CAPITOLO II.

Condizioni d'Italia sul finire del decimoquinto secolo. — Andrea

Doria è fatto tutore del duca Francesco Maria della Rovere. —

Quali i concetti di Cesare Borgia. — Imola presa, e di Caterina

Sforza. — Tradimento fatto al duca di Urbino. — Insidie di

Alessandro VI al cardinale di san Pietro in Vincoli riuscite

invano. — Strage del duca di Camerino e dei figliuoli suoi. —

Pietosissimo caso di Astorre Manfredi. — Congresso dei Baroni

Romani alla Magione. — Andrea Doria scansa le mortali insidie del

duca Valentino, e salva il duca e la duchessa di Urbino. — Maria

manda a vuoto le trame del cardinale Giuliano della Rovere per le

castella del nipote.

Chiunque piglia a narrare dei casi umani, poca contentezza si riprometta

per sè e per altrui, però che perpetua gli si svolga dinanzi agli occhi

una tela di dolori, a cui appena si può contrapporre qualche gioia rada

ed annebbiata; le baldorie del popolo non contano; il più delle volte

provano, che o egli ha perduto, o che gli vogliono far perdere il senno;

e nondimanco, tra i tempi cattivi, pessimi per la Italia correvano

quelli: per insania di uno sciagurato, che fama ebbe di astuto, e della

quale a preferenza di ogni altra si dilettava, da un lato era schiusa la

Italia ai Francesi, mentre dalla parte opposta si chiamavano gli

Spagnuoli, e così gl'Italiani, nella fiducia di rivendicarsi in libertà

co' soccorsi stranieri, si trovavano oppressi da doppia servitù;

eserciti ladri e affamati, discorrendo su e giù del continuo per le

terre d'Italia, come se le volessero arare per seminarvi dopo la fame,

la peste e la guerra: viluppo stranamente mutabile di uomini e di cose,

di leghe e di nimicizie: avverso oggi chi ti si professava amico, ed

aveva combattuto al tuo fianco ieri; da ogni dove nobilissimi ribaldi, i

quali non erano fatti impiccare dai giudici per la sola ragione che essi

erano potenti a impiccare loro; per converso però bene spesso dai

famigliari, dai fratelli, dalle mogli, dai figli perfino, o dai padri

avvelenati o spenti a ghiado: nulla venerato, nè sacro; non sangue, non

sesso, nè età; tiberiesche libidini, ma più sfrontate assai,

conciossiachè Tiberio, per non so quale rimasuglio di pudore, si

nascondesse fra gli scogli di Capri, mentre ora, lasciando degli altri,

a Roma, nel Vaticano, il papa stesso con la madre, e con la figliuola

generata da lui si mescolasse; a questa, prima provvedeva mariti; poi

gli ammazzava: negl'incestuosi amori aveva concorrenti due fratelli e

figliuoli suoi, un duca di Gandia e un Cardinale, e questi era Cesare

Borgia, che, geloso del fratello, una notte gli tese insidie, ed,

ammazzatolo, lo gettò nel Tevere. Non mai l'umano consorzio rassomigliò

come allora in Italia ad un bosco di assassini, e bisogna dire che la

necessità del vivere insieme stringa gli uomini prepotente davvero, se a

cotesta prova la società non si disfece tornando a vivere ognuno vita

bestiale.

Dopo ciò, pensate qual cuore avesse ad essere quello del Prefetto,

quando si sentì sorpreso dal male di morte, con la moglie anco giovane,

e il figliuolo, il quale poi col nome di Francesco Maria della Rovere

salì in fama, tuttavia infante! Acconciate le cose dell'anima, dettò il

suo testamento, dove elesse tutori al figliuolo pupillo il Senato

veneziano, il cardinale Giuliano della Rovere, che più tardi fu papa

Giulio II, e Andrea Doria; ma presso alle ultime recato, stringendo la

mano di Andrea, gli bisbigliò sommesso dentro le orecchie, rammentasse

stargli il Senato lontano e il Borgia vicino; il fratello innanzi tratto

prete, di cui è natura, morendo, lasciare ai nepoti, ma, vivi, i beni di

Dio volersi godere tutti per loro; in lui porre unicamente fede; a lui

solo con tutte le viscere raccomandare il figliuolo e la donna; nè in

migliori mani, come vedremo, li poteva fidare.

Molti, secondochè ci porge la Storia, furono quelli, che fecero disegno

di ridurre la Italia a nobile e grande stato, costituendolo a monarchia

ovvero a repubblica; ma ora i tempi mancarono agli uomini, ora gli

uomini ai tempi: talora la facoltà apparve impari troppo allo ardimento;

e spesso la cupidità, disgiunta dai magnanimi concetti, demeritò (come

si ha da credere) l'assistenza di Dio. Oggi sembra che i tempi sieno

venuti conformi agli uomini e viceversa: pare che finalmente ci abbia

chi sappia, e voglia, e possa: si confida nell'altezza del proposito,

nella prestanza delle armi, nella generosità dello animo: insomma si

tiene per certo, che adesso concorrano in copia tutte le condizioni più

capaci a restituire la Italia alla vetusta dignità sua, ed anco noi

speriamo così, troppo angustiandoci il pensiero di chiudere gli occhi

senza una dolcezza al mondo: pure la mente, usa alla sventura, si perita

a commettersi intera alla lusinga.

