CAPITOLO IV.

Andrea raccoglie gente in Toscana per aiutare il Lautrecco nella

impresa di Napoli. A cagione dei tardi provvedimenti va in

Sardegna; e capita male. — Renzo da Ceri e gli altri mettono male

biette in corte contro Andrea. — Nobile vittoria navale riportata

dal conte Filippino Doria contro la flotta imperiale a Capri.

Andrea osserva la fede data agli schiavi di liberarli se si

fossero comportati virtuosamente. — Strano mutamento di fortuna

nella Francia. — Cause per le quali Andrea lascia le parti di

Francia. — Se sia vero che la battaglia di Capri vincessero le

fanterie francesi. Insidie dei Barbesì contro la vita del Doria

fatte vane dalla sagacia di lui. Colloquio di Andrea col Barbesì

a Lerici, e suo prudente discorso. — Il Barbesì tenta sorprendere

l'armata di Andrea e non riesce. — Smaniose pratiche per tenere

saldo Andrea in devozione di Francia; si fanno più accese, e ci

s'intromette anco il Papa il quale tira l'acqua al suo mulino.

Ribalderie del Re e dello Imperatore per avvantaggiarsi uno a

danno dell'altro. In quanta stima i Francesi tenessero il Doria.

Opinione del Guicciardino, che da molto tempo Andrea avesse

statuito abbandonare la Francia, del tutto maligna. Conto che

facevano gl'Imperiali di Andrea. Condizioni della condotta di

Andrea prima stabilite a Milano, poi confermate a Madrid: quali

fossero. Andrea inalbera bandiera imperiale. A torto tacciato di

tradimento dai Francesi. Giudizio dei Fiorentini intorno questo

atto del Doria, e se giusto.

Che troppo più uomini che non si vorrebbe appaiano non sai se

maggiormente matti, o maggiormente codardi, questa è volgare sentenza,

nè meriterebbe che qui si rammentasse, se non ci venisse spinta fuori

dal considerare come il Cappelloni scrittore della vita di Andrea,

adulando Giovannandrea erede di lui al quale la dedicava, tacque del

tutto la impresa infelice della Sardegna, che in quel torno condusse

Andrea; e fu pessimo consiglio, imperciocchè con la notizia di quella si

chiariscono molte cose, che rimarrebbero oscure, e forse non senza

carico dell'uomo, ch'egli intende sollevare al cielo. Movendo il

Lautrecco per Napoli, mandava al Doria radunasse le forze marittime del

Re in Toscana, e quinci di conserva con l'armata veneta, e le milizie di

Lorenzo Orsini, noto nelle storie col nome di Renzo da Ceri, la sua

impresa sul mare, ed, occorrendo, in terra sovvenisse. Andrea surse al

monte Argentaro, aspettando le milizie francesi per imbarcarle, ma, o

che il re di Francia intendesse piuttosto levare rumore per ricuperare i

figliuoli, ostaggi di Carlo, che impegnarsi in fortune difficili, od

altra più riposta causa lo consigliasse, fatto sta, che le milizie a

cotesta parte inviò tardi, e con esso loro i fuorusciti siciliani, i

quali, assembrati nei porti di Provenza, smaniavano tornarsene a casa:

nè così egli procedeva improvvido, per arte o per colpa, col Doria solo,

ma bene anco col Lautrecco, lasciato senza paghe e senza gente inscritta

a compimento dell'esercito, avventurarsi in guerre lontane e piene di

pericolo. All'ultimo la gente venne, e fu un tremila fanti, non contati

i fuorusciti. Andrea, il signor Renzo, e messere Giovanni Moro

provveditore dell'armata veneziana, ristrettisi insieme a Livorno,

consultavano quello che fosse spediente. L'Orsino mal pratico del mare,

e messo su dai fuorusciti siciliani, intollerante d'indugi, tempestava;

il Doria, e il Moro, esperti, mettevano innanzi la stagione inoltrata,

il navigare accosto alla terra perniciosissimo; co' venti, che durante

il verno imperversano nel Mediterraneo, quasi sicuro trovarsi sbattuti

sopra le spiaggie; tanto bastare, e tuttavia aggiungersi la diffalta dei

viveri, nè sapere donde cavarli: perchè poi, da cotesto apparecchio di

forze riuscito invano non pigliasse il nemico incentivo a crescere di

baldanza, opinavano si tentasse la Sardegna contigua alla Corsica,

portuosa, e di gente amica abbondevole, non meno che di cose al vivere

necessarie. L'Orsino e i fuorusciti, quantunque molestamente, piegarono;

