti.

Il giorno successivo i cittadini, remossi gli appestati, convennero nel

palazzo: erano 600; 400 del Consiglio ordinario, e 200 del Consigletto,

presieduti dai Riformatori e dagli Anziani. Ambrogio Senarega fece la

diceria, raccontando cose, che tutti sapevano; finita la quale, Battista

Lomellino propose: i 12 della Riforma, già stabiliti da Ottaviano

Fregoso, e, come innocui, dal governatore Trivulzio lasciati stare, si

confermassero; altri sei mesi di tempo, per fornire l'opera loro, si

concedessero: in essi, e nel Senato, tutta l'autorità del Governo si

concentrasse: al Doria si commettesse la balía di dare compimento

all'affrancazione della patria: per sopperire ai bisogni dello Stato si

cavassero da San Giorgio 150 mila scudi di oro, a titolo di presto; i

cittadini volenterosi offerissero pecunia di sussidio alla patria; i

renitenti tassasse il magistrato: quattro maestri di campo deputaronsi

alla difesa della città, e Filippino Doria capitano a tutte le genti

armate meritamente preponevasi.

Al governatore Trivulzio pareva, che, nonostante questo affaccendarsi

dei cittadini, egli avrebbe potuto ridurli a partito, solo che lo

sovvenissero con un 3000 fanti francesi, e rimandò a chiedergli al

Sampolo, e questi glieli consentiva; senonchè gli si oppose Francesco

Maria duca di Urbino, dichiarando come prima fosse da prendersi Pavia, e

a questa impresa desiderarsi le forze intere, poi si sarebbero

senz'altro impaccio voltati contro Genova, la quale, sopraffatta dal

numero, non avrebbe potuto resistere: parve prudente la proposta, ma

spesso accade, che le proposte in apparenza più prudenti, non proviamo

più sicure in sostanza; e forse tale consigliando il Duca, compiaceva

alla sua natura cauta così, che a molti parve codarda, ond'egli ebbe a

patire parecchie trafitture massime da messere Amerigo da San Miniato,

che gli compose contra quel sonetto dove si legge il verso:

Il Duca vuol per corsaletto un muro;

di cui il Duca tanto si arrecò, che, dopo avere adoperato ogni diligenza

per averlo nelle mani, tostochè gliele mise addosso lo fece impiccare

per la gola; o forse anco il Duca volle dare tempo al Doria di allestire

le difese, dacchè grande fosse l'obbligo, che gli professava, per la sua

fanciullezza tutelata dalle insidie del Borgia; e quantunque le

conghietture, le quali si fondano sopra la gratitudine umana appaiono le

più fallaci, tuttavolta nella trama dell'anima anco cotesto affetto

entra e va contato.

Il Sampolo, desideroso nondimanco di frastornare le provvisioni dei

Genovesi, commise al Montjean, colonnello di 3000 Svizzeri, andasse ad

invadere l'estreme terre del Genovesato; ma gli Svizzeri trovarono più

conto a scorrazzare ed abbottinare le terre che si parassero loro

davanti: tra queste Ivrea, che ne rimase deserta. Genova intanto non se

ne stava a bada, e occorre scritto come di Corsica tirasse 700 soldati.

Sinibaldo Fiesco, nelle sue castella, fece grande adunanza di gente.

Lorenzo Cybo raccolse, di Toscana, circa 2000 fanti; in tutti, dicono,

sommassero ad 8000 armati. In questa, Pavia cedeva, ed al Sampolo parve

non differire più oltre per mandare ad esecuzione il suo disegno contro

Genova; valica il Po, e le terre dove passa occupa: a Rocca Fornari si

unisce con gli Svizzeri di Montjean, e si avvia per la Polcevera:

sarebbe giunto grosso a Genova, se non gli fosse toccato a mettere

presidio nei luoghi più aspri di coteste strette montane, nella

previsione della ritirata; molto più che a San Francesco della

Chiappetta gli si fece incontro Filippino Doria, il quale, con la guerra

guerriata delle macchie e delle siepi, prese a tribolarlo. A questo modo

il capitano di Francia giunse a San Piero d'Arena, donde inviò un araldo

a Genova, che, con uno sproloquio di minacci alla maniera francese,

intimò la resa. Risposegli, come si usa da cui fa da vero, poche parole,

e buone: e, siccome da certi suoi tiri, che egli forse immaginò

furbeschi, parve volesse pigliar lingua dello stato delle faccende, gli

dettero i Padri licenza di speculare dove e quanto gli garbasse.

Il Bonfadio ci attesta come i signori ciò facessero appunto per vincere

lo schermidore di scherma, imperciocchè di difese certo avessero fatto

procaccio, ma, o non le fossero tante, come dicono, o se pure erano non

bastavano: per la qual cosa Paride Gentile, cui fu dato in custodia

l'araldo, procurò che, passando per certe strade, dove vie via i soldati

per le scorciatoie lo precorrevano, le trovasse piene di milizie. Ma

posto da banda lo strattagemma del Gentile, che troppa copia di milizie

i Genovesi non avessero raccolto, lo mostra il fatto, ch'essi non

seppero opporsi alla ritirata del Sampolo: alla quale avvertenza taluno

risponde, che, ad operare così, furono condotti dal detto antico: — ai

nemici fuggenti ponti di oro — ed anco per mostrarsi in qualche modo

grati al Sampolo, che impedì si desse il guasto alle possessioni, che i

nobili genovesi avevano nel contado, e si ardessero due corpi di nave

tirate sul lido di San Piero di Arena: modestia da una parte e

dall'altra non sincera nè creduta, imperciocchè il Sampolo, è da

riputarsi, che lo facesse per gratificarseli, li sperando amici e

disposti a favorirlo, e i Genovesi, per chiarire che non si lasciavano

pigliare alle apparenze, procederono rigidissimi contro quelli fra i

concittadini loro, che seguitarono le parti di Francia, avendone le

persone bandite, i beni incamerati, e due, che caddero loro nelle mani,

spietatamente impiccarono.

Subito dopo pensarono ad assaltare il Castelletto: anco qui gli storici

affermano che il Trivulzio lo rendesse a cagione dei grandi apparecchi

militari, che vedeva condurre per espugnarlo, e per diffalta di fodero;

e non pare, imperciocchè negli articoli della capitolazione trovi

stipulata la facoltà di ordinare delle _vittoalie et munitioni de

qualunque sorte, che restano in castello a volontà di Sua

Eccellentia_[18]; ed a cotesti tempi gli arnesi bellici spesso non

bastavano a superare le fortezze; non mai presto.

Il Trivulzio si arrese perchè, mandato un uomo a posta al Sampolo, per

sentire, che cosa divisasse di fare, n'ebbe in risposta: — «non lo

potere in modo alcuno sovvenire» — e voglio credere, che, dopo

cosiffatta risposta, a lui, che i Genovesi tennero sempre in pregio,

ripugnasse di guastare senza costrutto tanto nobile città: infatti

Francesco I ce lo aveva mandato governatore per compiacere alle istanze

vivissime del Senato[19]. Caduto il Castelletto in potestà del popolo

non ci fu verso a frenarlo per condursi, con zappe e picconi, a

sovvertirlo dalle fondamenta; ira di orso, che morde lo spiedo, che lo

ha ferito, e lascia andare il cacciatore, che glielo ha vibrato: non mai

fortezza difese tiranno contro la virtù di popolo, che risorga; non mai

popolo avvilito potè impedire tiranno, che, anco senza fortezze,

l'opprimesse, e, disfatte, le rifabbricasse; così, per non dipartirci da

Genova, la fortezza della Lanterna, ruinata per ordine di Ottaviano

Fregoso ai tempi di Luigi XII, non salvò i Genovesi da tornare in

soggezione della Francia: il Castelletto in processo di tempo di nuovo

eretto fu di nuovo distrutto, e ai giorni nostri vediamo, prima, sotto

pretesto di quartieri militari, e poi, con quello di munire il porto,

restituita la Briglia per astuta previdenza di un Lamarmora.

Sgombra la città, misero mano a liberare lo Stato. Gavi ebbero a patto

dal conte Antonio Guasco, che lo rese per quattordicimila scudi;

proposto il medesimo partito a Pietro Fregoso per Novi, non l'ottennero,

dacchè questi ributtava ora la offerta, come per lo innanzi respinse il

consiglio di Andrea, il quale, appena entrato in Genova, gli mandava

scritto: — lasciasse Novi in custodia della Signoria, e come buon

cittadino andasse ad abbracciare quella Santa Unione, la quale, col

favore et aiuto di Dio, con buoni ordini si era stabilita in maniera,

che non poteva venir meno. Perchè a quel modo avrebbe goduto quella

terra e restatone signore, che altramente facendo ne lo arieno privato

del tutto: et come amico, lo esortava ad approfittarsi della occasione,

senza lasciarsi pascere da promesse francesi. —

Il Fregoso, che co' consigli di Livio Crotto suo cugino si governava, si

ridusse a vivere in Alessandria, lasciando costui a guardia della terra

col presidio di 1000 Francesi, i quali, dopo averla inabissata fino al

Luglio del 1529, la resero alla Repubblica: così la perse il Fregoso, sè

danneggiando e la città, e la Repubblica, giusta il costume

degl'irresoluti, e dei dappoco, a cui succede nocere più, che i

traditori non facciano. Trovo ricordato però, che i Genovesi avrebbono

potuto espugnare Novi subito, indettandosi col conte Belgioioso capitano

generale per lo Imperatore di qua dal Po; ma, poichè costui metteva per

patto, dopo acquistate Novi ed Ovada, volerle tenere in nome di Cesare,

ciò non _gustava_, ed amarono, innanzi di pigliare coteste terre a quel

modo, lasciarle in mano a cui le possedeva; e così costumarono sempre i

nostri padri co' potenti confederati, quando ebbero senno[20].