Fra quanti concepirono il concetto magnanimo, il più indegno di condurlo

a fine comparve, senza dubbio, Cesare Borgia duca di Valentino,

imperciocchè s'egli fece mai disegno (e sembra che lo facesse) di

restaurare la potenza d'Italia, e' fu col bramito della belva, che vuole

per sè la preda, ossa e carne, intera. Costui, sostenuto da una parte

dal Papa, dall'altra dal re di Francia, s'ingolava i signori di Romagna

ad uno ad uno; tentò anche Firenze, ma ci trovò l'osso duro, chè la

repubblica teneva la barba sopra la spalla, e poi, per guardargli alle

mani, gli spedì Niccolò Machiavelli, sicchè, andando tra loro la cosa

fra galeotto e marinaro, e' non ci corsero, che i barili vuoti.

Arti del Valentino furono: un mentire ferreo, una sfrontatezza da levare

l'alito, e lusinghe continue, ed un mostrarsi in vista più mansueto di

Gabrielle, che dica: _ave_; su le labbra la fede sempre, il tradimento

sempre nel cuore: una mano stesa ad amichevele stretta, nell'altra

lacci, veleno e stile: nè più, nè meno di ciò che si costuma in questo

secolo di schiavi tremanti, e dai carnefici salutato civile, con questa

discrepanza però, che allora si adoperavano più i sicarii, oggi più i

giudici: ancora, a cotesti tempi, per via degli assassinamenti, il

sangue si versava a spizzico, ai nostri, con le guerre, a fiumane: e poi

nei secoli decimoquinto e decimosesto la rabbia era tra i cani;

l'ucciso, più iniquo due cotanti dell'uccisore, sicchè il popolo, per

ogni morte successa, ripigliava fiato; nel secolo diciannovesimo, ai

nostri Dei infernali il sangue tanto più accetto, quanto più puro.

Maraviglia è però, come, di tutti gli animali, il meno educando appaia

l'uomo, sicchè la esperienza dal seminare i suoi insegnamenti sul

granito ne caverebbe maggiore costrutto che predicandoli a lui. Di

questo avendo ricercato un sapiente, ci rispose; che come dai tempi di

Adamo in poi i pesci pigliansi con gli ami e non se ne sono anche

accorti, così gli uomini si pigliano e piglieranno sempre con le bugie e

co' giuramenti falsi, e a questo modo pensarla anco Lisandro, per quello

che ne riporta Plutarco; e questo perchè o la ignavia, o lo interesse

mettono le mani loro su gli orecchi e su gli occhi degli uomini, sicchè

essi non possano vedere, nè udire.

Con ingrato animo pertanto pigliamo a narrare così per iscorcio alcune

sanguinose fraudolenze del Valentino, come quelle che si riferiscono al

nostro soggetto. Per mandare a compimento il disegno di sottoporsi la

Italia, pensò incominciare da quelle cose, che gli parve avessero da

riuscirgli più facili, e tra queste, per suo giudizio, era la

ricuperazione delle terre di Romagna; imperciocchè un possesso lungo, e

la pertinacia della corte Romana a sostenere, che le furono o da

Costantino, o da Carlomagno, o dalla contessa Matilda donate, facessero

considerare ch'ella a giusto titolo le tenesse, ed i signori che poi vi

s'introdussero gliele avessero usurpate. Vero è bene, che la Chiesa, se

usurpazione ci era, l'aveva in certo modo purificata, conferendo le

terre in enfiteusi, e risquotendone solertissima ai tempi debiti i

censi; ma se ai potenti di ugna non fu mai penuria di pretesti per

pigliare l'altrui, pensate se possano venir meno quando si tratti di

ripigliare quello, che credono proprio, e col tempo sieno tornati a

crescere loro gli ugnoli!

Il Valentino, sotto colore di ricuperare alla Chiesa le terre rapite,

comincia da Imola, come quella che, per essere tenuta da una vedova, lo

assicurava di sollecita riuscita: senonchè cotesta donna essendo

Caterina Sforza, egli si trovò ad avere fatto male i suoi conti: invero,

messi prima in salvo i suoi figliuoli, ci si difese con prestanza rara

anco negli uomini; per femmina, unica. Espugnata che l'ebbe, il

Valentino mandò la duchessa a Roma, donde la trasse co' suoi prieghi Ivo

d'Allegry capitano di Francia; e tutti sanno come, tolto Giovanni dei

Medici a secondo marito, a lei toccasse suprema fortuna, e suprema

disdetta; la prima fu diventare madre a Giovanni delle _Bande nere_

terrore dei Tedeschi, la seconda essere ava di quel Cosimo, primo gran

duca di Firenze, a ragione detto _Tiberio toscano_.