e appena surti in Sardegna misero assedio intorno a Castello aragonese

pensando averlo ad un tratto, e pensarono male, chè alla scioperaggine

del Vicerè sopperì la diligenza di un Serra e dei fratelli Manca,

sicchè, mentre logoravano tempo e vite in cotesta impresa, si levò un

furiosissimo fortunale, che respinse tutto il naviglio, così legni

sottili, come galee, tranne una sola, e fu francese, la quale,

sbatacchiata dalla furia della tempesta in alto mare, si perse. Poco

rileva a noi cercare le cause per cui la impresa capitò male; basti

sapere, che l'Orsino, disperato di espugnare Castello aragonese, si

volse a Sassari, e lo pigliava; ma gli ozi, gli stravizi, come suole, e

l'aere perverso generarono la moría fra i suoi soldati, i quali, alla

stregua che smarrivano l'animo, lo crescevano negl'isolani, ormai, per

indizii manifesti, prossimi a un pelo di levarsi a furia, quando

all'Orsino parve di cansare la mala parata; e forse non era a tempo, se

Andrea, accostandosi alla spiaggia, non avesse messo a terra una forte

squadra di uomini avvezzi alle fazioni terrestri del pari che alle

marittime, e così liberatolo dalle mani di diecimila sardi, che,

recintolo attorno, volevano vederne la fine. I capitani da capo si

ristrinsero a consulta; e, come suole, quando le cose vanno per la

peggio, finirono in contrasti. Il Veneziano diceva: avere avuto il fatto

suo; volersi ad ogni modo partire; molto più, che, avendogli la tempesta

malconce quattro galee, si era trovato costretto a mandarle pel rattoppo

a Livorno, e, come disse, fece, volgendo a dirittura le prore verso la

Puglia. Rimasero Andrea, l'Orsino, e monsignore Lange a contrastare fra

loro, però che gli ultimi intendessero Andrea andasse a Tunisi, e

quinci, rifatte prima le ciurme delle galee, come in luogo amico alla

Francia, movesse per la Sicilia. Al Doria pareva, che di questa maniera

consigli non potessero capire in cervelli sani, sapendo ben egli, a

cagione delle sue correrie, quali e quanti conti tenesse aperti con lui

il bey di Tunisi, e ad ogni modo commettere in balía di gente infedele

il naviglio di Francia e il proprio repugnava alla sua natura piuttosto

sospettosa, che cauta; però rotte le consulte, come capo della flotta

fece sapere l'avrebbe incamminata verso la Italia, e quivi, rifornitala

di ciurme, condotta a dare spalla a Lautrecco nel regno. L'Orsino, con i

Francesi, ed i fuorusciti siciliani, tornarono in Provenza, donde

parecchi di loro recatisi a corte, empirono l'animo del Re di accuse

contro il Doria, o per maltalento, o per voglia di sgabellare le proprie

colpe a carico altrui, o per superbia, che nel signore Renzo da Ceri,

fra molte qualità di capitano eccellente, fu, per quanto ce ne

tramandarono gli storici, menda capitalissima. Andrea, commesso al

comando di sette delle sue galee il conte Filippino Doria, andò con la

ottava a Genova; allora dissero, per ragguagliare il Senato dei fatti

suoi, e sarà stato, ma i successi futuri diedero a divedere, che molte

altre furono le cause di cotesta andata, e la narrazione le chiarirà.

Qui ora accade che per noi si abbia a raccontare la famosa battaglia di

Capri combattuta non già da Andrea, bensì da Filippino Doria, il quale

fu come il braccio destro di lui, e con le sue galee.

Le faccende di Francia nel regno di Napoli andavano bene: sarebbero ite

anco meglio, se non mancava la pecunia, onde il Lautrecco, per

racimolarne un poco, si trattenne nella Puglia a riscuotere la gabella

su i montoni, che gittava un cento mila scudi all'anno: quindi,

partitosi, si ammanniva allo assedio di Napoli, per condurre a buon fine

il quale, avvisò gli ammiragli lo sovvenissero dal mare. Pietro Landi,

provveditore dei Veneziani successo al Moro, faceva orecchio di

mercante, attendendo a guadagnare Brindisi, ed altri luoghi marittimi

nella Puglia, a profitto della Repubblica: vizio irremediabile di ogni

Lega, di cui è indole non imparare mai, che col badare troppo a sè,

perdono tutti: all'opposto Andrea spedì sollecito Filippino, a cui

aggiunse Antonio Doria con un'altra galera. Filippino, gettate le ancore

nel golfo di Salerno, stava specolando gli eventi. Il vicerè di Napoli

Ugo Moncada, ignaro della ripugnanza del Provveditore veneziano di

sovvenire il Lautrecco, ed all'opposto temendo, ch'ei fosse per riunirsi

di corto col Doria, importandogli frastornare cotesta congiunzione,

deliberò senz'altro assalirlo: a questo scopo, allestiti a Napoli

ventidue legni, dei quali sei galee, due galeotte (vi ha chi rammenta

anco quattro fuste) e gli altri tra brigantini, fregate e barche, ci

mise sopra in buon dato artiglierie, e il fiore degli archibugieri. Sul

punto però di movere, stette a un pelo, che la impresa non andasse a

monte, imperciocchè saltasse su il Principe di Oranges a pretendere il

comando dell'armata, come capitano generale, sostituito al Borbone; gli

contrastava, e non senza ragione don Ugo, come quello, che vicerè era,

ed ammiraglio; la milizia a sua volta si divise seguitando la parte del

Principe, o quella di don Ugo, onde, per aggiustare lo screzio capitato

in mal punto, accordaronsi col conferire il comando al marchese del

Vasto e al Gobbo Giustiniano. Don Ugo ci volle andare come soldato. Le

storie ricordano ci si trovasse Giovanni d'Urbino (quel desso che di

umilissimo stato giunto ai primi gradi della milizia, movendo due anni

dopo all'assedio di Fiorenza rimase ucciso a Spelle) con seicento

Spagnuoli dei vecchi; fosse vaghezza, o debito, ci andarono altresì il

capitano Giomo con duecento Tedeschi, Ascanio e Cammillo Colonna, Ettore

Fieramosca, e quel capitano Gionas, sviscerato del Borbone, che lui,

ferito a morte sotto le mura di Roma, ricoperse del suo mantello.

Era intendimento dei capitani imperiali cogliere Filippino alla

sprovvista, e Fabrizio Giustiniano, vocato il Gobbo, il quale conosceva

quanto valessero i suoi compatriotti, assai gli andava confortando in

questo disegno, e ci riusciva se il Moncada che, nonostante il comando

in apparenza deposto, pure ordinava le cose a modo suo, non avesse

raccolto, per incorarli, capitani e soldati a intempestive commessazioni

in Capri, e poi, quasi che i nemici si vincessero con gl'improperii, non

si fosse letiziato ad ascoltare certo Consalvo Baretto eremita

portoghese, o, come altri dice, spagnuolo, che soldato prima, ed ora

renduto a Dio, era in voce di santo, che ne versava a bocca di barile

contro i Genovesi, e, facendo crocioni che pigliavano un miglio di

paese, profetava andassero franchi: avrebbero riportato vittoria

senz'altro ammazzando, ardendo, affondando i nemici e l'armata loro,

donde sarebbe uscita la liberazione di Napoli: di tanto stessero sicuri;

egli saperlo di certo, averglielo rivelato proprio Dio la notte passata

mentre dormiva. Da tutto questo accadde, che il Moncada, invece di

sorprendere fu sorpreso, imperciocchè un Biondo Agnese napolitano,

incontrata certa galera di Filippino, che andava a macinare grano a capo

di Orso, gli porse avviso della procella, che stava per iscoppiargli

sopra; di botto il conte Doria si allestiva, e recatosi a bordo certe

compagnie guascone (chi afferma duecento, chi trecento fanti),

capitanate dai signori di Croy, e di San Remy, sferrò dalla spiaggia,

andando contro il nemico: lo scoperse il 28 Maggio verso sera,

veleggiante nel golfo di Salerno, e, parendogli troppo più duro scontro

che forse non aveva immaginato prima, ricorse agli estremi partiti:

quanti Spagnuoli si trovò avere sopra le galere, tanti fece ammanettare:

i galeotti, che la più parte barbareschi erano, sciolse, promettendo

loro restituirli in libertà se avessero menate le mani virtuosamente in

pro suo. A Niccolò Lomellino commise pigliasse due galere (ma questi o

perchè male intendesse, o per altra ragione a noi ignota ne pigliò tre)

e si allargasse nel mare per avventarsi poi spedito alla riscossa delle

galee pericolanti dopo ingaggiata la battaglia. Il Moncada, un cotal

poco conquiso al subito aspetto dell'armata nemica, domandava al Gobbo

Giustiniano, che si avesse a fare, a cui il Gobbo alquanto acerbo

rispose, che a Capri era tempo di consulte, qui di combattere: e così

sia, soggiunse il Moncada, e allora cominciò la battaglia, la quale fu

combattuta nel felicissimo sito della costa di Malfi detto la Cava,

anticamente seno pestano. Però non vuolsi pretermettere, come altri

storici non solo tacciano su lo sgomento del Moncada, bensì all'opposto

dicano, ch'egli si mise dentro alla battaglia tempestando, nella

speranza di ottenere agevole vittoria delle cinque galee rimaste con

Filippino.