Ma la spina nel cuore era Savona, la Cartagine di Genova: amici o

nemici, in questo i Genovesi accordarono tutti, che Savona si avesse

addirittura a togliere via. Da prima mandaronci Filippino Doria, ed

Agostino Spinola, e questo si ricava dal libro manoscritto di ordini

testè citato: le istruzioni, che loro commisero vediamo essere molte, ma

tutte appuntano ad una sola: si espugni Savona: però, abitando io di

presente in parte di Genova, che ricorda sempre, per segni non

cancellabili, le immanità operate così su le cose come sopra le persone

dai soldati piemontesi, che v'irruppero nel 1849 a spegnere il tumulto,

piuttostochè ribellione, suscitatovi per la battaglia di Novara, non vo'

tacere, nè devo, che cosa cotesti antichi rettori raccomandassero ai

capitani, sul punto di spedirli nella città ribelle, e pertinacemente

per volontà, necessariamente per natura nemica: — minaccino dare il

guasto ai Savonesi, ma se offeriscono la terra si astallino....

avvertirete sopra ogni altra cosa, che ai nostri sudditi, oppure ad un

solo di loro non sia fatto danno alcuno: facendo che tutti gli soldati

nostri paghino, nè che l'un suddito offenda l'altro in cosa alcuna et in

questo fate esecutione rigidissima, perchè risolutamente vogliamo, che

basti degli danni havuti et patiti per i nostri sudditi dai Saonesi. —

Ora, se mettansi questi ordini del 1528 in confronto a quello, che fu

commesso in Genova nel 1849, vorrei, che mi sapessero dire quale avanzo

abbia fatta la civiltà, che sazievolmente noi millantiamo. Arrogi; tutti

sanno, che i Piemontesi in Genova briccolarono bombe: di ciò interrogato

il ministro Pinelli, con fronte rara altrove, comunissima a Torino,

rispondeva così: — niente essere più falso delle bombe briccolate a

Genova. — Un certo amico mio, che n'ebbe una proprio in casa, con danno

piccolo e pericolo maggiore, presa la bomba ed incastratala nel muro, ci

ha posto sotto una tavola marmorea, col giorno in cui gli entrò in casa,

e le parole del ministero piemontese per iscrizione. Mi basti tanto.

Resistendo ad ogni prova Savona, i Padri, per isgararla, mandaronci

Andrea Doria, e Sinibaldo Fiesco, perchè quegli, per la parte di mare, e

questi, per la parte di terra, la battessero: un signore di Moret, che

la difendeva, la rese a patti: conghietturano pigliasse lo ingoffo, ma

si avrebbe a giudicare di no, conciossiachè si accordasse per lo appunto

come il Trivulzio a Genova, voglio dire con la facoltà di mandare un

uomo al Sampolo per soccorso, il quale non ricevendo entro certo termine

convenuto, si sarebbe arreso. Il Sampolo, ridotto al verde presso

Alessandria, non lo potè sovvenire, ed egli si compose pel meglio: però,

se da questa maniera accordo non ne venne macchia di onore al Trivulzio,

mi sembra giusto, che non si deva appuntare nè manco lui; ma tanto è, o

parlando o scrivendo, gli uomini adoperano due pesi e due misure; ed io,

senza pure accorgermene, forse come gli altri.

Finalmente i Genovesi tengono Savona, e gli ordini focosi, spessi, a più

persone mandati perchè la temuta emula cessi di dare noia, sanno di

febbre: a noi capitò nelle mani la istruzione a certo messere Loise

sopra Savona del 15 Gennaio 1529; in essa gli si raccomanda: —

amministri secondo i capitoli di Saona la giustizia civile et criminale,

_senza passione, in questi massime principii_ — intanto si vanno

componendo nuovi statuti, ma di ciò acqua in bocca; la ruina delle mura

verso il mare, la distruzione delle fortezze nuove, specialmente dello

Sperone, e il guastamento e il rompimento del porto, mena troppo più in

lungo, che non saria il volere et il bisogno nostri: però raddoppiate

diligenza, acciocchè possiate pervenire al compimento della opera

desiderata, et in quella usate tutta la industria, arte, et ingegno

vostri. — Ed avvertite, che questi erano i più miti consigli, dacchè

Giovambattista Fornari con accesi sermoni aveva instato nelle consulte,

affinchè Savona del tutto si sovvertisse, i suoi maggiorenti nel capo si

multassero, gli altri per le colonie si disperdessero, ma non prevalse:

quello, che si legge nella istruzione a messere Loise, fu fatto; e più,

colmarono il porto con barche piene di sassi: quanto a reggimento la

riducevano a condizione di soggetti.

Ora delle cose interne. Verun popolo mai è stato più dello italiano

infelice dopo la potenza romana; tutto gli nocque; il servaggio come la

libertà, la virtù nell'arme e gli spiriti imbelli, ignoranza e sapienza;

lo eccessivo vigore delle parti, causa di superbia, di rissa e di

separazione: i reggimenti diversi, e tutti insieme, o quasi tutti retti

da uomini d'ingegno profondo: gli Stati stessi, i quali, per conformità,

sembrava si avessero ad accordare fra loro, avversi o per emulazione di

potenza, od anco perchè la nimicizia comparisca maggiore tra quelli, che

si rassomigliano, ma pure in parte differenziano fra loro. Fra le

diverse specie degli animali, non esclusi gli uomini, i più forti

distruggono i più deboli senza pietà; così, tra le repubbliche

democratiche, aristocratiche e miste, occorre maggiore astio, che forse

tra repubbliche e principati. Oltrechè le repubbliche italiane non

trovarono modo di stringersi in confederazione durevole ed efficace fra

loro, sicchè ognuna chiuse dentro sè il seme, il quale le tolse di

crescere nella pienezza delle forze, e soverchiare su le altre. Venezia,

come quella, che presto si compose in aristocrazia, diventò capace

piuttosto a conservare, che a conquistare; chè le astutezze temeronsi

più assai delle armi, e ci si fece maggiore riparo. Firenze fu bella di

libertà popolare, e di vaghezza di arti e di discipline gentili, ma

ingegno ella compartiva e modi alla famiglia di quei portentosi

popolani, la quale, con istudio di molte generazioni, seppe logorare una

grande repubblica, instituire un grande principato non seppe. Genova,

con forze bastevoli a fondare uno impero, distrugge ed offende emule

potentissime, genera ingegni, che trovano nuovi mondi, e non li danno a

lei, nè sa immaginare miglior governo di quello di creditori uniti dal

vincolo dei comuni interessi, e dalla necessità di riscuotere i balzelli

per rientrare nei propri danari: i nobili la sommovono, ma non la

reggono, eccettochè violenti e brevi; il popolo la regge spesso, e non

la governa mai: ogni momento i cittadini commettono la libertà lacera in

mani straniere per salvarla, e ad ogni momento la ripigliano; nè dal

miserabile delirio sanano mai. Noi non potremmo comprendere, che fosse

la riforma dello Stato eseguita dal Doria, nè che cosa valesse, laddove,

così in due tratti, non si accennasse la storia civile di Genova.

Afferma Uberto Foglietta come prima del 1100 non si conoscano annali:

veramente oggi per istudii di uomini dotti, massime tedeschi, si

conoscono anco più in su, ma non fa caso. Nel 1080 il Governo stette in

quattro consoli; poco dopo in sei; indi tornarono quattro: sul principio

tutto il governo in tutti; poi taluni preposti alle faccende di fuori

ebbero nome di consoli del comune; tal'altri alle interne, in ispecie

alla giustizia, ed appellaronsi Consoli dei placiti: la durata varia; ma

non si confermarono mai nel maestrato fino al consolo Rustico de Rigo; e

fu malo esempio. Intanto si altera la uguaglianza civile per acquisti

fatti in terre lontane, come a mo' di esempio gli Embriaci, che

diventano signori di Laodicea, di Antiochia, e di altre terre ancora,

ovvero per ampliate possessioni in casa, come gli Spinola nella

Polcevera; i consoli cittadini, dinanzi alle potentissime famiglie,

piegavano o blanditi o atterriti: di qui, come suole, la giustizia

guasta: però si ricorreva al rimedio, in cotesti tempi reputato

spediente, e fu chiamare un potestà di fuori, dandogli balía di mettere

mano nel sangue: al potestà aggiunsero otto cittadini, i quali primi

pigliarono nome di nobili, perchè, di petto al potestà, non

scomparissero, e fu titolo come sarebbe a dire magnifico: tuttavia,

comunque usciti di magistrato, continuarono a chiamarsi così. Con questo

reggimento, qualche volta disfatto, ed indi a breve restituito, Genova

dura fino al 1227, nel quale anno, gli esclusi dalle cariche non patendo

se ne fossero impadronite 250 famiglie sole, che diedero nobili ai

potestà, si levarono a rumore, il governo del popolo ristorarono, gli

uffici resero comuni a tutti; e andava bene: ma o il sospetto da un

lato, o il dispetto dall'altro consigliò, che sopra i nobili si

aggravasse la mano; donde nuove congiure, che dapprima non riescono, ma

cupidità vince terrore, e, persistendo, i nobili vincono. Ora da questi

rivolgimenti scomposti scappa fuori un rimescolío di Potestà stranieri,

di oligarchia, e di tribunato, a cui per giunta si arroge la maladizione

dei Guelfi e dei Ghibellini; quelli pel popolo, questi contro. Come dal

fracido nascono i vermini, così, dagli ordini dello Stato corrotti,

s'ingenera il tiranno, e in Genova fu Uberto Spinola, il quale però la

prima volta, e solo, non fece frutto; la seconda sì, in compagnia di

Uberto Doria, e presero titolo di capitani: a causa di gratificarsi le

plebi, crearono l'Abate del popolo, specie di tribunato, complice, non

freno della tirannide; e il popolo, a cui i nomi, almeno per certo

tempo, tengono luogo di cose, per certo tempo quietò.

Dopo venti anni il popolo (allora i sonni duravano più lungo, chè

nessuno era lì per tentennarlo perchè si svegliasse) si conobbe legato

peggio di prima, e di uno strettone rompe i legami: i Doria, e gli

Spinola risegnano il capitanato: si richiama il Potestà di fuori;

tornano a spartirsi gli uffici tra nobili e plebe. I nobili cedevano,

come colui, che si tira indietro per pigliare la rincorsa e slanciarsi

più innanzi: battaglie perpetue, e, dopo feroce irrequietezza, codarda

agonia di riposo; sicchè non parve infame accogliere signore e paciere

dentro ai muri lo imperatore Enrico, quel desso cui i Fiorentini

chiusero le porte in faccia; nè lo accolsero solo, ma gli andarono

incontro portandogli a regalare pecunia; sessantamila fiorini di oro per

lui, e ventimila per la consorte, e fu nei tempi una grossa moneta. Egli

in breve moriva, ma col tiranno non si spenge il servaggio, pellagra di

popolo guasto: però Genova si volta e si rivolta, nè trova pace mai, ed

ora si dà a Roberto di Napoli, ora a parecchi duchi di Milano; ma, in

mezzo a tante nequizie, il popolo s'industria sempre a reprimere la

fiera libidine dei nobili, intesi ad arraffargli tutto, per poi

contenderselo fra loro. Un Simone Boccanegra, che fu primo doge, li

privò degli uffici, del dogado, della facoltà di armare in corso, di

mettere in punto navi pei traffici, di molti onori e comodi, e della

isola di Chio; e se più tardi con Tommaso Fregoso ricuperarono gli

uffici, e le altre prerogative, dal Dogado rimasero sempre esclusi; anzi

Giorgio Adorno con solenne decreto statuì il doge avesse ad essere

sempre popolano e mercante.

