Disuguaglianza civile causa perpetua di ruina negli Stati. Dei
governi misto e semplice, e quale dei due il più sincero. Rumori
di popolo; _castiga villano_; due Doria ammazzati; nuova
spartizione degli uffici tra popolo e patrizii. — Accordi
politici non durano; i patrizii sopraffatti esulano a Savona; e
ogni dì inaspriti ricorrono alla Francia. Il Re distratto altrove
tepido paciere. Guerra del popolo contro i nobili, e consigli di
Andrea. Mutate le cose di Francia il Re entra non più paciere, ma
vendicatore dei nobili. Paolo da Novi doge popolano decapitato e
squartato: altre stragi: rimettonsi le cose come prima. Lega di
Cambraia. Fama di Giulio II usurpata; sue contese con la Francia;
il Papa promove novità a Genova; i congiurati scoperti hanno
mozzo il capo. Giano Fregoso con forza aperta toglie Genova alla
Francia. Andrea Doria prefetto del mare. — Gesto nobilissimo di
Andrea sotto la _Briglia_ dove rimane ferito. — Prosperando le
cose di Francia Andrea si ripara con l'armata a Portofino. —
Sconfitta dei Francesi a Novara. — Torna Ottaviano Fregoso doge
in Genova, e il Doria con esso. Guerra turchesca, l'arcivescovo
di Salerno geloso di Andrea si adopera a torgli l'ufficio di
prefetto del mare, e non riesce. Gesti di Andrea a Gianutri e
alla Pianosa, dove si combatte aspramente. — Carlo V disegnando
prevalere in Italia tenta pigliare Genova alla sprovvista e non
riesce; l'anno dopo la piglia per forza, e la saccheggia. —
Tragedia di Monaco non senza sospetto di partecipazione del
Doria. — Andrea in corte di Francia persuade soccorrersi Rodi e
invano; difende le coste di Provenza, durante la invasione
degl'imperiali in Provenza; e cattura Filiberto principe di
Oranges; piglia Savona e Varagine; vince il Moncada ammiraglio di
Spagna e lo fa prigioniero. Francesco I rotto a Pavia. Dal
consiglio di Francia vuolsi, che Andrea metta in pegno le sue
galee pel sicuro trasporto del Re in Ispagna; nega, e si
proferisce liberarlo per virtù di arme: non è atteso; mal
soddisfatto dei Francesi, spirata la condotta, si accomoda col
Papa. Lega _santa_ per frenare lo Imperatore. — Andrea contro la
patria, tenta Portofino, ed è ributtato. Le cose della lega vanno
a rifascio, il Papa si stacca dalla lega, e Andrea va a
Civitavecchia; rimandato a combattere la flotta spagnuola la
disperde nel mare ligure. Di un tratto il Papa si scosta da capo
dalla lega, e si accorda col Colonna e col Moncada; il Borbone
non mena buoni gli accordi. — Sacco di Roma. — Potere temporale
del Papa minacciato dall'Austria, difeso dalla Inghilterra.
Andrea da capo al soldo della Francia, e da capo contro la patria
sua. — Dopo varie fortune piglia Genova; dissuade il re Francesco
a metterci doge Cesare Fregoso, e ci va governatore Teodoro
Triulzio. — Piglia moglie. — Suoi amori. — Sua parsimonia. —
Codicilli singolari del suo testamento.
Se noi scrivessimo le storie dei popoli faremmo chiari i lettori come
causa perpetua di discordia prima, e poi di tracollo negli stati fossero
i nobili, o quelli che, per eccesso di censo appartandosi dalla
uguaglianza civile, intesero soverchiare altrui con la potenza come con
gli averi. I politici antichi, ed anco dei moderni parecchi, reputarono
ottimo governo quello, che va composto di un mescolo, dove la
democrazia, la monarchia e l'aristocrazia entrano in parti uguali:
opinione che per più ponderato consiglio a me sembra piuttosto in
apparenza che in sostanza prudente, imperciocchè veruno dei tre ordini
stia mai al segno, bensì uno si adoperi a superare perpetuamente
l'altro, da prima con leggi, più tardi con le insidie, all'ultimo con le
violenze. I democratici fiorentini, invece di estirpare i grandi, gli
esclusero dai magistrati; non tolsero già i privilegi per tutti, al
contrario, per via degli ordinamenti di giustizia, ed altre di questa
maniera provvisioni, ne istituirono molti, ed odiosi in danno di loro,
con offese continue li condussero alla disperazione, sicchè quante volte
i grandi poterono farlo si legarono con la tirannide domestica, o
forestiera, per ripigliare il sopravvento sul popolo; finalmente,
accostandosi ai Medici, nel ridurre il popolo e sè in ceppi, reputarono
refrigerio, e non fu nè manco vendetta, la comune servitù.
Non so se altrove, ma qui in Italia corre per la bocca della gente un
proverbio rivelatore dell'animo dei padri nostri, e pur troppo eziandio
del nostro, il quale è questo: male comune, mezzo gaudio. Parve, e pare
tuttavia bello a noi Italiani cavarci gli occhi, a patto che gli
avversarii nostri abbiano a rimanere orbi. Per converso i Veneziani
raccolsero la somma del governo nei patrizii, e nè manco in tutti, ma
studiarono diligentissimi che il popolo avesse sicure due cose: pane e
giustizia; procedendo in questo, meglio dei Fiorentini, avvisati assai;
pure anche lì coll'andare del tempo cotesto sentirsi governato a guisa
di mandra, comecchè con amore, rincrebbe al popolo, che, capitatogli il
destro, un giorno pensando abbattere solo i patrizii, atterrò loro e lo
Stato.
La esperienza ammaestra come la macchina governativa, al pari di ogni
altra, quanto più la ordinerai semplice, e più tu proverai perfetta,
sicchè ti risponderà meglio quanto meno ci metterai dentro
disuguaglianze, oltre quelle che induce la natura, voglio dire di
giovani feroci, e di vecchi prudenti, d'improbi e di probi, d'ingegnosi
e di ottusi. Ad ogni modo, innanzi che i governi semplici tornino
graditi alla universalità, e' ci ha da correre un bel tratto; intanto la
lite flagrante, e la fortuna alterna della democrazia e della
aristocrazia, mantengono il campo delle offese e dei rancori, donde agli
spiriti cupidi si offre abilità di rimestare le faccende per modo, che
conseguano lo scopo dei volgari ma utili appetiti.
Nel tempo in cui sono giunto ragionando di Andrea Doria gli ufficii
ripartivansi a Genova fra popolo e patrizii con questa ragione, che ai
nobili ne toccavano i due terzi, un terzo al popolo: i voti per vincere
i partiti si contavano alla medesima stregua. Il popolo pertanto
chiedeva riforma, e dirittamente, conciossiachè essendo egli troppo più
copioso in numero dei nobili, ne accadeva, che mentre questi quasi tutti
esercitavano le magistrature, pochi di lui si trovassero ad averle;
allora taluni fra i più savi senatori proposero la riforma in consiglio,
ma i nobili superando co' due terzi dei voti respinsero il partito, e ne
menarono baldoria secondo il solito dei corpi deliberanti cui pare
averla spuntata allorchè vincono con le fave, quando, se prudenti,
arieno a tenere la lingua in palazzo, e le orecchie in piazza: e come i
tempi erano più feroci dei nostri, alla ingiustizia aggiunsero la
prepotenza, facendo fabbricare certe lame di pugnale col motto incisovi
su _castiga villano_, quasi per far capire al popolo di scancío, che, se
la legge gli pareva oscura, gliela avrebbero chiosata i patrizii a suono
di coltello. Il popolo, che da un pezzo bolliva, dette di fuori
gridando: _addosso ai nobili_; e trovati per via un Visconte Doria ed un
altro pure della medesima stirpe, gli ammazzò di botto: allora e' fu un
bacchio baleno levarsi dal fianco il pugnale _castiga villano_, e più
che baleno scendere a patti. Il popolo dopo la vittoria non crebbe
pretensioni; i patrizii, di superbi divenuti umili, meravigliavano, o
piuttosto ne facevano le viste, come mai avessero potuto reputare
esorbitante ieri, quanto conoscevano oggi, non pure giusto, ma discreto,
onde concessero di leggieri, che la misura dei voti e degli ufficii si
rovesciasse; vale a dire, che dove prima i patrizii delle cariche e dei
voti avevano i due terzi, e il terzo il popolo, da ora in poi i due
terzi spetterebbero al popolo, il terzo ai patrizii.
Per ordinario nei rivolgimenti politici si viene agli accordi, quando
questi non hanno virtù di accordare più nulla. La potestà che cede
diventa a un punto screditata e vile; il popolo che sforza insolentisce,
però che la temperanza, di cui fa prova nei primi bollori, non derivi
già da cuore nella sua grandezza pacato come quella di Scipione, bensì
da un certo peritarsi, ch'egli, sempre uso a toccarne, prova nello
adoperare la vittoria, che presto perde. Così dopo questi patti il
popolo non si astenne dalle offese nella persona, e negli averi dei
nobili, le quali traboccarono indi a poco per modo che i nobili, paurosi
di peggio, tolsero uscire dalla città, riducendosi la più parte di loro
a vivere in Savona.
Intanto il popolo si sbracciava a raccogliere in sè la somma del
governo, e non rinveniva il bandolo: odiava il Senato, ma al punto
stesso lo riveriva così, che non gli bastò l'animo di levarlo di mezzo;
creò all'opposto il Tribunato per contrastarlo; e due poteri principi,
di facoltà indeterminate, uno protervo per la fresca vittoria, l'altro
iracondo per la patita sconfitta, inabissavano le Stato. I Tribuni fra
tanto arrolarono 2500 fanti, i quali, a seconda dei voleri del popolo,
spedirono nella riviera di levante per torre le castella a Gianluigi
Fiesco; e gliele tolsero; tornati a casa mulinavano imprese maggiori a
danno degli altri nobili, che inaspriti dalle offese vecchie, e
disperati per le nuove, si adoperarono a tutt'uomo per tirare il re di
Francia dalla loro, e con parole accese lo andavano serpentando
dicendogli: Genova stare in bilico per uscirgli di mano dove non
provvedesse presto, e forte: appetirla lo Imperatore, aocchiarla il
Papa, se non per tenerla, per appianarsi la via allo acquisto del
Milanese tanto agognato da lui: entrambi questi due potenti sarebbero
venuti a capo della plebe piaggiandola; egli dovrebbe prevenire il
pericolo opprimendola. Questi maneggi sortivano effetti contrari dei
presagiti, chè il Re spaventato si mise a procedere col calzare di
piombo, e volendo condurre il buono per la pace, comandava nobili e
plebe si accordassero fra loro le terre prese restituendo, la riforma
approvassero, e gli uni agli altri le offese si rimettessero.