Aveva questi sopra la Capitana un grossissimo pezzo di artiglieria, di

quelli che allora chiamavansi _basilischi_, i quali tiravano fino a

duecento libbre di palla. Lo sparo di questi incominciò la battaglia con

augurio buono, non meno che con profitto notabile pei Genovesi, essendo

ricordato come di colta spazzasse via quaranta Spagnuoli col capitano di

su la galea del Vicerè, i quali sul cassero con cenni e con voci

facevano prova di spavalderia: poi e' fu un trarre continuo di

moschetti, ma con poco danno dei Genovesi, che cauti si andavano

riparando tra i palvesi; ed all'opposto gravissimo degli Spagnuoli, meno

usi alle fazioni di mare, e quasi a tumulto stipati su legni. Se

gl'Imperiali, tra cui accorreva pur troppo il fiore della cavalleria

italiana, ne arrovellassero non è da dirsi: con furiosi gridi chiedevano

battaglia manesca, la quale, appunto perchè essi desideravano,

industriavasi di evitare il Doria, e per un tempo ci riuscì; all'ultimo

cinque galere nemiche abbordarono tre delle sue: nè virtù, nè furore

valsero contro il numero e la prodezza dei cavalieri imperiali, sicchè

le galee del Doria balenavano per arrendersi, quando ecco, a golfo

lanciato, sopraggiunge il Lomellino con la riserva. Narrano come la

galera condotta da lui, chiamata la _Nettuna_, con tanto impeto

investisse la Capitana del Moncada, che in un punto stesso gli ruppe

l'albero maestro, e gli sfondò la fasciatura; subito dopo (tanto nei

petti umani possono l'amore della libertà e l'odio antico) gli schiavi

sferrati, parte tuffandosi in mare con le scimitarre strette fra i denti

si appressavano, notando, alle galee di Spagna; sul ponte delle quali,

arrampicandosi pel sartiame, arrivati, il terrore spargevano e la morte:

parte rimasti sopra le galee vibravano fuochi lavorati, e pietre, e

ferri, tutto quello insomma che la rabbia per arme ministra. Non mai

battaglia fu combattuta più ferocemente di questa, che il pensiero di

avere a cedere a mercadanti, ed a schiavi sferrati, metteva in furore

quella cerna di cavalieri spagnuoli, tedeschi ed italiani; i ricordi del

tempo testimoniano come degli ottocento archibusieri saliti su le navi

ne rimanesse in vita solo un cento, e questi tutti feriti; e vi ebbe

tale capitano spagnuolo, che mutò fino a sette volte alfiere, essendosi

vie via fatti ammazzare con la bandiera in mano: ma i Genovesi appunto

la dovevano sgarare a cagione degli schiavi sferrati; però che gli altri

fossero uomini di grande e nondimanco ordinaria virtù, guerreggianti da

entrambe parti per Francia, o per Ispagna, ma i Mori e i Turchi

combattevano per sè, per la libertà, per rivedere la patria, e le

carissime cose, che venerata e santa rendono la patria, onde una forza

quasi divina ne ingagliardiva le braccia; e fulmini parevano nelle

costoro mani i ferri, ed erano. Il Cappelloni, per crescere terrore alla

narrazione, afferma come alla ira degli uomini si mescesse quella degli

elementi: ma questo altrove non occorre scritto. E perchè più oltre io

non dica, narrerò come la Capitana del Moncada combattuta dal destro

lato dalla _Nettuna_, e dal manco da un'altra galea chiamata la _Mora_,

cigolando affondasse: quella del Gobbo Giustiniani, che appunto da lui

si chiamava la _Gobba_, scema di timone, di albero e di tagliamare,

aggiravasi intorno a sè, quasi cane che si morda la coda; ardevano le

galee del marchese del Vasto e dei Colonna, che soli superstiti fra i

compagni furono salvi per cupidità, avendoli palesati uomini di alto

affare le armi d'oro. Eccetto due galee tutto il navilio imperiale cadde

in potestà di Filippino; anzi, indi a pochi giorni, anco una di queste

galee, scampate fuggendo, tornò indietro con bandiere calate, e si

arrese a Filippino; la conduceva un marchese Doria napolitano sgomento

pel caso avvenuto al capitano dell'altra galea, che il Principe

d'Oranges appena ebbe nelle mani fece strozzare per sospetto di

tradimento. Non comparendo il vicerè Moncada, si misero a cercarne, e lo

trovarono sotto la tolda, morto per ferite tocche nel capo di sasso, e

di palla nel braccio. A testimonianza di codesti tempi, ricordo come

allora corresse voce quella fine avere meritato il Moncada, perchè primo

mise mano al saccheggio degli arredi sacri nella sacrestia di San Pietro

dopo la presa di Roma. Vi rimase morto altresì Ettore Fieramosca,

fratello di Cesare, quel sì famoso per la sfida di Barletta, il quale

non vuolsi equiparare non che confondere con Francesco Ferruccio; però

che quegli conducesse a termine fortunato un'opera di valore assai

comune negli uomini militari, massime a quei tempi pel commercio con gli

Spagnuoli puntigliosissimi; questi consacrò anima e sangue alla libertà

di Firenze, forse d'Italia. Con più miserabile ventura ci cadde

prigioniero il capitano Gionas, che, guascone essendo, con accesissime

istanze fu chiesto dal sire di Croy, e lo ebbe: mandato a Parigi lo

condannarono nel capo, perchè i principi, l'amicizia pei loro nemici,

quanto più eroica, tanto reputano maggiore delitto. Le storie fra i

morti degni di memoria ricordano un Marin Diaz, un Pietro Urias,

Giovanni Biscaglino, il Boredo, l'Icardo, Annibale Genaio e Serone

spagnuoli, Gaspare di Aquino, Pietro Cardona, il Santa Croce, il

Principe di Salerno, il Zambrone e Giovanni di Varra siciliani. Co'

rammentati altri mille cessarono la vita.