Su Ravenna e su Cervia gittò il Valentino uno sguardo di straforo, ma le

lasciò stare, chè, dai Polenta, erano venute in potestà dei Veneziani,

e, per allora, gli ugnoli suoi, comecchè allungati, non reggevano il

paragone con quelli del lione di san Marco; una tentennata la dette a

Bologna, e faceva frutto, se non che il re di Francia gli mandò dicendo:

lasciasse stare i Bentivoglio, se aveva cara la grazia sua, e il

Valentino, per quella volta, appiccò la voglia allo arpione.

Sortirono ottimo fine le insidie di lui con Guidobaldo duca di Urbino,

col quale non piacque romperla alla scoperta, come quello che,

benemerente dei popoli, si prevedeva, lo avrebbono difeso a spada

tratta: per tranquillarlo, gli menarono buone le pretensioni di certi

censi con la Camera apostolica: nella carica di prefetto di Roma,

vacante per la morte di Giovanni della Rovere, il figliuol suo Francesco

Maria, quantunque fanciullo, confermarono; non gli si contrastò

l'adozione a figlio di questo nepote; per di più si mise innanzi un

trattato di nozze future tra il garzone, giunto che fosse a convenevole

età, con donna Angiola Borgia nepote del Papa. Così, dopo averlo per

tante guise abbindolato, il Valentino finge l'assedio di Camerino, e

chiede aiuto al duca Guidobaldo di artiglierie, di somieri e di gente;

il duca, volendoselo gratificare, lo compiacque di ogni cosa, onde il

Valentino gli mandò a dire: da lui in fuori non conoscere altri per

fratello in Italia. Licenziato il messo, ordina che movansi subito le

fanterie con celeri passi da Fano; egli, dalla parte di Romagna, in

compagnia di buon nervo di cavalli, vola per la strada del Sigillo e

della Scheggia, imperciocchè non si tenesse contento dove, con lo stato,

non arrivasse a torre al tradito Duca anco la vita, e gliela toglieva di

certo, se nel mentre, ch'egli stava allestendo i regali da inviarsi al

Valentino, i popoli devoti non l'avessero, quasi nella medesima ora, da

Cagli, da Fano, da Fossombrone, da Montefeltro, e da altre più parti

avvisato della rovina, che stava per cascargli addosso, ond'egli, colto

così alla sprovvista, ebbe a somma ventura se, vestito da villano, per

calli obliqui potè ridursi a salvamento su quel di Mantova.

Per dare rincalzo al figliuolo, e cogliere, come suol dirsi, due colombi

a una fava, il Papa in quel punto medesimo tirava l'aiuolo al cardinale

Giuliano che dimorava a Savona, concertandosi col cardinale di Albret,

che, nel passare in Francia, sorgesse a Savona, e quivi con suoi

accorgimenti tentasse condurlo su la nave: sopra la quale venuto,

ritorto il cammino, con voga arrancata lo menasse a Roma. Certo, se il

Cardinale di san Pietro in Vincoli a cotesto modo tornava in Roma, era

difficile che diventasse papa, come poi gli successe; ma egli, che prete

era e genovese, fece il formicone di sorbo, e lasciò che il cardinale

d'Albret se ne partisse insalutato, parendogli che, bene avvertita ogni

cosa, gli tornasse meglio passare da villano, che trovarsi un bel giorno

strangolato.

Preso a tradimento Urbino, si volse il Duca contro Camerino con tutto lo

sforzo del suo esercito, e pieno di rabbia; male incolse a Giulio Cesare

da Varano a non procedere o più animoso o più cauto, imperciocchè,

caduto nelle mani del duca Valentino co' due suoi figliuoli Venanzio ed

Annibale, fu fatto indi a poco con esso loro strangolare: Giovanni

Maria, scansato per miracolo a Venezia, sopravvisse a rimettere in piedi

la casa.

