CAPITOLO VI.

Pericolo di Andrea di essere preso dai Francesi e come ne scampa.

Va a Barcellona a pigliare lo Imperatore; liete accoglienze e

sospetti. Carlo a Genova. — Benefizii fatti dallo Imperatore al

Doria, e se è vero che questi donasse il principato di Melfi al

marchese del Carretto. — Disfatta e morte del Portondo. — Impresa

di Andrea alle Baleari. — Guerra turca; sua origine e suo

incremento. — Solimano sotto Vienna; di un tratto si parte, e

perchè. — Il Doria in Grecia. — Venezia ricusa partecipare alla

guerra. — Espugnazione di Corone. — Lamba Doria. — Geronimo

Tuttavilla. — Todare Trigidito e sua morte. — Severità di Andrea

per mantenere la disciplina. — Prende i Dardanelli di Morea e di

Romelia. — Descrizione del palazzo di Fassuolo. — Andrea vi

accoglie Carlo V. — Vasellami di argento gettati in mare. — Il

Turco va a ripigliare Corone. — Ardimento di Geronimo Pallavicino

e di Cristoforo Doria. — Battaglia sotto Corone. — Valore del

capitano Ermosilla e di Antonio Doria. — I Turchi disfatti

fuggono. — I Francesi mettono sossopra il mondo per vendicarsi di

Carlo V. — Morte del papa Clemente VII. — Querimonie della

Cristianità per la lega di Francia col Turco. — I corsali

Barbarossa acquistano il reame di Algeri e come. — Ariadeno

chiamato da Solimano in Costantinopoli. — Rivolgimenti a Tunisi;

— Andrea persuade a Carlo V la impresa di Tunisi; la favorisce il

Papa che dona al Doria stocco, cappello e cingolo benedetti. —

Grandi apparecchi. — Provvidenze contro le cortigiane. — Costumi

portoghesi e spagnuoli. — Morte del conte di Sangro. — Presa

della Goletta. — L'ebreo Synam. — Ordine del Barbarossa di

ammazzare settemila cristiani. Pietosissimo caso del figliuolo

del giudeo Synam. — Battaglia di Tunisi. — Chi la ingaggiasse

primo. — Prodezza di Ferdinando Gonzaga. — Tunisi preso, e patti

col re Muleasse. — Nuova guerra tra il Re di Francia e lo

Imperatore; il quale lo provoca a duello. — Consulta di Carlo in

Asti, e consigli che gli dà Andrea. — Guerra in Provenza. —

Venerazione di Carlo V per le forche. — Assalto improvviso dei

Francesi contro Genova; che è ributtato. — Capitani d'Italia

combattonsi pro e contra, e tutti ai danni della patria. — Strage

di Alessandro duca di Firenze, e sollecitudine di Andrea a danno

della libertà: — in grazia sua la servitù in Firenze si conferma.

Qualunque ordine politico possiede sempre dentro a sè tre cagioni, una

per nascere, la seconda per durare tempo più o meno lungo, l'ultima per

morire: su coteste prime caldezze ognuno si mostrava contento, e poi ad

ogni modo corre comune il dettato, che di defunti non si parla a tavola;

nonostante questo, così proviamo i nostri disegni incerti, che la sgarrò

di un pelo, che la barca non sommergesse nel porto; imperciocchè lo

Imperatore avendo, sotto pretesto di difesa, mandato verso Genova

duemila Spagnuoli di fresca leva, che, per essere mal vestiti, peggio

pagati, di ogni cosa necessitosi, avevano nome di _Bisogni_[30], i

Genovesi, a cui parve la medicina peggio del male, risposero si

sarebbero guardati da loro e non li vollero ricevere; della qual cosa

preso odore il Sampolo, che trattenevasi in Alessandria, spedì

segretissimamente nel mese di Dicembre i capitani Montegiano e

Vallecerca con duemila fanti e cinquanta cavalli a cogliere alla

sprovvista la città; e se tanto non potessero, almeno s'industriassero

pigliare Andrea Doria; nè questo dovere riuscire impossibile, e nè manco

difficile, pel continuo dimorare ch'egli faceva nel suo palazzo di

Fassuolo fuori delle porte di San Tommaso. I capitani adoperarono

diligenza, e per giungere inattesi o rimandarono indietro, o trassero

con esso seco la gente in cui s'imbattevano, e la fortuna si piacque a

mostrare loro lieta la faccia fino al palazzo di Andrea, dove arrivarono

quasi sul fare del giorno: propizia l'ora, quiete alta dintorno, nel

palazzo tutti sepolti nel sonno: studiano il passo, e già mettono le

mani sopra i serrami delle porte, quando di un tratto si leva il grido:

_all'armi!_ Andrea, senz'attendere altro, si getta d'intorno una vesta

tanto che il copra, e per la via sotterranea guadagna la spiaggia, dove

spiccato un salto dentro la barca che ci teneva sempre allestita, egli

stesso sfrenella i remi e si salva. La fortuna di un tratto mutato

sembiante aveva disposto, che, mentre il Doria tenendosi ormai fuori di

pericolo viveva a sicurtà e senza sentinella, due soldati, l'un tratto

dalla cupidità di sbancare l'avversario, l'altro dalla bramosia di

rifarsi del perduto, vegliassero tutta notte co' dadi in mano, onde

poterono di leggieri udire lo scalpiccío, che moveva la gente, comecchè

procurasse ire cauta. — E qui, poichè tutte le cose si disfanno per

adattarle alla comodità delle nuove generazioni, non fie discaro

conservare la memoria della reliquia di certa statua vecchia la quale un

dì vedevasi collocata sul muro di cortina tra San Michele e San Tommaso:

sopra di questa le tradizioni varie; una fra le altre testimonia ce la

ponesse Andrea in ricordanza del fatto ed in onore del soldato, che

primo dette la sveglia. Veramente ci era poco da onorare; ma quando il

conto torna, anco ai peccati mortali si accendono i moccoli. Il

Vallecerca, vista andare a vuoto la insidia, saccheggiò ed arse il

palazzo del Doria, così compiendo da ladro una impresa incominciata da

traditore.

Dopo ciò, premendo a Carlo di Spagna passare in Italia per incoronarsi a

Bologna, mandò al Doria, andasse a pigliarlo a Barcellona, al che egli

si accinse con apparecchio veramente stupendo; ammannì di tutto punto

quattordici galee, ornandole in guisa, che facevano maraviglia a

vederle; le ciurme di seta, gli ufficiali di damasco cremesino vestiti,

egli solo di negri panni abbigliato; giunto in compagnia di cinquanta

gentiluomini, sfarzosi per broccati di oro e per gemme, al cospetto

dello Imperatore, mentre faceva l'atto dello inchinarsegli per baciargli

il ginocchio, Carlo lo trattenne e lo salutò levandosi il berretto, e

quando se lo ripose in capo volle ad ogni modo, ch'egli facesse lo

stesso: onore da tempo lungo, e con ismaniosa cupidità desiderato da

Antonio da Leva, e sempre invano; ond'egli ne viveva sgomento così, che,

ricercato come andasse il suo male, che fu di podagra, con sospiri

rispondeva: non essere già i piedi, che gli dolevano, bensì la testa;

alludendo al non potersela coprire alla presenza dello Imperatore.

Quantunque anche ai nostri giorni si cerchino e si stimino coteste

inanità più che meritano, l'uomo si meraviglia a considerare come da

quelli, di cui ragioniamo, con passione si cercassero, e con religione

si riverissero; così il vecchio Brantôme raccontando, che convenuti a

mensa la regina Isabella ed i re Ferdinando, e Luigi XII, questi

impetrasse, che quarto ci sedesse Ferdinando Consalvo, preso da

entusiasmo sclama: — di guisa che per giudicio universale fu stimato

cotesto giorno non essere stato meno glorioso per lui dell'altro nel

quale entrò a capo del suo esercito trionfante in Napoli, dopo disfatte

le forze francesi, e degli aderenti nostri in Calabria, a Cerignole e al

Garigliano! —

Fatte, e ricambiate le accoglienze, che gli uomini costumano fra loro

quando si sentono mutuamente necessari od utili, Andrea, come si ha da

testimone credibile, favellò in questa precisa sentenza allo Imperatore:

— Potentissimo principe, essendo io per propria natura più amico dei

fatti, che delle parole, non mi estenderò in queste, e mi sforzerò

operare quelli: assicurando V. M. che, come devoto servitore, procurerò

con ogni diligenza e fede eseguire quelle cose, che a me parranno di suo

servizio, e capaci di condurla alla grandezza nella quale desidero

vederla stabilita. — Carlo rispose naturalmente per le rime, e l'uno

rimase incantato dell'altro come doveva succedere.

Che di ciò sentissero invidia i cortigiani non istento a credere, che

cotesta peste da per tutto germoglia, e nelle corti nasce; onde i più

prudenti fra i consiglieri cominciarono così di straforo a susurrare,

che questo commettersi alla cieca in balía del Doria era una gran cosa;

desiderare tal materia seria considerazione, e via discorrendo; ma

Carlo, meglio avvisato di loro, o più audace, un bel giorno, recatosi su

la galea capitana del Doria, gli ordinò pigliasse il largo quasi per

provarne la velocità; di un tratto, domandatogli se ogni cosa si

trovasse in punto a bordo, ed ottenutane affermativa risposta, diè il

segno della partenza, onde i cortigiani rimasero avvertiti della levata

delle ancore dallo sparo delle artiglierie, e le apprensioni per lo

Imperatore sentissero davvero o simulassero, ebbero senz'altro a tenere

dietro al padrone.

Provarono per viaggio fortunali grossissimi; la notte di Santa Maria

della Neve furono a un cappello di annegare quanti erano: pure, come

piacque a Dio, il 12 Agosto sursero nel porto di Genova: le luminarie,

le gazzarre e i falò infiniti; e' parrebbe che in simili congiunture

sieno giudicati necessari i lumi per accecare, gli strepiti per

intronare. Lo Imperatore comparve vestito con un saio di teletta di oro,

ed una cappa di velluto chiazzata di pagonazzo e rosso; in capo un tocco

di velluto nero. Dalla galea scese in terra per via di un ponte di

legname, e di scala coperti di panni rossi, gialli e bianchi: al sommo

della scala avevano eretto un arco trionfale con istorie dimostranti il

buono animo dei Genovesi verso gli Spagnuoli, i quali pure ieri avevano

messo a sacco ed a sangue la loro città: menzogne sempre inutili e

sempre fatte; tanto apparenza vince verità. Una di queste figure

rappresentava Andrea che con una mano sorreggeva Genova, con l'altra

portava la spada, lo Imperatore con tutte e due la incoronava, e pareva

le mettesse il collare, mentre il Doria con la spada ignuda la teneva

ferma per forza. Duecento gentiluomini con roboni di raso, e grosse

collane di oro al collo stavano lì a complirlo con salutazioni perenni e

tanto continui inchini, che sembrava per tutta la vita loro non avessero

atteso ad altro, che a provare di rimanersi curvati: colà presentarongli

una bellissima mula; chè male potevasi andare in Genova a cavallo

allora, e non bene adesso; ella era arnesata di oro con gualdrappa pure

di oro fino a terra; non so se dopo cavalcata dallo Imperatore

l'ammazzassero; in Bonifazio certo Côrso al suo bel cavallo, poichè ebbe

portato lo Imperatore, spaccò il cranio, dicendo che veruno dopo lui

doveva vantarsi di montarlo; se l'avessero spaccato anco al Côrso non

gli avrebbono dato il suo avere. Lo storico, cortigiano anch'egli,

dimenticato il nome di parecchi che sacrificarono la vita in pro della

patria, ricorda quelli dei nobilissimi staffiere e garzone, che la mula

presentarono e condussero. Lo Imperatore, e la mula, sotto il

baldacchino, il Doria, il gran Cancelliere, l'ufficiale che lo precedeva

con lo stocco ignudo, e la torma dei cortigiani fuori del baldacchino,

s'incamminarono verso San Lorenzo: quivi scesero ed entrarono in chiesa;

dicono a pregare, e sarà: tuttavia dopo morto, il grande Inquisitore

presumeva diseppellire lo Imperatore, e giudicarlo, perchè lo aveva per

eretico. Fatte le orazioni, recaronsi al palazzo della Signoria,

assegnato per istanza allo Imperatore. Gli scrittori dei gesti di Andrea

affermano, che egli albergasse lo Imperiale padrone nel suo palazzo di

Fassuolo, e vanno errati, imperciocchè pochi mesi prima gli era stato

arso, nè le sue facultà allora sommavano a tanto da condurre la

magnifica fabbrica, che anco ai giorni nostri vediamo: di fatti nella

iscrizione marmorea, che la fascia dintorno, leggiamo essere stato

compito nell'anno MDXXVIIII. Entrato lo Imperatore in palazzo, si levò

tumulto, perchè il popolo, secondo una sua vecchia usanza, si avventò

sul baldacchino per lacerarlo, e portarne via i brandelli, la quale cosa

non sofferse il Doria, e, composto subito il rumore, aggiudicò il

baldacchino ai Lanzichenetti, che facevano la guardia allo Imperatore.

Di questo costume trovo anco altrove le tracce, e assai più strane.

A Palermo, quando lo Arcivescovo nuovo eletto andava a pigliare possesso

dell'ufficio nel Duomo, il popolo a furia gli stracciava i panni da

dosso, ond'era miracolo s'egli ne uscisse vivo, nè lo fecero smettere

fino al 1658, nel quale anno Pietro Martinez de Rubeo arcivescovo e

vicerè, tirandosi dietro duecento lance, ordinò, che al primo che si

attentasse strappargli un lembo del piviale strappassero un lembo di

carne, e non badassero se la misura eccedeva; il popolo, cui non garbò

il baratto, stette quieto cotesto anno, e poi. Trovare le origini di

simile usanza è arduo; forse vuolsi credere, che i potenti lascino, ed

anco eccitino il popolo a rompere nei ferini istinti un'ora, per

governarlo senza rimorso per tutta la loro vita da bestia. Nè si ha da

tacere la spesa che fecero per lo Imperatore e il modo tenuto per

provvedere la pecunia; trassero a sorte trecento dei più ricchi, e di

questi da capo ne tiravano fuori ogni dì dieci, i quali avevano a

fornire cento ducati di oro a testa; in tutto mille scudi; con questi

dieci, quattro altri dei maggiorenti a ciò commessi, dovevano curare che

lo Imperatore non difettasse di quanto il bisogno chiede e la delizia

desidera.

Dicono lo Imperatore si fermasse in Genova quarantaquattro giorni, onde

contando solo i mille scudi al dì, e la caracca di messere Anselmo

Grimaldi, che fu il maggior legno avessero mai visto fino a quel tempo,

la quale la Signoria di Genova acquistò con settantacinquemila ducati

per farne presente allo Imperatore, tu troverai, che con mezza la

pecunia spesa dai gentiluomini Genovesi a dorare la catena della servitù

straniera, somministrata in tempo alla democrazia di Firenze, avrebbe

infranta cotesta catena per sempre.

Certo, se non era molto cospicuo lo ufficio di soprassagliente per

condurre lo Imperatore in Italia, fruttava assai, dacchè il Doria seppe

cavarne per sè, oltre al Tosone di oro, venticinquemila scudi di mancia,

e il ducato di Melfi, tosone anch'esso non però di montone morto, bensì

di uom vivo: di fatti spettava a ser Giovanni Caracciolo, dichiarato

ribelle per avere seguìto le parti dei Francesi, onde i suoi beni, per

ragione di confisca, erano stati incamerati al fisco imperiale: dicono

Andrea tentennasse repugnando a vestire le spoglie altrui, ed aggiungono

altresì, che poi s'inducesse a pigliarlo in grazia dei conforti degli

amici, massime che don Sancio Bravo, portatore della patente imperiale

per la investitura del feudo, andava dicendo, che col rifiuto avrebbe

mostrato amarezza del piccolo dono, ed animo inchinevole a mutar parte.