L'esultanze dei Francesi furono infinite, sicchè in quelle prime

caldezze non sapevano trovare modo alle lodi nè alle promesse: a

Filippino assegnarono non so nemmeno io quante castella nel regno, e

pensioni ed entrate che sommarono un tesoro; senonchè dalle parole in

fuori non se ne vide altro effetto. Però ci hanno storici, i quali ci

raccontano, che Filippino non vestiva di panni diversi, dacchè egli a

sua posta facesse provare agli schiavi la verità del proverbio, che

dice: passata la festa si leva l'alloro. Quello che Filippino si

mulinasse pel capo, adesso ed anco allora, difficile sapere; questo è

sicuro, che mandati tutti gli schiavi a Genova, e non poteva fare a

meno, senza le ciurme non navigando galee, Andrea tenne puntualmente la

promessa di Filippino, imperciocchè donato agli schiavi una galeotta, e

con essa una insegna coll'arme dei Doria, gli lasciasse in potestà di

tornarsene a casa a patto che, per cotesto viaggio, imbattendosi con

legno cristiano, non lo avrebbono molestato, e, ridotti in patria, arso

la fusta: questo largamente essi promisero; se poi l'attennero, Dio sa.

Dimostra la esperienza queste nostre cose umane non essere mai tanto

prossime a pigliare una via diversa, come quando hanno troppo camminato

per la via contraria, sebbene la vicenda dal male al bene si operi meno

frequente di quella dal bene al male; però Filippo macedonio fece prova

non pure di modestia, ma di arguzia grande, quando, annunziategli tre

prospere venture, pregò i Numi, che gli mandassero adesso qualche

infortunio comportabile. La vittoria di Capri metteva i Francesi in

isperanza di fornire tosto la guerra, molto più che, dieci giorni dopo

di quella, il Provveditore veneziano conobbe la necessità di mostrare,

che per qualche cosa Venezia erasi collegata con la Francia, ond'ei

venne a spazzare il Mediterraneo con ventidue galee. All'opposto la

vittoria di Capri segnò il termine della prospera fortuna pei Francesi

ed il principio dell'avversa. Colpa di ciò lo abbandono, che Andrea

Doria fece delle parti di Francia per seguitare quelle di Cesare.

Gravi dovevano essere le cause per le quali Andrea, tenace odiatore, di

nemico agli Spagnuoli diventò loro ad un tratto compagno, e grandi

furono: già vedemmo com'egli in corte di Francia non ci potesse

attecchire, e se ci tornò lo fece piuttosto per prova, che per isperanza

di metterci radici. Di vero il soldo gli stintignavano sempre, e come

tardo così veniva a spizzico per modo che per lui, al quale bisognava

fornire le paghe e le panatiche alle ciurme delle galee, questa era una

disperazione. Di siffatta sottigliezza francese, o nascesse da

impotenza, o piuttosto da mala volontà, ne abbiamo testimonio nelle

lettere, che scriveva Teodoro Trivulzio, allora pel re di Francia

governatore a Genova, dove si lamenta, che sendo creditore di 20 mesi di

pensione, non gli avessero di presente stanziato più di duemila franchi;

massime da quella che scrisse l'8 Agosto 1528 a monsignore Montmorency

gran maestro di Francia, nella quale dichiara ch'egli: _non saperia fare

di questi miracoli de possermi intratener qua con niente_, e minaccia di

lasciarne ad altri la prova[8].

Ancora gli stava per la gola avere consegnato il principe di Oranges a

Francesco I, donde dopo la promessa di ventimila ducati di premio non

aveva potuto cavare nè manco uno scudo; di fatti che questa pure fosse

causa di discordia, gli uomini, i quali negoziavano le faccende

politiche a quei tempi, lo crederono, e corse voce, che il Re, al fine

di torre via cotesta gozzaia gli mandasse in acconto sul finire di

giugno 1400 ducati; ma di questo fu niente[9]. Trovo eziandio, che

quando il Re fermò la condotta col Doria, oltre il cordone di San

Michele gli promise in feudo la terra di Martega in Provenza, e questa

promessa pure andò vuota: oltre questi, e forse più potenti di questi

furono incentivi pel Doria il sospetto, che ormai sapeva radicato nel

cuore del Re sul conto suo, e la ferma deliberazione di promovere Savona

a danni di Genova come luogo più prossimo alla Francia, e destro a

penetrare nella valle del Po: in fatti a cotesti giorni ingegneri

francesi con molta mano di muratori e marraioli si affaticavano intorno

a Savona alla scoperta per metterla in termini di buona difesa, ed il

Trivulzio, ai Genovesi che ne movevano acerba querela, dava parole, nè

forse di più poteva, sebbene oggi per la notizia, che abbiamo delle sue

lettere, si conosce come i modi praticati dai Francesi disapprovasse,

parendo a lui, che disperare i cittadini di Genova fosse un disservire

le cose del Re in Italia[10]: e tuttavia non sembra, che da quello per

lui ripreso negli altri, sapesse o astenersi, o impedire egli medesimo,

imperciocchè venendo in quel torno il Visconte di Turena per imporre

nuove gravezze a Genova, lo lasciò fare, e se non era Andrea, che surse

in pieno consiglio a dire, che i cittadini stremati da tante guerre non

potevano dare danari, e potendolo non avrebbono voluto, perchè immuni

per patto da straordinario sussidio, e perchè male si pretendeva

larghezza da quelli, che delle cose promesse si frustravano. Il Turena

s'inalberò e forse rimbeccava; più cauto il Trivulzio, esperto degli

umori, entrò di mezzo con buone parole, e persuase il Visconte, pel suo

meglio, a cansarsi: al quale consiglio questi si attenne incamminandosi

verso Firenze con isperanza di migliore costrutto.