Pietosissimo caso fu quello di Astorre Manfredi, giovane diciottenne, di

forme a meraviglia belle, e prestante in armi; lo riveriva per suo

signore Faenza; tentato da prima co' suoi tranelli dal Valentino, non si

lasciò scarrucolare. Allora costui ricorse alle sorprese, ma anco qui

gli tornarono corti i disegni, chè adoperatosi a scalare notte tempo la

città dalla parte del Borgo, ne rilevò un carpiccio dei solenni; così

sciupato il tempo atto alla guerra per cotesto anno, impadronitosi di

Russi, e di altre castella del contado, vi svernò: a primavera,

rifornito di poderosissimo esercito composto di tre nazioni, spagnuola,

francese e italiana, tornava allo assalto. Sotto pretesto di onore,

l'astuto capitano spinse primi alla espugnazione della terra i Francesi

e gli Spagnuoli, ma procedendo essi con poco riguardo, anzi con qualche

disordine, vennero agevolmente respinti: dopo tre giorni si rinnovò la

battaglia, e questa volta primi a salire furono gli Italiani; li

conduceva lo stesso Valentino, il quale tempestando per bollore di

sangue innanzi ad ogni altro pose il piede sopra la muraglia: da ambe le

parti si fece prova piuttosto di rabbia, che di virtù. Raccontano le

storie, che pigliarono parte alla zuffa le donne, e perfino i fanciulli,

sicchè il Valentino, per quanto ci s'infellonisse dintorno, non la potè

sgarare; al contrario in ultimo fu respinto con la perdita di oltre

duemila soldati, tra i quali Ferdinando Farnese, ed altri uomini di

conto. Quello però che non poterono le armi lo fecero la disperazione di

ogni aiuto e la penuria dei viveri. Le soldatesche allora mercenarie

mantenevano fama di fedeli se, astenendosi dal consegnare legato il

proprio capitano al nemico, come fra gli antichi gli Argiraspidi

costumarono con Eumene, e fra i moderni gli Svizzeri con Ludovico il

Moro, combattessero quanto imponeva l'onore della bandiera. Le pertinaci

difese rare; gli sforzi disperati si fanno unicamente per la patria e

per la famiglia; le milizie del Manfredi avevano adempito oltre misura

il debito; nè si stimavano, nè forse erano traditrici se in cotesto

frangente provvedevano ai casi loro. Quando esse vennero a favellare di

patti, il Valentino non istette sul tirato: veramente non chiesero

troppo, ma avessero preteso di più, e più egli avrebbe concesso; col

Valentino il nodo non giaceva mai nel farsi promettere, bensì nel farsi

osservare. I patti furono questi: ai cittadini le persone, e le sostanze

salve; ad Astorre la libertà di girsene dove gli garbasse, conservando

le proprie possessioni.

Astorre, ritenuto prigioniero, dopo poco tempo fu chiuso in castello

Santo Angiolo a Roma. Storici contemporanei, reputati in pregio di

prudentissimi nello affermare, raccontano come al corpo del giovane

venusto fosse fatta violenza per opera di tale, che, pure adombrando con

parole oscure, danno a divedere fosse colui che ardiva chiamarsi vicario

di Cristo in terra: certo poi è questo altro: un anno dopo la sua

prigionia fu rinvenuto il cadavere di Astorre nel Tevere con la corda di

una balestra stretta al collo, ed appresso di lui due giovani legati

insieme per una mano; uno mostrava avere quindici, l'altro venticinque

anni, che fu detto essere suo fratello bastardo; oltre a questi, altri

corpi, uno dei quali di femmina, ed era di giovane amantissima compagna

così della buona come della rea fortuna di Astorre. Quanto tesoro di

amicizia e di amore spento ad un tratto!

I signori della Romagna, dal comune pericolo commossi, convennero

assieme ad altri loro amici alla Magione, luogo nel contado di Perugia

per trovare riparo agl'imminenti pericoli: furonvi Gianpagolo Baglioni,

Annibale Bentivoglio, Antonio da Venafro per Pandolfo Petrucci; se il

Doria ci si trovasse non è ricordato, ma è certo, che la Duchessa ci si

facesse rappresentare dai suoi oratori; oltre a questi (e parve gran

che) si accozzarono alla Magione il cardinale Pagolo, e Carlo con tutti

gli altri di casa Orsina, Vitellozzo Vitelli e Oliverotto da Fermo;

difatti costoro avevano sempre tenuto il sacco al Valentino, e co'

rilievi di lui si erano ingrassati. Al consiglio audace tenne dietro lo

incerto e lento eseguire, imperciocchè lega sincera, epperò efficace,

non possa durare, tranne fra i buoni, e costoro erano la più parte

pessimi, ed ognuno di essi intendeva starsi a vedere, che cosa sarebbe

capitato all'altro se si scopriva (come se non si fossero scoperti

tutti), ed anco era pronto a comporsi col Valentino, per suo conto, a

danno degli altri compagni: disegnavano altresì godere il benefizio del

tempo, per conoscere come l'avrebbero pensata i Veneziani, ed i

Veneziani all'opposto aspettavano a conoscere come la penserebbero essi,

e con miglior fondamento, però che, essendo troppo più poderosi di loro,

e punto sbilanciati, potevano senza pericolo aspettare: inoltre

immemori, che quale si pone allo sbaraglio deve contare sopra l'anima

sua e sopra il suo braccio, eccoli a battere le ale intorno alla candela

di tutte le farfalle italiane, la Francia; questa poi in quello scorcio

di tempo beveva grosso, e se non chiamava le opere del Valentino

preordinate a civiltà, chè di coteste parole non ci correva per anco la

usanza, pure trovava il suo conto a sostenerlo; onde il Valentino tra

per sua industria, con la quale seppe in breve spazio di tempo mettere

insieme buona massa di gente, e tra per l'ordine venuto di Francia al

Ciamonte capitano del Re d'inviargli speditamente quattrocento lance, e

di far opera di sostenere con ogni maggiore reputazione le cose sue, si

trovò di corto tanto forte su l'arme da non temere lo sforzo dei nemici:

nondimanco al Borgia più della guerra talentavano le frodi: epperò,

negli atti e nelle parole rimesso, incominciò a mettere male biette per

disunirli; e ad ognuno dei baroni romani, massime a Pagolo Orsini,

faceva susurrare negli orecchi: Perchè quei subiti sospetti? A che la

diffidenza improvvisa? Come all'antica amicizia sostituito l'odio? A cui

mirava egli? A disfarlo? Troppo duro osso per lui, imperciocchè lo

sovvenissero il re di Francia e Roma. Potere egli, e forse dovere

mettere in oblio l'antica benevolenza, chè la ingratitudine offende Dio

e gli uomini, potere e forse dovere pel suo meglio offenderli tutti ad

un tratto adesso, ch'ei teneva il coltello pel manico ed era vano

resistergli; nondimeno alle nuove cause d'ira anteporre le antiche di

affetto; tornassero a migliori consigli; lui proverebbero Cesare non

solo di nome, ma eziandio di fatti.

Senza dubbio le Storie, e Niccolò Machiavello, che se ne intendeva, ci

ragguagliano come il Valentino fosse maestro di agguindolamento solenne;

tuttavolta non si comprende il modo col quale egli, così screditato,

arrivasse a condurre alla mazza uomini mascagni quanto lui, dove non si

avverta da un lato la incredibile presunzione nostra che c'inganna

sempre dandoci ad intendere, che il fraudolento o per reverenza, o per

paura non ci vorrà mettere in combutta con altrui, e dall'altro le

nostre sorti governare un fato meno difficile a negare, che a sfuggire,

il quale guida gli uomini volenti; i repugnanti strascina. E poichè

l'argomento nostro non ci concede allungarci troppo nel racconto di

questi maneggi, basti tanto che al Valentino non solo riuscì in breve

disfare quel fascio di nemici, ma ne persuase taluno a continuargli

compagno nella opera di disertare i novelli confederati; al quale scopo,

dopo avere messo in ordine le soldatesche a Cesena, che fingeva

artatamente minori di quello che in vero si fossero, e per colorire

meglio la cosa, aveva licenziato le quattrocento lance del Ciamonte, che

se ne tornarono su quel di Milano, comandò a Pagolo Orsino, al duca di

Gravina, a Oliverotto, e a Vitellozzo si trovassero alla posta sotto

Sinigaglia, donde aveva fatto disegno di cacciare via la Prefettessa e

il duca Francesco Maria.

Essendo stato di ciò avvertito Andrea Doria col mezzo di solertissime

spie, egli stimò ben fatto non aspettare le risposte di Francia, dove

aveva spedito lettere ortatorie al re, con le quali gli raccomandava di

prendere in protezione la vedova e l'orfano di Giovanni della Rovere,

persuadendo di leggieri la prefettessa Giovanna a cansare il figliuolo a

Venezia. Affermano all'opposto taluni storici, che lo zio Giuliano lo

inviasse in Francia, ma commettono errore, però che, mostrandosi il re

Luigi XII, fuori del giusto, tenero per Valentino, ciò non sarebbe stato

conforme alla prudenza del Cardinale; e il tiro che i Francesi gli

tentarono a Savona di già abbiamo narrato; dall'altro canto se i

Veneziani studiavano conservarsi benevolo il Valentino, avendolo perfino

scritto per segno di onore sul libro d'oro, ch'era l'albo della nobiltà

veneta, si sapeva ch'elleno erano lustre per parere, e allora, e prima

di allora coteste mostre si costumavano per celare meglio il concepito

rancore, e, come suole, qualche volta attecchivano, qualche volta no. Le

risposte di Francia vennero mentre il Valentino si trovava già sul

contado di Sinigaglia, e provarono quanto bene avesse argomentato Andrea

ad armarsi di previdenza, imperciocchè con esse il re, dopo avere

rampognata acremente la Prefettessa per essere convenuta all'assemblea

della Magione ai danni del duca Valentino (come se colpa fosse

premunirsi contra le mortali insidie di lui), conchiudeva

coll'abbandonarla alla sua fortuna: però Andrea, comecchè gli rimanesse

un filo di speranza sopra la protezione di Francia, prima di mandare le

lettere, nel presagio che gli potesse venire meno, commise, che da

Venezia gl'inviassero una nave, la quale, ferma su le ancore in Ancona,

aspettasse il comandamento di quanto avesse da fare; ma la tempesta

avendogliela spinta a secco gli ruppe i disegni, ed il giorno stesso che

gliene giungeva la notizia, un trombetto per la parte del Valentino si

presentava al ponte levatoio per intimargli la resa della rocca.