Nondimanco i nobili durarono sempre potenti e prepotenti non pure contro

il popolo, bensì contra quelli fra i patrizi che reputassero da meno di

loro; e nobili per eccellenza si tennero i Doria, gli Spinola, i Fieschi

ed i Grimaldi; gli altri chiamarono _tetti appesi_ o nobili aderenti;

dopo, non paghi di avere messo la discordia fra loro, tentarono

sconnettere il popolo e ne vennero a capo suscitandovi dentro le case

Fregosa e Adorna; e l'una contro l'altra aizzando destreggiavansi ora

co' primi, ora co' secondi, tanto che, cresciuti nelle forze private a

scapito della pubblica, usurparono le terre dello Stato, e i Doria si

presero Oneglia, i Fieschi Varese, i Grimaldi Monaco, e via discorrendo.

Quello che accadde nei tempi prossimi della riforma accennai; il popolo,

col doge Paolo da Novi tintore, tornò ad abbassare i nobili concedendo

loro degli uffici il terzo, e i due terzi serbando per sè. Luigi XII di

Francia ci metteva le mani, e, tagliato prima il capo a Paolo, ripose le

cose nello antico assetto, cioè le cariche spartivansi a mezzo tra

popolo e nobili.

Ottaviano Fregoso, quando Genova si liberò dal dominio di Francia,

ordinava, che dodici riformatori con piena balía le antiche leggi

abolissero, ovvero emendassero; nuove ne instituissero, affinchè,

esperti dei lunghi travagli, la combattuta repubblica avesse pace. Il

disegno dell'ottimo cittadino non sortì effetto da prima per la

improntitudine del suo fratello Arcivescovo di Salerno, che spaventò

quel collegio con le minacce, e poi lo sospinse via violento dal

chiostro di San Lorenzo dove si radunava, ed in processo di tempo per la

fortuna delle cose, o piuttosto per astio di Andrea Doria, che distolse

Francesco I da mandarci doge Cesare Fregoso, ed in sua vece c'inviò

governatore il Trivulzio. Durarono in carica i Dodici riformatori; ma

sotto la potestà altrui, che altro potevano provvedere se non i riti del

servaggio? Questo pertanto si tenga a mente, che nel 1528 Genova era

quasi una terra riarsa dalla lava delle discordie civili[21]: i nobili

per legge antica esclusi dal Dogado: gli uffici spartiti a mezzo fra il

popolo e loro.

La riforma del 1528 fu questa: descritte cento famiglie delle

principali, donde si esclusero Fregosi, Adorni, Montaldi e Guaschi, se

ne cavarono quelle che tenessero sei case aperte in Genova, e sommarono

a ventotto, a cui misero nome _alberghi_; le altre famiglie minori

aggregaronsi a taluna delle ventotto confondendo fra loro armi e nome,

con questa ragione, che si procurò innestare Guelfi con Ghibellini, e

partigiani Adorni con partigiani Fregosi. Il Senato avesse facoltà, non

obbligo, di aggregare in capo ad ogni anno dieci famiglie nuove, di cui

sette cittadine e tre rivierasche: si ordinasse un libro d'oro, dove si

segnassero i primi nobili, e poi i successivi mano a mano che fossero

eletti, imperciocchè tutta la universa corporazione pigliasse nome di

nobili. In costoro il governo intero, e annualmente riuniti tirassero a

sorte trecento, i quali eleggessero a voti cento e costituissero insieme

il Consiglio grande della Repubblica: da questo Consiglio usciva il

Doge, del quale era officio proporre le leggi, che nuove cose

introducessero, od emendassero le vecchie, sicchè altri non poteva; ed,

una volta approvate, a lui stava curarne la esecuzione: alla sua persona

appartenevano gli onori principeschi, non alla moglie, nè ai figli:

abitava il palazzo ducale, e cinquecento trabanti lo custodivano.

Ancora, dal Consiglio grande si tiravano a sorte cento, i quali

componevano il Magistrato distinto col nome di Consiglietto: questo,

unito ai Senatori ed ai Procuratori, amministrava le faccende più lievi,

ed eleggeva gli officiali civici. Di più il Consiglio grande nominava

dodici Senatori (che talora si dissero altresì Governatori); tenevano il

maestrato due anni, appunto come il Doge, e questo di opera e di

consiglio sovvenivano. Il Doge, finchè duravano i due anni, non poteva

uscire di palazzo privatamente; i Senatori, a volta di due per due,

stavano chiusi col Doge quattro mesi; di qui il nome di due di casa.

Più largo magistrato erano i Procuratori: otto ordinari, eletti pure a

voti per un biennio dal Consiglio grande, ma ci entravano come

straordinari i dogi e i senatori smessi per tutta la vita: pare

vigilassero l'entrate e l'annona. Modesto in vista, e forse più di tutti

importante l'officio dei Censori; furono cinque; avevano a curare, che

la legge non si alterasse; i Senatori se non dopo ottenuta da loro la

patente entravano in carica, sindacavano gli ufficiali tutti, massime il

Doge ed i Senatori, gli giudicavano, gli punivano. Il Senato insieme al

Consiglio sentenziavano i reati di maestà, gli altri un potestà

forestiero assistito da un giudice del maleficio e da un fiscale. Sette

uomini chiamati straordinari rendevano ragione civile, pigliando a norma

il Diritto romano, gli Statuti e la Consuetudine: composero eziandio una

maniera di guardia urbana per tenere custodita la città con un generale,

e quaranta capitani tutti nobili preposti alle milizie divise in quattro

decurie; ogni decuria noverava cento uomini. Oltre a ciò tutte le genti

dello Stato, così di città come di borghi, atte alle armi, sono

descritte dai venti anni ai sessant'anni sotto i loro capitani, alle

quali bisognando corre debito trovarsi con le armi in mano secondochè

venga loro ordinato: però messe assieme con gli altri potevano gettare

un diecimila uomini da fazione, forse anco più, perchè stringendo la

necessità, non si avrebbe avuto persona, che si tirasse indietro dallo

armarsi; ma di queste si teneva poco conto. In altri tempi siffatta

milizia sommò a quarantacinquemila! A tale riducono gli Stati la

discordia interna e la forestiera signoria[22]. Lo ufficio di San

Giorgio rimane come nel 1447 quando fu istituito Stato nello Stato, e

retto da otto protettori.

E qui finisce: dicono che qualche cosa di simile facesse lo imperatore

Ottone, e citano Tacito, ma veramente in questo scrittore non occorre

nulla di ciò, nè in Svetonio, nè in Plutarco; solo sappiamo come Ottone,

appena eletto, conferì la dignità sacerdotale a tutti i personaggi, ai

quali siffatto onore si conveniva.

Questa riforma fu a quei tempi lodata da tutti; prima, com'è ragione,

lodaronla quelli che la fecero; i nobili nei quali si riduceva la somma

delle cose la levarono a cielo; il popolo, dacchè i riformatori avevano

avuto commissione di restituire la patria alla libertà, e udiva

predicare liberissima la riforma, e la notizia della bontà dei

reggimenti egli acquista non per discorso di mente, bensì per battiture

sopra le spalle, più di tutti ne menava allegrezza. Correva voce, e non

era vero, che Carlo V avesse proposto al Doria di farsene addirittura

signore[23]; al popolo veramente pareva strano, che lo Imperatore

volesse donare quello che non gli apparteneva, ma la supposta modestia

di Andrea gli piacque, e quasi a mostrare, che Genova spettava ai

Genovesi, prese a volere, che si offerisse ad Andrea il dogato a vita,

ed il Senato con un tale suo invito alla trista glielo profferì, ma il

Doria non morse all'amo, renunziandolo con parole amplissime: allora gli

decretarono altre ricompense, donarongli una casa in piazza San Matteo

con la iscrizione, che ancora oggi vi leggiamo murata: _S.C. Andreae De

Auria Patriae liberatori munus publicum_; gli rizzarono una statua

condotta in marmo da frate Giovannangiolo Montorsoli nel cortile del

palazzo ducale; lui ed i cugini Filippino, Pagano e Tommaso fecero

immuni in perpetuo dalle gravezze. Andrea elessero uno dei cinque

Censori a vita; e questo ufficio senza farsi pregare accettò. Col

medesimo decreto ordinavasi in capo ad ogni anno il 12 Settembre si

facciano per tre dì processioni, al fine di ringraziare Dio della

ricuperata libertà, con intervento di tutti i sacerdoti e di tutti i

Magistrati, inclusive il Consiglio grande. La vigilia la guardia del

palazzo col colonnello e le insegne vada a Fassuolo su la piazza davanti

al suo palazzo preceduto da un uomo armato di tutto punto, e quivi dopo

avere sonato un pezzo spari gli archibugi; e questa festa chiamarono

della _Unione_. Non mancarono eziandio di coniare medaglie; quantunque

il secolo non fosse come il nostro _medagliaio_. Ora di tutto ciò, che

avanza? La casa donata continua ad essere possessione dei Doria; la

esenzione perpetua dalle gabelle da molto tempo cessò, esempio nuovo per

avvertire gli uomini, appena padroni del presente, che dal volere in

perpetuo si astengano; ma non se ne asterranno. La festa della _Unione_

durò fino al 1796; chè a quell'ora ed anco prima il popolo aveva capito,

come della libertà donata dal Doria non ci fosse causa di starsene col

cuore contento; anzi gli parve capire l'opposto, onde poco dopo buttò

giù la statua assieme all'altra di Giovannandrea suo successore, i di

cui frammenti in parte salvati giacciono nel chiostro della chiesa di

San Matteo.

Pel palazzo vuoto di Andrea zufola il vento; dei marosi quale ha logoro,

quale ha svelto i ferri su cui mettevasi il tavolato quando l'ammiraglio

dal palazzo si recava sopra la sua capitana. La repubblica di Genova

ancora essa non è più. Che dunque rimane di tutto questo? La fama.