Ma da veruno documento si possono, per mio avviso, argomentare meglio

gli umori della corte di Francia contro Andrea Doria e Genova, come

dalla lettera del signor Renzo da Ceri, scritta dall'Aquila il 14 Agosto

1528, però che in essa si dichiari aperto com'egli avesse presagito da

un pezzo che il Doria si saria levato dalla devozione del Re, ed ora per

rimediare al male proporrebbe Genova si smantellasse, un cento delle

famiglie primarie se ne cavassero, e mandassero a Parigi con le donne ed

i figliuoli per mostrare, che il Re non istima _quattro mercanti_, e

dare esempio _perchè nè essi, nè altri burlassero S. M._ Non facendo

questo, Genova si volterà col Doria, e lo Imperatore ci può fare

assegnamento sopra fino a 500 mila scudi per valersene nelle guerre

d'Italia: non le dando Savona, Genova si può tenere spacciata: e se Sua

Maestà la si volesse rendere nelle mani obbediente al pari della più

piccola terra di Francia, non avrebbe a fare altro, che ordinarle

rifabbricasse a sue spese la fortezza della Lanterna, e toglierle la

Corsica, alla quale impresa basterebbe, che l'armata passando per di là

buttasse a terra un diecimila picche, e un duemila archibugi e ce ne

avanzerebbe; e per ultimo, occupate le fortezze di ponente e di levante,

metterci uomini suoi a guardarle, e così prosegue di questo gusto, per

modo che Genova in caso di sinistro avrebbe provato più pii a sè un

Dragutte, un Barbarossa o quale altro pirata di peggior fama

corseggiasse allora pel Mediterraneo, che questo Lorenzo Orsino

cavaliere cristiano. Che poi queste male biette partorissero frutto, non

è a dubitare; nè lo stesso Re tanto si padroneggiava da sapere simulare

lo interno cruccio; anzi, scrivendogli il Doria, non gli rispose nè

manco, ed avendogli mandato prima un suo uomo per definire certe

faccende, a stento lo accolse alla sua presenza, e gli dette tarda e

cattiva spedizione.

I Genovesi cui pareva pur troppo di avere a rimanere disfatti, dove,

invece di torsi dagli occhi cotesta spina di Savona, la si avesse ad

ingrandire, mandarono dodici ambasciatori a Parigi per persuadere il Re

a restituirla: avevano per istruzione s'industriassero ottenerla con

parole e promesse quanto più larghe sapessero: all'ultimo profferissero

comperarla a rate: non si potendo fare a meno, con danari alla mano fino

a 40,000 ducati. Il Sigonio afferma, che Andrea ci aggiungesse di suo la

renunzia alle paghe, ma non lo trovo altrove, e non ci credo. Il

Cappelloni, contemporaneo e segretario di Giovannandrea suo erede, ne

tace, e siccome egli piuttostochè storie dettava panegirici, così è da

credersi, che lo avrebbe dovuto sapere, e saputo non lo aría omesso di

certo. Col Re fu tempo perso, ch'ei s'intorò contro Genova: i

cortigiani, come suole, ne lo lodavano, chiamando costanza quella che

era ostinazione superba ed ignorante: così i principi si sono visti non

concedere mai in tempo graziosi o assennati quello, che poi lasciansi

strappare inopportunamente codardi o castroni.

La condotta del Doria cessava col mese di Giugno, ed i contratti

finiscono legalmente con la decorrenza del termine contemplato; pure

egli volle mandarne formale disdetta. In Francia gli uomini più che mai

infellonirono per questo, usi come sono a dire empietà, quanto loro non

garbi; però chiesero superbamente consegnasse i prigioni; al tempo

stesso tentarono la fede di Filippino, il quale rispose col fatto di

mandare i prigioni a Genova; Andrea quando gli ebbe nelle mani, pacato

chiarì come innanzi tratto non gli paresse giusto chiedergli i prigioni

prima di saldarlo delle paghe, e sborsargli il riscatto del Principe di

Oranges, ed anco dopo questo non corrergli debito di sorte, imperciocchè

le prede, ed il riscatto dei prigioni, per patto della condotta,

dovessero andare in pro suo.

Il Brantôme che visse in quei tempi alla corte di Francia, ed è

testimone credibile, ci racconta come fosse giudicato Andrea avere

torto, o almeno ragione per metà, dacchè la battaglia di Capri restasse

vinta in virtù delle fanterie francesi. Questa è mera iattanza, dacchè,

come fu notato, i fanti non oltrepassarono i 300, e qualcheduno afferma

i 200: lo sforzo, bisogna pur dirlo, fecero gli schiavi nella speranza

della libertà, la quale ottennero dal Doria con grandissimo scapito

delle cose sue. Il Brantôme ci avverte altresì, che il Re, preso dalla

collera, prepose capitano generale delle galee il signor di Barbeziù

(che altri chiama eziandio Barbesi), uomo, _che non sapeva che fosse un

mare, un porto, anzi neppure una galea, nè una fusta_, e gli commise con

parole insidiose tranquillare il Doria tanto, che gli venisse nelle mani

per potergli _mozzare il capo come fece poco tempo dopo col capitano

Giona_.

Il Barbeziù sferrava dai porti di Provenza con dodici galee fornite di

fanti eletti, e se avesse voluto poteva con tante forze combattere a

viso aperto: ma questo non gli garbava: preferì adoperare la lancia con

la quale giostrò Giuda, ma nè anco questa gli valse, chè Andrea fu uomo,

come volgarmente si dice, da bosco e da riviera; e dopo avere vinto in

giovanezza i tranelli di un Borgia, non era tale da rimanere da vecchio

nelle panie francesi: infatti, subodorata la cosa per la diligenza di

Giovambattista Lasagna fermatosi in Parigi a sollecitare le faccende di

Savona, Andrea si mise in nave coi prigioni, con una cerna di soldati

vecchi, vettovaglie ed armi, ed entrato nel castello di Lerici, dopo

averlo con ogni cura munito, si buttò infermo; prima però aveva mandato

con celere corso una fregata al conte Filippino perchè l'ultimo giorno

di Giugno, senza pure trattenersi un minuto, venisse via da Napoli a

furia di remi, ed alla Spezia si riducesse. Il Barbeziù navigando giunse

a Villafranca, dove trovata una galea del Doria in riparazione si

astenne da toccarla, nella speranza, che cotesta sua mansuetudine

avrebbe gettato polvere negli occhi al genovese Doria: onde, quando

surto a Genova conobbe come l'uccello da parecchio tempo erasi tirato al

largo, non è da dire s'ei facesse greppo: pertanto ei non si sgomentava,

e spediva un barone di San Blancato a Lerici per pregare Andrea, che

fosse contento di condursi a Genova, volendo negoziare con esso lui cose

di grandissima importanza. Rispondeva Andrea, lo avrebbe già fatto e Dio

sa con quale cuore; la maladetta infermità trattenerlo; gli fosse

cortese il Barbeziù di andarlo a trovare fino a Lerici. Per qualunque

uomo, che se ne intendesse, tanto avrebbe dovuto bastare; ma al

Barbeziù, che si teneva per furbo, non bastò; venne a Lerici, dove,

sempre filando sottile, mandava a invitare Andrea andasse a trovarlo su

la Capitana, e Andrea da capo: se la malaugurata infermità gli avesse

conceduto balía di movere passo, si sarebbe tratto fino a Genova per

onorare come doveva l'ammiraglio del Cristianissimo, ma la sua malattia

essere di qualità da non lasciargli forza di levare il fianco di letto:

insomma, se il Barbeziù lo volle vedere, gli fu mestieri andarlo a

trovare a casa.