Oneste scuse a cose disoneste; chè Andrea non apparisce mai uomo da

cercare il nodo nel giunco, quante volte si trattasse di pigliare; e

novella eziandio il dono fatto più tardi di questo principato al suo

figliastro Marcantonio Del Carretto marchese di Finale, salvo tremila

scudi ch'ei si trattenne per donare ai suoi famigliari. La verità è

questa: trovando Andrea molto profittevole ai suoi interessi

imparentarsi con Antonio da Leva, furono insieme d'accordo, che il

figliuolo della Peretta avrebbe condotto a moglie donna Giovanna figlia

di Antonio, a patto, che Andrea si obbligasse a donargli il principato,

alla quale cosa egli acconsentì, dichiarando espressamente che intendeva

goderne lo intero usufrutto sua vita naturale durante; solo gli avrebbe

assegnato sul medesimo una pensione vitalizia senza più[31]: di qui per

avventura l'errore dei tremila scudi, ch'egli non si riservò in

esclusione di ogni altra rendita; ma al contrario tutte le rendite ei ne

ritenne salvo tremila scudi: però il principato non gli uscì di casa,

chè sendosi morto Marcantonio senza prole, la donazione si ebbe per non

avvenuta. Questo per sè, pel suo congiunto Girolamo un cappello

cardinalizio.

In questo tempo Andrea condusse a termine una impresa, che, sebbene non

andasse del tutto a versi dei suoi desiderii, pure riuscì di utilità

inestimabile alla Spagna, e di certo non ne scapitò la sua fama di

capitano felicissimo, onde gli fecero il nome di Andrea _buonafortuna_.

Rodrigo Portondo, ammiraglio di Spagna, il quale insieme ad Andrea aveva

accompagnato l'Imperatore a Bologna, inteso come un certo Aidino delle

Smirne, creatura di Ariadeno Barbarossa, vocato il Cacciadiavoli,

corseggiava pel Mediterraneo con un'armata di galeotte e di fuste,

dubitò scemare di reputazione non poco là dove, prima di ridursi ai

porti di Spagna, non tentasse qualche impresa onorata; per la quale cosa

si mise subito a cercare Aidino, e gli venne fatto incontrarlo presso

l'isola Frumentaria. La fortuna per questa volta non propiziò l'audacia;

chè audacia veramente fu quella del Portondo di condursi con sette galee

(altri dice otto) contro centotrenta legni tra galeotte, fuste,

caracche, trafurelle e brigantini; nella battaglia infelice rimasero

morti il Portondo e la più parte dei suoi; gli altri presi con tutte le

galee, le quali Aidino condusse trionfando in Algeri. Per questa

vittoria il Barbarossa, salito ad inestimabile baldanza, disegnò fare la

impresa di Cadice, emporio in ogni tempo floridissimo di commercio,

allora primo.

Lo Imperatore pertanto commise al Doria si recasse speditamente a

stornare cotesto turbine di guerra, e poichè gli parve a ciò non potere

bastare con le sue quindici galee, a cui pure ne aggiunse un'altra

napolitana, Carlo avvantaggiandosi delle prime caldezze della pace di

Cambraia, chiese all'emulo Francesco in prestanza tredici delle sue, ed

egli, che a sbalzi credè essere generoso e sempre fu improvvido, gliele

concesse. Così, con ventinove galee, Andrea si mise in mare, drizzando

le prore verso le Baleari, dove saputo che il Barbarossa, avendo diviso

la flotta, si era con parte di essa ritornato in Algeri, e parte ne

aveva spedito al promontorio di Battaglia, venne in isperanza di

vincerlo così spezzato. Accostatosi a terra vi sbarcò tre compagnie di

fanti ordinando loro pigliassero di assalto il Castello di Cercelli, ed

espugnatolo, attendessero a liberare gli schiavi cristiani ed a menare

prigioni quanto più potessero Mori e Turchi; non si scompigliassero, si

riducessero con celeri passi alle navi. Alicotto corsale di Caramania,

considerando con la squadra dei legni ai quali era preposto non potere

mettere riparo alle forze del Doria sul mare, nè tampoco difendere il

castello, comandava, che parte dei suoi entrassero nella rocca capace a

sostenere per più giorni l'assalto, procurando prima di chiudere dentro

certi sotterranei ottocento schiavi cristiani; egli poi si ridusse

dentro terra per ingrossarsi con gli Algarvi, incoli di coteste

contrade, di genio feroci, valentissimi in armi. Il castello assalito di

leggieri fu preso; i cristiani trovati restituisconsi a libertà: fin qui

lieta ogni cosa; ma ai soldati se non iscorrazzavano dentro il paese non

sarebbe parso vincere; alle ciurme perdere il credito se non

esercitavano le mani a rovistare il castello; però trasgrediti i comandi

quelli dilungaronsi dalla spiaggia, questi si diedero ad arraffare.

L'Alicotto, che stava su le intese, quando ebbe visto i fanti a bastanza

appartati dal lido, con forte mano di gente fece loro impeto addosso, e

tosto li costrinse a piegare; i chiusi nella rocca pigliato animo da

quella vista sortirono urtando i predoni, così che tosto gli ebbero

volti in fuga. Andrea dal castello della galea contemplando la viltà dei

suoi, arse di sdegno, e immaginò che dov'egli si fosse allargato,

costoro per disperazione arieno atteso a menare virtuosamente le mani, e

s'ingannò; imperciocchè a cotal vista essi perderono affatto gli

spiriti, e sebbene Andrea vinto allora da pietà si spingesse alla

riscossa, tanto non si potè affrettare, che non ne rimanessero ammazzati

quattrocento e più; non si contarono i feriti. Tuttavolta l'utile che si

cavò dalla impresa fu giudicato grandissimo, però che oltre gli

ottocento cristiani liberati, e le galee che in parte l'Alicotto

sommerse, e in parte il Doria acquistò, si costrinse il Barbarossa a

deporre il pensiero di assaltare Cadice; e veramente non fu poco

guadagno.

Chiunque si diletta di storie, non terrà, io credo, questa sentenza

strana, che a volere cercare ragione nei fatti degli uomini talora ci è

da perdere la ragione: di vero, che Francesco di Francia, anche dopo la

pace di Cambraia, conservasse la gozzaia contro lo Imperatore, si

comprende, ma come nel medesimo punto in cui gli aveva prestato le galee

a combattere i Turchi gli concitasse sottomano contro il Gransignore,

non si comprende. Pure la è cosa che non si può revocare in dubbio, e

certo se la casa di Austria allora non si opponeva, per la Cristianità

era finita, e con esso lei periva la causa della Europa civile; forse

del mondo: e come se il pericolo minacciasse unicamente l'Austria, ella

fu lasciata sola o quasi, chè, se ne cavi il Papa, il quale ci mandò per

legato il cardinale Ippolito suo nipote, lei non sovvennero in cotesta

guerra la Francia, nè i Moscoviti, nè i Polacchi, nè i re d'Inghilterra

e di Portogallo: molto meno le tante repubbliche, e terre franche, e

principi minori della Europa, anzi, mirabile a dirsi! neppure i

Veneziani.

Però è da dirsi, che l'Austria, colta in momento che sembrava averle a

tornare nocivo, se ne avvantaggiò con sagace consiglio, imperciocchè lo

Imperatore, trovandosi allora a Ratisbona per assettare i dissidii

religiosi, i quali nella massima parte fornivano pretesto a Federigo di

Sassonia e al Langravio Filippo di osteggiare la grandezza di lui, potè

in quel consesso persuadere tutti della terribilità del caso, onde

sopite, o messe da parte le discordie, con forze congiunte fu deliberato

opporsi al barbaro nemico. A noi non tocca descrivere le vicende di

cotesta guerra: tanto ci basti, che Solimano invase le terre dello

impero con tale uno esercito, che, dopo quello di Serse, gli storici non

ricordano maggiore; s'industriò di tirarci anco i Tartari, ma questi

nicchiarono; con la Persia era in pace; non lo molestava veruno:

interrogato da Lionardo conte di Nugarola vicentino, oratore del re dei

Romani, intorno alle cause della guerra, rispose breve e superbo: — sè

essere imperatore dei Romani, anzi dello intero occidente, retaggio

della sedia di Costantinopoli occupata da lui: volere adesso vendicare

con le armi la ingiuria fatta a Giovanni Zapol legittimo re di Ungheria;

— poi come colui, che assai si compiaceva del soprannome di _Magnifico_,

datogli dalla gente, donati il Nugarola ed i compagni suoi di vesti di

seta e di tazze di oro, gli accommiatò.

Il fiore dei cavalieri italiani accorse in cotesto estremo alle difese

dello impero; e con lode così dei contemporanei come dei posteri

(conciossiachè messe da parte le colpe e i delitti di parecchi fra loro

sarebbe ingiusto negare che fossero strenui capitani di guerra)

Ferdinando Gonzaga, Guido Rangone, Sforza Baglione, Marzio e Pirro

Colonna, Giambattista Gastaldo, Otto da Montaguto, Piermaria da San

Secondo, Filippo Toniello, Gabriele Martinengo, Alfonso Davalos, ed anco

pur troppo Fabrizio Maramaldo, il micidiale di Francesco Ferruccio. A

quanto sommasse l'esercito turco corre diverso il grido; chi dice meno,

conta trecentomila uomini, chi più seicentomila; lo imperiale, compresi

gli ottomila cavalli ungheresi pagati dal Papa, si componeva di

centoventimila di cui novanta fanti, il resto cavalli. I Turchi da prima

investirono Strigonia e vinsero sul Danubio; poi, passato su molti punti

la Sava, gittaronsi sopra la Stiria; di lì nella Carintia. Solimano

intanto accampava sotto Vienna, e mentre stavasi in affanno pei vicini

assalti, di repente ecco levate le tende, traghetta il Muer e la Drava e

si riduce a Belgrado, seco menando a guisa di mandra trentamila schiavi,

di cui parte non piccola, non sapendo come nudrire, anzichè liberare

fece mettere a morte; come un dì Annibale in Italia, ed oggi i Francesi,

maestri di civiltà, nell'Algeria. Certo le piccole fortezze di Gratz e

di Strigonia opposero alle armi turche più dura resistenza che non si

sarebbe immaginato; acerbe furono le percosse che, nel contado di Linz,

rilevarono i cavalli turchi per virtù, prima del conte palatino, poi del

conte di Lodrone, ma la ritirata di Solimano di sotto le mura di Vienna

fu vanto di Andrea Doria.

Mentre Solimano minacciava dalla parte di terra, rimase con ottimo

consiglio deliberato movere con armi marittime contro la Grecia,

imperciocchè si presagisse, che se ne sarebbe cavato taluno di questi

intenti, forse anco tutti: o liberare la Grecia, o prendere

Costantinopoli, o levare tanto rumore dopo le spalle di Solimano, da

staccarlo da Vienna. Così la proposta di quelle imprese piacque allo

Imperatore, che ad ogni costo ci si voleva trovare, e fu a stento se il

fratello Ferdinando lo persuase a non partirsi di Germania. Andrea

pertanto andò solo, governando da quarantotto a cinquanta galee, e da

trentacinque o quaranta navi grosse, chè i ricordi di cotesta impresa

tra quei diversi numeri ondeggiano: surto a Messina per imbarcare gli

archibusieri ed ordinare altri apparecchi, non potè avere da Ettore

Pignatello sollecita spedizione come desiderava la impazienza sua, e la

gravità del caso, però che cotesto principe, il quale reggeva la isola

in nome dello Imperatore, fosse caduto in mal punto infermo, donde il

ritardo funesto alla impresa, che si giudica avrebbe partorito effetti

assai più proficui, se Andrea con maggiore sollecitudine passava in

Grecia: di fatti se avesse potuto agguantare l'armata turca composta di

sole settanta galere, che male provvista di ciurme, e con le poche

appestate si riparava nel golfo di Larta, non si dubita che l'avrebbe

distrutta. Quando prima fu in punto, Andrea sferrava dal promontorio

delle Colonne costeggiando Calabria, e sempre affrettandosi per lo

Jonio, dopo essersi lasciati addietro Corfù e Cefalonia, pervenne a

Zante: qui gli occorse la bella e potente armata dei Veneziani condotta

da Vincenzo Cappello, e dopo ricambiati, secondo il costume, con lei, i

saluti a colpi di cannone, egli mostrò desiderio di favellare

all'Ammiraglio; il quale, non si sa per qual caso, assente, egli si ebbe

a contentare di tenere colloquio con Girolamo Canale capitano

dell'Adriatico: ridottosi insieme con lui, con efficace discorso, e non

senza caldissime preghiere, lo sollecitava a unire l'armata veneziana

alla sua, chè insieme avrieno di leggieri spazzato i mari, depresso per

sempre le forze turchesche, e, per poco gli favorisse la Provvidenza,

espugnato Costantinopoli, come quello che adesso si trovava vôto di

difensori: badasse a non lasciarsi fuggire di mano la occasione unica

per opprimere così spietato nemico; ed anco a non aprire con la casa di

Austria tale un debito, che Venezia forse avrebbe pagato amaramente più

tardi. Il Canale rispose vietarglielo il comando del Senato stretto in

nuova lega con Solimano; a lui da ricettarlo nei porti, e dal

concedergli si provvedesse di vettovaglie in fuori, non essere concesso

sovvenirlo in altra maniera. Così ora gli ufficii del Doria sortivano

con Venezia effetti diversi da quelli che un secolo prima avevano

fruttato le parole di Lorenzo Ridolfi; imperciocchè allora, pei conforti

di lui, il Senato, fatta lega co' Fiorentini, impedì che Filippo duca di

Milano riducesse sotto la sua tirannide la universa Italia, mentre per

questa o colpa od insania, l'Austria, a quanto sembra, procedè

mollemente più tardi contro il Turco dopo la battaglia di Lepanto, e

così, tra i dispetti ed i sospetti dei principi cristiani, in quella ed

in altre occasioni, il Turco potè, non pure scampare, ma vie più

radicarsi in Europa, dove tuttavia dura sfregio di secoli, sopra la

faccia della cristiana civiltà.