La fama; non vi ha dubbio, ma i posteri domandano buona o rea; giusta,

od ingiusta. I giudizii dei contemporanei vari, e di chi venne dopo: e

fie pregio dell'opera esaminarli. Ecci una setta, ch'io chiamerò

poetica, la quale presumerebbe che si avesse a dettare storia, come i

maestri dell'antica Grecia conducevano le statue degli Dei con opere di

scoltura, voglio dire di bellezza perfettissima, senzachè vi apparissero

nervo o vena, le quali rammentassero la complessione umana, imperciocchè

ella dica: a che giova la sospettosa ricerca? A diffidare della virtù, e

se il sospetto si converta in certezza allora il danno diventa anco

maggiore. Sicchè pigliamo per buono quello, che dal consenso volgare ci

viene porto per tale, e per non partirci da Andrea Doria stiamoci allo

Ariosto, che nel XV canto dell'Orlando così giudicò di lui:

Questi ed ogni altro, che la patria tenta

Di libera far serva, si arrossisca,

Nè dove il nome di Andrea Doria senta

Di levar gli occhi in viso d'uomo ardisca.

Cotesta forse è setta generosa, non prudente, imperciocchè lo ufficio

della storia stia soprattutto nella giustizia, e poi frugando le azioni

dei trapassati insegnare ai vivi quello di cui devano fidarsi, e quello

dal quale devano maggiormente aborrire; onde, per giudicare con

proposito di Andrea, voglionsi inquisire questi punti, che partisconsi

in due: circa l'ordinamento interno, e circa lo esterno. Sul primo preme

investigare: quale il suo merito nella Riforma, e che cosa questa

riforma valga, e quali benefizi partorisse all'ordinato vivere civile;

quanto al secondo esamina: se per virtù sua liberasse Genova dai

Francesi; conceduto che dai Francesi, se dagli Spagnuoli eziandio la

liberasse; e se, toltole il giogo della servitù straniera, le imponesse

il suo. Poteva egli operare diversamente da quello che operò? E potendo,

provvide meglio alle cose della patria in cotesta maniera, che

facendosene principe addirittura? Ebbe ingegno e cuore per comprendere e

sentire la libertà della Italia intera? Altri gli ebbe in cotesti tempi?

Poteva approdare in quel torno simile concetto e come? La fama del Doria

non adombra ingiustamente la fama di altro più degno cittadino

meritevole di essere richiamato alla grata memoria dei posteri?

Alla concordia egli non attese solo, nè meglio di altrui: a questi prima

ch'egli ci pensasse provvide Ottaviano Fregoso per eccellenza della

propria natura, e pei conforti di Raffaello Ponsorno segretario del

pubblico, che in processo di tempo risegnato lo ufficio si fece frate;

il quale Ottaviano volentieri consentì a dimettersi dal principato, e

vedere la sua casa depressa eleggendo dodici cittadini con balía di

riformare come e quanto reputassero spediente pel bene della patria. Gli

si oppose, secondo che in altro luogo fu avvertito, il suo fratello

arcivescovo di Salerno, il quale, come ai vili ambiziosi interviene,

anzichè vivere libero, ebbe talento di servire a patto di dominare

altrui. Tuttavolta non rimase interrotto il generoso concetto, che

Stefano Giustiniano, e gli stessi Adorni continuarono a caldeggiarlo con

soddisfazione non piccola della Italia tutta, e di papa Clemente in

particolare, il quale persuaso da Agostino Foglietta (padre di Uberto,

ch'io pendo incerto a salutare o più degno cittadino, o più arguto

politico, gloria bellissima di questa nobile terra) ne scriveva spesso

ed acceso ad Antoniotto Adorno. Ma per venirne a capo si opposero allora

i tempi e gli uomini; però le vicende umane mutansi spesso; difatti i

Francesi diventati signori della Liguria, volendo anteporre Savona a

Genova, e dandone indizio manifesto col riscotere in essa il dazio del

sale, e le altre gravezze, misero i Genovesi in cervello, che tra per

questo, e per le ammonizioni di frate Marco Cattaneo, raumiliati, tutti

si mostravano più che mai disposti a riconciliarsi col cuore per non

iscapitare con la borsa. Il Trivulzio, o per bontà, o per manco di

sagacia, e tuttavia costretto dai casi, barcamenava; onde non disfece i

Dodici, che da Andrea furono trovati in piedi. Per ultimo è da

avvertirsi che, questa smania di cacciare fuori dalle repubbliche le

discordie, palesa o somma ignoranza o somma perfidia; dacchè non è mica

male, che gli uomini appaiano di pareri diversi quante volte gli

manifestino con modi civili; il male sta nelle violenze, e peggiori

delle violenze nelle corruzioni, nelle calunnie e nelle frodi. I

partiti, come vento in fiamma o in acqua, accendono la virtù cittadina,

o commovendola, impediscono che si guasti; ed ognuno sa come Solone, il

quale non solo fu legislatore, ma filosofo d'indole mitissima altresì,

ordinava, che qualunque in Atene non si accostasse ad un partito uscisse

come persona apatica e da niente. Però Andrea doveva regolare il moto,

non già spegnerlo. Certo le guerre civili condussero a Genova la

signoria dei forestieri, ma la pace del Doria fu la pace dell'antifona

al salmo dei morti.

Per questa riforma la plebe rimase senza voce o parte alcuna nel

governo, nè la plebe solo, sibbene anco il popolo, imperciocchè l'arroto

annuale delle dieci famiglie popolane all'ordine dei nobili essendo

facoltativo, il Senato lo cessò più tardi; non gli mancando pretesto

nella imperfezione della riforma, che avendo omesso specificare quali

arti dovessero accogliersi e quali rigettarsi, nel dubbio si asteneva da

promoverne alcuna. Certo qualche privilegio al popolo, così infimo come

mezzano, rimase, e lo rammenta la storia: così a mo' di esempio, il

giorno della incoronazione del Doge, egli ebbe il diritto, entrato in

palazzo, di contemplare a suo agio le mense del banchetto festivo; gli

abati dei Valligiani del Bisagno poterono, la vigilia del natale,

portare in dono al Doge il _confogo_, ch'era un ceppo di albero ornato

di fiori e di fronde; due bovi addobbati di vermiglio a suono di musica

lo traevano sopra la piazza ducale, dove il Principe dopo averlo asperso

di vino con molta solennità lo bruciava; indi a poco, ricevuti non so

che confetti, popolo e bovi se ne tornavano pei fatti loro. Principi e

patrizi, finchè poterono, nè più onorati nè più larghi doni consentirono

alle moltitudini. I medesimi patrizi genovesi ai Côrsi abitatori

dell'Algaiola, i quali per mantenersi in fede della repubblica furono

dai propri compatriotti da capo in fondo disertati, per ristorarli del

sofferto eccidio e della miseria presente, concessero in virtù di

amplissimo decreto accattare per Genova; un papa Corsini sopra i testoni

fè incidere la leggenda: — li vedano i popoli e se ne rallegrino! — E ai

tempi nostri un conte di Cavour porge esempio di quanto possa da un lato

l'audace sfrontatezza, e dall'altro la pazienza e l'errore, scrivendo,

al popolo non ispettare altro diritto da quello in fuori di chiedere la

carità. Come il popolo questa esclusione patisse, quali umori generasse

ora non è da dirsi; — solo accenno, che i popolani in compagnia degli

aggregati non posarono mai, ed anco dopo molti e molti anni in odio di

cotesta riforma e delle peggiori aggiunte congiurarono di ammazzare il

doge, i governatori, la nobiltà vecchia, ed impadronirsi dello Stato. Il

popolo per mezzo di uno Aurelio Fregoso tentò Francesco I granduca di

Toscana a sovvenirlo, allettandolo con la promessa della signoria di

Genova, nè questi se ne mostrava alieno, e lo faceva, se non lo

impedivano le condizioni del paese, la vigilanza dell'oratore spagnuolo

presso la Repubblica, e il ritorno di don Giovanni di Austria dalla

vittoria di Tunisi. Carlo Botta, il quale scrive storie qualche volta

con l'abbondanza di Livio, e sempre con i concetti di un missionario,

s'inalbera contro il popolo genovese, ch'ebbe ardimento di torsi tarda

vendetta ed innocente contro il suo simulacro, e sbalestra in parole

contro di lui: dov'egli avesse, con senno, meditato la cosa, forse gli

sarebbe parso come il popolo in quel punto saldasse al vecchio Doria la

partita da tempo così remoto accesa sui libri della sua ragione,

imperciocchè reietto il popolo, sotto pretesto di libertà, dal governo

della Repubblica, prevalse un ordine peggiore del Centauro assai, il

quale almanco, secondochè la favola porge, mezzo fu uomo e mezzo bestia,

componendosi questo di due bestie intere patrizi e mercanti, senza

dignità come senza onore, e piuttostochè ad ira movono a pietà le parole

del Botta, se si pensa com'egli in altre storie racconti le prodezze di

cotesta nobilea istituita dal Doria, la quale non rifuggì da recarsi a

Parigi per chiedere a Luigi XIV perdono di avere avuto ragione, e dopo

consegnata ai Tedeschi Genova, con le braccia in croce supplicava il

popolo di non mettere a cimento la sua vita per non porre essa in

pericolo le sue genovine; onde il popolo, avvisando che se la sua virtù

non era, la viltà non salvava, con alte voci ammoniva: — armi, armi ci

vogliono, non parole; dateci le armi, e se non vi volete salvare da voi

altri, vi salveremo noi, e voi con noi. — Nobilea, la quale meritò che

Giovanni Carbone, servitore della osteria della Croce bianca, nel

riportare al palazzo le chiavi della porta di San Tommaso, dicesse al

doge Giovanfrancesco Brignole Sale: — signori, queste sono le chiavi che

con tanta arrendevolezza essi hanno dato ai nostri nemici; procurino in

avvenire custodirle meglio, perchè noi col nostro sangue le abbiamo

acquistate. — Nobilea, che stava in palazzo tremante a consultare il

modo di mettere fuori il terzo milione di genovine con quel più che

chiedeva l'avara crudeltà del Cotek, mentre garzoni di osteria,

pattumai, pescivendoli, fognai, facchini, di ogni maniera plebe,

chiedeva armi per combattere, e la nobilea le negava, sicchè prima fu

mestieri combattere per avere le armi, poi per adoperarle contro il

nemico.