Introdotto ch'ei fu in camera al Doria, di promesse gliene fece un

subbisso, a cui Andrea, cauto com'era nel dire, rispose con

prudentissimo discorso: — contro ogni mio buon volere la mia sorte

vuole, ch'io mi parta dal servizio di S. M. essendo più presto state

esaudite, e credute le false parole di altri servitori, che le mie buone

e vere opere, e mi persuadeva ancora, che non solamente dovessi essere

soddisfatto di quello che mi era dovuto, ma di potere ottenere una

grazia tanto giusta e pia, com'era quella di restituire Genova nel

primiero suo stato, e torle via cotesto pruno dagli occhi di Savona, e

poichè dell'una cosa e dell'altra ebbi ripetuta e pertinace repulsa, mi

è parso di non fare più lunga esperienza del mio servizio: finchè starò

in mio potere mi guarderò bene di operare cosa, che torni in pregiudizio

di S. M., quando poi mi sarò accomodato con altri farò il debito

secondochè richiederà l'onor mio[11]. —

Non ci fu verso cavarne altro; il Barbeziù uscendo notò come gli

artiglieri con le miccie accese vigilassero intorno alle bombarde, donde

conobbe che a continuare gli artificii era tempo perso; però disegnava

avacciarsi per le acque di Napoli nella speranza, che la fortuna gli

parasse dinanzi la occasione di sorprendere le galee di Filippino: ma

anco qui rimase presto tolto d'inganno, perchè costeggiando la Liguria

vide un'armata di galee ferma su le ancore e protetta dai cannoni del

Tino e del Tinello, che sono forti della Spezia, costruiti a destra e a

sinistra su le rupi della imboccatura del golfo. Tirava di lungo per

Napoli: con quali concetti, ignoro, ma dal successo dei suoi tranelli

avrebbe dovuto giudicare, come vuolsi tenere da poco il capitano, il

quale si confida più nello artifizio, che nella virtù; pessimo poi

quello, che dalla fraude in fuori non conosce altra arte di guerra.

Intanto cominciavano a farsi palesi gl'indizi di prossima ruina nelle

fortune di Francia su quel di Napoli. Il Lautrecco aveva già tentato

ogni via blanda per trattenere Filippino, e poi le acerbe fino a

levargli i remi, e a negargli le vettovaglie; onde questi ebbe ricorso

al cardinale Colonna governatore di Gaeta per lo Imperatore, che gli uni

e le altre gli provvide. Allora il Lautrecco, presago dei mali, spedì

sollecito in Francia Guglielmo di Bellay, perchè se il Re aveva a cuore

la impresa di Napoli, tenesse bene edificato il Doria, ma il Re, non

riputando il pericolo imminente nè tanto grave, ordinava a Pier

Francesco Nocetto conte di Pontremoli, si recasse con diligenza al

Doria, e facesse opera di svolgerlo promettendogli ventimila ducati pel

riscatto dell'Orange; altri ventimila a saldo delle paghe; dei prigioni

di Capri gli pagherebbe la taglia, o lascerebbe ne disponesse a sua

posta; ai Genovesi cederebbe Savona. Egli erano pannicelli caldi;

tuttavia il Doria per non lo disperare diceva: ci penserebbe su; ma

quando fossimo stati in tempo di riparare, il Doria non aveva vissuto

sessantadue anni, quanti allora ne contava, per ignorare, che i principi

se offesi non perdonano, e se offensori perdonano anco meno, e le

promesse larghe senza pegno di mandarle ad esecuzione tornavano a un

darti erba trastulla. Il Lautrecco, informato come la pratica non

attecchisse, si affannava rafforzarla mettendoci di mezzo il Papa, il

quale doveva sodare Andrea del pagamento a giorno fisso con tante tratte

sopra mercanti genovesi, sanesi e lucchesi.

Il Papa, considerato come il Doria nel 21 Luglio avesse promesso ai

Dodici di Balia, non innoverebbe niente contro il Cristianissimo prima

che decorressero quindici giorni dal dì dello avviso, il qual termine

poi scrivendo nel 6 Agosto al Trivulzio aveva protratto a venti, giudicò

poterne cavare partito a suo profitto; onde proponeva: condurrebbe egli

stesso il Doria, ma impotente a tollerarne la spesa, vi sopperisse il

Re, e diceva per quanto, e giusta la discrezione pretesca dallo intero a

quello ch'egli pretendeva la scattava di poco: poi aggiungeva, che,

parendogli essere _stato uccellato_ fin lì dai principi, non si fidava a

parole, però fino da ora gli consegnassero Cervia e Ravenna. Erano

intemperanze a quei tempi, ma così il bisogno stringeva, che sembra gli

commettessero di negoziare; invero ei non rimase da fare l'ufficio, che

mandò uno dopo l'altro ad Andrea monsignore Jacopo Salviati, Sebastiano

da Urbino, e il Sanga suo segretario[12]. Ma o ch'egli secondo il

vecchio costume nei propri accorgimenti s'irretisse, o per soverchie

ambagi perdesse la opportunità, e non sapesse nè anch'egli in qual modo

conchiudere la pratica senza rincrescere a Cesare, e con accerto di

guadagno per parte di Francia, o Andrea si schermisse dallo stringere (e

questo credo più che tutto), fatto sta, che non si venne a conclusione

di nulla.