La duchessa Giovanna e Andrea, accolto con serena fronte il trombetto,

risposero, che per non mandare a male sangue cristiano volentieri

avrebbero sgombrato la terra, purchè fosse a patti, e dissero quali:

precipuo tra questi la facoltà al duca, alla duchessa, e al Doria di

condursi dove meglio desiderassero, trasportando con esso loro quanto si

trovavano a possedere di gioie e di danaro e le masserizie più care. Il

trombetto, presa la carta, promise tornerebbe il veniente giorno con la

risposta, ed in vero non mancò, ma il Doria gli disse come la

Prefettessa, travagliata tutta notte da subita infermità di corpo,

frutto senza dubbio dell'angoscia dell'animo per aversi a spogliare di

cotesto nobile arnese di Sinigaglia, riposarsi adesso sul letto, a cui

il trombetto contrapponeva, che a scrudelire l'amarezza della

Prefettessa avrebbe giovato vedere che il suo signore delle condizioni

apposte alla resa non ne avesse tocca pure una; e di rimando il Doria:

certo gioverà, e mi proverò consolarla subito; così dicendo aperse la

porta della camera lasciando vedere il letto dove giaceva la

Prefettessa, a lato del quale essendosi accostato in punta di piedi fece

atto di chinarsi per ispecolare se vegliasse; poichè alquanto si fu così

rimasto, si drizzò da capo e col dito traverso ai labbri rifece i passi;

giunto sul limitare, additata la giacente, con voce sommessa diceva al

trombetto: — ella dorme; deh! non le invidiamo questo po' di refrigerio,

che la natura manda ai suoi dolori; sarà per domani. — Al trombetto

parendo ostico lo indugio insisteva, ma il Doria rifiutò recisamente

destarla. Il giorno dopo tornò il trombetto per tempissimo, e ammesso

dentro la rocca domandò della Prefettessa, e fugli risposto, che se

n'era ita; volle vedere il Doria, e seppe come anch'egli se ne fosse

andato con Dio; il giovane Duca come gli altri, anzi prima degli altri

già fu esposto come si fosse cansato a Venezia. Ecco come per gli altri

erano passate le cose. La Prefettessa, notte tempo, con una donzella ed

un gentiluomo tutti in ispoglie da villani, saliti su tre cavalli, che

fulminavano, a traverso del campo dei nemici, i quali non se ne

accorsero, si ridussero in Firenze a salvamento; Andrea si rimase per

accertarne meglio la fuga, e levare via ogni suspicione al Valentino; al

quale intento egli mostrò al trombetto un simulacro di donna giacente,

dandogli ad intendere, che fosse la Prefettessa: strattagemma con ottima

riuscita praticato nell'antichità da Tito quando, caduto prigioniero di

Cleonimo, questi gli chiese pel riscatto la città di Epidauro, e di

Apollonia, e ai tempi nostri da Luigi Buonaparte, quando gli accadde

scampare dal castello di Ham. Rispetto al Doria hassi a credere gli

facesse spalla alla fuga qualche soldato del Valentino amorevole suo.

A Cesare Borgia, si narra, come dolesse meno la perdita di una

battaglia, che vedersi vinto nei suoi artifizii, e a diritto,

imperciocchè la naturale prosunzione dell'uomo poteva persuaderlo a dare

altrui la colpa della fazione perduta, mentre il tranello spettata a lui

solo; tuttavolta non se ne mostrò crucciato, e questo senza dubbio

perchè molinava nella mente più cupo disegno. Quale questo disegno si

fosse, come l'ordinasse, ed in qual guisa lo conducesse a compimento, lo

narrò il Machiavello nel modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare

Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo, e il duca di

Gravina entrambi Orsini, e non importa spenderci altre parole per ora:

forse ci torneremo sopra se, Dio concedendoci salute, potremo dettare la

vita del nostro sommo politico Niccolò Machiavello.

I versi che Omero pone su le labbra di Andromaca che piange sul corpo

del defunto marito durano immortali, perchè del pari sono immortali le

sciagure dell'orfano in essi lamentate; però non sembrerà cosa strana nè

forte se Andrea, salvato appena Francesco Maria dalle mani del

Valentino, lo avesse a sottrarre da quelle non meno rapaci dello zio

cardinale. Certo nei petti sacerdotali l'amore dei nipoti molto può, ma

troppo più prepuote l'agonia di acquistare le somme chiavi; di fatti il

cardinale Giuliano, mirando a farsi poderoso di stati per crescere di

credito nel sacro collegio, comecchè in apparenza non omettesse officio

veruno di buona parentela verso la cognata, ed anzi mandatala a levare

da Firenze l'albergasse a Genova in certo suo palagio, che possedeva

fuori della porta di san Tommaso, in sostanza poi ciò operava per

poterla serpentare più da vicino, al fine che da lei si commettessero in

sua balía le fortezze e le castella del nipote su quel di Napoli, sotto

colore, che con la sua autorità meglio si sarieno potute tenere.