Non si comandano le paci; e poichè la plebe prevaleva a quei giorni,
Tarlatino da Castello, condottiero preso al soldo della repubblica, si
restrinse con lei; anzi per gratificarsela vie più si profferse parato a
conquistare Monaco: pretesto della guerra era la recuperazione dei
diritti sopra cotesta rocca, che si asserivano usurpati dai Giustiniani;
causa vera stiantare il nido nel quale i nobili solevano rifugiarsi,
dove potere, come da luogo sicuro, tendere insidie a Genova. Per la
quale cosa i nobili vedendosi con grande stringimento di cuore in
procinto di rimanere privi di cotesto fidissimo asilo nei casi di
fortuna, tennero consulta assieme per sovvenirlo, ed avendo richiesto
Andrea del suo parere, questi rispose: andando a Nizza egli, dopo
considerate diligentemente le forze del popolo, essere venuto nel parere
che contro cotesto sforzo non si potesse fare riparo, là dove non si
accorresse gagliardi alle difese: tre partiti, per suo avviso,
profferirsi adesso ad aiutare Monaco con frutto: in prima il soccorso
dei Francesi, ma questo, oltre al comparire lento, si sarebbe rinvenuto
altresì interessato; il secondo consisteva nel mettere insieme danaro
del proprio, e con questo fatta massa di gente difenderlo alla scoperta;
per ultimo avrebbe per avventura giovato richiamare a Genova Ottaviano
Fregoso in buona vista del popolo, ed usando il benefizio del tempo
attendere a guadagnarsi coi denari e con le promesse qualche capo della
plebe, indebolendo per via di scismi la parte contraria. Dei tre partiti
piacque l'ultimo come quello che non metteva la mano sopra la borsa.
Andrea andò a conferirne con Ottaviano a Bologna, il quale si pigliò
assai lestamente il carico di acconciare le faccende, ma la plebe
avendolo tolto in suspicione non lo volle nè manco vedere, ond'egli
trattenutosi, non senza timore e pericolo grandi, tre giorni in Genova,
se ne tornò sconclusionato a Bologna. Allora i nobili da capo a muovere
ressa al Re, che fare co' propri danari, come forse appariva più sicuro,
e certo era più generoso, così tornava più ostico di tutti: ai legati
patrizii tennero dietro i plebei; udironsi i primi, i secondi no, i
quali trovarono chiuse non solo le orecchie del Re, ma perfino le porte
del palazzo regale: atroce insulto, e meritato, e questo accadeva perchè
il re di Francia essendosi a cagione della morte di Filippo re di
Castiglia sciolto da ogni ritegno, pensò fare a meno della moderazione:
abito importuno a cui costuma produrre la propria volontà per legge; ed
oramai deliberato a mettere mano nelle faccende di Genova si accostava
ai patrizii, tiranni, quando possono, per conto proprio, quando non
possono, aiutatori della tirannide altrui.
Il popolo offeso pei reietti oratori, e infellonito pei minacci contro
di lui, prorompe di un tratto negl'impeti maravigliosi: di colta si
arrampica sul Castelletto e sul Castellaccio, li piglia, e ne caccia
malconcio il presidio francese: poi si elegge a doge Paolo da Novi
tintore, e sceglie bene, secondo il solito, quando non gli corrompono
con la calunnia la mente e con la pecunia il cuore. Qui non ha luogo
raccontare quello che Paolo operasse; basti sapere, che operò molto e
retto; vinse, fu vinto, in ultimo tradito da un Corsetto, che lo vendè
ottocento scudi al re di Francia, il quale da Pisa fece trasportarlo a
Genova, e quivi decapitare e squartare. Il capo di lui, prima
passeggiato confitto su di una picca, poi messo dentro una gabbia
attaccata al ballatoio della torre dogale, insegnamento non nuovo, e
replicato anco dopo, e sempre invano, di quello che si acquista a
rincrescere ai re per gratificarsi i popoli. Nè la finiva qui; qualche
ventina di popolani al capestro, a un Giustiniani si dava della scure
sul capo, e ciò per privilegio del patriziato: così a quei tempi il boia
dispensava, o confermava la patente della nobiltà, e forse in qualche
lato in Europa continua anco adesso. Gli ordini dello Stato si
rimettevano come prima, anzi secondo il consueto con qualche giunterella
in peggio; la città (per non distinguere gli amici dagli avversarii)
multavasi in trecentomila ducati: la moneta eziandio da ora in poi
doveva coniarsi con lo stemma di Francia. Fin qui le providenze per
aggiustare i conti del passato; venivano poi quelle del futuro; ed
erano, che, oltre il Castelletto e il Castellaccio, i Genovesi, per
mettersi nella bocca sfrenata una briglia con le proprie mani,
fabbricassero la fortezza del _Faro_, volgarmente detta la _Briglia_, e
tale veramente fu, imperciocchè assai duro morso l'avessero a provare i
Genovesi. Così, ed anche questa è storia vecchia in Italia, una setta
avendo, per dominare su l'altra, chiamato lo aiuto straniero, rimangono
entrambe ridotte in servitù.
Stringevasi intanto la lega di Cambraia, dove quel Giulio II, che gode
presso il volgo ignorante fama di nemico pertinace ad ogni straniera
dominazione in Italia, confederavasi con Francia ed Austria ai danni dei
Veneziani; nè con quelle solo, ma per isgarare meglio la prova, con
Ungheria, Spagna, Savoia, Mantova, e Ferrara altresì. La storia che,
registrando i fatti mal si accomoda a piaggerie antiche nè a moderne,
dichiara che, come papa Giulio non rifuggiva dallo spartire la Italia
con lo straniero per istrappare a Venezia Ravenna, Cesena, Cervia,
Faenza, Rimini ed Imola, così il duca di Savoia si accontava col Papa, e
gli altri ai danni d'Italia per aspollare il regno di Cipro[2]. Durarono
i collegati uniti, come suole, finchè non ispogliarono: spogliato che
ebbero tornarono nemici. Il Papa un dì più acceso di tutti a collegarsi
con la Francia, adesso voltandogli faccia, tempesta avvampato a
cacciarla d'Italia, e smania per restituire Milano agli Sforza, e
liberare Genova dalla dominazione straniera: agli ossequi succedono le
ingiurie ed anco plebee, dacchè il Cristianissimo non si trattenesse da
chiamare addirittura papa Giulio _briacone_: di vero costui del bere si
compiaceva più, che non convenga, non dirò al Vicario di Cristo, bensì a
qualsivoglia uomo dabbene. Le prime batoste toccarono al Papa sicchè
s'ei ne sbuffasse non è da dire: la guerra temporale rinterzando con la
Spirituale, egli scomunica il re di Francia; questi non potendo
scomunicarlo, a sua posta se ne richiama al Concilio, e lo Imperatore
assentendo, lo convoca a Pisa; il Pontefice per contrapposto ne intima
un altro in san Giovanni Laterano, i cardinali tragiogati pei lembi
della porpora non sanno a quale partito più sicuro appigliarsi. Intanto
per la memorabile rotta di Ravenna le fortune del Papa parevano
spacciate, ma così sperimentiamo incerti i giudizii umani che per questo
appunto tornarono a germogliare più vigorose di prima, imperciocchè per
la morte di Gastone di Foà, strenuissimo condottiero dei Francesi,
spento in cotesta battaglia, e per le contese del cardinale Sanseverino
e la Palissa circa il comando dello esercito, da un lato la prosperità
francese illanguidiva, mentre dall'altro ai disastri egli riparava
irrequieto tirandosi in campo gli Svizzeri con molta pecunia e con
infinite speranze. In questa Giampagolo Baglioni, rinforzato di gente,
calava giù nel Veronese pel Trentino, e tale appariva in vista, che alla
Palissa non sovvenne migliore disegno di quello, che mettere il Po fra
mezzo a sè ed ai suoi nemici.
Il Papa sembrava che da qualche tempo si fosse risovvenuto, ch'era sua
patria Genova, e sè nato di parte popolare; però col dirsi parziale alla
democrazia, collo accogliere in corte gli emuli della Francia, da una
parte sbracciando promesse grandi, dall'altra consentendo che anco i
maggiori se ne pigliassero, in somma con le arti tutte dei Principi
quando hanno bisogno del popolo, fomentava a Genova novità in danno
della Francia, e siccome non manca mai chi si lasci ire all'amo per
buona natura, ed anco per trista, dacchè la voglia di essere pescato
inuzzolisce in alcuni, quanto in altri quella di pescare, un Giovanni
Interriano ed un Domenico di San Piero tramarono insidie al Governo del
Re, e con mal pro di entrambi, che scoperti di corto, il primo, perchè
nobile, morì di scure, al secondo, plebeo, bastò il capestro: adesso
poi, soffiando il vento in filo di ruota, messe da banda le frodi, si
adoperava la forza. Giano Fregoso, con piccola mano di fanti e di
cavalli, forse seicento in tutti, se pure ci arrivavano, s'indirizza con
celeri passi a Genova, e quanti gli occorrevano per via gli si
cacciavano dietro o partigiani suoi, o vaghi di garbugli: giunto in
vista della città mandava arditamente un trombetto al Senato,
intimandogli che riponesse il governo in mano al Fregoso. Il Senato
tentennava, il Vicario del Re tempestava, e se togli la smania di volere
impiccato il trombetto e subito, nè manco egli sapeva che si facesse. Il
Senato, secondo l'ordinario di tutti i Senati, non patì che il trombetto
s'impiccasse, perchè le cose della Lega pigliavano buona piega, e
neppure chinò a riporre il governo nelle mani al Fregoso, perchè le
fortune del Re potevano risorgere; tenne la via mezzana, e rimandò il
trombetto con la risposta, che trattandosi di materia gravissima, si
sarebbe costituito il solito magistrato per consultarci sopra; e con
questa conclusione si partirono soddisfatti come se avessero salvato la
patria.
Ma il tratto alla bilancia lo diede sempre, secondo il solito, non il
consultare dei Padri, bensì il tumulto, e per questa volta nè manco
cittadinesco, bensì straniero: chè gli Svizzeri, lasciati dal vicario
del re a custodia del palazzo, dubitando, che se il Fregoso entrava in
città per isforzo di armi sarebbero stati messi a pezzi, vennero a patto
con lui, e gli aprirono le porte: poi procedendo più oltre gli offersero
in compra la fede e il sangue loro, ed egli comprò fede e sangue
svizzeri tutto a taccio pel prezzo di dodicimila ducati. Queste cose
facevano gli Svizzeri allora, e tuttavia fanno e reggonsi a repubblica,
sicchè, loro mercede, dubitano parecchi che sotto veruna forma di
reggimento la stirpe umana possa condursi a vivere in pace e in dignità.
Giano Fregoso eletto doge creò in quel torno Andrea Doria prefetto
dell'armata, capitano di terra che era stato fin lì; egli contava allora
quarantasei anni, e sarà sempre mirabile, quanto di onore per Andrea,
pensare come in età così avanzata mutasse abito di milizia riuscendo a
salire per le faccende marinaresche in fama due cotanti più gloriosa,
che nelle terrestri. Ora il Doge, attendendo ad assodarsi nel
principato, deliberò espugnare le fortezze: del Castelletto venne a capo
in breve un po' per virtù di palle e molto di scudi: dicono, il
Castellano dopo alquanto di mostra di difesa per parere, lo rendesse
mediante lo ingoffo di dodicimila ducati.
Osso più duro a rodere presentava la _Briglia_, che, fabbricata su di
una roccia, si teneva soggetta Genova: da tre parti la circuiva il mare;
a tramontana stava attaccata al lembo di una rupe irta di scogli:
volerla superare a forza di arme compariva folle al pari che vano; si
disposero a vincerla con la fame. Niccolò Doria, capitano generale del
naviglio di Genova, la vigilava solertissimo dalla parte del mare,
impedendo che veruna nave venuta di Provenza scivolasse a soccorrerla;
ma il re di Francia, che a ragione faceva assegnamento grande sopra
cotesto valido arnese di guerra, statuì ad ogni modo sovvenirla.