Omer Alì avendo preso odore dello arrivo dell'armata imperiale, si mosse

a precipizio, e, comecchè Andrea gli spedisse dietro Antonio Doria con

sette delle più sparvierate galee, non gli venne fatto raggiungerlo:

saputo al Cerigo, che ormai passato Napoli di Romania, il turco stava

per attingere l'Eubea, tornò ad unirsi ai suoi che avevano dato fondo

nel porto di Sapienza sopra Modone. Qui i capitani, a parlamento

raccolti, deliberarono espugnare Corone estimato a cotesti tempi

validissimo arnese di guerra, posto a dodici miglia di distanza da

Modone sul lido; per mare poi più di venti, stante lo sporgere che fa da

quella parte il promontorio del Gallo. Andrea si andò accostando alla

fortezza bel bello, e, riconosciutala con molta accuratezza, si accorse

volersi per espugnarla non ordinaria virtù; messe le fanterie a terra,

le divise in due squadre, preponendovi a capitani Geronimo Tuttavilla

conte di Sarno, e Don Geronimo Mendozza, perchè questi a destra, quegli

a sinistra, battessero la terra e s'industriassero pigliarla o per via

di scalata, o con lo assalto dopo aperta la breccia; al primo commise

sette pezzi di artiglierie da battere muraglie; al secondo è da credersi

ne confidasse altrettanti, ma non lo trovo scritto; in mare dispose

l'armata in semicerchio, ponendo davanti le navi grosse, le galere

dietro; gittati gli uncini sopra gli scogli intorno alla terra per forza

di argani quanto può, vi si appressa niente curando il fulminare delle

artiglierie, nè il saettare dei Turchi; quantunque a diminuire, se non

ad evitare del tutto cotesto danno, avesse Andrea provveduto col mettere

su nelle gabbie varie artiglierie minute, e certi moschettieri cappati,

le quali traendo a scaglia, ed i secondi, con tiri inevitabili,

diradavano assai i difensori dai muri. Al conte Sarno, dopo una

furiosissima batteria, venne fatto di buttare a terra grande spazio di

muraglia, onde corse co' suoi valorosamente allo assalto, sostenendo lo

sforzo delle difese estreme, che il furore somministra, massi, calce

viva, olio bollente, pece strutta e simili; però da questa parte,

bisogna confessarlo, disperazione vinse valore, che al Sarno toccò alla

perfine dare indietro, lasciati a piè dei muri trecento morti, e troppi

più traendone seco feriti; forse, se non calava la notte, erano le sue

perdite maggiori. Il Mendozza con gli Spagnuoli non riuscì a fare la

breccia, epperò non si mosse all'assalto dopo la muraglia atterrata;

bensì volle cimentarsi a scalarla a muro saldo, e gli andò male. Per la

parte di Andrea il lembo ultimo, o vogliamo dire corno dell'armata

condotto da lui (ed era il sinistro, mentre al destro, dov'erano le

galee del Papa, presiedeva Antonio Doria, ed in mezzo stavano le poche

galee di Rodi capitanate dal Salviati priore di Roma), postosi rasente

le fortificazioni del molo, quasi le toccava, lasciando indovinare

com'egli intendesse venire a battaglia manesca: però non appariva a qual

partito si appiglierebbe per traversare cotesto tratto che pure passava

tra le gabbie delle galee e le mura, quando di repente si videro

spingere fuori macchine, che prolungandosi, si andarono a posare a modo

di ponti sul parapetto delle opposte muraglie. Industria nei Genovesi

non nuova, che solenni fabbricatori di macchine sappiamo averla con

buono esito adoperata anco nella espugnazione di Gerusalemme come ne

pongono testimonianza gli storici delle Crociate, e Torquato Tasso

cantò[32]. Sopra cotesto aereo calle primo si avventurava, e primo

attinse le opposte mura Lamba Doria giovane non degenere dalla stirpe

illustre; dopo lui parecchi i quali, percosso col ferro chi già balenava

stupido per meraviglia, compirono la disfatta del nemico che

precipitando in fuga rovinosa, abbandonata la terra, riparò nella Rocca:

in questo modo cadde nelle mani di Andrea tutta la parte di Corone, che

apparendo come separata dalla isola, si appella _Isola_.

Il conte di Sarno punto sgomento dal duro intoppo attese tutta notte a

tirar su trincere e bastioni per ripararsi dal balestrare dei nemici, i

quali tenevano, oltre la Rocca dell'_Isola_, alcune torri fabbricate su

gli angoli dei muri di cortina; di più, avendo preso certa spia greca

spedita da Lepanto ai Turchi di Corone con lettere promettitrici di

sollecito soccorso, fatto prima per ogni buon rispetto tagliare il capo

a cotesta spia, immaginò mettere in opera certo suo strattagemma, il

quale, riuscendo, avrebbe con poco rischio dato fine a tutta la impresa:

e bene gl'incolse ad essere provvido, però che, sul fare del dì, in

mezzo ad un folto nuvolo di polvere fu udito formidabile strepito di

arme a mano a mano accostarsi alla terra: erano settecento cavalli

condotti da Tadare Trigidito, il quale a sua posta, non meno bene

esperto, fece prova con subito impeto sforzare Teodoro Spinola lasciato

con una compagnia di fanti a guardia del luogo, e per cotesta via

entrare nelle torri; senonchè lo Spinola sostenne la puntaglia, mandando

celere al Sarno per lo amore di Dio lo aiutasse, nè il Sarno mancò,

spingendo in fretta colà Pietro della Tolfa con trecento archibusieri

dei meglio, che dettero dentro e ributtarono ferocemente i Turchi.

Tadare un po' per avere rinvenuto da questo lato scontro più aspro che

non aspettava, e un po' perchè mirando impegnata la migliore e maggiore

gente del Sarno nella difesa del Borgo si avvisò gli si aprirebbe

altrove facile o meno ardua la via, si avventa a briglia abbattuta sul

destro fianco delle mura; il Sarno, visto quel moto, salta fuori dei

parapetti con quanti armati si trovava dintorno, facendo le viste di

volersi andare a mettere tra la muraglia e Tadare; di qui la furia nei

Turchi di spronare più dirotto; all'improvviso ecco sparire, come se le

inghiottisse la terra, prima una squadra dei cavalli, dopo quella

un'altra, ed un'altra ancora. Di fatti, trascinate dal proprio impeto,

traboccavano dentro una fossa profonda fatta scavare dal Sarno durante

la notte, e ricoprire poi con frasche e con canne: allora non fu

battaglia, ma strage: al Tadare ed ai maggiorenti mozzati i capi,

portaronli fitti su le picche intorno alla Rocca ed ai muri, intimando

la resa. I Turchi scorati si resero, a patto di avere salve le robe e le

vite, e fu concesso; ma poi nol volevano loro attenere, però che essi in

casi pari si fossero mostrati fedifraghi; lo impedì il Doria, dicendo

essere spediente con atti generosi persuadere ai Turchi modi più miti di

guerra, anzichè, con la imitazione dei loro costumi, confermarli nella

efferatezza[33]. Quinci il Doria andò a Zante, dove mise presidio

spagnuolo, ed accordatolo co' Greci, perchè in ogni evento, con animo

concorde ed un solo volere provvedessero alla comune salvezza; dopo

rifornite di munizioni le navi, andò a combattere Patrasso. I Turchi, al

suo appressarsi, sgombrarono la terra, riducendosi parte nella Rocca e

parte dentro ad un muro, che la circondava con forte riparo; però, a

schiantare il muro, si piantarono otto cannoni in batteria, e a torre i

difensori dai ballatoi si attelarono mille archibusieri lì attorno; poi

si mise mano al bombardare: in mezzo allo scompiglio i guastatori, con

opera tanto pronta quanto animosa, cacciaronsi sotto, empiendo di

fascine la fossa scavata dai Turchi in giro al muro, e poichè in più

parti si era aperta la breccia, senza pigliare riposo; mossero allo

assalto, il quale non attesero i Turchi, fuggendo alla rinfusa dentro la

Rocca; dove non potendo sostenersi a lungo, si resero a patto di uscirne

liberi e passare nel paese di Lepanto con quello che avevano addosso,

dalle armi in fuori, e salvo l'onore delle donne: e tanto venne loro

promesso ed attenuto anco troppo, imperciocchè taluni soldati per avere

fatto cenno di sfogare su certe donne turche voglie libidinose e ladre,

furono, per comandamento di Andrea, impiccati senza pietà; e poi,

studioso che anco dai barbari la sua parola come religiosa si venerasse,

egli medesimo, insieme col Sarno e col Salviati, volle accompagnare i

prigionieri fino sul lido.

Andrea, poichè vedeva succedergli prosperevoli le cose, si accinse a

tentare i Dardanelli, e quivi difilato si avviò per mare, commettendo al

Conte che co' suoi vi s'incamminasse per terra, parandosi facile e breve

la via. Questi Dardanelli si avverta non confondere con gli altri che

con nome pari stanno nel Bosforo, l'uno dal lato della Europa, l'altro

dell'Asia; di quelli di cui ragioniamo, uno è in Acaia, o vogliamo dire

Morea, l'altro in Etolia o Romelia; entrambi chiudono la imboccatura del

golfo di Lepanto; formidati arnesi a quei tempi, ma più quello costruito

da Baiazzetto sul lido etolio con batterie a fior d'acqua, le quali

rendevano lo appressarsi delle armate nemiche non solo pericoloso, ma di

sicurissimo esizio. Andrea, in ciò affannandosi molto certo Greco

mascagno, a prima giunta ebbe profferte di resa dal Dardanello di Morea,

chiamato _Rio_, cui egli conchiuse subito, e uscitone il presidio,

diello a saccheggiare ai suoi, che però non poterono approfittarsi di

altro, tranne vettovaglie, armature e targhe con archi. In questa

arrivava la gente del Sarno, che a mano a mano imbarcavasi, e

tragittavasi sopra la opposta sponda di Romelia; ma poichè tra i rimasti

si sparse la fama del sacco fatto dalla gente di mare, e come suole se

ne esagerava la fama, questi presero a tumultuare recusando seguire i

compagni in Etolia, anzi, rompendo in aperta ribellione, si sbandarono

pel contado mettendo a ruba i Greci amici. Anco qui tornò in vantaggio

del Sarno essere provvido capitano, però che, sceso appena con la gente

che aveva sopra la sponda etolia, si mise subito a rizzare su trincere e

parapetti, i quali dette in custodia ai suoi archibugieri. Non erano

ancora coteste opere condotte a termine, quando si vide venire per di

dietro e di fianco certe squadre di cavalli sortite da Lepanto in

soccorso degli assediati, contro i quali non giudicò opportuno movere

all'aperto, non gli parendo potere combattere da due parti con frutto:

allora prese a confortare gli archibusieri a tenersi quanto meglio

potessero coperti, ed a far prova della consueta virtù, e certo ce n'era

mestieri. I Turchi s'infransero contro cotesti ripari di fresco

costruiti; e tramontato il sole, rifecero i passi tra per trovarsi più

che non temevano laceri, tra per non potersi, mancata la luce,

vendicare, pure mandando ai compagni assediati promesse di soccorso pel

prossimo dì. Il Conte, dopo scorso lo spazio convenevole di tempo,

ripassò sopra la sponda acaia per pigliare contezza della cagione onde

non l'avessero raggiunto le rimanenti squadre dei suoi che furono

quattro bande d'Italiani, una spagnuola: e poichè seppe il caso, si fece

con pronti passi a trovarli, supplicandoli per onore della milizia

mutassero consiglio, per affetto dei compagni, per istudio della propria

salute tornassero al campo; non gli riuscì troppo arduo persuaderli; il

duro fu col Doria, il quale, stando su loro intorato, diceva: — che,

poichè se n'erano iti, non li voleva più accettare, lasciando ai Turchi

la cura di erudirli negli ordini della milizia a suono di corda o di

palo: — e quando, dopo molta ressa, parve ammollirsi, scappò fuori con

un patto nuovo che li percosse più acerbo della vecchia rigidezza, e fu

di volerli decimare a modo romano: alla fine consentì lasciarli in vita,

confidando, che nella prossima battaglia con prove di militare virtù

alleviassero, almeno in parte, il vituperio passato. Con queste genti il

conte Sarno, pieno di buona voglia, passò dall'altra sponda, attendendo,

per quanto fu lunga la notte, a rinforzare le fatte trincee e a

costruirne nuove: appena si mise un po' di giorno, i Turchi di Lepanto

tennero la promessa, anzi vennero tre volte tanti, ingrossati dai

presidii tratti fuori dai castelli vicini, e risoluti di espugnare le

trincee; per lo contrario il Conte era disposto non li volere aspettare

nei ripari, e tostochè li vide, lasciatavi dentro una mano di

archibugieri capace a ributtare gli assediati, caso mai si cimentassero

a sortire dal castello, venne fuori allo aperto, con ischiera stretta,

difesa su i fianchi dagli archibugieri sparsi. Per essere stata cotesta,

piccola battaglia, non fu per ciò meno pertinacemente, nè meno

lungamente combattuta delle più famose, però che durasse lo intero

giorno, nè i Turchi giungessero mai a sgominare la schiera del Sarno per

quanti urti le dessero; molti i morti di qua e di là; più i Turchi, i

quali, comecchè incavallati, e i nostri pedoni, pure per lo incredibile

agitarsi, più presto affralirono, onde a vespero non potendo più

reggere, voltate le spalle, andarono a pigliare riposo. Il Doria,

d'accordo col Sarno, statuì non aspettarli al nuovo giorno, e

rinfrancati i corpi di cibo e di bevanda, gli animi accesi con la

speranza del saccheggio, e l'obblio degli errori commessi, nel mezzo

della notte, battè furiosamente dalla parte di terra e di mare il

castello chiamato Moliereo; poi tra lo strepito, le tenebre e la paura,

spinse la gente invelenita allo assalto. A chiarire qual gesto fosse,

basti tanto. Il presidio giannizzero vi si fece ammazzare tutto, e

volendo perfino con la propria morte offendere i Cristiani, taluno di

loro mise prima di cadere fuoco alle polveri, onde il castello e la

terra ne rimasero sconquassati: oltre a cinquanta degl'imperiali

sbalestrati in aria perirono: il naviglio altresì ebbe a patirne danni

per morti pesti dai sassi, arbori rotti e vele lacerate. Qui trovarono

due grossissimi pezzi di artiglieria, uno dei quali Andrea donò al prode

conte di Sarno, l'altro al priore Salviati; il rimanente bronzo prese

per sè, e recatolo a Genova, ne adoperò parte per farne gettare la

statua di Nostra Donna, la quale pose nella Cappella, poco prima

edificata da lui sul molo, col ritratto della preda tolta ai Turchi alla

Pianosa, per comodo delle sue ciurme; la quale statua donata nel 1826

dal Principe Panfili Doria a certa confraternita, oggi orna l'altare

dell'oratorio della Madonna del Rosario, fondato sul primo tratto della

salita di San Francesco di Paola.

E non vi ha dubbio, dalla impresa di Andrea nel Levante potevasi

ricavare maggiore profitto di quello, che torre via Solimano dalle terre

dell'Austria; tuttavolta, non fu poco, e se più non si potè, non vuolsi

darsene la colpa a lui; nei luoghi presi lasciò presidio, massime a

Corone, al quale prepose il Mendozza, e siccome questi ci si adattava di

pessima voglia, così egli per levargli via ogni sospetto, gli diede fede

di cavaliere cristiano, che lo avrebbe in ogni stremo, anco a proprie

spese, soccorso, dove lo Imperatore fosse stato impedito, e a questo

modo tranquillatolo, si condusse a Genova.