Quantunque la duchessa, con alterazione non piccola dell'animo suo,

udisse moversi la impronta richiesta, pure quanto più seppe mansueta

rispose: coteste castella avere ricevuto dal marito in fede di

restituirle al figliuolo, ed a questo volerle in tempo debito

restituire. Il Cardinale non si tenne mica vinto per tanto, che indi a

breve rimandava allo assalto il suo camerario Casteldebrio (quel desso

che poi salito alla porpora prese nome di cardinale di Pavia), affinchè

con parole sforzevoli la spuntasse; a cui la donna in sensi succinti

rispose: — parerle di fare bene a tenerle, perchè da coteste possessioni

in fuori non le avanzava altra sicurtà per le sue doti, onde lasciarle

senza cauzione non intendeva. — Così fu rinviato senza conchiusione il

camerario, ma Andrea, ristrettosi subito dopo con la Prefettessa, le

insinuò: badasse bene; tenace la natura dei preti; quello che vogliono

vogliono: tenacissima poi quella del cardinale Giuliano. La ressa

disonesta significare una voglia accesissima, la quale non si sarebbe

così di leggieri attutita; anello forse di qualche occulto disegno

concepito nell'animo di cotesto uomo violento; però confortarla ad

armarsi di subita provvidenza. Alla donna esperta nei casi della vita

piacque il consiglio, onde senza porre tempo fra mezzo pensò ai fatti

suoi; e veramente bene le incolse della diligente sollecitudine

adoperata, imperciocchè il cardinale della Rovere, personaggio, come

ogni uomo sa, violentissimo, di cui la collera si accendeva alla stregua

degli ostacoli che incontrava, postergato qualunque rispetto spedì lo

stesso camerario Casteldebrio nel regno con due brigantini e copia di

danari per corrompere i Castellani ed entrare in possesso delle

castella. Il Camerario, arrivato con celere viaggio alla rocca

Guglielma, chiese libero ingresso per sè e pei seguaci suoi; domandato

se avesse il segno, rispose di no, ma portare seco cosa troppo più

importante del segno, la quale era un chirografo in virtù di cui la

Prefettessa investiva il Cardinale del possesso delle castella, ed

ordinava ai Castellani obbedirgli liberamente. La guardia notò, che la

cosa poteva andare in regola, però essergli vietato immettere gente in

castello senza licenza del Castellano, nè a lui spettare il giudizio

intorno alla autorità del chirografo; entrasse solo il Camerario a

conferirne col Castellano; quegli rispose, che molto volentieri l'avria

fatto, sicchè due soldati, toltolo in mezzo, il condussero alle stanze

del Castellano, le quali aperte, la prima cosa, che gli comparve davanti

fu la Prefettessa, che tutta aggrondata gli disse: — Orsù, via,

porgetemi il mio chirografo; — e siccome il Camerario, tuttochè prete,

vergognandosi non fiatava, ella soggiunse: — Andate, e a cui vi manda

dite, che così non costumano i sacerdoti, nè i parenti, anzi nè manco

chi desidera mantenersi in fama di uomo dabbene. —

Dopo tante e tante varie fortune, Andrea, giunto ormai al suo

trentasettesimo anno, si trovava ad essere più povero di prima, onde

sperto, che di rado accade procurarti fuori la comodità, che non sai

rinvenire in casa, deliberò ritornarci, confidando che Niccolò Doria, il

quale in cotesto tempo militava in Corsica condotto al soldo dello

Uffizio di san Giorgio, gli avrebbe aperto qualche via per migliorare le

sue sorti.

Che fosse l'Uffizio di san Giorgio, per quale diritto, e come governasse

l'isola di Corsica, non torna spediente raccontare adesso: basti sapere

per ora, che Niccolò, in procinto di partire, aveva deciso di menarlo

seco, ma essendo nel frattempo accaduto uno stupendo rivolgimento di

cose per la morte di due papi, Alessandro VI e Pio III, e l'assunzione

al pontificato di Giulio II, egli, come assai domestico del Papa,

reputò, che gli verrebbe fatto di avvantaggiare le cose sue meglio a

Roma che in Corsica, però, chiesta ed ottenuta licenza dall'Uffizio di

san Giorgio, gli designò Andrea capace a succedergli, e degno in tutto

della fede la quale fin lì avevano riposto in lui, e di fatto era.