Allestita segretamente a questo scopo una grossa nave, la commise alla
condotta di un audacissimo provenzale, di cui la storia a torto tace il
nome, al quale bastò l'animo, finta bandiera, di attraversare con essa
l'armata genovese e girsene a rifornire la fortezza di munizioni così da
guerra come da bocca. La salvò l'audacia, e nulla eccetto l'audacia
poteva salvarla; lasciata facilmente passare, la nave accennò volere con
diritto corso andare a surgere in porto, quando di un tratto girato il
timone, tra il fulminare delle artiglierie dei nemici, tardi accorti
dello inganno, si aggrappava agli scogli sottostanti alla fortezza.
Per questo fatto la città venne a sentire inestimabile angustia, però
che non le paresse essere libera se non le si toglieva quel calcio di
gola. Allora Andrea, raccolta una squadra di uomini usi a mettere allo
sbaraglio la vita, e scelto altresì tra molti un legno sparvierato, di
cui, come si legge, era padrone Emanuele Cavallo, si accinse a rinnovare
uno di quei gesti, i quali, soperchiando l'ordinario ardimento degli
uomini, soglionsi chiamare eroici; e siccome prevedeva, che molti
sarebbero stati i morti, così prima di entrare nella mischia egli ordinò
ad alcuni fidatissimi suoi, che li buttassero in mare, affinchè i
superstiti non si sbigottissero. Munito di provvedimenti siffatti, e
secondandolo il vento, si spinse a piene vele contro la nave nemica,
epperò proprio sotto le batterie dei Francesi; non curato lo sfolgorare
dei cannoni e dei moschetti, all'improvviso diè volta cacciandosi tra la
nave e la fortezza; giunto a un pelo dagli scogli dove la nave stava
raccomandata, la uncina, e con supremo sforzo la tira alla spiaggia di
San Piero di Arena. Molti pur troppo, secondo il presagio di Andrea, si
ebbero a lamentare morti, e per poco stette ch'ei non rimanesse fra
questi, percosso malamente da una scheggia nel petto, e fu ventura, che
a forma degli ordini suoi non lo gittassero via, imperciocchè lunga
pezza lo tennero ito, nè ripigliò i sensi prima, che il gesto fosse
stato interamente condotto a fine. Siccome Emanuele Cavallo prese il
comando della nave subito dopo il caso avvenuto al Doria, impedendo che
l'audacissima impresa sinistrasse, così non mancarono storici, che tutto
il merito attribuissero a lui; e poichè la gloria non sia cosa, la quale
per largirsi ad uno si deva togliere all'altro, giustizia vuole, che il
Cavallo popolano e il Doria patrizio si abbiano a giudicare in virtù di
cotesto fatto parimente gloriosi. E fu in simile congiuntura che accadde
l'altra prova del giovane Benedetto Giustiniano, il quale, avendo
avvertito come il capitano della nave nemica tuffatosi in mare tentasse
sottrarsi notando, egli, spiccato un salto dal ponte, gli si cacciò
dietro con tanta furia, che di corto ghermitolo pel collo, se lo trasse
dietro prigione. Audace e pertinace sangue è il ligure e in onta ai
tempi e agli uomini non passò secolo, che non ne porgesse buona
testimonianza; Colombo, i Doria, Spinola, Balilla, Pittamuli, Garibaldi
e gl'imperterriti che lo seguitarono sopra la terra sicula, più oscuri
di lui, non però meno benemeriti della patria, sono manifestazioni
diverse di un medesimo spirito; tra questi metto Giuseppe Mazzini
indomato cultore di libertà: oggi il volgo di ogni maniera, ma più il
patrizio, gli bandisce la croce addosso; non importa, e' muterà in
breve; dove non mutasse, la verità è una, ed io detto, libero,
liberissime storie, non pagato diarii, infamia del secolo.
La lunga vita di Andrea Doria comparisce quasi un filo della trama
storica del secolo decimosesto, nè si potrebbe raccontare utilmente là
dove non si desse contezza dei fatti ai quali s'innesta, se non che,
favellando dei casi dell'uomo, a noi conviene mutare le parti facendo
servire la storia d'Italia come di filo nella trama della vita del
Doria.
Laonde qui si accenna come Francia, acerbamente comportando vedersi
sbassata in Italia, si accorda negoziando con la Spagna e con la
Svizzera comprando; con Venezia mette pratica: la morte, che taglia a
mezzo nella gola di Giulio II il grido: _fuori i barbari!_ cui egli ci
aveva altra volta chiamato, ne agevola i disegni, e, poi che in questo
modo ebbe ammannito il terreno, manda Giangiacomo Trivulzio, e la
Tremoglia a riconquistare le terre perdute. E' sembra, almanco per lo
sperimento che ne abbiamo fatto fin qui, come la fortuna ordinasse, si
possano i Francesi di leggieri allargarsi nella Italia, ma a patto
ch'essi devano con pari agevolezza abbandonarla. Ormai al duca di Milano
non avanzava altra terra, eccetto Novara, di funesta memoria, pel
tradimento svizzero ai danni di Lodovico suo padre. Adesso il medesimo
luogo, i medesimi Svizzeri, da un lato, i medesimi Francesi dall'altro,
empivano l'animo dello Sforza di trepidazione; quello dei regii di
baldanza: anzi la Tremoglia assicurava spacciatamente il re, avrebbe
fatto prigione il figliuolo, per lo appunto colà dove tredici anni prima
avevano preso il padre.
Per queste vicende gli umori non quietavano a Genova, ma era da credersi
che non avrebbono rotto, se i fratelli del Doge, sospettando di Girolamo
Fiesco, non lo avessero ammazzato alla traditora; quale l'animo dei
Fieschi e dei consorti Adorni per questo omicidio non importa dire;
accorsero alle castella loro, e, cavatane la gente alla rinfusa, si
avventarono contro il Doge. I Genovesi non si mossero; Fregosi, Fieschi
e Adorni acciuffaronsi; quegli rimase vinto, questi, vincitori,
entrarono in città; e i Genovesi sempre stettero a vedere, imperciocchè
avessero preso in uggia per la mala signoria, e pel truce omicidio, i
Fregoso, e dagli Adorni e Fregosi come parziali della Francia
aborrissero.
Niccolò Doria capitano generale e Andrea prefetto del porto,
considerando che il serbarsi interi sul mare approdava alla patria
molto, e moltissimo a loro, scansata la flotta regia, si ridussero con
le galere della Repubblica alla Spezia, aspettando gli eventi; i quali
oltre alla aspettazione loro riuscirono prosperi, imperciocchè paia che,
come ai polsi, così avvenga alle coscienze degli uomini, voglio dire
sieno intermittenti: di vero quei dessi Svizzeri che tradirono il padre,
ora combattono ferocissimamente pel figliuolo. La fortuna di Francia
giacque sui campi di Novara, e al maresciallo Triulzio, combattendo per
gli stranieri, toccò l'onta della disfatta nei poderi paterni della
Riotta. Gl'Italiani non ricordano battaglia più micidiale, nè i Francesi
ne soffersero mai più vergognosa di questa: i morti sommarono a
dodicimila, altri affermano più; gittarono via le armi per paura; non
uno dei fuggenti francesi valicò la Sesia conservata la spada. Questa
vicenda alterna di disdette e di fortune pare che la Provvidenza mandi a
tutti i popoli, perchè si ricordino che a veruno è concesso farsi
perpetuamente oppressore dell'altro; ma la lezione frutta poco con
tutti, massime co' Francesi, che, felici, non ci pensano, infelici sì,
ma allora non giova. Quanto a civiltà ci consumiamo troppo ad esaltarla
con le parole, perchè ci rimanga animo di praticarla coi fatti.
Per questi rivolgimenti le cose degli Adorni e dei Fieschi declinando,
tornarono a rifiorire quelle dei Fregosi e dei Doria. La lega mise
Ottaviano Fregoso doge a Genova, ma escluse Giano perchè esoso
all'universale. Taluni storici affermarono Ottaviano generosissimo uomo,
altri gli danno taccia di sospettoso; tuttavia maggiori riscontri ci
persuadono la bontà di lui, ed anco la tradizione li conferma; e poi il
sospetto negli uomini di Stato non si può reputare vizio: fatto sta,
ch'egli da prima prepose Giano al governo di Savona, ma ragguagliato poi
come costui, inuzzolito dell'antico comando, tentasse ridurre
tirannicamente le cose della città in sue mani per suscitare tumulti a
Genova (e si dice altresì, ch'ei venisse in cognizione di certa pratica
tra Giano, gli Adorni e i Fieschi ordita ai danni suoi), ordinò lo
sostenessero; se non che egli che stava su l'avvisato, avendone preso
fumo, salito subito sopra un brigantino, si salvò.
Adesso il Papa e i principi cristiani volsero la mente a tal fatto, che
avrebbe dovuto restarsi sempre in cima dei loro pensieri, e questo era
la pirateria con la quale i Turchi, condottisi ad abitare le coste
dell'Affrica, avevano reso il Mediterraneo infame, peggio che non è una
selva infestata da assassini, e nabissavano le sponde disertando i
paesi, le sostanze arraffando e gli abitatori promiscuamente: onde, dopo
parecchie pratiche, trovatisi all'ultimo d'accordo, impresero la guerra
dei pirati con diciotto galee, nove del Papa, di Genova e di Francia, e
nove fornite da privati, e ne commisero il comando a Federigo Fregoso,
arcivescovo di Palermo, fratello del Doge: coll'Arcivescovo andò Andrea.
Donde accadde che, mentre il grosso dell'armata condotto dal Fregoso non
faceva frutto o poco, imperciocchè dalla scorreria su le coste
dell'Affrica in fuori non ne ritrassero altro, che il ricupero di
qualche schiavo e di un corpo di galera predato l'anno antecedente ai
Genovesi, Andrea con una squadra staccata proseguendo con ardore pari la
gloria e il guadagno, pigliò ai pirati due galeotte e quattro
brigantini. L'arcivescovo, punto da invidia, allora si adoperò perchè il
Senato togliesse al Doria l'ufficio di prefetto del porto, nè questo
venendogli fatto di conseguire, egli lo licenziò dalla condotta delle
sue galee; ma gli amici di Andrea, operando in essi l'amicizia ad un
punto e l'accerto del buon negozio, misero insieme danari, co' quali
comperarono quattro galere per Andrea, ed egli n'empì due di schiavi,
onde chiamaronsi _forzate_, e due di gente proffertasi a soldo; da ciò
il nome di _buona voglia_, che, entrato come sostantivo nella lingua con
diversa significazione, indica, che se uomo non è galeotto, ci manca
poco. Il Senato poi, non solo confermava Andrea nello ufficio di
prefetto del porto, ma pigliava altresì al suo servizio le quattro galee
del Doria, assegnandogli stipendio sottilissimo, con facoltà di
sopperire al mancamento corseggiando, e s'intendeva contro ai Turchi, ma
se veramente fossero sempre Turchi coloro che Andrea e gli altri
Genovesi predarono prima o poi, od anche in quei medesimi tempi, la è
una faccenda seria a chiarirsi, nè forse eglino stessi l'arieno potuto,
così di colta, deciferare.