Qui per la prima volta Andrea accolse Carlo V, che di Germania

trapassava in Ispagna, nelle proprie case di Fassuolo. Un dì

appartennero ai Fregoso, per donazione che la Repubblica ne fece a quel

Piero Fregoso che conquistò Cipro; Andrea le ampliò, dentro e fuori da

Pierino del Vaga, e da altri maestri della scuola di Raffaello di Urbino

le fece dipingere; vi condusse acque, vi piantò boschi, orti e giardini,

cominciando da svellere scogli, deviare torrenti, e per ultimo portarci

terra; asprezze liguri vinte con pertinacia pari, spesa maggiore dei

corsali barbareschi su i mari; poi case e giardini ornò di terrazze e di

colonne di marmo di Carrara in copia stupenda; i fregi architettonici, i

bassirilievi e le statue allogò al toscano Montorsoli, non ultimo tra

gli allievi del Buonarroti; l'empì di arazzi, di tappeti, di damaschi e

di broccati, varia la suppellettile e tutta preziosa; i vasellami di

oro, di argento, e altre materie finissime valevano un tesoro, dimora

piuttosto da uguagliarsi a quelle dei potentissimi principi, che da

anteporsi alle altre di qualsivoglia più facoltoso privato; e

nondimanco, se la esamini con sottile diligenza, ti parrà quale

veramente era stanza di Corsaro, e di tale, che, non osando ancora

scoprirsi tiranno, pure intendeva non essere considerato cittadino

uguale agli altri; di fatti le opere sotterranee vincono due volte le

sopra edificazioni; sotto terra tu trovi forni, mulini, lavacri e celle

infinite, dove teneva chiusi prigionieri e schiavi; e magazzini per

riporvi le munizioni, gli attrezzi navali, e le prede; sotto terra un

passaggio per cui, dopo molto scendere e avvolgersi riesci al mare, e

fitti tuttavia contempli sopra gli scogli parecchi ferri corrosi dalla

ruggine, per via dei quali, mercè di assi distesi a traverso, si faceva

il ponte per iscendere dalle navi o per salirci: e lì dintorno, e pur

sempre comprese nel medesimo recinto di muro, le fabbriche dei cordami,

le case degli ufficiali, degli aguzzini e dei soldati. È fama, che lo

stesso Carlo V, il quale munificentissimo principe fu, rimanesse

sbalordito da tanta sontuosità, e ne tenne anco motto ad Andrea, che,

secondo si costuma, gli profferse a parole larghissimamente ogni cosa, e

lo Imperatore, dipartendosi dal canto suo da ciò che si pratica, invece

di ringraziare rifiutando, accettò, e se con gusto di Andrea noi non

possiamo dire; senonchè lo Imperatore per torlo di ansietà, se pure è

che ansietà sentisse, aggiunse la condizione, che ogni arnese restasse

al suo posto in perpetua custodia dei Doria, per goderselo quantunque

volte od egli o taluno dei suoi fosse da fortuna o da vaghezza condotto

a visitare Genova. La tradizione conserva eziandio la memoria di un

fatto, che si afferma accaduto in cotesta congiuntura, ed io non trovo

registrato in veruna storia; il quale, sia o no vero, dimostra quale

opinione si avesse della sua splendidezza, ed anco un tal po' la indole

dei patrizi genovesi, che sembra a que' tempi fosse un miscuglio di

ostentazione e di parsimonia. Dicesi dunque, che Andrea, per via

dell'andito fabbricato sopra gli scogli tutto allo intorno chiuso di

tappeti e di arazzi, dal palazzo conducesse lo Imperatore sopra la

maggiore delle sue galee acconcia per modo, da presentare allo aspetto

un delizioso giardino, la quale galea, mentr'essi s'intrattenevano in

gravi ragionamenti, senza che lo Imperatore se ne accorgesse, fu

rimburchiata dalle barche in mezzo al porto; di ciò avendo egli preso

inestimabile diletto, quando prima il conobbe, confortato dal maestrale

che ventilava soave su le acque, disse, che gli sarebbe riuscito

piacevole pranzare costà. Espresso appena il desiderio imperiale fu

soddisfatto; chè come per incanto apparvero subito messe magnifiche

tavole rallegrate da musiche di suoni e di canto che levavano intorno

alla galea gente travestita in Deità marine: ma quello che più mosse ad

inarcare le ciglia fu, che, ad ogni mutare di vivande, erano i vasellami

di argento tolti dalla mensa e scaraventati nel mare. Rispetto a Carlo

lo spreco ci sarebbe stato sempre, ma non tanto, se vero è quello che il

Brantôme riferisce di lui, voglio dire, che, per parere singolare in

tutto, ogni atto volontario della vita egli rinnovasse tre volte, così

tre vivande cibava, tre volte beveva, e così di tutte le altre cose

tanto di quelle che si possono dire, che di quelle altre, le quali si

devono tacere; ma pei cortigiani procedeva diversa la bisogna, a cui la

facoltà di soddisfare smodatamente gli appetiti della vita somministrò

in ogni tempo causa suprema per attaccarsi alle Corti. Cotesta

profusione taluni giudicarono prodigalità, i più pazzia; ma Andrea, che

non era matto, e prodigo anco meno, aveva ordinato stendessero pel mare

sotto la galea una larghissima rete, dove caduti i suoi vasellami, dopo

partito lo Imperatore, bravamente li ripescò, parendogli, com'era vero,

ch'essi troppo meglio stessero negli armari che nel fondo del mare.

A Solimano recò grave molestia la perdita di Corone, non tanto perchè

fosse fortezza di conto, quanto perchè somministrasse baldanza ai Greci

di desiderare, e macchinare cose nuove; quindi deliberò riacquistarlo.

Il Mendozza, che vedeva quel nuvolone ammannirsegli addosso, sollecita

lo Imperatore con grande istanza a sovvenirlo; al Doria ricordò la

promessa; veruno dei due gli venne meno, anzi lo Imperatore, per

giovargli troppo, gli nocque, imperciocchè, desiderando inviare Andrea

in coteste parti più che potesse gagliardo, gli scrisse avrebbegli

aggiunto dodici galee costruite per cura di Alvaro da Bazano nella sua

assenza di Spagna; però le aspettasse. Il Doria salpava da Genova per

Napoli con ventisette galee e trenta navi grosse, divisando costà

mettere a bordo le bande dei veterani spagnuoli reduci dalle guerre di

Lombardia, ed attendere il Bazano, ma trovò, come spesso accadeva, che

gli Spagnuoli, ammutinati per difetto di paghe, scorrevano rubando il

paese, o terra di Lavoro, ed avevano altresì sforzato la città di

Aversa: il Bazano non si era anco visto, e qualunque se ne fosse la

cagione, nè allora nè poi convenne alla posta: degli Spagnuoli giunse a

capo il marchese del Vasto, il quale, saldandoli delle paghe e

riprendendoli con acerbe parole, gli ridusse alla obbedienza: uno pagò

per tutti; il capitano Molina accusato per capo; veramente egli non

aveva misfatto di più nè peggio dei compagni, e così pareva a tutti; ma

assicurati che da lui in fuori non si saria presa altra vendetta, sembrò

anco ai compagni, che veramente egli fosse stato il caporione del

tumulto, e lasciaronlo di quieto mazzerare. In simili rivolgimenti un

Molina ci ha da essere sempre, e bazza a chi tocca. Intanto che Andrea

si allestiva, fece risoluzione di mandare innanzi Girolamo Pallavicino,

arditissimo uomo, e sembra gli tenesse compagnia Cristoforo Doria,

giovane non meno arrisicato di Lamba, se pure non appartennero questi

due nomi ad un individuò solo: questi con destra galea dovevano portare

agli assediati vettovaglie e diecimila scudi per le paghe, e più delle

paghe e della vettovaglia desiderata la nuova dello imminente soccorso;

andarono gl'intrepidi Genovesi, nè perchè trovassero la flotta turca

attelata dinanzi Corone mutarono consiglio; chè anzi fulminando su le

acque a golfo lanciato nella folta dei nemici si abbrivano, e, poco o

punto offesi della grandine delle artiglierie, li trapassano. Stavano

tuttavia i Turchi trasecolati del temerario ardimento, quando Girolamo e

Cristoforo, sbarcate la munizione e la pecunia, appresi certi segreti

necessari intorno ai nemici, di bel mezzogiorno, respinti consigli e

preghiere, com'erano venuti se ne vollero andare. Anche qui

sperimentarono la fortuna cortese, la quale non solo tolse che le palle

nemiche li fracassassero, ma anco volle che dalle galee turche,

lanciatesi con inenarrabile furore a dare loro la caccia, come per

miracolo scampassero. Andrea pertanto essendo rimasto da essi

ragguagliato, che i Turchi attendevano rinforzi di Levante, massime il

Moro di Alessandria temuto corsale, rotto ogni indugio, veleggiò per

Zante; quivi occorse nell'armata veneziana, dalla quale ebbe avviso

l'armata turchesca per lo arrivo del Moro, cui egli non era giunto a

prevenire, essere cresciuta fino ad ottanta galee, e mostrarsi

ottimamente presidiata da grosse bande di Giannizzeri, esperti in mare,

condotti da Luftimbey di Gallipoli; di aiuto non si parlò pure un motto;

nè per questo egli o smarrì l'animo, o mutò consiglio, e deliberato in

tutto di osservare la fede al Mendozza, spedì da capo Girolamo

Pallavicino ed il consorto Cristoforo perchè specolassero il numero e la

posizione del naviglio nemico; costoro andarono, e secondo il solito

risposero ai desideri di Andrea, il quale, approfittandosi del tempo,

pel cammino diritto si avviò a Corone, passando tra capo Gallo e la

isola di Ticanussa, che i paesani chiamano Venetica, un canale angusto e

più di un miglio lungo, e fu arrisicata ma necessaria navigazione, però

che il vento soffiando di terra, se così non avvisava, avrebbe sospinto

le navi in alto mare. Questo fu l'ordine di battaglia per accostarsi a

Corone: il Doria mandò innanzi due galeoni, uno suo, l'altro del

Belluomo siciliano, con raccomandazione di rasentare quanto più

potessero a mancina la riva; caso mai i Turchi tentassero spuntare da

cotesta parte, essi calate le ancore facessero prova di ributtarli

virtuosamente; dopo ciò spinse oltre le navi a due a due di faccia alla

costa sempre dal lato manco, ed egli con le galee navigava a canto,

pigliando a destra ed abbracciandole con una lunga elittica, e ciò per

difenderle ed esserne difeso; che o intatto o con poco danno egli voleva

uscirne per istringere i Turchi da due lati, e di fronte costringerli a

rimanersi fra le batterie di Corone e lui: il Salviati, priore di Roma,

con le galee pontificie tenne il corno destro, il centro Andrea, e

andava seco Federigo figliuolo di Pietro Toledo vicerè di Napoli a cui

il padre lo aveva commesso per erudirsi nella milizia; il sinistro corno

toccò ad Antonio Doria. Luftimbey, quantunque sollecitato, come poi ne

corse la fama, dal Moro, non volle scostarsi dalla riva e dar dentro

alle linee prolungate troppo e sottili di Andrea, come nè aggrupparsi su

le punte dei corni e quivi ingaggiare battaglia togliendosi dinanzi alle

batterie delle fortezze: vuolsi credere, che in questa pertinacia lo

confermassero la fiducia di potere da per tutto bastare contro il nemico

come quello, che tanto gli stava sotto per numero di navi e per forze,

ed il sospetto, che scostandosi dal lito parecchi legni imperiali

scivolassero a munire Corone di fodero e di armati. Caso fosse o colpa,

due delle navi che procedevano di conserva vennero a intricare insieme

sartiame ed antenne, donde scompiglio e trepidazione pel fumo e lo

scoppio delle artiglierie. Gli Spagnuoli, poco pratichi del mare,

disperati della salute, pigliano a buttare giù i palischermi, e a

saltarci dentro per fuggire: questi sopraccarichi colano a fondo; molti

per la paura di annegare annegano. I palischermi rimasti a galla i

Turchi sfondano a cannonate: poi investita una nave ci saltano su e

quanti ci trovano ammazzano; subito dopo si arrampicano su l'altra dove

il capitano Ermosilla era riuscito a tenere molta parte dei suoi; qui si

fecero prove mirabili, chè conobbero potere dare salute non ispirare

salute; ma non pareva che i Cristiani ne avessero a uscire, perchè i

Turchi avevano guadagnato di colta la prora e il ponte di mezzo;

nonostante ciò l'Ermosilla, ritiratosi nel castello di poppa, si

difendeva con zuffa a coltellate. Andrea di botto si avventa con

alquante galee, e tale spara dintorno una grandine di palle da levare la

voglia ai Turchi di venire in soccorso degli assalitori delle navi, e

con ordine concitato commette ad Antonio voli alla riscossa; questi non

sapendo come sovvenire agli amici così accapigliati co' nemici stette un

momento in forse, poi sparò sul mucchio; degli Spagnuoli ce ne rimase

parecchi, ma, per buona fortuna, dei Turchi fu grande lo sperpero. In

mezzo alla confusione Andrea, inteso a mandare a compimento il suo

disegno, secondandolo il vento che si era messo gagliardo, spunta oltre

a destra appoggiando a Corone; allora si conobbe espresso la battaglia

andare perduta pei Turchi assaliti dai fianchi, e di fronte esposti alle

batterie di Corone, le quali, sicure ormai di non offendere amici non

rifinivano di lanciare palle. Dopo lungo ed ostinato combattere, dove

copia di Giannizzeri rimase morta, e molti caddero prigioni, tra i quali

Jusuff, vecchio loro capitano, i Turchi presero ad allargarsi tribolati

da Antonio Doria, il quale non poteva darsi pace, che gli avessero ad

uscire salvi dalle mani. Mentre con buona fortuna si combatteva sul

mare, il Mendozza, soldato non meno avveduto che valoroso, sortì fuori

assaltando il campo trincerato, che i Turchi avevano fatto intorno a

Corone per assediarlo dal lato di terra, ed anco qui solertissimo Andrea

gli porse efficace soccorso, ordinando alle fregate ed ai brigantini

della flotta, che surti sopra lo estremo lito con la opera dei

moschettieri tenessero lontani i cavalli, mossi di dentro terra per dare

aiuto agli assedianti. Dispersi i nemici, il campo preso, cadde nelle

mani del Mendozza tanta copia di vettovaglie e di arme, che tra per

questa preda e tra per le provvisioni sbarcate dal Doria, dalla estrema

penuria si fece trapasso alla massima abbondanza. Andrea, rilevato il

Mendozza dal comando della fortezza, ci lasciò Roderigo Maricao,

capitano spagnuolo, con le fanterie vecchie imbarcate a Napoli; l'agà

giannizzero Jusuff rinviò non solo senza riscatto, ma con doni, sempre

intento a condurre i Turchi a pigliare costume della buona guerra;

studio, che forse in lui fu qualche volta soverchio, e non ne uscì senza

biasimo, come la Cristianità non ne rimase senza danno; avrebbe ancora

desiderato riportare più frutto da cotesta impresa perseguitando il

nemico, e lo tentò, ma avendolo trovato surto su le ancore sotto le

batterie delle fortezze di Modone, non giudicò spediente assalirlo con

tanto suo svantaggio: per la quale cosa si ridusse al porto di Messina,

dove Ettore Pignattello, vicerè di Sicilia, lo accolse sopra un ponte

fatto sul mare, cerimonia che, per molta onoranza, si costuma co' re e

con i personaggi di altissimo affare.