Anzi, comecchè la riforma fosse ordinata a beneficio dei nobili vecchi,

nè manco essi furono contenti, e forse taluno aveva ragione: in fatti

dichiarando alberghi quelle sole famiglie, che tenevano sei case aperte,

si guardò piuttosto alla potenza, che al merito, onde parecchie rimasero

escluse delle più illustri, mentre altre sorte su da piccola gente ci

furono ascritte: per la quale cosa non tutte le ventotto designate

accettarono farne parte; ricusarono cinque, e lo strano cumulo o

aggregazione successe veramente per ventitrè[24]. Se cosiffatta

comunella di famiglie avesse potuto alla lunga attecchire ignoro; certo

è che nè questa, nè altre cose si operano per legge, se i costumi

repugnano, ed a Genova sembra i costumi repugnassero. Di vero la

distinzione di nobile vecchio, e di nobile aggregato disparve, come nota

argutamente Foglietta, dalla sopraccarta delle lettere, non già dai

cuori: durarono entrambi corpi separati ed emuli fra loro. Gli

aggregati, non potendo mai spogliare il nome antico pel nuovo, ne

presero due; bene ordinava il Senato ne adoperassero un solo, quello

dello albergo a cui vennero aggregati, ma non faceva frutto. Le antiche

case rifuggivano dal mescersi per via di nozze con le nuove: ogni

commercio evitavano; le jattanze delle donne e dei giovani gli umori di

già alterati inciprignivano. A dimostrazione di odio, e di paura nei

nobili vecchi di restare in processo del tempo confusi co' nobili

pensarono una sottigliezza, la quale fu questa: sotto pretesto di

conservare le proprie sostanze, diedero opera a comporre gli alberi

delle famiglie procurando li confermasse il Senato: in simile faccenda i

Lomellini procederono più accesi degli altri; ma il Senato, accortosi

del tiro, se ne astenne: allora ricorsero ai Tribunali con varie

industrie procurando sentenze, che gli ratificassero: avvisati i Giudici

tacquero: e tuttavolta anco questo non valse, imperciocchè (strano a

dirsi!) colui il quale, a fine di concordia, cotesta riforma ordinava,

meno degli altri pregiavala, ed attendeva ad adempirla; di ciò porge

prova manifesta il suo testamento, dove in più luoghi Andrea vieta alle

donne della propria famiglia le nozze co' nobili _ascritti_; nè i nati

da cosiffatti sponsali egli accetta eredi in mancanza di discendenti

maschi. I nobili vecchi avevano grande entratura nelle corti dei

principi, massime nella spagnuola, dove patrizi ad un punto e mercanti

sapevano procurarsi di grossi guadagni per rimanerne poi scottati più

tardi; intanto poderosi di aderenze e di ricchezze fabbricavano palazzi

magnifici; vivevano alla grande; superbia ostentavano pari al fasto, e

per avventura di più. Gli uffizi da prima non si partirono a mezzo tra

nobili vecchi e nobili nuovi, però che le divisioni non ci avevano più

ad essere, anzi tutti insieme formare un ordine solo; ma durò poco, e

questo spartimento ebbe a farsi quasi subito, non per legge, ma per

consuetudine; e fu solo nel 1545, quando in virtù dell'alternativa

dovendosi eleggere dall'ordine dei nobili vecchi il Doge successore a

messere Andrea da Pietrasanta, i nuovi la spuntarono, facendo uscire

Giovanni Battista Fornari, che pure era dei loro. I vecchi in cotesta

occasione misero innanzi, che ciò che si era fin lì osservato per

pratica, con legge si confermasse, tempestando con minacce, che si

sarieno dati a principi forestieri, e magari anco al diavolo, a patto di

non trovarsi soperchiati dai popolari, chè per essi popolani e nobili

nuovi formavano tutta una pasta. Rimasero vinti, e per allora, comecchè

la provassero ostica, la masticarono, ma non la ingollarono mai; più

tardi tornarono a far rivivere le covate pretensioni, e la sgararono.

Potevano i nobili nuovi contentarsi della riforma, e tuttavia anch'essi

ne vivevano di mala voglia; sia perchè lo spregio in che si vedevano

tenuti dai vecchi gl'inaspriva, sia perchè vivono irrequieti nelle città

tanto quelli, che patiscono la offesa, quanto gli altri, che la fanno; i

primi smaniando ricattarsi; i secondi paurosi di rendere il mal tolto

con la giunta; donde accade, che la disuguaglianza non si potendo

mantenere per ragione, si mantenga per forza, e per forza chi la

sopporta s'ingegni levarla via, e siccome la vendetta non piglia mai per

consigliera la temperanza, così a prepotenza vecchia subentra prepotenza

nuova, ed i privati, muniti di armi, e intesi a valersene, fanno sì che

la città rimanga debile e disarmata.

Errori di questa riforma furono: escludere il popolo dal reggimento

dello Stato, e la prosunzione di costringere in miscela impossibile due

ordini di cittadini: mentre questa concordia si aveva a trovare

lasciando a ciascheduno ordine facoltà liberissima di trasformarsi in un

altro o per merito di virtù, o per favore d'industrie felici, ed intanto

assegnare ad ambedue la sua equa parte nel governo della patria. Se si

potesse torre di mezzo ogni distinzione tra uomini ridotti a vivere

insieme in comunanza civile sarebbe bene, forse; ma torla via parmi

impossibile; però riesce fastidioso assottigliarci il cervello a

indagare quello, che fosse per avvenirne: pigliamo dunque questa

convivenza umana quale ci si presenta, ed ordiniamola pel meglio. I

Romani in quale modo si abbia a fare praticarono felicemente un tempo;

poi l'obliarono, e quello che accadesse fra loro, e fra i Fiorentini, i

quali non l'obliarono, perchè non lo seppero mai, il Machiavello

avvertì.

E fu errore eziandio di questa riforma, assegnare le cariche supreme dei

300 del Consiglio grande, e dei 10 del Consiglietto, all'Ordine, non

alla persona, tirandole a sorte; donde accadeva, che uscissero uomini

spesso incapaci. Errore concedere diritti, esenzioni, o privilegi agli

ordini dei cittadini, imperciocchè la uguaglianza loro di faccia alla

legge si possa mantenere, e però si deva. Insomma se la sera il dì, e il

fine lauda la impresa, bisogna dire, che da questa riforma nacquero

nuovi mali, e fu impedito rimediare agli antichi.

Ora, trapassando ad altra disamina, diremo, che avendo di già esposto

con quanta agevolezza venisse fatto ad Andrea impossessarsi della città,

parrebbe insania paragonarlo in questo a Cammillo, ad Arato, a Pelopida,

o a Trasibulo; nulla in questo fatto ti apparisce, che sia da lodarsi

per magnanimo ardimento, o per aperta virtù, o per astuta ferocia.

Inoltre i Genovesi, quanto furono facili fin lì a tirarsi addosso il

dominio straniero, altrettanto si mostrarono valenti a buttarselo giù

dalle spalle, quante volte lor piacque: in ogni caso il merito nuovo di

Andrea per avere cacciato i Francesi adesso, varrebbe a bilanciare il

demerito antico di averceli introdotti. Certo parecchi cittadini dei

maggiorenti, e taluno anco suo consorte lo intimarono con prieghi e con

minacci a levarsi da cotesta impresa di liberare Genova, ed invece di

gratitudine e di gloria gli promettevano aborrimento ed infamia: questo

non si può negare, ma è vero altresì, che troppi più lo chiamavano; ed

egli avrà provato allora, come noi adesso proviamo, che i codardi sono

più pronti a impedire, che gli animosi a fare.

Liberato che ebbe Genova dai Francesi, che cosa fece egli mai se non

renderla mancipia degli Spagnuoli? Di ciò la storia somministra in copia

riscontri. Notabili questi: al primo patto stipulato fra Andrea e Cesare

per la sua condotta, il quale si versava intorno alla libertà di Genova,

lo Imperatore rispose succinto: — piace e così si faccia in buona e

valida forma. — Ora essendo stata questa condotta prorogata per due anni

a Bologna, il 10 Marzo 1530, Cesare crebbe di proprio moto lo stipendio

ducati 500 per ogni galera, con che però Andrea pensasse a provvederle

di polvere e di palle a conto suo; dopo il leccume egli così di straforo

l'accettazione semplice del primo patto muta con parole agguindolate, le

quali a tempo e luogo porgono il filo per convertirle in lacciuolo: — e

s'intenda, che cotesta repubblica, e i cittadini, e giurisdizione suoi

sieno conservati e mantenuti, purchè osservino, e conservino la nostra

autorità, e preminenza imperiale[25]. — Lascia da parte, che

dell'alterata forma non si accorse Andrea, e minor bruscolo, che 6500

ducati all'anno non sono, basta ad offuscare la vista; tu, per poco che

ci posi la mente, conoscerai come Genova sia serva in mano al Doria per

assoggettarla altrui. Anzi l'uno serviva all'altro; il Doria, con la

reputazione dello Imperatore, si teneva sottomessa la Repubblica, ed in

cotesto strano reggimento si confermava: lo Imperatore per converso, con

la reputazione del Doria, e il favore dei suoi partigiani, si conservava

divota la città. Di vero, o ch'era mai il Doria, se avesse liberata

veramente la patria, per istipulare in privata scrittura, e affatto

speciale ai suoi interessi lo Stato di lei? I cittadini, pigliando la

cosa sul serio, non volevano più che l'oratore cesareo stesse a Genova

nel modo di prima, al quale effetto spedirono Vincenzo Pallavicino a

Montobbio dandogli per commissione di dissuadere don Lopez oratore di S.

M. cesarea a venirci, procurando però di adoperare parole e modi i più

acconci a non isdegnarlo[26]: l'oratore non gli dette retta, e ci andò,

e dopo lui altri, e comandavano a bacchetta; più tardi Carlo V volle

rimurare la fortezza ed introdurci presidio spagnuolo, e il Doria

tentennò quasi assentendo; poi, fatta migliore considerazione, si

oppose; ma per suo utile; imperciocchè, fino a tanto che Genova per suo

mezzo rimaneva subietta allo Imperatore, fosse mestieri con esso lui

trattare come confederato, mentre che se lo Imperatore vi dominasse

direttamente, la città acquistava forze proprie a scapito suo, ed egli

si riduceva in condizione di suddito pari ad ogni altro. Lo Imperatore,

lasciando correre, operò in guisa, che Genova gli restasse attaccata con

due maniere d'interessi diversi tra loro gelosi, e nondimanco costretto

a vigilare l'un l'altro per mantenerglisi in fede; i quali furono,

gl'interessi dei nobili adescati in Ispagna con la ingordigia dei

guadagni, mediante i traffici, e con la paura del perdere i presti, che

aveva cavato da loro, porgendo una fama credibile come taluno dei nobili

genovesi gli andasse creditore niente meno che di un milione di oro;