In questo medesimo anno, che fu il 1517, Andrea s'illustrò con nuovo
gesto, il quale con volenteroso animo esporrò. Spazzando egli il mare
con tre galere pervenne all'isoletta di Giannutri, dove avendo sorpreso
tre fuste turche, di leggieri se ne impadronì: udito al tempo stesso dai
prigioni come Gad'alì si andasse aggirando per le acque côrse con otto
fuste ed una galea presa a Paolo Vettori ammiraglio di Lione X,
succeduto papa a Giulio II, tornò a Genova, dove aggiunte alle quattro
due galere governate da uomini di _buona voglia_, che la Repubblica li
licenziò, si mise su le peste del Turco, e lo colse intorno alla
Pianosa. Andrea sul punto d'ingaggiare battaglia si trovò con solo due
galere delle proprie, però che le altre due soggette ai comandi di
Filippino Doria si fossero messe a rimorchiare quelle della Repubblica,
che guidate da gente nuova vogavano languido, e nondimanco con risoluto
spirito si cacciò in mezzo allo sbaraglio. Se gli fosse mestieri
adoperare virtù, non importa che io dica: per maggior disdetta fin dal
principio della zuffa un colpo di archibugio lo colse nel braccio
sinistro recandogli così acerbo dolore, che già stava per ritirarsi dal
ponte, quando buttato via il bracciale e fasciatasi la ferita si sentì
abile a combattere; ma comecchè lo facesse assai gagliardamente,
tuttavolta troppo inferiore di forze durava fatica a difendersi: quanto
a vincere egli era disperato, e la galea accanto a lui balenava come se
non si potesse più sostenere. Filippino, visto lo stremo in cui si
versava Andrea, lasciate indietro le galee della Repubblica, si abbriva
con voga arrancata nel mezzo rinfrescando la mischia; però questo
rinforzo, come bastevole a bilanciare le forze, non bastava per vincere;
all'ultimo, avendo potuto pigliare parte alla fazione le due galere
arretrate, la vittoria si dichiarò per Andrea, ma fu sanguinosa; dei
nove legni turchi sette rimasero presi: due salvaronsi. Gad'alì cadde
prigione; e si ricorda come quattrocento Genovesi e più vi rimanessero
spenti. Se togli l'onore, che veramente per Andrea fu grandissimo,
quanto a guadagno questa volta l'andò proprio fra corsaro e pirata,
perchè dagli scafi in fuori non ci corse altro benefizio.
Continuando a rinterzare la vita di Andrea Doria con la storia della sua
patria, anzi con quella della intera Europa, a me non fa mestieri
discorrere quali e quante occorressero cause di emulazione, o piuttosto
di odio tra Francesco I re di Francia e lo imperatore Carlo V; basti
bene questo, che, finchè vissero, attesero ad osteggiarsi tirando pei
capelli nella funesta contesa ora questo, ora quell'altro, e sovente
tutti i popoli della Europa in cotesti tempi reputata civile.
Per tanto lo Imperatore, attendendo adesso ad abbassare la possanza di
Francia in Italia, coloriva con onesta causa il disegno, intimando: il
ducato di Milano a Francesco I Sforza si restituisse; e come senza
venire al paragone dell'arme prevedeva non ci sarebbe riuscito, così
conobbe tornargli di suprema importanza mettere un piede nella Liguria,
massime in Genova per soccorrere le cose del Ducato dalla parte del
mare, e come questa città, quantunque affrancata dal giogo francese, non
paresse punto disposta di tirarsene addosso uno spagnuolo, egli
s'ingegnò da prima coglierla alla sprovvista, e se non riuscì, la città
n'ebbe obbligo alla buona guardia che Ottaviano Fregoso ci faceva
d'attorno; e per allora si rimase; ma nell'anno che venne dopo, e fu il
1522, essendo prevalse le armi imperiali in Italia, mercè la sconfitta
che i Francesi rilevarono alla Bicocca, riarse in Cesare la cupidità di
avere Genova, tempestandogli intorno gli Adorni proffertisi nella rea
opera servi agli stranieri a patto di dominare sopra i cittadini.
Fermata tra loro la impresa, i capitani cesarei mossero ai danni della
Repubblica con tutto il peso delle armi imperiali, e volle andarci anco
Francesco Sforza per dare maggiore reputazione alla cosa: accampati
sotto Genova, e disposte le artiglierie, i supremi capitani Colonna e
Pescara mandarono dentro un trombetto ad intimare la resa, magnificando
come si suole la potenza di Cesare da un lato, e dall'altro deprimendo
quella della Repubblica.
L'arcivescovo Federico fratello al Doge, col pastorale nella manca e la
spada ignuda nella destra, imperversava non si avesse ad accordare,
bensì resistere finchè il fiato durasse. Più modesto Ottaviano chiamava
i padri a consulta; dove il ventilare dei partiti protraendosi oltre la
pazienza dei capitani imperiali, che sicuri del vincere si mostravano
tracotanti, questi cominciarono a trarre con le artiglierie contro il
bastione di Pietra minuta. Gli storici biasimando l'avventatezza di
Federico danno lode di mansuetudine ad Ottaviano, e che questi fosse più
onesto uomo del suo fratello non sembra che si possa negare; può darsi
eziandio che il primo fosse spinto a procedere così acceso per causa
interessata, ed il secondo da pretta generosità; non per questo l'opera
di Ottaviano giudico deva anteporsi a quella di Federico, imperciocchè
nelle consulte, massime nei momenti di pericoli, noi vediamo
ordinariamente prevalere i partiti animosi, i quali pure come i più
magnanimi riescono a prova i più sicuri. La quale cosa se accade da per
tutto con maggiore frequenza che non si vorrebbe, non la scatta mai
nelle città dove prevalgono uomini dediti alla mercatura, dei quali
intento di vita essendo il guadagno, sembra loro che dove questo si
arresti, cessino ad un punto le cause del vivere. Ed anche merita
considerazione quest'altro che i conforti alle difese dell'arcivescovo
si appoggiavano sopra plausibile fondamento, sapendosi come nella
Provenza stessero sul salpare navigli in soccorso di Genova, e Claudio
di Longavilla in procinto di calare dalle Alpi avrebbe costretto a
sollecita ritirata i capitani cesarei, se pure non volessero perire
affamati in mezzo a coteste balze della Liguria.
Un po' per disposizione propria, e un po' per lo schiamazzo delle turbe,
la Signoria vinse il partito degli accordi; i quali, o per emulazione o
per infingimento convenuto fra loro, il Colonna accolse ed approvò,
respinse il Pescara, cui averla a forza riusciva più accetto, onde
ordinava si tirasse innanzi e si ammanissero le scale. Pigliarono Genova
gli Spagnuoli soli, ma la saccheggiarono Italiani, Spagnuoli e Tedeschi:
vi si commisero le solite nefandità; ma i Genovesi, e questo dico a
gloria di loro, secondo il solito non se ne dimenticarono, ed ogni volta
che n'ebbero il destro si riscattarono. Lasciate dire chi vuole, la
vendetta delle ingiurie recate alla patria è cosa santa; le offese fatte
a voi, uomo, perdonate sempre; quelle a voi cittadino, non mai.
Ottaviano Fregoso avendo la coscienza netta giudicò bassezza cansarsi,
ma la coscienza non basta contro il maltalento; i nemici, fattolo
prigione, mandaronlo ad Ischia, ove indi a poco periva: l'Arcivescovo
suo fratello, in compagnia di parecchi gentiluomini, salì sopra le
quattro galee di Andrea covigliandosi a Monaco, e quinci con molte ed
onorate condizioni (e ci sarebbe andato per nulla) si condusse agli
stipendii di Francia, per trovare, come disse, occasione di vendicare la
patria mandata fellonescamente a sacco dagli Spagnuoli.
Poco dopo che da Andrea fu lasciato Monaco, vi accadde una tragedia
nella quale si afferma, che egli pigliasse parte non piccola; e si
ricava da questo. Sopra cotesto scoglio regnava Luciano Grimaldi, che lo
aveva usurpato ammazzando a tradimento il fratello Giovanni, e la moglie
e la figliuola di lui cacciando in esilio, e poi se lo tenne in santa
pace andandogli a verso ogni cosa, lieto com'era di buona ed onesta
moglie e di due figliuoli maschi Onorato e Francesco, sicchè Dio e gli
uomini sembrava gli avessero rimesso il delitto: anzi aveva perfino
tentato di ottenerne la quitanza espressa dal cielo, o a meglio dire dai
sacerdoti, fondando il Convento di Carnolese, e sottoponendosi a tutto,
tranne la restituzione del retaggio usurpato, e non gli valse;
imperciocchè Tommaso Shidonio, meritamente oggi riverito per santo, gli
disse sul viso, che ci voleva altro che conventi per espiare il
fratricidio; se gli premeva la grazia di Dio incominciasse a placarne lo
sdegno col rendere la roba rubata alla nipote. Luciano non gli dette
retta, e siccome continuò a svolgersi per lui gioconda la vita, così
ebbe a credere che il santo uomo non fosse, secondochè presumevasi,
interprete genuino dei decreti di Dio: ma Dio non paga il sabato: in
fatti, un dì che stava chiuso in consulta col suo nipote Bartolomeo
Doria, dandogli le istruzioni di quanto avesse a procacciare per lui in
corte di Francia, questi assalitolo alla sprovvista, lo spense di mala
morte. A tanto misfatto non pare si conducesse Bartolomeo a cagione
dell'antica nimicizia della casa Doria co' Grimaldi, però che questi
assieme co' Fieschi si professassero guelfi, mentre i Doria con gli
Spinola si ristrinsero sempre a parte ghibellina, imperciocchè coteste
antiche divisioni fossero state sopite da nuove paci, da parentadi e da
scambievoli officii; piuttosto sembra che lo tirasse pei capelli la
cupidità, potendo chi possedesse cotesto scoglio pigliare occasione ad
incremento grandissimo, stante il perpetuo rivolgersi delle cose
italiane per le contese del re con lo imperatore. A Bartolomeo fece
tronchi i disegni l'ira del popolo, il quale, commosso a pietà alla
vista del cadavere di Luciano lacero dalle ferite, lo costrinse a
fuggire; indi a poco sopraggiunse Agostino vescovo di Grasse fratello
del trafitto, il quale da quel prete ch'era e genovese, da prima
considerato come quello che pareva buono a pigliarsi forse ottimo a
tenersi, non rese il principato alla nepote: e poi richiesto con pietose
supplicazioni di misericordia da Bartolomeo rispose: avere perdonato
Gesù ai suoi uccisori, poteva perdonare egli a cui a buon conto non
aveva morto altri che il fratello; quando egli si riducesse a casa gli
avrebbe restituito la grazia sua. Bartolomeo traditore, fidandosi non
essere tradito, si commise nelle mani del vescovo: non andò guari che
Bartolomeo disparve, e fu fatta correre la voce che avesse incontrato la
morte assaltando il castello di Penna; ma il fatto stava che il dabben
prete nei sotterranei del castello lo scannò. Andrea Doria, appena
commesso il delitto, comparve con le sue galee alla vista di Monaco per
entrarci dentro ad assicurare lo acquisto, ma, presa lingua che la trama
era capitata a male, si trasse al largo non si facendo più vedere.