Le paci tra i principi, il più spesso pongono fine in apparenza a

nemicizie vecchie, ma sempre però danno esordio alle nuove: onde

Francesco I non si tenne mai tanto gravato da Carlo, nè tanto si sentì

struggere dalla smania di movergli guerra, come dopo la pace di

Cambraia; ed aveva ragione; chè gravissimi n'erano i patti, e, se Carlo

fosse stato prudente, avrebbe avvertito, che quanto più duri

gl'imponeva, tanto maggiore creava la necessità di romperli; ma la

fortuna fra i suoi doni ci mette sempre una benda. Francesco adesso le

più strane leghe tentava; aizzato Enrico VIII, questi gli rispondeva

lusinghiero, perchè infellonito contro Carlo, a cagione del repudio

della moglie Caterina zia di lui, voluto dal Re per sospetto di

parentela in vista, in sostanza perchè inuzzolito della Bolena; nè qui

si fermava, che, agitando più immani conati, s'ingegna mettere in fascio

il Turco e il Papa, ci avrebbe mescolato anco il diavolo; se però con

lui fosse riuscito è incerto; certissimo, che riuscì col Papa e col

Turco. Col Papa s'imparentò per via delle nozze di Caterina, figliuola a

Lorenzo duca di Urbino, con Enrico duca di Orleans, il quale, morto il

delfino, gli successe nel regno; con Solimano statuì attendesse a

nabissare la Italia meridionale, intantochè egli attenderebbe a mandare

sottosopra la settentrionale. Il Papa, per tenere il piede in due

staffe, con Francesco si stringeva in parentado mediante le nozze della

nepote come ho detto, mentre con Carlo si era già legato sposando

Alessandro, suo figliuolo bastardo, con Margherita figliuola bastarda di

lui, e giunto a questo si reputava beato, parendogli essersi costruito

tal cassero donde potere, senza pericolo di offesa, rifarsi secondo le

congiunture sul male di ambedue; reduce a Savona da Marsiglia, dove le

belle nozze celebraronsi, egli seco stesso gratulavasi nella speranza di

aver vinto con buono studio rea fortuna; Andrea, che lo andò a cercare a

Savona per condurlo a Civitavecchia, forse fu messo a parte dei disegni

dello astuto Pontefice; ma la morte, che tiene continuo fra le forbici

il filo della nostra vita, e non si conta mai, appena giunto a Roma, lo

tagliò fuori dai vivi; e la notte stessa della sua morte i cardinali in

fretta, e in furia gli surrogarono Paolo II; sicchè in un attimo vita,

concetti e nome di Clemente VII vennero dal regno dei fatti travolti in

quello delle memorie; nè già tra le buone e nè anco fra le mezzane,

bensì tra le male pessime; dagli offesi da lui la sua fama abominata e

ai pochissimi beneficati comportabile appena. La nuova lega della

Francia col Turco mosse eziandio in cotesti tempi querimonia grande per

la cristianità; lo attestano gli stessi Francesi contemporanei; fra gli

altri il Brantôme, il quale dice che apparve enorme chiamare un cane

(così allora i cristiani appellavano i Turchi, e così allora appellarono

e continuarono ad appellare poi i Turchi, i cristiani) a disfare la

Cristianità, mentre prima la guerra tra cristiano e cristiano si

conduceva in modi meno feroci. Ma il francese dopo stretto alla gola di

confessare la verità, adesso gavilla per farsi una ragione ed afferma,

che quando la lega della Francia col Turco non avesse fatto altro, che

salvare dalla ruina la Chiesa di Gerusalemme e il Santo Sepolcro, che

Solimano voleva ad ogni patto ruinare, e se ne tenne alle supplicazioni

del Re, questo sarebbe stato un solenne servizio reso alla Cristianità;

e qui mentisce, conciossiachè i maomettani venerino non meno dei

cristiani Gesù e Mosè, quantunque non li reputino in dignità pari a

Maometto; quindi il Brantôme rinfaccia a Carlo, che nè anch'egli si deve

tenere per uno stinco di santo, dacchè la guerra di Alemagna non avesse

già impresa per religione, bensì per ispogliare i protestanti; così vero

questo, che permetteva ai Lanzichenetti vivessero a modo loro, ed egli

concesse l'interim per guisa, che il suo confessore ordinario, non lo

volendo assolvere, gli fu mestieri ricorrere ad altro; e sarà, ma ciò o

non rileva, o significa questo, che invece di uno furono due degni di

condanna; e la cosa stava per lo appunto così.

Solimano, non estimando riuscire a mettere piede in Sicilia, o messo a

mantenercelo, laddove non possedesse luogo destro per ripararsi, e

rifornirsi all'uopo, cercò di assicurarsi in Africa. Ibraimo, consultato

su ciò, rispose avrebbe molto di leggieri ottenuto il suo intento,

qualora potesse tirare dalla sua Ariadeno Barbarossa re di Algeri, il

quale consiglio avendo incontrato grazia presso a lui, lo mandarono a

chiamare per mezzo di oratori a posta.

Poichè Ariadeno Barbarossa ebbe fama, a quei tempi, essere, assieme al

Dragut, i soli ammiragli capaci di reggere a petto di Andrea, e con

l'uno e coll'altro egli sostenne dure battaglie, ci sia lecito dare

breve contezza del primo: del secondo più tardi. Orucco e Ariadeno

fratelli, furono soprannominati entrambi Barbarossa, di padre greco

vasaio a Lesbo[34]: di genio cupidi, di mano prodi, irrequieti per

indole e per necessità, si fecero pirati: per acquistare un solo

brigantino patirono molto; dopo più agevole assai mettere insieme per

virtù delle rapine dodici galee ed altri legni minori: pigliarono nome

di amici del mare, e così erano, ma al punto stesso nemici di quanti

c'incontravano sopra; in breve diventarono terribili da Gibilterra ai

Dardanelli, e per converso molti gli amarono con tenacissimo affetto,

non solo perchè prodighi del rapito, come la più parte dei ladri sono,

facilmente chiamavano altri a parte delle prede, ma eziandio perchè, se

eglino procedevano tenaci nell'odio da un canto, dall'altro li provavano

sviscerati nello amore tutti quelli che avevano a fare con loro.

Diventati poderosi sul mare, cercarono sede opportuna sopra le coste del

Mediterraneo per le stanze iemali e pei ripari; ne offerse loro la

congiuntura Eutemi re di Algeri, che improvvido gli appellava aiutatori

a combattere Orano allora tenuto dagli Spagnuoli: solito il fine; Eutemi

scannato, si fa signore Orucco, mentre Ariadeno rimase solo a governare

il naviglio. Orucco si resse un pezzo, con le arti consuete ai tiranni,

le quali più o meno forbite, a seconda dei tempi, miriamo sempre, e da

per tutto uguali, corruzione e terrore; all'ultimo anch'egli,

combattendo contro gli Spagnuoli, rimane morto; gli subentrava Ariadeno

uomo d'ingegno pari, di fortuna migliore; costui, inteso appena lo

invito, con lietissimo animo si mosse, imperciocchè quanto maggiormente

ha virtù di agitare il cuore dell'uomo lo spingesse: innanzi tratto la

cura di conservare lo acquistato, cosa che, in mezzo a tanti e sì

diversi nemici arabi e spagnuoli gli riusciva ogni dì più difficile; in

seguito la protezione di grande imperatore pareva a lui, gli desse balía

a imprendere gesti più alti, poi il desiderio di più vasta dominazione,

per ultimo l'orgoglio blandito. Oltre gli acquisti per le terre

italiche, cui egli capiva essere più scabrosi a farsi e a mantenersi,

gli se ne offeriva uno molto destro nel regno di Tunisi da parecchio

tempo sconvolto con guerre civili; causa del subbisso questa: certa mala

femmina Lentigesia vocata, o quale altro fosse il suo vero nome, moglie

del re Maometto, volendo nel regno supplantare il proprio figliuolo

Muleasse a Maimone primogenito nato da altra donna, gli appose accusa di

tramato parricidio; ed il marito vecchio, porgendo facile ascolto,

secondo che accade, alla moglie giovane, cacciò Maimone in carcere, chè

micidiale del proprio sangue aborrì diventare; Lentigesia, toltosi quel

primo ostacolo davanti, corrotti coi doni i maggiorenti del regno, gli

ebbe complici ai nuovi delitti, e di lì a breve, attossicato il vecchio

re, assunsero al regno il figliuolo di lei: al quale, per quanto sembra,

i cieli erano stati cortesi delle qualità, che formano il perfetto

principe, raccontandosi, che, il primo dì della sua elezione, mettesse a

morte Maimone con diciotto fratelli nati da diverse madri; i nipoti

tutti; ed anco degli stessi baroni, aiutatori alla rea opera, parecchi:

però dei fratelli ne scamparono due: Abdelmelec e Roscette; il primo,

presa la vita in uggia, si rese monaco e morì come la più parte dei

frati maomettani o non maomettani si muoiono, tenuto dai devoti per

santo, dagli altri per capone. Roscette, rifuggitosi presso l'arabo

Abdalla, incontrò grazia al cospetto di lui, e se lo fece congiunto,

dandogli a sposa una figliuola; nè qui si rimase, chè mediante sue

pratiche, aizzò contro Muleasse le tribù arabe già infellonite per le

atrocità commesse, pel governo acerbo e soprattutto pel molto

addomesticarsi ch'ei faceva co' corsali del Barbarossa e di altri Turchi

famosi: le quali tribù avendo deliberato ribellarsi, per dare fine

onesto al moto, pigliano Roscette e addobbatolo con le regie insegne,

bandiscono volerlo insediare nel trono dei suoi maggiori. Da una parte e

dall'altra raccolte genti, si venne a battaglia in campo aperto, dove

dopo molto contrasto rimase sconfitto Muleasse, che si ritirò dentro

Tunisi, e quivi attese, senza più oltre sortire, a sostenere l'assedio.

Gli Arabi, manchevoli di artiglierie, imperiti negl'ingegni di espugnare

fortezze e spinti da naturale voltabilità, dopo pochi giorni

sbandaronsi: allora Roscette o sia che non si estimasse più sicuro

presso il suocero, o quale altra causa a noi ignota lo movesse, riparò

nella reggia di Ariadeno, un dì aiutatore dello snaturato fratello; e

Ariadeno lo accolse festosamente, forse con animo lì per lì sincero (chè

i primi pensieri dell'uomo sperimentiamo per ordinario benigni) e forse

fin d'allora presago gli avrebbe porto l'addentellato per entrare nel

reame di Tunisi; fatto sta, ch'ei lo condusse seco a Costantinopoli, e,

presentatolo a Solimano, gli disse come intendeva valersene ai danni di

Muleasse e a benefizio comune. Veramente Turchi o non Turchi, corsali o

no, quando si tratta di acquistare un regno, la giustizia non ha mai

messo scrupolo ad alcuno, ma, ogni volta che ci trovino il conto, anco

ai corsali come ad ogni altro principe battezzato piace comparire

onesti. Solimano s'innamorò di Ariadeno, ed Ariadeno, come di regola, di

Solimano; tal coltello, tal guaina; però Ariadeno ebbe subito grado di

uno dei quattro principali pascià, e fu bandito grande ammiraglio del

mare con la commissione di rimettere Roscette a Tunisi; ampliare la

dominazione turca nell'Affrica ed anco in Italia, se si poteva.

Ariadeno, tolti seco sopra l'armata mille dei più valorosi Giannizzeri,

si voltò in Calabria, mandando ogni cosa a ferro ed a fuoco davanti a

sè: faceva precorrere la voce essere suo intendimento disertare il paese

per vendicarsi dei danni recati dal Doria nella Morea, ed era

strattagemma per cogliere alla sprovvista Muleasse, il quale, senza

fallo ragguagliato dalla fama o dalle sue spie, deposto il sospetto non

aría atteso a guardarsi.

Di cotesta, piuttostochè guerra, ladronaia, meritano due casi che ne

teniamo ricordo, comecchè singolari; il primo fu che i Turchi, trovate a

Citerario sette galee nei cantieri sul punto di essere varate, le

arsero; il secondo, che a Fondi la scattò di un pelo se non misero le

mani addosso a Giulia Gonzaga, nipote di Pompeo Colonna, fanciulla di

prestantissime forme, la quale ebbe di catti a fuggire in camicia:

tempestarono lungo le coste della Calabria, e per le romane; presero

Civitavecchia; scorrazzarono fino ad Ostia; e mentre in Roma e a Napoli

si viveva in angustia grande, affannandosi in trepide non già gagliarde

nè generose difese, ecco di un tratto il Barbarossa, imbarcate le genti,

voltarsi a Tunisi: lo prese con inganno, lo tenne con virtù: finse avere

seco menato Roscette, e dava ad intendere ai Mori, il re loro giacersi

infermo dentro una lettiga regalmente ornata, che faceva portare dietro

di sè; ma Roscette, come prigione, custodivasi a Costantinopoli; se i

Mori, conosciuto lo inganno, ne arrovellassero, non è da dirsi; pigliate

le armi, asprissimamente combatterono; ma visti morti da tremila di

loro, e troppo più i feriti, cagliarono: allora il Barbarossa lenì le

piaghe con parole blande e co' doni; anco reggendo, a paragone del

Muleasse, fu giudicato benigno; così persuaso dalla indole propria e dal

senno: chè aveva a capire non sarebbe corso gran tempo in cui dovria

mettere alla prova la fede dei Mori. — Proseguendo nella conquista non

andò guari che, mercè la opera di certo eunuco sardo, e dello agà dei

Giannizzeri, ridusse alla devozione di Solimano tutto il regno di

Tunisi.

Per simile caso rimase acerbamente commosso lo Imperatore, parendogli

come per esso non solo gli venissero disturbati i suoi disegni di

conquista, ma fosse eziandio capace a fargli perdere il suo; onde riuscì

agevole al Doria persuaderlo di pigliarsi cotesta impresa; anzi,

stimolato com'era dalle istanze dei mercanti spagnuoli, i quali per

torsi quel fastidio dintorno gli profferivano ogni maniera soccorsi, lo

trovò disposto a partire con lui semprechè il Papa lo assicurasse, che,

nello intervallo, la Francia non lo offenderebbe: il Doria pertanto ne

tenne proposito a Paolo, e questi che si sentiva tuttavia tremare i

polsi per la comparsa del Turco ad Ostia, non ebbe mestieri eccitamenti;

lodò il Doria con altissimo encomio, facendogli altresì presente dello

stocco, del cingolo e del cappello benedetti, insigni per oro e per

gemme, come si costuma coi massimi difensori della fede; promise

partecipare alla impresa con le sue galee, e spingendo la generosità

fino al termine estremo, dove la Corte romana arriva nelle occasioni

solennissime, permise a Carlo risquotere non so che decime dai preti dei

propri regni: rispetto alla Francia, se si movesse, guai! Di vero la

Francia non pure dava promesse larghissime di stare ferma, ma anzi

ammannì la propria armata nel porto di Marsiglia per sovvenirlo (come

protestava) all'uopo; in fatti, già s'intende, per dargli addosso, e

finirlo dove mai la fortuna gli si chiarisse nemica; ciò fu cagione che

Carlo, profferendo alla Francia grazie infinite, spedisse in fretta

l'ordine ad Antonio da Leva, per mezzo del marchese del Vasto, che

crescesse il presidio di Milano, e non levasse la barba di su la spalla

per guardarsi dai tiri alla traditora dei Francesi e degli Svizzeri

aizzati da loro. Il Marchese, fermatosi a Genova, conferì con Andrea il

modo della impresa; era avviso del primo, che le galee genovesi

movessero a pigliare le galee napoletane, e le sicule, procedendo poi di

conserva a Barcellona, per torvi lo Imperatore. Adamo Centurione, tenuto

da Andrea in conto di fratello, notò mal consiglio essere quello, che

allungava il tempo e cresceva i pericoli senza prò. Andrea piuttosto

andasse per Carlo a Barcellona; nel frattempo i legni siciliani

salpassero; fosse per tutti la posta in Cagliari; e così piacque. Le

galee, che Andrea condusse, furono trentadue; dieci del Papa, ventidue

proprie, oltre ad una quadrireme bellissima, tutta dipinta e indorata,

coperta di una tenda di velluto chermesino e di tela di oro: i marinari

e i soldati vestivano di seta: i soldati mirabili per armi e per

armature di forbito acciaio messo a rabeschi di oro: imbarcò ancora

copia di artiglierie, così per la difesa dei legni, come per mettere in

terra nelle fazioni campali: di combattenti non si patì penuria, però

che la gioventù cristiana traesse dalle città e dal contado di tutto

punto armata, soprammodo vogliosa di combattere cotesta santa impresa,

ed anco un po' per abbottinare le terre dell'Affrica in fama di

straricche per dovizie proprie e per rapine dei corsali.