Coloro che hanno scritto dei gesti di Andrea Doria per adularlo vivo, e

per piaggiare, morto, la famiglia di lui, scivolano assai lestamente

sopra questa parte della sua vita, stringendosi a dire, che in breve

tempo egli seppe con la sua virtù assettare le faccende scomposte

dell'isola; ma la storia ricorda come Andrea vi si comportasse avaro e

spietato. Che nelle storie della Corsica, scritte dal Filippini, un po'

di passione ci si sia intromessa, potrebbe darsi, pure ei le dettò

mentre Genova dominava l'isola, nè sembra, ch'egli odiasse la repubblica

o fosse odiato da lei; e fama ha di verace pei fatti accaduti ai suoi

tempi; ed anco, posto questo da parte, i Genovesi, massime quelli

dell'Uffizio di san Giorgio, mercanti erano, i quali governavano come

trafficavano, voglio dire col fine di cavare dal proprio danaro il

maggiore pro, che per essi si fosse potuto, e l'interesse della moneta a

quei tempi batteva tra il diciotto e il venti per centinaio, donde

accadeva che, non curate onestà e carità, anzi neppure efferatezza e

tradimenti, si estimassero ottimi i partiti più spicci e meno costosi;

ora, siccome le guerre, oltre a tirare in lungo e costare un tesoro,

compaiono anco di esito incerto, così preferivano gli assassinamenti

come più sicuri e di maggiore risparmio.

Arte di governo dei Genovesi in Corsica fu questa: spiantare la stirpe

dei baroni, fiera gente, e a maneggiarsi difficile, ma generosa, e ciò

si ottenne suscitando scisme tra loro, e poi sovvenendo i deboli per

opprimere i potenti; anco talora pigliarono le parti del popolo contro i

baroni, e sperarono venire a capo eziandio con questo come di belva, che

la perdita del sangue rende tutta mansueta. Certo alla Corsica non so se

molta pecunia, ma senza fallo molto sangue costò la dominazione di

Genova; questa però nello uccidere altrui ferì sè stessa, e, resa la

Corsica cadavere, ebbe a consegnarla alla Francia perchè la seppellisse.

La Francia tentò prima di venderla, e ciò nè manco dopo due anni dal

tanto appetito acquisto, ma, non trovando compratore, se l'ebbe a

tenere; adesso finalmente dopo tanto secolo la va ravvivando; però non

ispero ch'ella possa mai più rifiorire a quella prosperità di cui ci

porgono testimonianza credibili storici: se poi più tardi mi avesse a

smentire il successo, l'avrò per grazia.

Dispersi prima i baroni da Leca toccava adesso a quei della Rocca a

sparire; per metterli a segno l'Uffizio di San Giorgio aveva mandato

Niccolò Doria commosso dal pericolo di perdere la isola per virtù di

Ranuccio, il quale, tentando rientrare nel possesso dei suoi beni, ne

aveva messo sottosopra le parti occidentali; Niccolò incomincia col

citare Francesco e Giudice della Rocca, congiunti di Ranuccio, a

comparirgli davanti: andava Francesco, più cauto; se ne astenne Giudice;

ma se al primo nocque la fiducia, all'altro non valse la prudenza,

imperciocchè a Francesco egli facesse mozzare la testa, e Giudice

trafiggere con ferro assassino; giunse eziandio a mettere le mani

addosso ad un fanciullo figliuolo di Ranuccio, ed anco questo spense a

fine di empire l'anima paterna di terrore e di sgomento. A tale cognato,

ad opere siffatte subentrava Andrea, nè tralignò. Ludovico XII re di

Francia, diventato signore di Genova, sia che per naturale inclinazione

sentisse pietà per cotesto gentiluomo, sia, come credo piuttosto, che lo

movessero i conforti del Cattaneo consorte del Ranuccio, intendendo

salvare cotesto sciagurato dalla estrema rovina, spedì in Corsica due

uomini a posta per offerirgli l'ordine cavalleresco di san Michele con

buona provvisione, a patto che, deposte le armi, si riducesse a vivere

in Francia. Ora Andrea avendo considerato, che se la guerra terminava a

quel modo veniva a cessare la sua condotta coll'Uffizio, e certo perduti

i premi della vittoria, finse credere falsa la commissione dei messi, e

le patenti regie, comecchè apparissero munite del suggello del re, e

sotto pretesto di chiarire il vero ritenuti i messaggeri, mandò il suo

cancelliere a Genova perchè maneggiasse a stornare il trattato, come di

vero gli accadde. Allora così ferocemente attese a perseguitare

Ranuccio, che questi, derelitto da tutti, si ridusse, solo, a vivere

vita ferina su pei gioghi di un'aspra montagna, dove lo affetto di

qualche suo vecchio vassallo lo andava aiutando, con mortalissimo

pericolo, di un tozzo di pane. Andrea, contati i giorni che bisognavano

per farlo morire di fame, avendo saputo, che in capo a quelli durava

sempre vivo, nè per quanta diligenza vi adoperasse riuscendogli scoprire

da quale dei villaggi circostanti si partisse il suo soccorritore, li

distrusse tutti, ardendone le case, tagliando gli alberi, disertando i

vigneti, e disperdendone gli abitatori; così fece prigione Ranuccio, e

come a morte certa lo mandava a Genova, dove, se il governatore del re

di Francia non era, avrebbe miseramente finito sotto la scure. Come ai

tempi dei Romani, così a quelli dei Genovesi, e così sempre quando i

tiranni prevalgono, pace ed ordine chiamano la solitudine e la morte.

Vita di Andrea Doria, Volume I · 第 10 / 20 题