grossa somma ai tempi nostri, a quelli ingentissima: l'altro interesse

fu quello del Doria preso dai doni, dal soldo, dalla grandezza della sua

casa fondata sopra uffici e feudi di provenienza imperiale, e posti su

quel dello impero. D'ora in poi Genova non ha più vita propria, ed anco

si mostra intaccata dentro come chi patisce del male del tisico. Fuori

veruno la rappresenta, e se il re di Francia chiederà più tardi gli

mandino ambasciatore Luigi Alamanni, e la facultà di servirsi, egli ed i

confederati suoi, dei porti della Liguria, il Doge ed il Senato circa

l'oratore risponderanno: temere, fra questo e lo ambasciatore cesareo

non fosse per uscirne contesa; liberissima essere Genova: tuttavia

fresca della riforma, ed aderente a Cesare; però dovere innanzi tutto

devozione a lui, onde sembrava spediente senza il suo consenso non

aversi a movere foglia: quanto ai porti si serva, ma badi bene; Turchi

non se ne vogliono; e poichè il Re aveva messo avanti non so che parole

di danaro, anco a questo con breve sermone risposero: la borsa pubblica

vuota, piene quelle dei privati, ma su questo non avere la Signoria

potestà veruna. Celebri sempre i Genovesi per anteporre l'utile privato

al pubblico, e ne lasciarono esempio miserabile nella formazione della

propria città, dove, ad ogni piè sospinto, tu miri come il cittadino,

invece di mettere la sua casa in guisa che la città se ne ornasse, pigli

un pezzo di patria per accomodare la sua casa. Adesso poi gl'intelletti

si chiudono così, che il Veneto sagace referendo al suo Senato la

condizione di Genova di cotesti tempi notava con parole piene di

sapienza civile: — circa alla forma poi del governo fuori dello Stato,

in questo non essendo loro accaduto necessità di trattare con gli altri

Stati, nè potentati, eccetto che col re Filippo, il quale si è sempre

mostrato loro assai comodo, et oltre a questo non essendo loro occorso

di maneggiarsi altramente, non si possono promettere, che in ogni caso

potesse esservi un numero di persone esercitate in simili governi, ma si

ha da sperare, che la necessità partorirebbe virtù ed ingegno[27]. — E,

come si chiudono gl'intelletti, avvizzisconsi i cuori, sicchè a noi

Italiani non rimane altra balía che di venire a turpe gara di titoli e

servitù, come scrisse quella intemerata coscienza dei tempi nostri

Giovambattista Niccolini; e valga il vero, Jacopo Bonfadio, che pure

piaggiava la nobilea genovese, ci descrive a questo modo la preclara

cortesia accaduta fra Giovambattista Lercaro spedito in compagnia di

Francesco Fiesco e Niccolò Giustiniano alla incoronazione dello

Imperatore a Bologna, e gli oratori francesi e sanesi. Mentre Carlo V,

addobbato degli arredi imperiali esce da una cappella per entrare in

un'altra a sentire la messa, ecco occorrergli gli oratori sanesi, e

pretendere la precedenza. Il Lercaro non la intende e contrasta; il

maestro delle cerimonie, udito il piato, giudica in pro dei Sanesi: non

per questo il Genovese lascia la presa, anzi perfidia allegando non so

quale decreto, in virtù del quale lo Imperatore antepone i Genovesi ai

Fiorentini; però i Sanesi inferiori a questi non aversi a pigliare in

considerazione: allora Carlo infastidito, invece di uscire ultimo, esce

primo, e gli oratori dietro alla rinfusa: ma la cosa non finiva qui;

entrati nella cappella maggiore, l'oratore di Ferrara vieta al Lercaro

di salire sul palco, e il Genovese senza badargli tira di lungo; di qui

rumore da capo: allora il Papa comanda al Ferrarese, taccia; quegli per

obbedienza tace, ma subito gli sottentra nella lite l'oratore di Siena,

e il Lercaro, ch'è, che non è, gli appiccica una solenne ceffata; un

compagno del Sanese sopraggiunge alla riscossa, e ghermita la cappa del

Lercaro gliene straccia fino in fondo un gherone; per lo che inviperito

il Lercaro gli mena tale col piè sinistro un calcio, che colui

ranchettando esce di chiesa piagnoloso per dolore: — cotesto fatto,

conchiude il Bonfadio, fu per il Lercaro bellissimo et onorevolissimo,

però che egli avesse in quel giorno con le mani, co' piedi, e con la

lingua difeso le ragioni della Repubblica. — Se il Bonfadio, scrivendo

così, piaggiava bassamente, o, come credo piuttosto, irrideva

malignamente le miserie della patria, certo una giusta Nemesi lo trasse

più tardi al patibolo infame.

Dove andò Genova? Quella Genova, che durante la guerra pisana aveva

messo in assetto 627 navigli, e nella veneziana 165 galere con 45000

Genovesi, di cui ottomila vestiti di oro e di seta? Al partirsi della

libertà, il demonio del male si rovescia sopra di lei come sopra di

un'anima dannata; i commerci arricchiscono pochi, e l'universale

languisce; la fame ci si dà la muta con la peste, e spesso desolano di

conserto la città; di qui un nugolo di ladri come sorci notturni, e come

sorci frequentatori di fogne, che adesso cominciano a munire con grate

di ferro; incendii spaventevoli, e moti di mare, che, minacciando

sobbissare la Liguria, sforzano i magistrati, venuta meno ogni

provvidenza umana, di ricorrere alla divina. Menate in processione le

reliquie di San Giovambattista placaronsi i flagelli, così affermano gli

storici tutti, però che allora tutti fossero bigotti o fingessero. Gesti

contro ai pirati se ne fecero, ma pochi, e piuttosto in utile dei

privati che della città: tali i fasti della repubblica di Genova, dopo

che con falso nome di Libertà venne posta nella subiezione di Carlo

imperatore di Austria e dei suoi successori. Mette sgomento nel cuore a

vedere quella robusta natura del Doria studiarsi, con ogni maniera

bassezze, a convertire il suo palazzo di Genova in locanda per comodo

dei suoi imperiali padroni; e lui locandiere non solo, bensì

soprassagliente, nella gravissima età di ottantaquattro anni, per menare

incolume nella Italia, sopra una stupenda quinquereme, Filippo di Spagna

che il mondo nomò _demonio meridiano_. Contrista profondo considerare

come nel suo testamento, allorchè i casti pensieri della tomba arieno a

purgare l'anima dell'uomo con la virtù di un secondo battesimo, Andrea,

non pago del proprio servaggio, scongiuri ed ammonisca gli eredi e

successori suoi a servire il cattolico Re di Spagna, e delle

Sicilie[28]: e Giovannandrea, che subito gli tenne dietro, dopo avere

per quanto gli bastò la vita compiuto il legato di Andrea, presso a

morte anch'egli commette all'erede procuri mantenere il suo palazzo

sempre in assetto così, che possa servire di albergo ai padroni, che

passeranno per Genova. Nè mancò allora un Bonfadio, come ve ne ha

dovizia anco adesso, il quale, adornando con istile di retore la

tristizia dei tempi, a quel modo che si costuma co' fiori ai defunti,

diceva: — indi in poi si attese meglio alle azioni civili et alle buone

arti della pace, le quali indubitatamente si devono anteporre agli studi

della guerra. — Così scambiandosi le carte in mano, lodaronsi sempre

gl'inciviliti cui ozio con vergogna talenta meglio di libertà con

travaglio.

Egli allora non poteva farsi tiranno, però che quantunque fosse stata la

sua, in ogni tempo, potentissima casa, e tuttavia durasse, pure non

n'era egli mica principale nè capo. La libertà poi impartiva vita alle

nostre repubbliche come l'anima ai corpi umani, ed a morire si provavano

dure: in fatti perchè i Medici potessero togliere la libertà a Firenze

ci fu mestieri una sequela di uomini insigni di varie virtù tutte volte

alla dominazione, ricchezze eccessive, Stato a poco a poco soverchiante

la uguaglianza civile, subiezione dei vari ordini di cittadini per via

di presti, e di ogni altra maniera comodi; parecchi cardinali, e due

papi. Inoltre, e parmi questa considerazione capitale, perchè Andrea

venisse a capo nella impresa di levare Genova di sotto alla dominazione

della Francia, aveva necessità che i patrizi del suo paese prima e dopo

lo sovvenissero: ora è da credersi, ch'eglino si sarebbono tirati

indietro dal pericolo di cimentarsi col re Francesco, e da mettere a

repentaglio vite e sostanze pel fine unico di barattare la servitù di

Francia con la domestica; la quale, a cui la prova, riesce così amara

che poco più è morte. Alla tirannide domestica bisogna ammannire di

lunga mano il fondamento e con astuzia grande. Intanto notiamo come le

arti di Andrea somigliassero quelle degli altri cittadini che all'ultimo

si misero la patria sotto; la nostra storia c'insegna che quando una

parte, per abbattere l'altra, ha conferito soverchio potere ad una

famiglia, o ad un uomo, ovvero ha sofferto che con vari colori, comecchè

in apparenza onesti, se lo pigli, ha pagato cotesta gioia infelice a

prezzo di libertà; di ciò porgono testimonianza gli Scala, i Carrara, i

Visconti, i Baglioni, i Bentivogli, i Petrucci, e senza aggiungere nomi

i tirannelli d'Italia quasi tutti; poi, quando si vuole riparare al

male, difficilmente si può, chè negli animi entra la paura, e

l'interesse assidera il cuore; in ispecie se il tiranno proceda

industrioso a blandire, e risoluto a percotere senza badare a rispetti.

Così Andrea, spente le fazioni Adorna e Fregosa, legò Genova al carro

della sua fortuna, onde questa città, principalissima del Mediterraneo,

oggimai non poteva più operare contro di lui, ma nè anco diverso da

quanto a lui talentasse.