Gl'Italiani assoldati dallo Imperatore sommarono a cinquemila fanti in

tre colonnelli capitanati dal conte di Sarno, da Agostino Spinola e da

Marcantonio del Carretto marchese di Finale, figliastro di Andrea;

ottomila Tedeschi bene in ordine vennero di Lamagna sotto la condotta di

Massimiliano Eberstenio, e con esso loro cavalieri in buon dato, i quali

senza pretendere soldo si mettevano in quella guerra al solito per

devozione. Tutta questa gente distribuita sopra quaranta navi grosse fu

avviata a Civitavecchia, dove con cerimonie solenni il Papa la

benedisse, e consegnò il gonfalone della chiesa a Virginio Orsino

capitano delle sue galere. Napoli fornì dodici galee, sette allestite

dal vicerè Toledo, e cinque dai principi di Salerno, e di Bisignano,

dallo Alarcone, dal Caraffa, e dallo Spinello. La gioventù siciliana,

non volendo parere da meno della ligure, si armò, e provvide munizioni e

naviglio a proprie spese: colà misero a bordo tutti i veterani spagnuoli

stati di presidio a Corone, e nei luoghi di Levante, e cannoni di ogni

maniera, e copia di vettovaglie da restarne maravigliati. Il Doria trovò

in Barcellona lo Imperatore in procinto di partire con ottomila fanti, e

settecento cavalli leggeri; i primi assoldati da lui; i secondi

fornitigli dai grandi di Spagna, di cui lo seguitarono parecchi per

acquistarsi la grazia sua e poi quella di Dio: principale tra questi

Ferdinando di Toledo duca di Alba. Eravi eziandio Luigi infante di

Portogallo cognato dello Imperatore, che venne con duemila Portoghesi

spertissimi in mare su di venticinque caravelle ottimamente in arnese o

vogli di artiglierie, o vogli di munizioni: stavano altresì ancorate in

porto sessanta navi giunte di Fiandra per via dell'Oceano, che

costeggiando raccattavano di porto in porto vettovaglie ed armi. Sul

punto di sferrare fu bandito nè fanciullo nè femmina si attentassero a

salire su le navi; la cagione s'ignora, ma forse sarà stata la

difficoltà di trasportarli e nudrirli, imperciocchè rispetto ai costumi

non sembra che gli Spagnuoli, massime i Portoghesi, a cotesti tempi

stessero troppo su lo spilluzzico; così vero che il duca di Alba

rammentato qui sopra, cattolicissimo se altro fu al mondo, movendo più

tardi in Fiandra per le guerre di religione, menò seco una cappata banda

di diecimila moschettieri, di cui facevano parte milleduecento

cortigiane, ottocento a piedi, e quattrocento a cavallo, tutte belle e

brave (ci attesta Pietro di Burdeglia abate di Brantôme che se ne

intendeva) come principesse, e i Portoghesi giunsero in quel torno a

tanto di eccesso, da pretendere santificati, in grazia di cerimonie

religiose, abbominevoli accoppiamenti[35].

Questa l'armata imperiale; centosessanta navi grosse di gabbia;

centotrenta galee, venticinque galeotte, e tre galeoni, una gran caracca

della religione di San Giovanni, venticinque caravelle, ottanta

squarciapini, trenta fuste; di legni minori un nuvolo; le fanterie

trentaduemila e più, gli uomini di arme mille, stradiotti settecento;

secondata dal vento toccò la spiaggia affricana in Utica, oggi porto

Farina; la galera capitana al primo giungere dette in secco, ma subito

la trasse fuori il Doria, che, girato il capo di Cartagine alla Torre

dell'acqua, si trovò davanti Tunisi a mezzo Luglio del 1535. I

Cortigiani, dallo incaglio della galea imperiale, cavarono ottimo

augurio; se rompeva, lo avrebbero predicato migliore; intanto squadre

fitte di cavalli fulminavano su e giù per la costa minacciando far

volare via il capo, a cui primo si attentasse sbarcare; ma il marchese

del Vasto, che fu in cotesta impresa luogotenente dello Imperatore in

terra, come Andrea lo fu sul mare, le disperse a furia di cannonate e di

moschettate: intoppo più duro gli si parò davanti la Goletta. Questa era

una torre grande, munita attorno di forti bastioni armati di grossa

artiglieria, e circa dodici miglia distante di Tunisi; lì presso entra

l'acqua del mare e vi fa stagno, donde per via di canale angusto e

povero di acque può andarsi in barca fino a Tunisi; traversa la foce del

canale che sbocca nello stagno un ponte di legno, per cui è mestieri che

passi chiunque, venendo da Levante, vuole ire a Tunisi. Ariadeno vi

aveva preposto alle difese un suo creato, valorosissimo uomo, per nome

Synam: più volgarmente noto col nomignolo di Giudeo, o perchè dalla

legge giudaica avesse apostatato, ovvero in quella durasse. Quali e

quanti i fatti di armi lì presso furono combattuti non importa

raccontare; tanto basti. Il marchese del Vasto, mediante gli approcci,

si accostò ai bastioni, che dalla parte del mare slargavansi assai, e

prese a piantare le artiglierie per batterli, lasciando a custodia di

quelle alcuni colonnelli italiani e spagnuoli. Il conte di Sarno, il

quale per indole, e troppo più per colpa della fortuna sperimentata fin

lì parzialissima, era diventato oltre il giusto audace, volendo mostrare

dispregio ai Turchi, piantò il suo padiglione fuori della trincera quasi

bravandone gli assalti, i quali non si fecero aspettare: dopo

un'ostinata battaglia, gl'Italiani presero a cedere terreno; allora il

Conte infellonito si caccia dinanzi a tutti, con la voce garrendoli, con

lo esempio eccitandoli; i Giannizzeri intesi a vendicarsi danno di volta

appartandolo artatamente dai suoi: egli, improvvido, dietro; di un

tratto quando nessuno può sovvenirlo gli si serrano alla vita, e lo

finiscono con innumere ferite; subito dopo si avventano contro i suoi

sbigottiti, ricacciandoli laceri e sanguinosi fin sotto agli occhi degli

Spagnuoli, i quali non distesero un passo per soccorrerli, o per

vendicarli.

Il conte di Sarno fu pianto da tutti, lodaronlo pochi, che la

temerarietà anco dagli animosi, se in mal punto adoperata, piuttosto che

valore reputasi follia; grandi poi corsero le querimonie a carico degli

Spagnuoli, come quelli che, disamorati ai propri commilitoni, lasciarono

menarne scempio sotto gli occhi propri; però indi a pochi giorni toccava

a loro di pagarne il fio: perchè sortiti da capo i Giannizzeri fecero

con tanta ferocia impeto contro gli Spagnuoli, che questi percossi da

inusitato spavento ne rilevarono una dolorosa batosta. Il marchese del

Vasto, da quello eccellente capitano ch'egli era, da ciò trasse

argomento di conciliare gli animi degli Spagnuoli e degl'Italiani,

disponendoli con forze unite a vendicarsi dei danni sofferti, e così per

lo appunto successe in capo a pochi giorni, dove le due nazioni,

combattendo a gara, penetrarono fin dentro i bastioni nemici, sebbene

poi dallo sfolgorare delle artiglierie si trovassero costretti a dare

indietro. Intanto essendo stati condotti a termine gli approcci dalla

parte di terra, il marchese del Vasto si concertò con Andrea per

batterla al punto stesso dal mare. Il giorno di poi sul fare dell'alba

di qua e di là presero a tonare le artiglierie; Andrea, tenute ferme le

navi su le áncore, e messi cannoni sopra le gabbie, spazzava i difensori

dalle muraglie: le galee divideva in tre squadre di venti l'una, le

quali, dopo abbassata l'alberatura, di tutta voga passando rasente ai

muri sparavano: quindi di là allontanandosi facevano luogo alle

sopravvegnenti: durò la bisogna senza intermissione fino a mezzo giorno

con tanto rovinío, con tanto e sì pauroso frastuono, che la terra ne

traballò, e se ne commosse il mare; il fumo denso, e fermo a cagione

dell'aere senza vento, non concedeva la vista dei danni a vicenda

cagionati dall'un lato e dall'altro: quando incominciò il fumo a

diradarsi parve a taluno fosse sparita la fortezza, e poco dopo si

conobbe aperto come tutto il sommo di quella tracollando avesse sepolto

con immensa ruina arme ed armati. Salvaronsi pochi, e con essi Synam, i

quali pel ponte fuggirono verso Tunisi: a mezza strada occorse loro

Ariadeno tempestando; costui, con parole ebbre, uomini malediceva e Dio,

ma l'amico Synam pacato ne blandì la rabbia dicendo: — a che monta il

furore? Quanto da uomo poteva farsi noi abbiamo fatto; vieni e vedi. —

Di vero il Barbarossa accostatosi contempla una macerie di sassi colà

dove surse la Goletta, onde subito ridivenuto benigno esclamò: — era

scritto! — Ed abbracciato e baciato lo amico, lo ebbe di ora in poi caro

due cotanti più di prima.

Così cadde la Goletta, e con essa vennero in potestà dello Imperatore

centocinquanta pezzi di artiglieria di bronzo, cinquanta grossi di

ferro, quarantasei galee, sei galeotte, ed otto fuste ricoverate dentro

lo stagno. Allora Muleasse si presentò allo Imperatore, e poichè nel

fargli omaggio questi non risparmiò veruno atto di abietta umiltà,

persuaso dalle adorazioni orientali, piacque a costui, che gli promise

restaurarlo nel regno; anzi, non si sa se più stupido di mente o di

cuore, additandogli le ruine di Goletta gli disse: — ecco, questa porta

vi ho aperto per tornarvene a casa. —

Potrei astenermi di raccontare il modo col quale Tunisi cesse alla

fortuna di Cesare, ma poichè ci accaddero alcuni fatti alla italiana

milizia onoratissimi, ed altri (questo importa di più) pei quali questa

nostra umana natura rivela la sua origine divina, chi vorrà biasimarci

se cediamo al talento di raccontarli? Il Barbarossa ora spediva celeri

messi dentro terra per raccogliere gente, e gli riuscì, perchè, se

avevano in uggia lui, troppo più odiavano Muleasse, e poi ci adoperò la

pecunia, supremo persuasore dei popoli così selvatichi come ingentiliti:

in breve furono ventimila cavalli, oltre gli assoldati. Lo Imperatore,

colto tempo opportuno, mosse l'esercito contro Tunisi con questa

ordinanza: gl'Italiani sul corno sinistro verso lo stagno, gli Spagnuoli

a destra presso gli oliveti, i Tedeschi in mezzo con l'artiglieria; il

duca di Alba conduceva i cavalli in dietroguardo rinfiancati con

parecchie squadre di archibusieri, per timore che venissero sopraffatti

dalla cavalleria nemica: inoltre nel presagio dell'arsura, accostandosi

ormai il mese di Luglio, i capitani ebbero mente ad ordinare ai saccardi

portassero su le carra molti otri pieni di acqua, ed ai soldati si

munissero di borraccie di acqua mescolata col vino: com'è da credere,

innanzi ch'ei si affrontassero col nemico, le borraccie non contenevano

più stilla, ed avendo scorto nella pianura non so quali cisterne essi

fecero le viste di scompaginarsi per l'agonia del bere; nè le voci

curavano; e la presenza degli ufficiali ormai non valeva a tenerli; fu

mestieri si mettesse dinanzi lo stesso Imperatore, il quale posta la

mano sul coperchio di una cisterna con gran voce esclamò: — nessuno beva

qui, se ama la vita, che queste acque attossicarono i Giannizzeri, e me

ne ha chiarito il re Muleasse: osservate gli ordini, che il nemico,

cogliendovi alla sprovvista, non vi mandi per la mala via: ogni squadra

che starà ferma al posto avrà un otre pieno di acqua. — Fosse vero

questo, o piuttosto un suo trovato, giovò, imperciocchè le compagnie,

ricredute di potere approfittarsi delle cisterne, stettero in ordinanza.

Intanto anco il Barbarossa si era messo in assetto di sortire da Tunisi:

dicevano traesse seco centomila combattenti tra Turchi, Arabi e Mori, e

si ha a tenere esorbitanza per fare o più splendido il trionfo o meno

turpe la disfatta di Cesare: provava Ariadeno inestimabile fastidio di

settemila cristiani suoi prigionieri, chè condurli seco gli pareva male,

o lasciarseli indietro anco peggio: strettosi a parlamento con alcuni,

che suoi più fidati erano, od egli reputava tali, dopo varie opinioni si

fermò in questa: gli avrebbe chiusi tutti dentro la Rocca e a due a due

incatenati fra loro; in caso avessero balenato di tentare novità, alcune

guardie a ciò commesse, dato fuoco a lunga traccia di polvere, avrebbero

fatto scoppiare le mine, onde quanti erano sarebbero stati scaraventati

per l'aria. Synam giudeo s'industriò con bellissime ragioni a removerlo

dal fiero concetto, ma non fece frutto; e gli diceva: — cotesto sarebbe

stato segno di disperazione, dalla quale gli uomini forti davvero

aborrono sempre per generosità, e perchè altri non si disperi: perduto

uno Stato per virtù o per fortuna altrui, per fortuna, o per virtù

propria potersi riacquistare; ma la fama con le nostre mani contaminata

non si ricupera; che il nome nostro inspiri timore, a noi giova; nuoce,

se orrore. — Nè raccontando questi casi io dubito, che altri possa

pensare da me, per arte, dipinto troppo crudele il Barbarossa, e troppo

mansueto il Synam, perchè quanto al Barbarossa importa ricordarci, come

nei tempi che i nostri padri videro, il Danton facesse nelle giornate di

Settembre ammazzare nelle prigioni di Parigi quanti monarchisti ci si

trovavano, non dopo, ma prima che i nemici irrompessero dalle frontiere;

non in castigo di fatti operati, ma per paura che gli operassero. Del

Synam poi gli storici ci conservano una pietosissima avventura; l'ultima

del viver suo, la quale se palesa quanto tesoro di affetto si ascondesse

nel cuore di cotesto Corsale, testimonia altresì la profonda amicizia

che a lui professava il Barbarossa: ed è ragione, che se nelle forti

nature allignano, più spesso che non si vorrebbe, passioni truci, esse,

e solo esse somministrano a un punto il terreno adattato alle lodevoli e

alle buone. Synam ebbe un figlio giovanetto, il quale caduto nelle mani

del signor Iacopo di Appiano, signor di Piombino, venne dal medesimo

amorevolmente nudrito, e qui fece bene; volle poi che ricevesse il

battesimo, e qui non fece bene nè male; per ultimo supplicato renderlo

al padre, previo il consueto riscatto, si rifiutò, e qui commise

ingiustizia. Il Barbarossa, tornando nel 1544 di Francia in Levante,

sostò a Lungone, donde spediva al signor Iacopo un uomo discreto a

proporgli la restituzione del fanciullo; in compenso di che egli

prometteva serbare incolume la isola dell'Elba, ed ogni altra spiaggia

dintorno. Il signor Iacopo rispose ad un bel circa come il Papa in pari

occasione, _non possumus_; ma il Barbarossa ch'era turco, montato in

furore, devastò Capoliveri con tutta la parte della isola spettante al

D'Appiano, e più oltre minacciando, prometteva, passato il Canale, di

andare a mettere Piombino in un sacco di cenere: io non so se il Papa

udita simile antifona si sarebbe intorato nel _non possumus_; fatto sta,

che Iacopo si persuase come, volendo, egli poteva benissimo; onde,

senz'aspettare altri danni, rimandò il fanciullo al Barbarossa con

parole di ossequio, e con ricchi doni, il quale tornato a Costantinopoli

adoperò diligenza affinchè il figliuolo si conducesse presto e sicuro

nelle braccia del padre, in quel torno ammiraglio dell'armata turchesca

nel golfo Persico. Il Synam, quando prima si vide comparire davanti

l'amatissimo capo, mosse ad incontrarlo traballando a modo di ebbro, e

nello stringerlo al seno tanta piena di affetto lo assalse, che,

prosciolte le braccia, stramazzò morto senza nè una parola nè un gemito.