Si ricava eziandio dalle memorie dei tempi, che i Francesi, smaniando

adesso per Napoli e pel Doria, commettessero in quel torno due cose fra

loro contrarie, e la prima fu di porre in libertà Serrenone, segretario

del Doria, sostenuto avanti dal Lautrecco, per cavarne lume dei suoi

intendimenti segreti, e certo spagnuolo (se pure merita fede in questo

il Guicciardino che lo racconta), il quale, arrestato per via,

rinvennero portatore di lettere credenziali del Doria; la seconda di

mettere in prigione Gismondo di Este messaggero di facultà grandi dalla

parte di Cesare al Principe di Oranges, per acquistare partigiani alle

fortune di lui; cattura, che si trova operata da un Giorgio Casale,

fermo in Viterbo, presso il Papa, a nome di Francia. Costui non aveva

giurisdizione alcuna per questo, e commise atto addirittura ingiurioso

al diritto delle genti; tuttavia, scrivendo ad Ambrogio Talenti vescovo

di Asti, ed al gran maestro di Francia signore di Montmorency, se ne

vantava come di una _santa et bona opera_; ma dalla parte di Cesare, si

faceva anco peggio, chè i suoi ministri, lui certo, se non consenziente,

almeno consapevole, non si tenevano a imprigionare, ma assassinavano,

come successe a Cesare Fregoso, e ad Antonio Rincone ambasciatori del Re

di Francia al Gransignore di Costantinopoli. Per ultimo il Lautrecco,

onde nulla d'intentato si lasciasse indietro, con maggiori e larghissime

offerte, mandava un Giovanni Joachim e un Lionardo Romolo al Doria, e

sempre invano, non avvertendo, che due cose animate od inanimate che

sieno, quando non possono più stare insieme, più le tentenni, più le

stacchi.

Forse in questa febbre per mantenersi in devozione il Doria altri

crederà, che ci fosse o eccesso di desiderio nei Francesi, o eccesso di

piaggeria negli scrittori nel riferirlo: ma gli storici fiorentini,

severamente imparziali verso Andrea, dicono espresso, ch'egli

accostandosi a Cesare gli _dette vinta l'Italia_. Il Brantôme, in

parecchi luoghi, parlando del Doria, afferma come tra i buoni ammiragli

dello Imperatore ottimo fosse Andrea, che da prima servì fedelmente il

Re, ed in processo con pari affetto lo Imperatore, e forse meglio, però

che (egli aggiunge) male può tenere in suo dominio la Italia chi non

imperi Genova e il mare; che se il signore Andrea non si fosse dipartito

da noi, veruno poteva torci Napoli; ma il Re se lo alienò, e Andrea,

ch'era altero, vedendosi straziare, mutò parte, nè dopo il suo commiato

ci fu verso, che le cose della marina del Re andassero a segno; e mentre

prima con la diligenza e prestanza sue poteva dirsi che Francia fosse

quasimente signora del mare, cessò di esserlo, e tanto scadde, che per

ultimo, ebbe a ricorrere, costretta, al sultano Solimano: la quale cosa

ci fu d'ignominia non piccola, sembrando enorme (come dissero allora)

chiamare un cane per disertare un cristiano; invece che prima, quando la

guerra andava fra cristiano e cristiano, procedeva in modo meno barbaro.

Il Guicciardini assevera, che coteste esitanze di Andrea erano lustre

per parere; dacchè per suo avviso Andrea da parecchi mesi avesse fermo

di voltare casacca; di ciò egli non riporta prova veruna, anzi dichiara

crederlo per conghiettura, ma costui, che tristo era, misurava gli altri

col suo passetto, e le sue conghietture il più delle volte sonano

calunnie. Oggi rimane chiarito che se il marchese del Vasto e i Colonna

con ragionari e profferte efficacissimi eransi industriati persuadere

Andrea di lasciare le parti di Francia, a metà di Giugno non l'avevano

per anco spuntata: di fatti il 14 di cotesto mese il Principe di Orange,

scriveva allo Imperatore: — io per me fermamente credo, che se voi

vorrete assicurarlo sul punto di dargli Savona, e su l'altro della

libertà di Genova, pagargli il soldo delle sue galee con qualche

promessa di alcuno suo vantaggio nel regno, voi lo potrete avere di

certo. Voi conoscete, Sire, quale uomo egli sia, ed in quanta necessità

ci versiamo adesso. Pertanto vi supplico, Sire, a non rifiutargli cosa,

che vi domandi, perchè non vi occorse mai partito, che vi tornasse a

taglio come la presente pratica se la si possa condurre a

compimento[13].

Pure alla fine Andrea si risolvè: il Sigonio ci fa sapere come questo

avvenisse in virtù di certo sogno nel quale gli comparve dinanzi un

vecchio venerando che gli disse in latino: — _durum est, Andrea, contra

stimulum calcitrare; Cæsarem sequere_. — Io per me all'opposto credo che

il Doria stesse sveglio, e con tutti e due gli occhi, quando metteva

fine alle sue perplessità. Il marchese del Vasto andò a Milano per

accordare con Antonio da Leva a patto di tornare prigione qualunque

fosse l'esito del negoziato, il quale però riuscì come si presagiva,

breve e felice; allora il 19 di Giugno Andrea spedì il cugino Erasmo

Doria, da Lerici a Madrid, con suo mandato a stipulare con lo Imperatore

la condotta di cui i patti già erano stati fermi con Antonio da Leva.

Condizioni principali di questa condotta appaiono essere, gli sia

concesso levare Genova dalla soggezione dei suoi nemici e porla in

libertà sua, affinchè si regga a forma di repubblica, reintegrandola in

tutto il suo dominio, massime della terra di Savona, e Carlo sottoscrive

piacergli, che così si faccia in buona e sicura forma: poi vengono i

privilegi mercantili pei Genovesi, gl'indulti ai contumaci contro lo

Imperatore, e tutto di leggieri si acconsente; infine i patti circa le

galere: i prigioni, sudditi di S. M., Andrea non sia tenuto a liberare:

lo farà da sè; bene inteso però, che in cambio dì ogni prigione gli si

dia uno schiavo, od un condannato a vita; prepongasi al comando di

dodici galee, e gli si paghino di stipendio scudi sessantamila d'oro del

sole in rate bimestrali ed anticipate, con malleveria di mercadanti di

polso, od in assegni di sua satisfazione _a ciò per mancamento di danaro

non sia costretto a mal servire_; il titolo sia di capitano e

luogotenente generale di S. M., con preminenza sopra ogni altro legno

potesse essergli aggiunto: vuole stanza nel regno di Napoli per sè e

suoi con porto atto alle galee: Gaeta piacerebbegli: domanda la tratta

di Sicilia, o dalla Puglia di diecimila salme di grano, e palle, e

polvere pel bisogno: dovendo fare fazione gli si conceda mettere sopra

le galee fino a 50 fanti per ciascheduna a spese di S. M.; supplica che

dei benefizi vacanti a Napoli ovvero in Ispagna provvedasi un suo

parente fino a 3000 scudi di entrata, e _più secondo il buon volere di

S. M._; cominci la condotta il primo Luglio e duri due anni fermi senza

potere da una parte dare, nè dall'altra chiedere licenza, salvo che non

fosse soddisfatto dei pagamenti, o lo Imperatore si accordasse col

Cristianissimo. Consentesi facilmente ogni cosa tranne Gaeta, cui si

sostituirà altro luogo di concerto col vicerè di Napoli: per le palle e

la polvere si fa un taccio, e le adoperi o no gli si crescono

millequattrocento scudi del sole all'anno, e ci pensi egli; circa al

benefizio con la entrata di tremila scudi se n'è parlato con messere

Erasmo in modo, ch'ei se ne chiamerà contento. La condotta fu segnata a

Madrid il due Agosto 1527: appena Erasmo la recò a Genova, Andrea

inalberava sopra la sua Capitana il gonfalone imperiale, quel desso, che

Filippino aveva conquistato nella nobilissima vittoria di Capri; le

insegne dell'ordine di San Michele di Francia aveva rimandato avanti.