Genova, in ordine agli antichi instituti, aveva a mantenere negli

arsenali venticinque galere con le ciurme sforzate in punto, e da

parecchio tempo ella ne possedeva alcune poche a custodia del porto; ben

ella, tosto ricuperata la libertà, mise mano a costruirne dodici, e così

per gli eccitamenti dei padri, vi si affaticavano alacri dintorno, che

in breve stavano per fornirle, quando di repente nel mezzo di una notte

arsero tutte. Il Bonfadio, non senza malizia, raccontato il fatto,

aggiunge: — se questo fosse a caso o per trattato di huomini, non

havendone certezza, non ardisco affermare cosa veruna. — Però importa

avvertire come Andrea in quel torno non possedesse più di tredici galee,

che poi accrebbe fino a venti, onde fu visto un cittadino di città

libera tenere ai suoi comandi una forza, contro la quale la città non

avrebbe saputo che cosa opporre; indizio certo, se non di libertà

perduta, di prossima servitù. Nè reca troppa specie il valore delle

galee, il quale, quando furono venti, poteva sommare a un

quattrocentomila ducati, bensì le genti preposte a governarle, che tu

puoi mettere mille per galera; sicchè tu vedi che Andrea, cittadino

privato, poteva di punto in bianco buttare a Genova un ventimila tra

schiavi e soldati; e da ciò argomento di che razza libertà con costui si

avesse a godere. Certo, se egli avesse voluto assoggettarsela, su quel

subito, nessuno gli avrebbe potuto resistere, ma, per durare anche poco,

bisognava smettere le faccende marittime, e, stando fermo in città,

logorarsi nelle contese domestiche, e così scemare di reputazione come

di forza, mentre le vittorie, le prede, e il grado di ammiraglio gli

davano autorità e potenza irresistibili: nota eziandio che, fermandosi

in casa avrebbe dovuto mettere a capo dell'armata altro capitano, e ai

tempi che correvano non era da fidarsi nè manco dei prossimi parenti, e

tu considera come Filippino, uomo di smisurato valore, che vinta la

impresa di Capri aveva pure dato prova ad Andrea di fede piuttosto

unica, che rara, non venne mai più preposto da lui a cosa di conto, e

d'allora in poi le sue galere egli capitanò da sè, finchè non valse a

surrogarlo l'erede Giannettino, e questi morto, il figliuolo

Giovannandrea. Però di quello che Andrea sapeva dissimulare con senile

prudenza apparvero più tardi manifesti segni in Giannettino, e tali per

cui l'Adriani, storico grave, e della buona scuola, là dove discorre

delle cause della congiura del Fiesco c'insegna, che rimosso Andrea,

come quello che si credeva con la riputazione sua, e il favore dei

partigiani mantenesse Genova nella divozione dello Imperatore, la città

avrebbe potuto molto agevolmente restituirsi al vivere antico, e più che

tutto impressionava il timore, che Giannettino passerebbe il segno,

bastato ad Andrea, il quale si mostrava contento nella propria patria

dell'onore, che ai suoi concittadini era piaciuto dargli, ed alcuna

volta anco di meno, a patto però, che vi si fosse mantenuto lo Stato del

tutto parziale allo Imperatore, da cui egli ricavava utile, e credito

grandissimi. Della insolenza, del soldatesco e però prepotente piglio, e

dei modi, più che principeschi, tirannici di Giannettino fanno fede

parecchi storici genovesi; nè li contrasta nessuno. Onde per dirlo con

frase proverbiale, se Genova quanto a servitù non si trovava in forno,

certo era su la pala.

E quando ogni altra riprova mancasse, basterebbe questa. Oberto

Foglietta, che quantunque laudato ampiamente qui sopra, noi non possiamo

celebrare secondo i meriti per alcune giuste e sante parole dette al

Doria, dichiarato reo di maestà condannarono a perpetuo esilio; se gli

confiscassero anco i beni, non è chiaro, ma siccome ce lo affermano

povero, forse non glieli poterono pigliare perchè non ne aveva; nè,

finchè visse Andrea, gli perdonò mai; lui morto la Repubblica lo

ribenedisse certo a mediazione di Giovannandrea, a cui dedicò gli elogi

degli uomini illustri.

Ora le parole provocatrici del rancore implacabile di Andrea furono

queste. Dopo avere nel suo libro della Repubblica di Genova confortato

costui ad imitare lo esempio di Ottaviano Fregoso, il quale ruinando la

fortezza mostrò quanto avesse più a caro il bene della patria, che la

grandezza sua, gli disse: — se la patria tu ami davvero, rendile le

galee, che questo solo fie valevole argomento, che alla grandezza della

casa tua il pubblico bene tu preferisci: conciossiachè come potremo noi

salutarti liberatore, se conservi in casa tanta potenza con la quale,

quantunque volte ti piaccia, opprimerai la libertà? Come benediremo te

padre, se un cittadino, un uomo di una di quelle famiglie da cui presumi

avere affrancato la patria, dimostrò maggior segno di affetto, e

desiderio della libertà di te, che pure te ne vanti liberatore? Nè la

fortezza al Fregoso, nè il principato, quella abbattuta, questo dimesso,

erano cose, che fossero a lui meno profittevoli o meno accette, che le

tue galere a te. —

E non pertanto il nome di Andrea Doria sonò e suona come di cittadino

principalissimo in Genova, mentre quello di Ottaviano Fregoso o va

obliato o appena si rammenta: questa, oltrechè ingiustizia suprema,

sarebbe indizio manifesto di non sanabile perversità se, considerando

diligentemente la cosa, non andassimo capaci come ciò avvenga,

piuttostochè per ispregio di coscienza, per fallacia di giudizio:

infatti celebrando Andrea Doria padre della patria e restauratore di

libertà, essi errano nell'oggetto, non già nello affetto. Avventurati

noi, e bene imprese le nostre fatiche se ci fosse concesso raddrizzare

gli storti giudizi! Nobilissima mercede dello storico è la potenza di

rendere, e far sì che altri renda la giustizia ai meritevoli,

togliendola a cui indegnamente la usurpò: intanto i lettori leggano

questo, e ci pensino sopra. Ottaviano Fregoso profferse sincero la

renunzia al dogado; Andrea finse, però che, conservando lo ufficio di

censore perpetuo, poneva fondamento alla tirannide: Ottaviano, ruinando

la fortezza, si fece inerme dentro città armata, Andrea, mentre Genova

(fortuna o insidia che fosse) perde le galee, ritiene le sue e le

accresce di numero. Il primo, libero di sè, leva ogni dipendenza alla

patria; costretto dalla forza altrui la confida alla protezione della

Francia, il secondo liberissimo sottopone la Repubblica all'Austria;

bene la governa indi innanzi la gente Doria, ma per lei. Genova ormai,

come la favola racconta che avvenne allo incantatore Merlino, sepolta

viva dentro un avello imperiale, si sente morire.

La maggiore o minore servitù non rileva o poco, imperciocchè la libertà

consista, è vero, nel patto delle franchigie, ma troppo più che nel

patto, stia per mio avviso, nella potenza di costringere altrui ad

osservarlo preciso e sincero.

E poichè la materia non solo lo comporta, ma altresì ne fa debito, dirò

come in certo libro di _Elogi dei Liguri illustri_, pubblicato da certo

abate Giovambattista Raggio, un anonimo, il quale si segna con le

lettere A. B. dettando lo elogio di Agostino Spinola, dopo avere, e a

ragione, biasimato la strage del Fiesco e dei parziali suoi a Montobbio,

di cui sarà discorso in appresso, scrive così: — oltrechè non sappiamo

quanto fosse la magnificata libertà concessa dal Doria alla patria, nè

quanto possa dirsi giustamente donato il non tolto, ma ai nomi

oltraggiati ripara la posterità nella calma delle passioni e delle

parti. — Ma ciò non piace all'abate Raggio, il quale, redarguendo

l'anonimo scrittore, dichiara, che se la bontà delle cose si deve

argomentate dagli effetti grandi, sarebbe stato ad ogni modo degno di

eterna lode il beneficio del governo ordinato dal Doria, come quello,

che partorì fuori pace, concordia dentro, ricchezze, e copia dei beni di

Dio. Ed è falso, eccetto le ricchezze, che ci furono sì, ma salario di

servitù; e se come il Raggio avverte, cotesta riforma piacque allo

storico Giustiniano, doveva ammonire eziandio, come la famiglia di lui

appartenesse alle ventotto degli oppressori; se giorni di pace

succedessero alla riforma, lo dica la storia d'Italia; se concordia

dentro, lo attestino i tumulti del 1547 e del 1575. Nè basta; chè lo

stesso abate, dopo avere magnificato le leggi del Doria, ed il vivere

libero instituito da lui, ecco che nello elogio di Ambrogio Spinola mi

esce fuori a commendare questo, però che ardisse prima contrapporsi alla

traboccante autorità di Giovannandrea successore di Andrea Doria, la

quale, soprastando a tutti, minacciava spegnere la libertà; e ci

racconta come Ambrogio, valendosi dell'autorità sua e del favore che

godeva larghissimo in corte di Spagna, impedì la promozione al dogado di

Agostino Doria caldeggiata a tutto uomo da Giovannandrea per aumentare

sempre più casa sua. Donde possono cavarsi due considerazioni; la prima,

che se la tirannide dei Doria non mise radice in Genova, più che ad

altro se ne deve grazia alla fortuna, la quale negò ad Andrea successori

quali li dava a Cosimo dei Medici a Firenze, e suscitò emulo a loro

Ambrogio Spinola, capitano famoso, che meritò comune con Demetrio il

nome di _poliorcete_[29] e per dovizie fu chiamato il _ricco_,

contendendo col quale era più facile scapitare che vincere: la seconda

considerazione cade su l'essere gli elogi di tutte le cattive maniere di

scritture pessima, come quelli, che guastano la politica, alterano la

morale e sconciano l'arte: massime se composti da diversi, e raccolti in

fascio, che allora ti compariranno sovente uno contrastare all'altro; nè

per essi ti riuscirà più intendere quale regola di giustizia tu abbia a

seguire, e quale d'ingiustizia evitare.

Andrea Doria non pure della libertà della propria patria si mostrò

tenero, ma eziandio dell'altrui finchè ci trovò il conto; questo

mancatogli, si attenne alla tirannide, parendogli potere fare con essa a

maggiore sicurtà. Da principio noi lo vediamo studioso a indurre Firenze

ad accordare con Cesare, al quale effetto persuase Luigi Alamanni, che

lo accompagnò in Ispagna, a tornarsene a Firenze, e quivi adoperarsi

presso la Signoria, onde mandasse oratori a Cesare prima che ei si

partisse da Barcellona, che per la parte sua egli avrebbe cercato, che

l'accordo ad ogni modo seguisse. Luigi, venuto a Firenze, espose la

proposta, la quale fu argomento di pratica nel Consiglio. Antonfrancesco

degli Albizzi lesse un discorso pro, Tommaso Soderini contro, e, mandato

a voti il partito, si vinse non si accordasse, a ciò indotti da

parecchie ragioni, ma più che tutto dai giuramenti di Francesco I, il

quale prometteva, sopra la sua fede di gentiluomo, non sarebbe mai

entrato in lega con Clemente VII, nè fatto accordo senza metterceli

dentro.

Ira o coscienza lo inasprisse poi, tale dimostrò Andrea in seguito animo

iniquo contro a Firenze, che se di più non le nocque, certo è da

credersi non dipendesse da lui.