Certo, per argomentare la sua complicità al delitto, simile indizio
sarebbe poco; ma rimane una lettera donde si ritrae manifesta: però io
confesso questa lettera non avere visto, nè lo scrittore, che la
rammemora, ne riferisce per disteso il dettato[3].
Ai consiglieri del re di Francia piaceva Andrea che eseguisse, non
piacque che consigliasse; difatti giunto ch'ei fu in Corte incominciò a
predicare si soccorresse Rodi in quel torno combattuto da Solimano; ciò
persuadere non pure il bene della cristianità, ma l'onore di Francia e
la voce del sangue altresì, però che la più parte di coloro che tanto
virtuosamente si travagliavano alle difese dell'isola, fossero Francesi;
pensava averne plauso, ed invece rincrebbe a tutti; ai gentiluomini,
come quelli cui talenta talora mostrarsi generosi, ma che altri li
conforti ad esserlo e' l'hanno per rimprovero, e lo pigliano in uggia:
ai consiglieri, per astio ripugnanti a dare occasione d'ingrandirsi ad
uomo nuovo: al Re, che, sprofondato nell'odio contro lo Imperatore,
metteva in non cale la cristianità, la Francia e tutto, ma non doveva
parere, onde gli recavano molestia inestimabile quegli uomini e quelle
cose che contribuivano a scoprirlo.
E poi non andò guari che i Francesi ebbero ben altro a pensare che a
Rodi, imperciocchè l'ammiraglio Bonnivet respinto dalle Alpi, dava campo
al marchese di Pescara, dopo allagato d'imperiali la Provenza, di
mettere l'assedio a Marsiglia. Buoni e fortunati furono allora i
servizii che Andrea Doria rese alla Francia col munire Marsiglia, e non
una volta ma due, attentandosi a navigare fino ad Arles per cavarne
provvisioni, non curato, anzi trovato Ugo di Moncada ammiraglio di
Cesare che lo seguitava alla lontana, per la quale cosa gl'imperiali
dopo quaranta giorni ebbero a partirsi dallo assedio di Marsiglia, che
fu difesa strenuamente da Renzo da Ceri di casa Orsini, capitano
illustre a quei tempi, e da un Libertà côrso, a cui non ingrati i
Francesi posero lapidi, con iscrizioni commemorative la virtù di lui e
la riconoscenza loro.
Ora accadde, che, mentre Andrea Doria scorrendo su e giù attendeva a
spazzare cotesti mari, il principe Filiberto di Oranges, quel desso che
più tardi capitano dello assedio sotto Firenze, rimase ucciso alla
battaglia della Cavinana, venendo sopra un brigantino di Spagna, o sia
che l'aere fosco gli togliesse il vedere o qualche astuzia ci adoperasse
Andrea, si trovò in mezzo alle sue galee, dove non valendo difese,
questi lo fece prigione a man salva. Il Principe quanto a cortesie, non
ebbe niente a desiderare, ma instò invano di essere liberato con la
taglia, però che il Doria sotto buona scorta lo spedì al Re, il quale
lieto di sì nobile cattura, promise al Doria un presente di quindicimila
ducati, che non gli dette mai.
Dopo ciò Andrea ridusse in potestà sua Savona, e s'impadronì di
Varagine: in seguito, cominciando a imperversare la rea stagione, egli
prese consiglio di ripararsi nel porto di Vado, pure stando su lo avviso
se la fortuna gli mettesse dinanzi congiuntura di poter far qualche bel
tratto; e la fortuna, amica ai solerti, glie la mise in questa maniera.
A Don Ugo Moncada parve che conducendo un'armata fornita di tutto punto
di diciotto galere spagnuole, avrebbe scapitato non poco di credito se
in cotesto anno si fosse ridotto ai porti senza fare, o almeno tentare
cosa alcuna di conto: preso lingua come il presidio di Varagine se ne
stesse a mala guardia, colà navigando cautamente lo assalse alla
sprovvista, e sul primo giungere sbarcò da tremila fanti spagnuoli. Si
trovava dentro la terra Giocante Casabianca côrso, soldato vecchio uso a
non isbigottirsi per poco, il quale, avendo animato con le parole, e
meglio con lo esempio, il presidio a menare francamente le mani, ed il
presidio non facendogli difetto, ne successe una molto fiera battaglia.
Le galere spagnuole, tiratesi al largo per cagione del mare grosso che
le spingeva alla spiaggia, cominciarono a trarre a casaccio empiendo di
strepito la marina, non già di terrore la gente: il quale strepito,
invece di recare danno al nemico, lo recò a lui, però che portandolo il
vento fino a Vado, Andrea ebbe avviso della battaglia, onde sfrenate le
galee in un attimo le spinse di furia in mezzo a quelle del Moncada
sceme dei soldati: bastava tanto a farlo vincere, e pure lo favorì anco
il vento: con facile vittoria ruppe l'armata spagnuola di cui solo tre
galere riuscirono a scampare; ma egli alacremente perseguitandole le
costrinse a investire sopra la spiaggia di Nizza; e nè anche allora le
lasciò in pace, chè, calati subito gli schifi in mare ed empiutili di
gente, si mise ad assalirle: senz'altro quelle pure erano spicciate se
per caso non passavano di costà certe squadre di cavalleria imperiale,
che corsero alla difesa delle galere spingendo i cavalli fin dentro al
mare: allora Andrea si trasse indietro, pago di quanto aveva acquistato
per cotesta vittoria, la quale rese chiara la prigionia dello ammiraglio
Moncada, e di altri moltissimi così capitani come soldati spagnuoli.
In questo la Francia, non patendo avere perduto ogni prevalenza in
Italia, rovesciava con sinistri presagi giù dalle Alpi nuovi eserciti
capitanati dallo stesso re Francesco, che ne rilevò quella fiera
battitura di cui vanno piene le carte col nome di battaglia di Pavia, e
veramente si avrebbe a dire di Mirabello. Francesco di Francia, caduto
nelle mani del Principe di Borbone e del Marchese di Pescara,
somministrava ad ognuno di loro vario argomento ad esercitare la propria
cupidità: desideravano entrambi tenerlo in Italia, questi per adoperarlo
come arnese a procacciarsi il reame di Napoli: quegli per macchinare
novità nella Francia; ma il Re desiderava ad ogni costo uscire loro di
sotto per moltissime ragioni, che qui non importa discorrere; ed in
questo lo secondava il Lanoya vicerè di Milano, che, rinterzatosi col
Borbone e col Pescara, tirava al suo interesse: contro il parere del
Consiglio di Francia, la madre del Re, cui parevano mille anni cavare il
figliuolo dalle mani del Borbone, non rifiniva di rispingere innanzi la
pratica, sicchè altro non rimaneva eccetto si accordassero sul modo di
mandarla ad esecuzione.
I commissari imperiali per avere pegno di non essere assaliti nel
trasporto del Re a Barcellona, chiesero le galee francesi si ritirassero
ai porti, e quivi stessero disarmate, la quale cosa venne concessa.
Allora il Consiglio di Francia mandò al Doria, che, recatosi dentro le
sue galee presidio spagnuolo, si unisse all'armata che convogliava il Re
a Barcellona. Andrea, rigettato questo partito, ne propose un altro:
dessero al Lanoya galee della marina regia: a lui lasciassero le sue con
le quali sarebbe ito a mettersi in agguato alle isole Yeres, dove
uscendo notte tempo con quattro galee, si mescolerebbe inosservato alla
squadra spagnuola, poi di un tratto assalita la capitana alla
sprovvista, faceva conto di cavarne il Re a forza di arme; che messo
subito sopra una fregata avrebbe trasferito a bordo di una delle galee
rimaste indietro, la quale a furia di remi si sarebbe provata di
condurlo a salvamento. Parve a tutti troppo zaroso il partito, massime
alla madre, la quale temè e non senza ragione, che il figliuolo in
cotesto investimento, e pei casi della zuffa notturna, non avesse a
capitare male. Andrea, vista la sua profferta scartata, ricusò impiegare
in altro modo le sue galee: solo richiesto, e per comando espresso della
Francia, promise non molesterebbe gli spagnuoli per via. Cosa naturale
è, che, quando due vengono a contrasto di pareri tra loro, uno lodi il
suo, e censuri l'altrui; ma oltre il biasimo, intopperà sovente danno
quegli che, non pago di tanto, vorrà vituperare l'emulo con le calunnie,
od angustiarlo con gli smacchi; e questo fu ciò che avvenne allora in
corte di Francia contro il Doria, a cui non si risparmiarono insulti, ed
agl'insulti aggiunsero il pregiudizio di ritenergli le paghe. Andrea
dall'altra parte non pure astenevasi da fare cosa, che gli gratificasse
i ministri del re, ma compiacevasi del contrario, ricusando loro
pertinacemente ogni donativo, e spesso lasciandosi sentir dire, che se
volevano avere parte nelle prede, andassero seco lui a conquistarle sui
mari. Insomma queste gozzaie giunsero a tale, che, presa licenza dalla
Francia, egli andò ad accomodarsi con Clemente VII, il quale lo condusse
capitano di sei galee, quattro sue e due di Antonio suo parente,
assegnandogli, per soldo di tutte, scudi trentacinquemila per anno; non
di manco l'armata alla quale venne preposto fu di otto, avendone il Papa
aggiunte due altre della Chiesa.
Per allora la licenza di Andrea non danneggiò punto la Francia,
imperciocchè il Papa con esso lei si legasse e co' Veneziani, per
tentare di mettere un po' di freno alla baldanza dello Imperatore,
liberando Milano dallo assedio, levando di prigione i figliuoli del Re
(dati per pegno della osservanza dei patti stabiliti a Madrid in baratto
di lui) e cavandogli di sotto Napoli e Genova con altre più condizioni,
le quali non occorre qui riferire. La Lega per avere a capo il Papa si
chiamò _Santa_.
I confederati, secondo il solito delle leghe, procederono languidi, onde
la Spagna potè a suo agio rinforzare il presidio di Genova con 1500
fanti; le flotte loro essendosi riunite si trovarono in tutto sommare a
quarantacinque legni. Armero veneziano ne conduceva tredici, Pietro
Navarro sedici sottili, ed otto tra galeoni e navi; il Doria otto:
allora questi capitani spartironsi la guerra; il Navarro tolse sopra di
sè la impresa di Savona, ed, aiutato dagli abitanti, di leggieri se ne
impadronì; il Doria e l'Armero occuparono la Spezia e Portofino; donde
scorrazzando il mare ad impedire che entrassero vettovaglie in Genova,
si confidarono averla per fame. Però considerato come il blocco
marittimo assottigliasse sì, ma non togliesse il pane a Genova,
scendendo le granaglie giù dalla Lombardia, mandarono a Francesco Maria
della Rovere capitano dello esercito della Lega che chiudesse i passi
dei gioghi, ma egli, o per inettitudine o per astio contro il Papa,
ch'era dei Medici, non li chiuse.
Il doge Antoniotto Adorno, vigilando a cessare le querele di ora in ora
irrompenti per lo scarso vivere, ordinava si ricuperasse Portofino;
nella quale impresa adoperò quattromila veterani e due mila gregari.