L'ordine della battaglia, per quanto possiamo conoscere dalle sparse e

varie memorie, sembra fosse il seguente: gli stradiotti, o cavalli

leggeri, che allora si tiravano di Grecia, e per lo più erano albanesi,

passarono dal dietroguardo a badaluccare innanzi le prime schiere: dello

esercito si formò una massa profonda a mo' della falange macedone; in

capo delle compagnie, di tratto in tratto, si preposero squadroni di

uomini di arme, o vogliam dire cavalieri di grave armatura: sui fianchi,

sparpagliati, gli archibusieri per non si trovare all'impensata assaliti

di scancío. I panegiristi dello Imperatore lasciarono scritto ch'egli

primo ingaggiasse la battaglia, e lo bandirono degno della corona civica

per avere salvato Andrea Pontico cavaliere di Granata, che ferito si

versava in estremo pericolo, essendo rimasto col cavallo morto addosso;

la corona gli avranno senza dubbio offerta, ed egli presa, e col

sentirsi ripetere quel gesto, forse avrà finito col crederci anch'egli;

chè la presunzione è maliarda capace di questi tiri, ed anco di

maggiori; ma il vero fu, che lo Imperatore, pei conforti dei suoi

capitani, si ridusse al sicuro nella battaglia dei Tedeschi, e la zuffa

ingaggiò Ferdinando Gonzaga, anch'egli milite volontario senza carico

alcuno nello esercito imperiale; egli fu che alluciato un Moro, che alla

burbanza degli atti, alla splendidezza delle armi ed al cavallo

stupendamente bello appariva maggiormente fra gli altri, gli si avventò

contro con la lancia, e tanto la fortuna secondò l'ardimento che di un

colpo passatolo fuor fuora lo spinse a rotolare sopra la sabbia: poi

tratta la spada saltò in mezzo ai nemici, i quali, sovvenuto dai suoi

incorati dallo esempio, ebbe con piccolo sforzo dispersi. Il Barbarossa

aveva fatto trainare copertamente dietro le sue schiere tre grossi pezzi

di artiglieria, avvisando accostarli quanto meglio potesse alla falange

nemica, e lì aperta allo improvviso la fronte scaricarli addosso di lei;

sperava con un nugolo di scaglia scompigliarla, e così trovare modo a

farci penetrare la furia dei cavalli; ma gli andò fallito il disegno per

la viltà dei suoi fanti, di cui le prime schiere ripiegarono sconfitte

su le seconde, e queste sopra le altre, sicchè poi tutte rimasero

travolte nella fuga; nè il Barbarossa, comecchè giudicasse la giornata

perduta, cessava la guerra; all'opposto sperava provare la fortuna

migliore al cimento dei muri; lo assicuravano i bastioni antichi della

città, ed altri validissimi, che ne aveva fatto fabbricare di nuovi;

soprattutto il cassero; ma a lui toccò vedere rinnovato il caso di

Uguccione della Faggiuola, il quale lasciata Lucca per ridurre in

devozione Pisa sottrattasi alla sua autorità, gli si ribellò dopo le

spalle, sicchè invece di ricuperare una città, ne perse due; ed ecco il

modo in che successe. Francesco da Medeleno di Spagna, e Vincenzo da

Cattaro, entrambi rinnegati, come quelli nei quali molto si confidava il

Barbarossa, furono con parecchi altri preposti alla custodia dei

prigioni cristiani; udita ch'ebbero la espugnazione della Goletta, si

misero a mulinare intorno alla partenza dello esercito imperiale;

conobbero la vittoria impossibile, scabroso il resistere; certo, se

cascavano in mano dei cristiani, di essere mandati su la forca: allora

si sentirono presi da compunzione grandissima per lo peccato commesso, e

deliberarono emendarlo; però, avvisati i prigioni dello esizio che

pendeva loro sul capo, li fornirono di arnesi per isferrarsi; questo

avendo compito acciuffarono con repentino impeto parte dei custodi alla

gola, e parte con una grandine di sassi lapidarono: quindi, rotte le

porte delle armerie, si misero in assetto, mostrando volere difendere la

fortezza finchè loro bastasse la vita. Se questa ventura arrivasse

acerba al Barbarossa non importa dire, che sbigottito e smanioso si diè

a correre intorno alle mura esortando i prigioni a deporre cotesto

periglioso partito; badassero bene; rizzate le scale agevole a lui

ripigliare la fortezza di assalto, e allora guai a loro! Gli aprissero

le porte; al sollecito obbedire egli avrebbe perdonato l'errore

commesso: potevano rispondergli ad archibugiate; non si sa perchè gli

fecero la risposta co' sassi, ma anche questi bastarono a chiarirlo, che

egli era negozio finito, e che bisognava allontanarsi: di vero la

faccenda stringeva, dacchè i prigioni col continuo inalberare e calare

delle bandiere si affannavano a porgere avviso agl'Imperiali dello

accaduto perchè si affrettassero, e lo imperatore bene avvertiva i

segnali, ma che cosa significassero non si apponeva: al fine, partito

Ariadeno con settemila Turchi da Tunisi per la porta opposta a quella

dove si trovava lo Imperatore, il magistrato della città si fece alla

presenza di Carlo, profferendogli e raccomandandogli la terra; e questo

fece eziandio Muleasse, e lo Imperatore promise, ma non potè attenere,

imperciocchè, entrato subito dopo l'esercito, trascorse, massime i

Tedeschi, agli eccessi a cui per ordinario si danno in balía i soldati

irrompendo nelle città vinte, anco se cristiane: pensa se turche:

contaronsi i morti fino a settemila; delle altre immanità si tace.

Andrea, desideroso che la vittoria fosse piena, commise ad Adamo

Centurione, che tolte seco quattordici galee, andasse a dare la caccia

al Barbarossa, ma costui, scoperto ch'ebbe alla lontana come i ponti

delle galee nemiche andassero gremiti di Giannizzeri, reputò prudente

astenersi da venire a cimento con disperati, donde il Brantôme nel

concetto, che il Barbarossa fosse francese, e non potendo mettere giù la

gozzaia contro il Doria, afferma che all'opposto il Barbarossa fu

quegli, che dette la caccia al Centurione, e non istà così: Andrea non

sapendo come con l'Ariadeno fossero andati settemila Turchi, immaginò

poterne avere facile vittoria, e fu per questo, che gli spinse dietro le

galee mezzo vuote di presidio; chè i soldati essendosi dispersi per la

cupidità del sacco non ci fu modo di radunarne su quel subito molti, nè

i migliori; quando poi seppe dal Centurione, che bisognava ammannirsi a

duro scontro, tosto si mise convenevolmente in ordine, e mosse a

combatterlo, ma il Barbarossa non attese a dondolarsi, e quanto prima

potè riparava in Algeri. Il Francese, sempre nello intento di scemare la

gloria di Andrea, e crescere, l'altra del Barbarossa aggiunge, che,

partitosi da Tunisi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto,

andò a saccheggiare Minorca, e a pigliare porto Maone, ed anco qui, sia

malignità od ignoranza, erra, però che il Barbarossa scampasse da Tunisi

sul finire del 1535, ed alla impresa di Maone non si attentò prima della

partenza di Andrea, nè la condusse già per virtù di arme, bensì con

inganno, facendosi mettere dentro con mentite bandiere; per cui i

Maonesi riputandoli amici rimasero distrutti. Lo Imperatore restituì il

regno di Tunisi a Muleasse omicida di diciotto fratelli e di tutti i

nipoti; oltre a ciò legittimo erede compariva essere Roscette, non egli;

così operando forse avvantaggiò la fede cattolica, non certo la carità

cristiana, nè la giustizia, senza la quale gli è un fabbricare su

l'arena.

Gli storici ci fanno sapere, come il magnanimo Carlo altro tributo annuo

non imponesse al nuovo re di Tunisi tranne quello di sei cavalli e

dodici falconi; ma il magnanimo Carlo, non nato austriaco invano, le

cose sue sapeva assettare meglio di quello che non immaginino gli

storici; di fatti, oltre allo avere assicurato il quieto vivere dei

cristiani a Tunisi, lo esercizio della religione liberissimo, e i

commerci, volle, che se ne cacciassero via i Corsali, ed aveva ragione;

poi i nuovi convertiti di Granata e di Valenza, e fu sospetto iniquo,

che non si fossero convertiti di buono; tutta la costa e le città

litoranee sue; sua la Goletta con dieci miglia di contado dattorno; egli

ci terrebbe presidio spagnuolo, lo pagherebbe il Muleasse; le pesche del

corallo spettassero a Carlo: per osservanza dei patti, desse statico il

re, in mano dello Imperatore, il suo primogenito. Se Carlo adoperava

così con gli amici, fa ribrezzo pensare come conciasse i nemici. A

celebrare questa impresa furono stanche un dì le trombe della fama;

poesie, prose panegiriche a rovesci; i ranocchi abbondano alla stregua

del pantano; ecci anco un poema epico _La Tunisiade_, parto della Musa

di un vescovo tedesco; e un dì ne lessi non so che brani tradotti; a cui

piglia vaghezza li troverà nell'_Antologia_ di Firenze: poi feste, falò,

gazzarre, e _Tedeum_ come costumano oggi (i _Tedeum_ un po' meno) e

costumavano ieri e costumeranno domani. Tanto agita potente il cuore

umano la religione delle grandi opere, che mille volte delusa sul pregio

di quelle, mille volte crede, che la vera opera magna sia l'ultima

applaudita. Coniaronsi anco medaglie, e Andrea non si rimase da coniare

la sua: questa da un lato lo rappresenta ignudo fino alla cintura, e

più, con un remo in braccio appoggiato all'arbore della galea; nel

rovescio si mira inciso lo emblema, ch'egli fece ricamare nello

stendardo, e drappellò sopra la quadrireme conduttrice dello Imperatore

da Barcellona a Tunisi, e da Tunisi a Palermo; il quale emblema mostra

una stella radiata circuita da otto dardi: vi si legge dintorno: _Vias

tuas, Domine, demonstra mihi_.

Io so bene, che il ricordare poco o molto la inanità delle cose nostre

non emenda la superbia umana; nè la stoppa arsa al cospetto del Papa, nè

lo scheletro alle mense dei re di Babilonia, nè lo stendardo ai funerali

di Saladino furono mai utili predicatori: e tuttavia ufficio è nostro

ammonire sempre, quando ne capiti il destro, nella speranza che un dì i

semi, non che ad altro, confidati alla sabbia germoglieranno. Qui ora

giovi sapere, che la conquista di Tunisi con tanto sforzo ed a prezzo di

così larga vena di sangue conseguita, andò perduta in processo di tempo

a cagione del divieto chiesastico di cibare carne il venerdì e il

sabato! Certo soldato francese, colto in trasgressione, fu preso e

spedito in catene al Santo Offizio per esservi condannato: fortuna

volle, che le galeotte algerine corseggiando pigliassero la nave dove ei

si trovava: condotto in Algeri, come colui che ingegnoso era molto,

espose ad Occialy il modo di espugnare Tunisi, indicandogli i lati

deboli, e i luoghi acconci a scavarci le mura e le vie sotterranee: onde

al Turco non riuscì arduo ricuperarla, il quale per cavarsi dalle mani

la scheggia della Goletta la rovesciò dai fondamenti: a questo modo ebbe

fine la dominazione degli Spagnuoli nell'Affrica occidentale.

Intanto Francesco Sforza ultimo duca di Milano periva, e Re di Francia e

Imperatore, lì pronti a stendere sopra lo Stato di lui le mani ingorde;

l'uno e l'altro iattavano diritti per dominarlo; ed erano vani tutti, da

uno in fuori; la viltà del popolo che non voleva o non sapeva cacciarli

ambedue. La Francia voleva di più, e se lo pigliava, Nizza e Savoia;

n'era signore il duca Carlo, zio del re, ma ragione di sangue nei petti

umani non mise mai ostacolo all'odio e alla rapina; e poi lo zio

ricambiava il nepote, quando gli veniva il destro, a misura di carbone;

anzi i principi, quanto più congiunti, tanto più disposti a contendere,

però che la parentela moltiplichi le cause dell'interesse fra loro; e

poichè il re di Francia aveva trovato il terreno tenero, dopo Nizza e

Savoia gli venne appetito (e questo succede sempre) di Susa, di Torino,

di Chivasso, e se li pigliò; per questi, innanzi di occuparli, mancava

perfino di pretesto a farlo, ma, occupati ch'ei gli avesse, era sicuro

che in qualche archivio avrebbe trovato anche il diritto. Cesare Fregoso

tenta cose nuove in Genova in pro della Francia, e non riesce; postosi

in salvo, lascia dietro gli amici a pagare i cocci rotti; e questi sono

conti che si saldano col capo: e così fu per Agostino Granara e Tommaso

Sauli; al Corsanico venne fatto fuggire, ma lo raggiunse Andrea, che

mandò lui e la nave che lo portava a cannonate nel fondo del mare. Lo

Imperatore colto impreparato, per tenere a bada il re Francesco, lo

agguindola con non so quali negoziati di nozze, e promesse d'investirlo

del Milanese; e Francesco, dando nello impannato, mette campo a

Cigliano. Strana cosa questa, che i principi sempre si truffino e sempre

si fidino tra loro! Trovarne la ragione è impossibile: si comprende

ottimamente che il grande desiderio che si ha di una cosa, metta intorno

agli occhi ed agli orecchi la benda, ma sempre, fitto fitto, una volta

dietro l'altra è da rinnegarne la pazienza!

Carlo pertanto dissimulò, finchè non giunse a Roma, dove gli oratori di

Francia gli chiesero la investitura del ducato pel re; lo Imperatore gli

rimandava ad altro giorno per la risposta, il quale arrivato, egli prese

a dire, con inestimabile passione, in pieno concistoro, le molte, e

molto gravi ingiurie patite da Francesco: chiamò Dio giudice fra loro, e

tanto si accese con le parole, che conchiuse profferendosi a definire la

lite col suo avversario in singolare certame, con la spada in mano, e

ciò per non esporre la cristianità alla ferocia turchesca, disertare

tanti paesi floridissimi, ed essere cagione della morte di numero

infinito di innocenti. Di ciò era nulla, o poco, ed egli il faceva per

lavorare di traforo i principi italiani, i quali, paventando la sua

soverchia grandezza, s'industriavano attraversarlo, massime il Papa, a

cui pareva proprio provvidenza di Dio, che questi due flagelli d'Italia

si dessero a vicenda sul capo, e si finissero; ma Paolo, che delle

cortigianesche arti era maestro, finse della passione di Carlo altamente

appassionarsi, le braccia stese al collo di lui; se piangesse non dice

la storia, ma avrà pianto di certo; lo raumiliò con soavi parole, e

impose silenzio agli oratori francesi, che dopo pochi ed interrotti

accenti ebbero a tacersi.