Ricordano le storie come tre galee del Doria, venendo da Napoli,

passarono via dinanzi a Livorno senza salutare, com'è di costume, il

porto, onde Beco Capassoni, il quale era contestabile della fortezza,

riputandole nemiche, ne sfondò una con le artiglierie; e comecchè i

Fiorentini mandassero persone a posta per iscusarsi, Andrea mise mano

addosso, per rappresaglia, a molte bestie in Val di Serchio, e agli

averi dei mercanti a Genova, a Lucca e a Pietrasanta, e questo parve

caso luttuosissimo non solo per ciò, ma anco e più, perchè fu colpa, che

Jacopo, e Francesco Corsi perdessero il capo, e certo vetturale di

Calcinaia restasse condannato alla forca, come si può vedere nel libro

undecimo delle storie di Benedetto Varchi.

Baccio Valori, avendolo richiesto lo soccorresse di artiglierie per

pigliare Volterra difesa dal commissario Francesco Ferruccio, gli mandò

un cannone da sessanta, due colubrine, un mezzo cannone, e un sagro con

360 palle di ferro, che, imbarcate alla Spezia, giunsero alla spiaggia

di Bibbona il 18 Aprile 1530; e peggio ancora, come lo vediamo

somministrare ai danni della Repubblica fiorentina veracemente e sola in

travaglio per la libertà d'Italia, così le taglia insidioso i nervi alle

difese: i mercanti fiorentini stanziati a Lione, mossi da patria carità,

ed anco pei conforti di Luigi Alamanni volendo sovvenire il commissario

Ferruccio che attendeva in Pisa a far massa di soldati, tanto da

comporre un esercito nuovo, il quale con lo aiuto dei Cancellieri e dei

montanari di Pistoia bastasse a rompere l'esercito imperiale e papalino

assediante Firenze, collettarono fra loro ventimila scudi di oro; nè li

potendo rimettere per via di lettere di cambio, consegnaronli

all'Alamanni affinchè per terra o per acqua li portasse a Genova, e

quinci a Pisa con destro viaggio. Messere Luigi, per più sicurezza,

scelse il cammino per terra, e, giunto al confine ligure, spedì al Doria

un messo per averne il salvocondotto di passare incolume le terre del

Genovesato, non immaginando nè manco per sogno, che, stante la molta

amicizia la quale passava fra loro, fosse per negarglielo Andrea, e

questo fu quello che per lo appunto gl'intervenne con molta amarezza di

lui e biasimo del Doria, non pure dei presenti, ma dei futuri. Animo e

corpo il Doria si era dato a Cesare.

E poichè fu confitta la Italia in croce, Andrea più tardi si mise di

mezzo a sconficcarla: forse per avanzarne i chiodi. Quando i fuorusciti

e i Cardinali fiorentini spedirono oratori in Ispagna a movere querela

contro al duca Alessandro, il Doria prese a favorirli grandemente

proponendo a Carlo V, che dove avesse restituito la libertà a Firenze,

egli si sarebbe adoperato, con molta speranza di venirne a capo, ad

ordinare una lega tra Lucca, Siena, Firenze e Genova, la quale eleggendo

lui per capitano, lo Imperatore avrebbe potuto noverare il nuovo Stato

fra quelli a lui massimamente devoti. Ma la necessità sola agguanta i

principi per gli orecchi, e gli costringe ad ascoltare la ragione dei

popoli; Carlo allora si sentiva gagliardo così, che poco dopo, assalita

Provenza, sperò conquistare la Francia; e poi, per imperiale istinto,

dalle repubbliche ei repugnava: nè penso che il comando di Andrea sopra

una lega poderosa gli garbasse: ragione per dubitare della fede di

Andrea lo Imperatore non aveva, che co' benefizi se lo era legato; ma se

fidati è buono, non ti fidare è meglio di lui, e se questa regola di

governo nacque prima in Corte non so; so questo per altro, che da

moltissimo tempo vi fu accolta e ci ha stabile stanza.

Riuscito invano siffatto tentativo, Andrea si sprofondava nell'odio

contro la libertà. Nel 1527, tornando di Spagna in compagnia di grossa

mano di soldati, udita la morte del duca Alessandro, gl'invia in Toscana

per mantenervi i popoli in devozione dello Imperatore, e però impedire,

che si riscattino dalla servitù. Col granduca Cosimo si mostrò

svisceratissimo, per quanto glielo permettessero il tenace interesse, il

gelo degli anni e l'indole sospettosa. Dopo ciò non si dica, che Andrea

avversando la libertà fuori, la favorisse in casa, dacchè ella non sia

pianta, che qui attecchisca e lì no; formando ella parte di umanità,

perseguitandola in un luogo, la perseguiti da per tutto.

Altri dice: Andrea fare oltre, e meglio di quello ch'ei fece, per

avventura non potè; il bene e il male formano termine di confronto nelle

vicende umane, che, quanto al bene assoluto, non si conosce, ed anco,

conoscendolo, all'uomo forse non è concesso arrivarci: così, se il

governo di casa non fu buono, parve almeno l'unico possibile in coteste

contingenze, e, tranne poche mutazioni, durò 269 anni; fuori, nella

rovina delle fortune italiche, fondò stato immune dalla immediata

potestà straniera: forse le prerogative attribuite al Doria superarono

la modestia del cittadino di libera repubblica, ma potè risparmiare alla

patria l'onta del presidio spagnuolo.

In questo modo ragiona una scuola che, per essere timida e bugiarda, si

presume prudente. Della riforma interna abbiamo detto quanto basta.

Rispetto a Genova, affermiamo, che, se Andrea avesse secondato il senso

patrio, che nel popolo genovese non venne mai meno, e la operosità,

stupenda dote di lui, avrebbe potuto ammannire cinquanta galee, le quali

avrieno posto la Repubblica in grado a secondare le occasioni di

avvantaggiarsi con le leghe, ampliare e confermare lo Stato. Nè fa

ostacolo la fede allo Imperatore, imperciocchè, messo anco da parte, che

la patria deva andare innanzi a tutto, e che commette ingiustizia

suprema chiunque obblighi, o si obblighi a fare cosa contraria a lei,

onde la forma del contratto non può vincere la sostanza di quello; non

curato nè pure lo esempio, non che dei principi, dello stesso Papa

(esempi a vero dire dagli onesti imitabili poco), di leghe strette, allo

improvviso tronche, rannodate da capo, per iscioglierle alla prima

occasione sotto pretesto di cacciare i barbari d'Italia, nulla impediva

ad Andrea che, venuto il termine della prima condotta, si scansasse da

rinnovarla, essendo appunto la decorrenza del tempo il modo più piano

col quale cessano le obbligazioni. Per lo contrario Andrea, con venti

galere in Genova disarmata, qui è tiranno, in Ispagna schiavo;

condottiero altrui, non cittadino: egli conta la patria fra i suoi

capitali fruttiferi; la milizia diventa un traffico per guadagnare

moneta, o buscare, se capita, qualche terra o città; la patria vassalla

siede con le ciurme sopra i banchi delle sue galere e voga con lui.

Ora fa più di ventotto anni, che, scrivendo io il libro dello _Assedio

di Firenze_, giudicai Andrea Doria nè grande cittadino, nè della sua

patria liberatore: nel medesimo libro, e a modo che mi spirava amore, mi

posi con industria a purgare Michelangelo Bonarroti dall'accusa di avere

derelitta per formidine la patria; ora il cercare lungo pei volumi della

storia mi confermava nel giudizio intorno al Doria, da quello sopra il

Bonarroti mi dissuadeva. Miseria grande ella è questa per noi! che,

tenendoti al male, quasi sempre ti apponi, mentre per converso con la

medesima spessezza tu la sbagli supponendo il bene. Così oggi come

allora io penso, che se in Andrea fossero stati cuore e mente magnanimi,

avrebbe potuto, volendo, mutare la faccia della Italia; la lega delle

Repubbliche, tardi ed in mal punto immaginata, se fosse stata proposta

allo Imperatore mentre durava in lui la paura dei Francesi, poteva

farsi, e costituirsi gagliarda, mercè di vincoli con sapienza tessuti;

non difficile, anzi destro approfittarsi dell'odio, che i due emuli si

avvicendavano implacabile; e quando anco si fosse dovuto con industria

prolungarlo ed inasprirlo, questo non è vietato da legge divina od

umana, quando sia per liberare la patria dalla servitù straniera. Ne

porgevano congiuntura propizia le cose della religione scompigliate in

Alemagna, torbide in Francia; il Turco minaccevole: forse (questo però

assevero non senza peritanza) il Papa non si sarebbe, almeno in quel

torno, mostrato nemico alla salute della Italia.

Quanto poi alla prova riesca agevole abbattere questi colossi dalla

fronte di bronzo, dai piè di creta, lasciati da parte gli esempi, che si

rinnovano cotidianamente dinanzi agli occhi, ci basti toccare i prossimi

ai tempi dei quali favelliamo. Di vero la Repubblica di Firenze resse

sola contro lo Imperatore e il Papa, e stette ad un pelo per vincerli,

nè vuolsi dubitare nè manco, che gli avrebbe abbattuti tutti, se le

fosse proceduto amico Andrea, come pur troppo ella ebbe a sperimentarlo

nemico: più tardi la fortuna offerse un'altra occasione con la guerra di

Siena; nè fu reputato folle, bensì arditissimo il disegno di Francesco

Burlamacchi da Lucca. Certo in fama non si salisce, che con molto

rischio. Vari i talenti degli uomini, ma vari hanno da essere altresì i

premii. Andrea fu vago sopra tutto di beni terreni, ed ebbe in copia

sostanze, e quelli, che corre il costume di appellare onori; fu

principe, fu cavaliere, prima di San Michele, poi del Tosone; una bestia

e un santo; ammiraglio di re, d'imperatore e di papa; tanto deve

bastargli; la fama di liberatore della patria ei lasci ai pochissimi

eccelsi, che si misero dentro a tanta impresa anima e corpo, senza

pretendere, come senza sperare altro guiderdone, eccetto la lode, e le

più volte postuta.

Questo poi io ho reputato debito scrivere, non in odio di Andrea, ma per

giustizia verso coloro, i quali dal fatto magnanimo non si aspettando

altro che fama, è mestieri, che questa sia conservata per loro intatta

ed intera. Se le parole paressero troppe a taluno, pensi, che lo errore

s'insinua negli animi umani come il pruno dentro le carni presto, e

profondo, sicchè a volernelo cavare ci bisognano tempo e diligenza

infiniti.

Se il Doria non fosse stato un grande capitano, adesso io non istarei a

dettarne la vita, ma affermo risoluto, che, scrivendo di lui, non penso,

e non ho pensato mai esporre i gesti di un grande cittadino.

Vita di Andrea Doria, Volume I · 第 13 / 20 题