Andrea, presa lingua del disegno, butta in terra Filippino Doria e
Giovambattista Grimaldo con ottocento soldati dei buoni, i quali, fatta
massa con gli altri di Filippino Fiesco, preposto al comando di
Portofino, non solo bastarono a sostenere lo assalto, ma lo ributtarono,
mandando molta di cotesta gente dispersa pei monti dove, peggiore della
sanguinosa assai, incontrava la morte per fame.
Le dimore cautamente imprudenti del Duca di Urbino operarono sì che
Genova in quel punto non si avesse, e, danno troppo maggiore, che
Francesco Sforza, non si potendo più oltre sostenere in Milano,
capitolasse col Borbone, e il Papa, atterrito per le scorrerie di don
Ugo di Moncada e dei Colonna, si levasse dalla Lega accordando con loro.
Andrea, per comandamento del Papa levatosi dallo assedio di Genova, si
condusse a Civitavecchia. Ma il Papa indi a breve si rinfrancava,
imperciocchè in lui non fosse mancamento di prudenza, bensì la troppa
timidità ad ora ad ora gli turbasse il giudizio, e con pronti messaggi
contrammandava tornasse Andrea nel mare ligure ed impedisse il
progredire dell'armata, che si sapeva già mossa da Spagna ai danni della
Lega. Difatti in cotesti giorni salpava da Cartagena la flotta imperiale
di trentasei galee piena di fanti e di cavalli capitanati da Antonio
Lanoya vicerè di Napoli, Ferrante Gonzaga, e Ferrante d'Alarcone, che
per fortuna di mare costretta a ricoverarsi in Corsica nel golfo di S.
Fiorenzo, adesso con prospero vento veleggiava verso Genova: di tanto fu
porto avviso ad Andrea giusto in quel punto in cui si riuniva al
Navarro, e formarono insieme diciasette galee. L'Armero aveva preso
stanza a Portovenere, e già messo mano a racconciare il naviglio; però
gli spedirono tosto raccomandandogli si affrettasse a soccorrergli;
ond'egli che animoso era molto, lasciata ogni cosa in asso, accorreva,
senonchè il vento e il mare contrari gl'impedivano il cammino. Ad ogni
modo il Navarro e Andrea, anco senza questo rinforzo, statuirono
ingaggiare la battaglia, sul principio della quale il Navarro, che ebbe
lode in quei tempi di pratichissimo nel maneggio delle artiglierie,
imbroccò l'albero maestro della capitana nemica, il quale rovinando
trasse seco giù il gonfalone dello Impero: cose che, quantunque
fortuite, levano mirabilmente in alto le speranze dei combattenti e non
mica dei superstiziosi soltanto, bensì degli altri che si sentono meno
disposti a farne capitale ad animo tranquillo. Andrea andò a cacciarsi
in mezzo a due galee spagnuole, e quivi fulminando alla dirotta una ne
sconquassava, l'altra buttò a fondo: trecento uomini vi perirono a un
tratto: l'Alarcone scampò come per miracolo aggrappandosi allo schifo;
la fortuna parve pigliarsi cura di questo carceriere di Francesco di
Francia, perchè tra breve custodisse prigione il Papa Clemente. Dei
legni della flotta spagnuola quale più quale meno soffersero tutti, e
forse tutti perivano, se prima in grazia della notte, e poi del vento
mutato, non si fossero salvi dalla ruina. Quando spuntò l'alba le galee
spagnuole si erano dilungate troppo, perchè Andrea e il Navarro
potessero perseguitarle con profitto, e la stagione ormai inoltrata
persuadeva i naviganti a ridursi stabilmente nei porti.
Tuttavolta Andrea ci si fermò poco, imperciocchè Clemente VII,
irrequieto nei suoi armeggi, invece di starsi forte su le difese ora che
udiva stormire dalla parte di Lamagna nuovo nembo di guerra, e scendere
capitano dei lanzichenecchi un Giorgio Frandesberg[4], il quale portava
appeso all'arcione della sella nientemeno che una matassa di corde di
seta rossa, mescolate con una di oro per impiccarne il Papa e i
Cardinali, s'indetta col re di Francia, per natura sempre, ed ora per
anni e per isventure oltre il consueto dimesso di spiriti perseveranti,
a conquistare Napoli col patto, che mezzo si desse al conte di
Valdimonte fratello del duca di Lorena, e mezzo alla Caterina dei
Medici, ch'egli avrebbe condotto in moglie, sicchè per parentado venisse
ad ordinarsi intero, com'era successo poco prima del reame di Spagna in
virtù del matrimonio di Ferdinando con Isabella.
Per mandare ad effetto così strano disegno, il Papa levava dai porti le
armate della Lega e le spediva a Napoli, però con gli altri anco Andrea,
il quale tuttavia non volle partire prima di avere provveduto che lo
assedio dalla parte del mare a Genova non si allargasse e continuassero
navi a costeggiare lungo le spiagge per impedire ci s'immettessero
vettovaglie; dopo questo veleggiò per Civitavecchia, che tocca appena,
imbarcava le bande nere con Orazio Baglione rimastone capitano dopo la
morte del signor Giovannino de' Medici, e lo stesso conte di Valdimonte
per traghettarle nel regno.
Dove da prima le cose procederono prosperamente, ed oggimai le forze dei
collegati si erano spinte fino sotto la città di Napoli, quando di
repente il Papa, o sia che con nuovi spauracchi lo atterrissero, o con
insolite speranze i ministri cesarei lo agguindolassero, o coi Francesi
s'impermalisse, cessa le paghe a Renzo da Ceri, licenzia i soldati, e si
ritira dalla Lega mandando a catafascio ogni cosa. Andrea richiamato a
sua posta torna a gettare l'àncora in Civitavecchia. Intanto il duca di
Borbone, in apparenza discorde dal Colonna e dal Moncada, in sostanza di
concerto con loro, le convenzioni fatte col Papa dichiara reciso non
volere osservare.
Chi fosse questo duca di Borbone raccontano tutte le storie dei tempi:
ribelle si fece al suo re forse per mente torbida, ma grande parte di
colpa si vuole attribuire a Luisa di Savoia, che prima con ogni maniera
di angustie, sia nella persona, sia negli averi, vessò il duca, poi di
un tratto secondo la voltabile indole delle femmine, di lui (comecchè di
quarantasei anni attempata) fieramente si accese, e, non potendo tirarlo
alle sue voglie, con odio due cotanti più fervido dello amore prese a
perseguitarlo da capo. Essendosi il Borbone riparato in corte di Carlo
V, questi lo accolse come costumano i principi quando hanno bisogno di
qualcheduno, e gli promise prima la Provenza e il Delfinato, quando si
pigliassero; poi, per giunta, la propria sorella, vedova del re di
Portogallo, in isposa; ma la Provenza e il Delfinato non si poterono
pigliare; quanto alla giunta (vo' dire la moglie) non so se l'Imperatore
volesse dargli, o se il Borbone si cansasse a pigliare. A tutto questo
arrogi, che, essendo il duca di Borbone uomo di alti spiriti, sentiva
che per ordinanza di principe non avrebbe ricuperato mai il suo onore,
donde lo aveva casso la pubblica coscienza; e quando pure avesse voluto
fare inganno a sè stesso, a rompergli la illusione dalla testa sarebbe
venuto il fatto del marchese di Villena, il quale, richiesto dallo
imperatore fosse contento ospitare il Duca nel proprio palazzo finchè la
Corte dimorasse a Toledo, rispose: — quanto piaceva allo imperatore suo
signore piacere a lui: però non gli facesse specie, se, appena uscito il
duca dal suo palazzo, egli lo avesse dato alle fiamme, però che casa
turpe per la presenza di un traditore non fosse più degna di albergare
leale cavaliero spagnuolo. Ora parve al Borbone, che a fare rifiorire il
suo onore non gli si parasse davanti altra via, eccetto quella di
acquistare stato: veramente il silenzio per forza o per corruzione
ottenuto non giustifica la colpa; ma in difetto di meglio a molti sembra
così: ad ogni modo la bocca muta rincresce meno della lingua
esprobatrice.
Pertanto il Borbone lasciato il Milanese aocchiava Firenze, ma siccome
allora la custodivano cittadini pur dianzi rivendicati in libertà,
reputò prudente scansarla; e raccoltosi col Frandesberg mossero di
conserva contro Roma. L'assalì; la vinse; ma nello espugnarla rimase
morto: il Cellini vantatore narra ch'egli cadde di un colpo tratto per
avventura da lui; le sono baie; lo ammazzò un prete con un tiro di
falconetto dentro ad un fianco, come prete fu quegli, che nel medesimo
tempo spense il principe di Orange a San Desiderio. Il capitano Giona, a
richiesta del Duca moribondo, lo coperse col suo mantello perchè i
soldati non si smarrissero di animo vedendolo morto; e poi, trattolo
fuori delle terre di Roma, da quello sviscerato amico che gli era, gli
dette onorevole sepoltura a Gaeta. Certo se uomo visse al mondo
infelice, il duca di Borbone fu quegli: perse uno stato antico, e il
nuovo non acquistò, da Francesco di Francia aborrito; detestato da Carlo
di Austria; ai buoni in odio; dai tristi, che quanto meno possiedono
virtù tanto maggiore la fingono, lacerato. E forse la nimicizia aperta
dei gentiluomini francesi gli coceva meno del cerimonioso disprezzo
degli spagnuoli: in vita gli tinsero in giallo la porta e la soglia del
palazzo come in Francia costumavano allora co' traditori; l'acerbo
insulto del marchese di Villena ho narrato; ed in morte altresì non ebbe
perdono nè tregua. Il Brantôme viaggiando in compagnia di monsignore di
Quelus, padre di colui che poi fu mignone di Enrico III, avendo visitato
la sua tomba a Gaeta, la trovò negletta e coperta di semplice panno nero
senza fregio alcuno, della quale cosa avendo egli chiesta la cagione,
quegli che la teneva in custodia gli disse: tale sembrava avesse
desiderato il morto, imperciocchè, quando il Cristianissimo lo intimò a
restituirgli la spada di Contestabile e le insegne di San Michele, egli
rispondesse: quanto a spada non dovergli rendere niente, imperciocchè se
la fosse ripresa il dì, che commise al duca di Alanzone la condotta
della vanguardia a Valensienne, e rispetto all'ordine di San Michele, lo
cercasse a Ciantelle dietro il capezzale del suo letto, e ce lo
troverebbe. Il tosone imperiale non volle portare mai. Nè tanto, eppure
non era poco, bastò alla miseria di cotesto uomo, che veruna terra si
rimase da esecrarlo, anzi fecero a gara Milano e Roma, e soldati non
meno che borghesi; nella Lombardia impose balzelli così incomportabili,
e così duramente li fece riscotere, che molti con vario genere di morte,
presi dalla disperazione, si finirono: di Roma non parlo: colà i
nabissamenti barbarici dirimpetto a quelli dello esercito di Sua Maestà
apostolica parvero pietosi: intorno agli uomini illustri capitati male,
e alle opere loro perdute, basti leggere il Valeriano nel suo libro
_Della infelicità dei letterati_. A Cristoforo Marcello, arcivescovo di
Corfù, i Bisogni spagnuoli attorsero intorno alla vita una catena di
ferro; poi lo sospesero ad un arbore strappandogli ogni giorno un'unghia
per fargli palesare il nascondiglio dell'oro che supponevano egli
possedesse: morì di fame, di veglia e di dolore; tra il supplizio di lui
antico, e quello dello Zima impeciato ed arso modernamente in Brescia
dai Tedeschi, quale diversità ci corre? Spagnuoli e Tedeschi allora come
ora soldati dello impero austriaco: gravi mali fecero sempre alla Italia
gli stranieri di qualunque generazione si fossero; ma i Tedeschi più
lunghi. A perdonarli, non basta ch'escano d'Italia; usciti, cominceremo
a disporci al perdono; ma se potremo vendicarci sarà anco meglio. La
copia della preda fu tanta, che gli stessi Spagnuoli avvezzi alle rapine
americane ne rimasero a un punto maravigliati e soddisfatti, sicchè
vedendo passare i poveri cittadini male in arnese facevano loro di
berretta, ed al danno aggiungendo lo strazio favellavano: — addio veraci
padri nostri, che tale noi dobbiamo chiamarvi meglio dei naturali pel
bene che ci avete fatto, epperò pregheremo sempre Dio per voi[5]. — Non
mancarono nè anco i soldati a credere, o forse lo finsero, perchè ci
trovavano il conto, che il Borbone fosse di mala morte rimasto spento a
cagione di certo spergiuro; perchè avendo egli messo sopra Milano la
taglia di trentamila ducati, giurò che ei ci si trovava costretto per
pagare le milizie; e se non lo faceva si contentava fin d'ora che Dio
gli mandasse la prima archibugiata del nemico nel capo; la moneta per sè
tenne, e l'archibugiata l'ebbe, se non nella testa, nel fianco; ma ciò
non fa caso. A questo modo giudicavano i soldati la morte del Duca.