I Francesi allora ne levarono querimonie infinite, sicchè anco il

Brantôme, sottosopra uomo dabbene, non rifuggì da scrivere tre rinnegati

avere avuto la Francia: il contestabile di Borbone, Jeronimo Morone, e

Andrea Doria: alcuni ci mettono anche il Principe di Oranges, ma a

torto, egli dice, conciossiachè la colpa fosse del Re, il quale non si

volle servire di lui; nè i Francesi soli lo straziarono allora, ma

gl'Italiani altresì, in ispecie fiorentini. Il Varchi ci afferma come la

mutazione del Doria accadesse con meraviglia di tutti, e biasimo della

maggior parte, e il Re, e gli aderenti suoi lo appellassero traditore e

fuggitivo, nè mosso già da carità di patria, cui egli stesso fece

schiava, bensì per ingordigia di pecunia e di onori. Il Re poi ne serbò

lungamente rancore, onde anco dopo la pace di Cambraia, scrivendo Carlo

V al suo segretario delle Barre gli palesava il rovello mostrato da

Francesco I contro il Doria, l'Orange, e gli eredi del Borbone. Il

Segni, a sua posta, racconta come Luigi Alamanni con esso lui della

libertà data a Genova gli ebbe a dire rincrescergli solo, che tanta

gloria rimanesse offuscata da un'ombra, volendo accennare alla

diserzione dalla bandiera di Francia; a cui dicesi rispondesse Andrea:

doversi ringraziare sempre la fortuna quante volte porga occasione di

operare alti gesti comecchè con partiti non al tutto laudabili, e lui

scusare se non le paghe arretrate, e Savona opposta a Genova, certamente

la persuasione, che Francesco non avrebbe mai reso le fortezze, molto

meno la libertà alla sua patria.

Qui vuolsi notare, che se pongasi mente alla improntitudine dei

Francesi, usi a menare strepito, e dire infamia quanto non torni loro a

grandissimo comodo, e soprattutto all'angoscia con la quale pativano la

perdita del regno, non che quella del fiore dei gentiluomini di Francia,

si riputeranno da noi più degni di pietà, che di perdono; e ciò quanto

ai contemporanei del fatto; chi venne dopo assunse consigli più miti; e

il Voltere, uomo pei giudizi storici tenuto meritamente in pregio anco

dall'Hume, afferma con blanda locuzione, che Andrea pei consueti raggiri

delle corti si reputò obbligato di mutare bandiera. I Fiorentini poi,

oltre alle cause che ci occorrerà discorrere nel corso di questa storia,

allo abbandono di Andrea delle parti di Francia (di cui essi mostraronsi

in ogni tempo svisceratissimi) non a torto forse attribuivano la prima

radice di ogni loro disastro; nella recuperata libertà di Genova ebbero

a deplorare più tardi la perdita della libertà di Firenze; ed anco di

presente di quelle bande nere, milizia illustre ed unica degna, che a

cotesti tempi possedesse la Italia, però che rimanessero involte nella

rotta patita dal Lautrecco sotto Napoli, dove giacquero morti il conte

Ugo Pepoli capitano, Giovambattista Soderini, e Marco del Nero

commissari: nè indi a poi poterono riordinarsi mai più. A vero dire il

racconto del Segni mi ha garbo di cotesti favellii, onde gl'ingiuriati

sfogano l'animo inacerbito, e che non avrebbono a trovare accoglienza

nelle pagine della Storia. Io, per me, ventilate le ragioni pro e

contro, penso potere conchiudere: avere avuto facultà il Doria di

lasciare le parti di Francia senza un biasimo al mondo, perchè decorso

il termine della sua condotta, il quale è pure il modo più naturale per

cui le obbligazioni cessano: nè ci era mestieri disdetta, giacchè il

giorno interpella per l'uomo, come dicono i legali, e poi la disdetta ei

la diede, e se il Cristianissimo non gliela mandò, giudichino i discreti

se la colpa stia in cui, ricercato, si astenne da cosa, che non poteva

negare, ovvero in colui che, spontaneo, compì l'ufficio al quale non era

punto obbligato. Il Guicciardino poi, che afferma (quantunque

erroneamente[14]) come il Cristianissimo avesse licenziato Andrea, non

si comprende con qual cuore, e rispetto a cuore passi, ma con qual

fronte, si ostini ad appuntarlo. Tanto basterebbe per mio avviso a

scolparlo, che se ci arrogi Savona accresciuta a detrimento di Genova,

gli strazi, i sospetti, le ritenute paghe donde Andrea doveva pure

cavare il soldo e le panatiche quotidiane per le ciurme, e per ultimo le

insidie mortali, troverai di leggieri, che cause per abbandonare la

Francia ei n'ebbe anco troppe. Circa all'accusa appostagli dai Francesi,

che Andrea allegasse lo studio della patria libertà per onestare il

tradimento, giovi riferire la sentenza del medesimo Varchi poco parziale

(e altrove ne ho riferito il perchè) al nostro Doria: — io lascerò che

ognuno creda a suo modo, detto che avrò, che avendo il Doria poco

appresso (potendosene fare signore) rimesso Genova in libertà, cosa in

tutti i tempi rarissima, ed in questi sola, merita che si creda più ai

fatti di lui che alle parole degli altri. — Se veramente Andrea

restituisse la libertà alla patria, esamineremo più tardi, che grave

indagine è quella: basti per ora che così volgarmente fu creduto a

cotesti tempi, ed anco ai nostri da parecchi si crede, o si finge, e che

le condizioni di Genova da quelle ch'erano, e più minacciavano

diventare, egli migliorò.

Vita di Andrea Doria, Volume I · 第 12 / 20 题