Dicesi che lo Imperatore tenesse in Asti, coi suoi più provati

servitori, una consulta sul quanto fosse da farsi in Italia; quello che

da altri fu consigliato non occorre riferire. Andrea gli toccò tre punti

importantissimi; il primo fu che avesse a mutare Don Pietro di Toledo,

molte essendo e gravi le querele del popolo contro di lui, il rancore

dei baroni profondo; le mutue offese tali, da conciliarsi anco fra

piccole genti scabroso, tra grandi a superbe impossibile. Lo stesso

Carlo avere sorpreso pure, e trattenuto appena, il marchese di Pescara e

il Vicerè con lo stile brandito nella propria corte, che bramavano

venire al sangue. Ora parergli questo sicurissimo, che il Vicerè,

approfittandosi del tumulto dei prossimi casi che avrebbero impedito di

vigilarlo, sarebbesi vendicato; e posto eziandio che per lo addietro le

cause delle querele fossero state o poche o lievi, di corto dovevasi

temere di vederle diventate molte e gravi; donde, molesta discordia in

pace; in guerra pericolo. Circa a Milano, due considerazioni dissuaderlo

da conservarlo; l'una, che la Francia convinta della bontà del proprio

diritto non sarebbe mai stata ferma da farlo prevalere; l'altra, che i

principi italiani sospettosi nel vedere augumentarsi tanto la potenza

imperiale in Italia, si sarebbero perpetuamente industriati a scemarla

con ogni via: pendere perplesso in questo se ei dovesse o cederlo, o

tenerlo; ma in questo altro essere chiaro, che innanzi di cederlo a

principe debole, incapace a sostenervisi, lo serbasse per sè,

conciossiachè a quel modo non sarebbe per nocergli quando se lo

aspettasse meno: ridotto in potestà sua, fôra agevole reggerlo come

parte di grande impero; per converso, separato e in mani dei nobili,

facile a dare di volta; nè troppo nella bontà della persona preposta

confidasse, perchè posto (ed era zaroso) che la persona eletta, anco

contro la comodità propria, si mantenesse in fede, chi lo assicurava dei

successori di quella? Procuri metterci di presidio un cinquecento uomini

di arme, e un trecento cavalleggeri, a cui il popolo, bene inteso,

facesse le spese, ma vietisi loro rigidamente vivere di rapina; al

contrario sieno pagati, e paghino; così il popolo, vedendosi tornare il

danaro in tasca, o non mormorerà di averlo a contribuire co' balzelli o

mormorerà meno; anzi qualcheduno se ne loderebbe, perchè nel girare, che

la moneta fa, se da un lato si parte o scema, dall'altro va e si

accresce: ai soldati preponesse uomo dabbene, il quale col principe di

Ascoli Antonio da Leva, vicerè di Milano, in fraterno accordo si

comportasse. Quanto alla impresa di Provenza, che lo Imperatore

disegnava fare, esortarlo a deporne il pensiero; e in questo avviso

concorsero il marchese del Vasto, Fernando Gonzaga, Paolo Luciasco e il

Gastaldo.

Lo Imperatore non mutò il Toledo, e Dio sa s'ebbe a pentirsene; lo fece

tardi, e quegli si partì da Napoli pieno di sangue, per girsene a

Firenze presso il generoso Cosimo, a morirvi d'indigestione di

beccafichi[36]. In Provenza s'incocciò ad ogni costo andare, sospinto da

voglia ambiziosa e avara di mettere la mano su quello dell'emulo, e

dallo assiduo serpentare, che gli moveva attorno Antonio di Leva, il

quale, per dargli nel genio, mostrava tirarlo pei capegli colà dov'egli

agognava precipitare; rispetto a Milano piacque a Carlo quello che

sempre agli uomini, principi o no, piace; tenere. Se Andrea, nel dare

cotesto consiglio, coprisse qualche suo recondito livore, è incerto;

però fu creduto, e gliene incolse male, come a suo tempo si farà

manifesto.

Lo Imperatore, dopo respinto l'ammiraglio Cabotto, assediò Torino, ed

assembrati da quarantacinquemila fanti e duemilacinquecento tra uomini

di arme e cavalli leggeri, per tre diverse strade incamminano tutti a

Nizza; la banda più grossa spalleggiata dal Doria per la riviera di

Genova, e lungo la costa le galee le portavano bagaglio artiglierie; di

vettovaglie la sovvenivano. Come questa impresa capitasse male, a noi

non è spediente riferire per minuto: ne basti tanto, che essendo stato

deciso dai capitani del re di dare il guasto al paese, perchè il nemico

venisse a patire mancanza di fodero, i padroni delle terre e i contadini

ebbero piuttosto mestieri di freno che di eccitamento; di che non poteva

darsi pace lo Imperatore, parendo a lui che al popolo gregge non dovesse

premere se un pastore piuttosto dell'altro lo tosasse; ed aveva torto,

imperciocchè il popolo, quantunque non ami il padrone domestico, odii lo

straniero; e il proprio si tirò addosso, e soffre, o crede essersi

tirato addosso, e sopportare spontaneo, mentre l'altro presume, gli si

voglia mettere sul collo per forza: in ogni caso, e sotto tutti i

governi, ogni volta ne capiti la congiuntura, piacque al popolo

dimostrare con gli atti ch'egli sa e sente essere arbitro in casa sua.

Il re di Francia commosso, secondochè raccontano gli storici, dai danni

patiti volontariamente dai Provenzali per devozione di lui, attese a

guiderdonarli alla reale, cioè esentandoli per dieci anni da pagare i

balzelli: dono è di re non torre. Scorrazzata la Provenza in parte,

espugnato Tolone dove Andrea surse sbarcando arme, munizioni ed armati,

preso Aix, adesso incominciano per Carlo le dimore, che avevano poco

innanzi perduto Francesco in Italia; gli effetti pari, le cause diverse

ed egualmente fallaci; qui lusinghe di accordi e di nozze, là lusinghe

di consegnargli per tradimento Marsiglia; se questo trattato veramente

ci fosse, gli storici non hanno saputo chiarire; qualcheduno ne fu

incolpato, e tanto bastò, anzi ce ne fu di avanzo perchè i giudici lo

mandassero a morte: ma la forca prova pochissimo adesso; allora nulla,

chè a quei tempi tenevano la forca non testimonio del vero, bensì arnese

cospicuo di regno, onde impiccavano per genio, per terrore, e talora

anco per lusso; così vero questo, che lo Imperatore Carlo V, quante

volte gli occorreva vedere un paio di forche, cavatosi ossequiosamente

il berretto, le salutava; e questa devozione egli possedeva per eredità

dell'ava Isabella la cattolica, di cui il cuore piissimo per tenerezza

sdilinquiva quando mirava le forche ornate a festa, mentre al buon Sisto

V, verace vicario di Gesù in terra, non meno pio di lei, mettevano

_fame_[37]! E quello che apparirà strano è questo, che non solo Carlo,

il quale a fine di conto ci mandava, le salutasse, bensì ancora i

soldati che ci erano mandati; da tanto i popoli istruiti in quale

stupida abiezione valga a ridurli il servaggio, redenti che sieno a

libertà, la tengano cara; senza lei degne d'invidia le bestie.

Mentre Francesco ributtava di fronte l'odiato nemico, non meno sollecito

attendeva a levargli rumore dopo le spalle; in ciò egli aveva aiutatori

segreti i principi italiani, e il Papa stesso: a questo effetto il conte

Guido Rangone, Cesare Fregoso e Cangino Gonzaga sollecitavano a fare

massa dei soldati alla Mirandola, dando voce volere andare a Torino in

soccorso del Padilla; senonchè Andrea Doria, il quale con occhio obliquo

li vigilava, e non faceva a fidanza, persuase lo Imperatore a rimandare

indietro Antonio Doria con le sue galere, e settecento archibusieri

capitanati da Agostino Spinola, perchè guardassero Genova: taluno

afferma non essere stata questa sagacia di Andrea, bensì fortuna, chè

gliene porse avviso il capitano Lonarcone sua spia: e posto che fosse

così, non verrà meno per questo in Andrea la reputazione di solertissimo

capitano. Antonio, messi gli archibugieri a terra, gli mandò con

Bartolomeo Spinola a Novi, ma n'ebbero subito a sloggiare, imperciocchè,

appena giunto, sapesse come la gente della Mirandola, ingrossata con

alcune squadre di Bernabò Visconti, e di Piero Strozzi, in tutto meglio

di diecimila tra fanti e cavalli, partita da San Donnino senza

artiglieria, per la valle della Scrivia si affrettasse a Genova. Celeri

stracorridori, spediti da lui, avvisarono la Signoria tenesse le galee

in punto a Voltri, dov'egli arrivò trasportato per cotesti aspri colli

in lettiga, sendo dalla podagra mal condotto; e la sera dopo entrò in

Genova.

La gente di Francia, sboccata da Seravalle nella Polcevera, si attendava

a San Francesco della Chiappetta gridando: _Fregoso!_ e _Libertà!_ I

contadini traevano al grido di Fregoso, un po' per odio contro ai

patrizi, e molto contro gli Spagnuoli: di libertà non intendevano:

quinci i Francesi andarono a Cornigliano, donde, partiti in due schiere,

mossero ad assalire la sommità di Granarolo e la torre dello Sperone. La

città attendevali munita presto e bene: Agostino Spinola si tolse il

carico della difesa di San Benigno e di Fassuolo; Suarez oratore

spagnuolo, con mille fanti tirati fuori di Alessandria, si postò su le

mura del Bisagno; Antonio Doria, con duemila fanti, a Pietra Minuta e a

Carbonara, Melchiorre Doria vigilava con le galee nel porto. Respinto

l'araldo, venuto ad intimare la resa, si mise mano alle armi; la squadra

condotta dal Rangone scala la torre dello Sperone, dove, ostando invano

i militi volontari di Genova e certo capitano Corso, si arrampica con

inestimabile ardire un alfiere, che pianta subito la insegna di Francia

su la muraglia: pochi dei compagni lo seguono perchè alla prova

trovarono corte le scale fabbricate in Polcevera; pure tra quelli che la

volevano sgarare, e questi che inferociti si ostinavano a ributtarli,

s'ingaggia una zuffa terribile; a farla finita ecco arrivare Agostino

Spinola, che di colta abbatte la insegna, e alfiere e assalitori

scaraventa a rompersi le ossa su i macigni a piè della torre. I nemici

sbigottiti tornano colà donde erano venuti. Liberati da questa fortuna i

Genovesi, tengono dietro le solite feste, e i soliti supplizi; ma di

pochi e oscuri; ai Polceveraschi perdonano, allegando avere fabbricato

le scale corte; e parve la scusa buona per non mandarli alla forca; a me

sarebbe sembrata idonea per mandarceli, se si fosse potuto, due volte;

la prima per avere fabbricato scale contro la Patria; la seconda per

averle fabbricate con inganno; due tradivano, e a due stendevano la

mano.

Marsiglia non solo seppe resistere per la virtù dei Francesi, e molto

eziandio per quella di Giampaolo Orsino, ma sortite alcune bande

guascone ed italiane, a tale stretta ridussero con subito assalto

Cesare, che si trovò in pericolo della persona, nè si salvava, se Marco

Emilio veronese, con certi altri cavalieri italiani che stavano attorno,

non gli avesse alquanto respinti. Tornandogli avversa ogni cosa, lo

Imperatore, invece di assediare, si trova assediato; sicchè il suo

esercito, per procurarsi un po' di vettovaglia, aveva bisogno di mettere

ogni dì a saccomanno il paese: non trovando di meglio, e questo parendo

ottimo, i soldati presero a empirsi di frutta, e di uva, donde una

dissenteria maligna, che menò scempio nel campo. Lo Imperatore, avendo

rassegnato lo esercito sul finire dello Agosto, lo trovò scemo della

metà: per sè, ed anco pei superstiti atterrito deliberava rientrare in

Italia, ma non lo avrebbe potuto, se il Doria non lo sovveniva di

vettovaglia e di trasporti. Ora da capo la improvvida pigrizia sloggia

dal campo di Carlo per girsene a pigliare stanza in quello di Francia;

tornava destrissimo per un po' di sforzo, che ci si mettesse, fracassare

gl'imperiali sgomenti, e pure i Francesi si peritarono: solo vennero

alle mani più volte ricambiandosi dolorose botte due capitani Ferdinando

Gonzaga, e Giampaolo Orsino: entrambi italiani erano; quegli per

Austria; questi combatteva per Francia: per la Patria nessuno! che ormai

la gravavano i fieri tempi nei quali ogni atto di valore dei propri

figliuoli ribadiva un anello della catena di lei.

Carlo tornato a Genova alberga nel palazzo Doria; quivi andarono a

congratularsi con lui i vassalli, per elezione o per necessità

condannati alla perpetua lode del padrone, se il nemico vinto, per la

vittoria contro lui, se vincitore per averlo contenuto di stravincere: e

poi lo Imperatore non poteva perdere nè errare: chi fallì fu Antonio da

Leva, il quale gli suggeriva il mal consiglio: scrivono ne morisse di

dolore; per me dubito sia morto anch'egli per soverchio di frutta

mangiate; ma strane sono le passioni degli uomini e strani i casi che

partoriscono: comunque sia, la sua morte fu giudicata pena condegna allo

avere tratto lo Imperatore al passo disastroso; nessuno lo compianse; a

lui, consigliandolo il Doria, Carlo si affrettò dare nel viceregno di

Milano il marchese di Pescara per successore[38].

In questa cascò improvvisa la notizia della strage di Alessandro duca di

Firenze: morto il tiranno non si spegne la tirannide se il popolo si

trovi disposto a servitù; così veramente non era tutto a quei tempi il

popolo fiorentino, bensì avvilito dalle battiture sofferte; disposta a

servitù era, e molto, la parte che si appella degli ottimati, allora

come sempre nemica alla libertà, a patto però di essere chiamata

compagna alla dominazione, e tale, o per genio o per virtù del grado,

anco Andrea Doria, e già lo avvertii: qui poi dirò com'egli d'accordo

col Guicciardino procedessero operosissimi per mantenere Firenze in

catene: i suoi offici questi; spedì celere una delle proprie galee a

Livorno per sovvenire il Castellano se in fede, se traditore ammazzarlo;

scrisse lettere ortatorie al cardinale Cybo (e non ce n'era di bisogno),

affinchè perdurasse fermo in pro del signore Cosimino; ad Alessandro

Vitelli fece dire, pigliasse la occasione a' capelli per avvantaggiare

il fatto suo in grazia della imperiale riconoscenza; confortò il

marchese di Anguilar, oratore di Cesare al Papa, ed alle proprie

aggiunse le raccomandazioni dello ambasciatore Figuerroa, perchè con

2000 Spagnuoli si accostasse al confine toscano, ed il medesimo

consiglio dette altresì al marchese del Vasto; il signor Cosimino

ammonì, come giovanetto, a non perdersi di animo a cagione di coteste

rivolture, ed il signor Cosimino gli rispose ringraziandolo come padre;

e quanto ad animo stesse quieto; si fidasse in lui; e aveva ragione,

però che in Cosimo fosse materia da fabbricare quattro tiranni, non che

uno.

Vita di Andrea Doria, Volume I · 第 14 / 20 题