Voglia il lettore darmi venia se ho largheggiato in questa faccenda del
Borbone, perchè le cose che ho scritte ritrassi con molto studio da
libri che ormai non si leggono più se non da pochissimi.
La morte del Duca non avvantaggiò punto le cose del Papa, che, rifugiato
in Castello Sant'Angiolo, di colta dispose partirsi da Roma e avrebbe
fatto bene, ma poi avviluppandosi nelle solite ambagi, o male fidente,
ovvero con i suoi nuovi amici intorato, si rimase, e calò ad accordi
vergognosi con lo Imperatore. Cotesta parve dovesse essere la ultima ora
della potestà temporale dei papi, imperciocchè, quantunque lo Imperatore
co' soliti infingimenti, che celebransi parte principale della politica,
si sbracciasse a dire, e a far dire, che la presa di Roma era successa
senza saputa di lui, e, quello che forse appariva più forte, senza la
volontà de' suoi capitani: avrebbe anteposto mille volte perdere al
vincere in cotesto modo, e per mostra di dolore ne vestisse gramaglie:
anzi, per non lasciare indietro modo alcuno di ipocrisia, decretasse
processioni, preghiere solenni, e la esposizione del Sacramento,
affinchè il Pontefice ricuperasse la libertà; cosa che senza tante
invenie poteva compirsi in un attimo, solo che ne scrivesse un motto a
Ferrando d'Alarcone, che lo teneva in custodia per lui: pure da molti e
credibili riscontri storici abbiamo come sicuro, fosse suo intendimento,
sotto colore di restituire il papato alla sua antica semplicità, torre
al Papa la via di ingerirsi mai più nelle faccende di governo: che se
cotesto disegno non ebbe esecuzione, ciò avvenne per cause affatto
estranee alla sua volontà, di cui principali furono, le minacce di
Enrico VIII, che allora vantava il nome di _difensore della fede_, e
poco dopo spinse la Inghilterra allo scisma con Roma, e la paura, che,
lasciata senza contrasto, la riforma non pigliasse il sopravvento così
nel temporale come nello spirituale per tutta Lamagna; e più che altro
smosse lo Imperatore la calata del Lautrecco in Italia, il quale
procedendo di bene in meglio già si accostava a Bologna, e nondimanco
quando inviò frate Angelio suo confessore a Roma, con la commissione di
liberare il Papa, lo fece con modi così pieni di ambagi, che assai di
leggieri davano ad intendere come ci s'inducesse molestamente, e quanto
sarebbe andato lieto di non trovarsi obbedito: onde il Papa, che forse
n'ebbe lingua, elesse mettersi in libertà da sè scappando di Castello
sotto mentite vesti di ortolano, fidato su le zampe celeri di un
cavallo, che gli donò Luigi Gonzaga; per questa guisa riparava a
salvamento in Orvieto.
Gli storici in generale non riportano, che Andrea in cotesta congiuntura
operasse cosa che poco od assai valesse; solo in qualcheduno si trova,
che appena egli ebbe odore della mossa del Borbone contro Roma, non
mancò di levare i presidii delle galere, e sotto la condotta di
Filippino spingerli alla difesa del Papa; senonchè, aggiungesi, tanto
assillava gl'imperiali l'agonia del saccheggio, che stracorrendo con
passi frettolosi avevano chiuso da per tutto le vie; ond'ebbe Filippino
a ripiegarsi, e fu ventura, perchè essendo la sua buona e cappata
milizia, ma non bastevole all'uopo, correva risico di rimanere spento
senza pro. Dopo questo successo, considerando Andrea come prima che il
Papa avesse a rimettersi in fiore da mantenere a' suoi stipendii galere,
e' ci sarebbe corso un bel tratto, gli fece intendere che, seguitando il
suo esempio, avrebbe riputato spediente accordarsi con Cesare,
quantunque questo gli paresse ostico, però che il sacco dato a Genova
dagli Spagnuoli non aveva ancora potuto mandar giù: ma il Papa, che
tuttavia in prigione, non aveva smesso il vezzo di abbacare novità, gli
mandò persona, a posta, che gli dicesse: badasse bene a farlo, che a
questo modo egli avrebbe buttato la pietra nel pozzo senza speranza di
ripescarla: provvedesse ad accomodarsi a tutti i modi con la Francia.
Così il Papa consigliava accesamente, non già per benevolenza che
sentisse verso la Francia, bensì perchè temeva che la potenza di Carlo,
rimasta sola in Italia, di eccessiva diventasse strabocchevole, e lui
senza ritegno facesse trasferire in Ispagna od a Napoli: epperò
importava oltre modo a Clemente tenere sempre tesi i suoi archetti per
pigliare al varco la occasione di migliore fortuna. Andrea, o per
obbedire al Papa, o per cotesta sua ruggine vecchia contro gli
Spagnuoli, o per vaghezza di riprovare co' Francesi, o per tutte queste
cause insieme, chiuse per allora le orecchie alle profferte dei ministri
imperiali, si riacconciò al soldo di Francesco, che lo accolse a braccia
quadre assegnandogli di presente scudi trentaseimila all'anno per la
condotta di otto galee: conchiusa la pratica, Andrea navigò da
Civitavecchia a Savona, la quale teneva tuttavia il Re a sua devozione.
Colà non istette guari Andrea, che gli giunse ordine da Lautrecco
vedesse mo' di tentare Genova con qualche assalto, mentr'egli gli
avrebbe porta una mano dai gioghi: crudo ufficio cotesto; però non
sembra che facesse specie ad Andrea, quantunque si trattasse di portare
adesso non solo le mani violente contro la patria, bensì affliggerla in
mezzo a desolate fortune: di fatto la fame e la peste disertavano a
cotesti tempi la Italia, solita accompagnatura dolorosa, non però la più
trista, della invasione straniera. Genova poi, oltre la generale
diffalta, pativa per giunta i mali del blocco; solo a qualche
mercadante, in cui la cupidità del guadagno troppo più poteva della
paura del capestro, aliando per coteste spiagge dirupate, riusciva
scivolare con alcuna saettia carica di granaglia la quale pagavano un
occhio: refrigerio ai ricchi soltanto, e scarso; i poveri languivano un
pezzo, poi traballavano per inedia, e cadevano per non rilevarsi più.
Andrea, nello approssimarsi a Genova, ebbe avviso come sei grosse navi
fossero giunte allora allora a Portofino, cinque cariche di grano, ed
una di varia ragione mercanzie, per convogliare le quali il governo
aveva spedito sette galee, due del porto, due di Fabrizio Giustiniano, e
tre imperiali dell'armata di Sicilia.
Andrea in tutta la sua vita che incominciava ad essere troppa, non si
era mai visto offerire dalla fortuna occasione più opportuna di questa
per avvantaggiare di un tratto con sì lieve pericolo sè e il suo
principe: però arrancava velocissimo a Portofino, dove, afferrata appena
la spiaggia, buttò in terra milledugento fanti, commettendone il comando
a Filippino; e più non volle che scendessero, sia perchè credeva che
questi bastassero, sia perchè avendo pochi compagni al pericolo, gli
sarebbe toccato a spartire con meno la preda. Il doge Adorno, non so se
antivedendo provvedesse prima, ovvero avvisato sovvenisse, rinforzò il
presidio di Portofino con ottocento soldati condotti da Agostino Spinola
capitano non meno ardito di Filippino Doria, sicchè appena vide
comparire la gente di Andrea, con baldanzoso animo le si spinse addosso:
da una parte, e dall'altra combatterono con prodezza pari: Agostino
prevalse; chè lo rincalzarono il presidio sortito dalla Rocca, e gli
uomini del contado calati dai monti, mentre a Filippino non potè
sovvenire Andrea respinto dal vento di tramontana, che allo improvviso
si mise a imperversare: la gente, parte andò dispersa, parte ci rimase
ammazzata: Filippino cadde prigione dello Spinola, il quale avvezzo alla
voltabilità della fortuna, massime soldatesca, non gli fece ingiuria, e
bene gl'incolse.
Bene gl'incolse conciossiachè mentre il Doge tutto lieto menava vanto
della riportata vittoria, ecco giungergli avviso, come Cesare Fregoso,
figliuolo di Giano, scendesse giù dai gioghi con molta mano di fanti
traendo ai danni di Genova; a crescergli lo sgomento gli susurrano
dentro gli orecchi il popolo più diverso del mare, in riva al quale ei
nasce, per impazienza di miseria, tedio della vecchia signoria e
vaghezza della nuova già già balenare: allora il Doge con accesi comandi
richiama lo Spinola, come con accesi comandi lo aveva spinto prima; e
certo se diligenza bastava a riparare il danno, egli lo avrebbe
riparato: però tutte queste cose concitate non potevano accadere senza
che la fama se ne spargesse, e come suole le magnificasse, onde ai
capitani delle sette galere parve prudente tornarsene a Genova per non
rimanerne tagliati fuori, molto più che taluni delle ciurme davano a
divedere spiriti inquieti, e come disegnarono fecero; senonchè trovarono
la ruina nel partito, che speravano avere ad essere la loro salute, e ne
fu colpa il vento, il quale mutatosi da capo concesse abilità al Doria
di abbrivarsi loro addosso e catturarli tutti, e con essi le galere,
eccetto una sola, e subito dopo con pari agevolezza s'impadronì dei
legni carichi di grano e di merci preziose. Ricordano le storie, che, a
facilitargli la vittoria, si mise sopra le galere nemiche lo scompiglio,
avendo preso parte dei galeotti a gridare: viva la libertà! ed
acconigliato i remi; e sarà come la contano: tuttavia, schierando Andrea
diciassette galere contro sette, e' sembra che questo solo bastasse a
fare smettere ogni pensiero di resistenza, non potendo essere in ogni
caso mai valida nè lunga.
Il doge Adorno ridotto a questo passo considerava stargli ora su gli
occhi il Doria, e il Fregoso in procinto di assaltarlo, quegli con
ventitrè galee, contando le nuove conquistate, dalla parte del mare,
questi dal lato di terra con gente usa per lungo esercizio alle fazioni
di guerra; lui, come tutti i signori vecchi, massime se sfortunati,
fastidioso, il popolo oltre il naturale talento, per angustie di fame e
per paura di peste, più che mai movitivo[6]: percotevano altresì la
mente dei cittadini, e la sua, gli strazii successi di brevi anni
addietro quando Genova fu presa di assalto: gli è vero, che quelli
commisero gli Spagnuoli e ora si trattava di Francesi, ma nelle mani non
occorre differenza di lingua, e tutte arraffano al medesimo modo:
inoltre la città a tempi più antichi aveva gustato eziandio le mani
francesi di che cosa sapessero: queste le difficoltà del vincere, e
comparivano troppe, e pure non erano tutte. Però, non potendo resistere,
mandò Vincenzo Pallavicino al Lautrecco, per gli accordi, che glieli
concesse presto, e tutti, premendogli forse di trovarsi subito altrove;
uno solo si eccettui, e fu quello di rimettere Savona sotto la podestà
della Repubblica. Per cui considera attentamente la storia, apparirà
questa cosa che sto per esporre degna di nota: il Doge sul punto di
risegnare lo ufficio, anzi pure di uscire fuori di patria, attendeva a
rimettere le mani addosso a Savona, bruscolo perpetuo negli occhi di
Genova: e starà dubbio se ciò deva attribuire con biasimo all'indole
sempre procacciante dei Genovesi, o se piuttosto con lode a tenace amore
di patria: certo oggi questo amore s'intende diversamente, nè ti
acquisterai merito di studioso della prosperità della tua patria
togliendola altrui; ma, a quei tempi, s'intendeva così, e sembrava
intenderla bene: anche la morale conosce i suoi andazzi. Ma poichè gli
affetti si devono giudicare a prova di Etica, epperò non già dal modo di
manifestarsi, bensì dalle origini, penso, che Antoniotto Adorno, quando
sul punto di andarsene in esilio procurava la emula Savona tornasse
nella podestà di Genova, dava alla patria buona testimonianza del suo
amore filiale per lei.
Il Lautrecco, non giudicando la negata condizione di Savona d'importanza
tale da mandare a monte il trattato, commesso prima al Fregoso di
ricevere la città a patti, si affrettava a Pavia, e s'ingannò,
imperciocchè l'Adorno tenesse fermo, e nella nuova ostinazione si ha da
credere, che contribuisse non poco la notizia dello allontanamento del
Lautrecco. Allora il Fregoso mandò dietro al Lautrecco per significargli
il successo, e richiamarlo, ma questi, ormai non si potendo più fermare,
gli spedì in soccorso mille e quattrocento fanti tra svizzeri e
francesi, ordinandogli, che aggiunti ai quattrocento, i quali gli aveva
di già lasciati, e valendosi altresì dell'opera del Doria,
s'industriasse espugnare la città. Cesare, comecchè gli paresse poca
gente, pure facendo maggior capitale sopra le difese inferme, che sopra
le valide offese, si spinse oltre occupando San Piero di Arena, e poi il
convento di San Benigno, dove mise presidio, rimandando l'assalto al
giorno dipoi; il quale non riputarono spediente aspettare Agostino
Spinola e Sinibaldo Fiesco, che giovandosi del buio della notte,
condussero con essoseco le compagnie del palazzo, sorpresero e di
leggeri sbarattarono il presidio del Fregoso a San Benigno: sul far del
giorno si avventarono giù dal balzo con buona speranza di vittoria;
senonchè Cesare, vista la mala parata, si trasse indietro sopra la
spiaggia, dove con opportuno consiglio si fece parapetto di due navi,
che vi stavano costruendo, e delle barche che in copia avevano tirato
fuori dell'acqua sul lido: quivi fermò da prima l'ardore del nemico, poi
lo sbigottì con le spesse morti, con le quali come da luogo sicuro lo
funestava; per ultimo proruppe fuori ricacciandolo a furia verso la
città in cui entrarono assieme tumultuariamente amici e nemici: nel
punto stesso il Doria con le galere surgeva nel porto. Il Doge si chiuse
in Castelletto; la città si versava in pericolo presentissimo. Allora i
deputati della città si fecero a trovare il Fregoso, dal quale accolti
benignamente, ottennero dopo la vittoria i medesimi patti proposti prima
di combattere: aggiunsero, che trattando con cittadino generoso
avrebbono riputato inane e peggio mettere per condizione che le vite e
le sostanze dei cittadini si rispettassero; nondimanco per debito di
ufficio ce la mettevano: di vero col Fregoso, uomo d'indole magnanima,
ne potevano fare a meno. Di lì a breve, intimato il doge Adorno a
restituire il Castelletto, ci s'induceva senza farsi di troppo pregare,
ottenendogli patti onorati Filippino Doria, il quale, trovandocisi
prigioniero, con modestia e zelo lodevoli ci si adoperò. Il Senato,
composti in pace cotesti viluppi, con pubblico decreto rese grazie così
ai vinti come ai vincitori, perchè, esercitando cristiana carità, si
fossero astenuti da funestare la patria con le vendette: furono coteste
grazie decretate ed a ragione, imperciocchè dopo la concordia, che è il
primo bene il quale possano godere gli Stati, la maggiore benedizione
mandata loro da Dio consista nel frenare gli animi da trascorrere ad
offese, che rendano gli uni contro gli altri implacabili i cittadini.
Cacciato via di Genova un Adorno, egli era come di regola si sostituisse
un Fregoso; e Cesare faceva sembiante desiderarlo; Francesco di Francia
non si mostrava alieno: dicono, lo dissuadesse Andrea, facendogli
toccare con mano come, per cotesta altalena fra le due famiglie emule,
le parti in Genova non avrebbono quietato mai: consiglio che il Re
giudicava prudente quanto onesto, e che per avventura moveva da un
riposto concetto non onesto del pari, ed era, che bisognava sgombrare il
terreno di Genova dalle piante degli Adorni e dei Fregosi, se pure si
voleva che la pianta Doria vi germogliasse principale.
Cesare Fregoso, liberata Genova, ebbe a consegnarla a Teodoro Trivulzio
mandatoci governatore dal re Francesco; imperciocchè se dal Doria egli
imparò non essere savio confidarla al Fregoso, altri o il suo giudizio
gli fece conoscere, che sarebbe stato anco meno porla in balía del
Doria: a questo mandò le insegne dell'ordine di San Michele. Se Andrea
le avesse care, non so, ma forse è da credersi, conciossiachè gli
uomini, fanciulli o adulti, pei balocchi tripudino, e nè per ora sembra
ne vogliano smettere il vezzo.
Andrea era giunto con gli anni a quella parte della vita in cui il
comune degli uomini desidera riposare; ed ai Romani, i quali pur furono
tanto operosi, parve, che dopo i sessanta anni entrasse il _senio_, o
vogliamo dire il periodo di tempo in cui il cittadino, cessando a mano a
mano dallo agitarsi, importa si apparecchi alla quiete suprema; epperò,
non che essi biasimassero il ritirarsi a cotesta età indietro dai
negozii, lo commendavano come onesto: nel Doria nostro, così doveva
procedere in tutto la faccenda diversa, che a sessantuno anno condusse
moglie: affermano alcuni, ed hassi a credere, ch'egli segretamente
l'avesse sposata avanti, sendo la donna in età pari alla sua; si chiamò
Peretta, ed era figlia a Gherardo Usodimare, nobilissima schiatta, e
nipote d'Innocenzio VIII; dicono ch'ella fosse molto sufficiente donna,
e può darsi; ma di lei non ci avanzano memorie, perchè noi possiamo o
negare od affermare con verità cotesta sentenza; se lo universale
menasse buona la sentenza di Teofrasto, che giudicò degna di lode la
donna, la quale non dà a dire di sè bene nè male, dovremmo predicare
ottima la Peretta; forse ella gli recò dote ricca; questo altro poi
sappiamo di certo, ch'ella col figliuol suo (essendo rimasta vedova di
Alfonso del Carretto marchese di Finale), e con la parentela di casa
Cybo, gli fu cagione di scapito negli averi e di pericolo nella vita. La
storia generale, nè le scritture, che ci rimangono della vita di Andrea,
ricordano i suoi amori; ch'ei non ne avesse ci pare difficile; nè quel
continuo esercitarsi di lui nelle armi fa ostacolo, imperciocchè il
tumulto dello spirito e il commovimento del corpo, piuttosto che
dissuadere, pare che persuadano le cose amatorie: neppure ci condurremo
a credere, che gli scrittori ne tacessero per verecondia, dacchè il
secolo non fu per niente verecondo, e chiunque dettò la storia di uomini
illustri si fece in certo modo debito di raccontare gli affetti del suo
eroe, quasi tributo a sensi gentili generatori di opere magnanime: forse
Andrea, se non casto, fu cauto; e di vero l'amor suo verso la duchessa
di Urbino si ha piuttosto per conghiettura, che per riscontro storico:
con maggiore fondamento può credersi, ch'egli amasse una certa Chiara,
dacchè nel suo testamento leggo lasciarle il frutto di settanta luoghi
delle compre di San Giorgio[7], che le aveva assegnato per lo tempo
antecedente, e nel suo quinto codicillo glielo conferma; nè per le
stampe si pone il cognome della donna, bensì si surroga co' soliti
discreti puntolini. E qui forse non cade inopportuno avvertire, come
Andrea si mostrasse, nelle cose sue, piuttosto sottile, che scarso: di
questo porge testimonianza il suo testamento in parecchi luoghi; nel
primo, dove il Notaio attesta se voglia lasciare qualche elemosina allo
Albergo dei Poveri, ed egli riciso risponde: no; nel secondo, quando
dichiara essere rimasta una figliuola naturale di Giannettino, e
commette al suo erede di maritarla stanziandole di dote _quanto a lui
piacerà_; singolare è il terzo, nel quale espone, che gli eredi di
Erasmo Doria vantano crediti sopra di lui, ma egli ricorda, che Erasmo
ebbe perle per 900 fino a 1200 scudi per vendere, e le vendè di fatti;
ma se ne appropriò il ricavato, e poi riscosse paghe di cui non rese mai
conto; onde nel sottosopra egli giudica, che gli eredi di Erasmo devano
resultare piuttosto debitori, che creditori della sua eredità; per
ultimo dichiara, che bene tolse in presto da Cristoforo Pallavicino
scudi mille, ma che, avendo commesso al medesimo costruire un Galeone,
col quale corseggiando si fecero prede di cui il terzo per patto
spettava al Testatore, che non ebbe mai, così anco in questo punto
giudica, che, rivedute le ragioni, si troverà in credito, e non in
debito. Oltre quelli che ho riferito, degli amori di Andrea Doria non mi
è venuto fatto di rinvenire ricordo.