CAPITOLO I.

Da cui nascesse Andrea Doria, e quali i primordii della vita di

lui.

Francesco Guicciardino, uomo nella pratica delle faccende umane

certamente a veruno secondo, lasciò scritto, essere, giusta l'opinione

sua, i contemporanei spositori di storie eccellentissimi, massime se,

oltre all'ingegno arguto, avvenisse loro di pigliarci parte o come

magistrati o come guerrieri; ed in questa sentenza si trova condotto dal

considerare che, le cause degli avvenimenti umani essendo moltiplici,

taluna ci opera a modo di principale, mentre tal altra ci fa officio di

accessoria: questa comparisce meno, quella più; nè tutte spettano alla

vita pubblica, anzi moltissime alla privata, e le seconde, per celarsi

meglio, non esercitano minore virtù: donde accade che, chi viene dopo,

ne ignori molte per necessità, avendole cancellate il tempo dalla mente

degli uomini, ed egli, costretto a servirsi delle uniche che rimangono,

le quali sono ordinariamente le più strepitose, il fatto gli si presenta

spesso o non bene intero, o alterato, e quindi il giudizio o manco o

fallace.

Tali senza dubbio gli svantaggi, nè forse i soli, di quelli che

imprendono tardi a scrivere storie, e nondimanco a cui ci mediti sopra

si farà manifesto, come non rimangano senza un qualche compenso gli

scrittori che vengono dopo.

Di fatti: per conoscere le cause segrete moventi la volontà dell'uomo

non basta vivergli contemporaneo, bensì bisognerebbe vivere nella sua

intrinsichezza; e poi non è mica sempre sicuro, che gli uomini illustri,

lasciandosi talvolta pigliare il sopravvento in casa dalle passioni, non

vogliano e non possano contenerle nelle faccende pubbliche: ma, quando

anco non ci fosse altro vantaggio, per me giudicherei sufficiente questo

uno: che, dopo molto secolo scrutando i fatti altrui, è agevole non

lasciarsi tirare dallo amore o dall'odio, mentre, per quanto tu sii di

animo saldo, tu non potrai impedire, anco senza addartene, che, tenendo

proposito dei viventi, le soverchie lodi, od i soverchi biasimi, co'

quali li proseguono i volgari intelletti, non facciano forza alla tua

mente.

E vuolsi eziandio considerare quest'altra cosa, che i contemporanei

assistono in certo modo alla sementa dei fatti; chi viene dopo assiste

alla mietitura; i primi non possono argomentare i resultati se non per

via di divinazione, mentre i secondi gli leggono espressi, e però a

questi, meglio che agli altri, è dato conoscere se, come, e quanto il

personaggio pubblico mescolasse affetti privati nei maneggi dello Stato,

per quale modo l'offendesse, e, chiamatolo a sindacato, chiarire se bene

o male della Patria meritasse, le opinioni favorevoli come le contrarie

profferìte dal senso volgare, secondo giustizia, revocando o

confermando. In questa medesima guisa, si ha dalla Storia, i Siciliani

ai tempi di Timoleone citarono le Statue dei tiranni a rendere ragione

delle cose operate nella vita dal personaggio che rappresentavano, e,

trovatolo reo, ne vendevano il simulacro nel mercato pubblico come si

costumava con gli schiavi, e tutti li venderono, tranne Gelone, come

quello che, rompendo i Cartaginesi ad Imera, liberò la patria dagli

stranieri; e meritamente, chè un tanto benefizio molte colpe lava.

Incominciando pertanto, con lo aiuto di Dio, a mettere mano a questa

opera d'insegnamento politico e di giustizia riparatrice, io piglio a

discorrere della vita e dei gesti di Andrea Doria, di cui la Liguria si

onora così, da riporlo tra i più incliti benefattori della umanità.

Circa alla nascita di lui si vuole dire, che, pari alle eccelse, non fu

seconda a quella di nessuno in patria nè fuori. Sembra alla più parte

degli uomini, che, per nascere illustre, persona meriti lode, e

veramente pel solo fatto del nascimento non ne merita alcuna; ma tu hai

da considerare come riesca più agevole acquistarci qualche rinomanza

uscendo da umile stato, che splendere di propria luce in mezzo ad

antenati famosi, e Andrea, gli ebbe famosissimi. Che se al nato in umile

condizione la necessità da una parte fa guerra, dall'altra questa stessa

necessità gli è stimolo al fianco tanto, che essa fu detta madre

d'industria; mentre, pei copiosi di beni, formano gagliardo eccitamento

ad oziare le glorie avite, e la molta sostanza persuade il vivere molle

e superbo, nemico ad ogni atto gentile.

Corre assai credibile una tradizione, ed anco qualcheduno lo ha scritto,

come la casa Doria esca da un Arduino conte di Narbona, il quale, venuto

in pensiero di visitare il santo sepolcro, si riducesse in Genova, dove

lo accolse ospite in casa sua certa vedova della Volta stata moglie ad

un suo fidato compagno di arme: ora avvenne, che, infermandosi il conte

mentre qui dimorava, una delle figliuole della matrona chiamata Oria, e

per vezzo Orietta tanto amorevole sollecitudine si pigliasse di lui, che

il conte prima ne sentì gratitudine, poi, con facile passo, amore;

effetti soavissimi di cause soavi, quali appaiono essere la benevolenza,

la gioventù e la bellezza. Per lo che il conte restituito in salute, e

dopo avere debitamente sciolto il voto in Palestina, tornò a Genova dove

si tolse a moglie la fanciulla di casa della Volta. E qui, o gli

piacesse la stanza, o a casa sua gli toccasse a sostenere fastidii, o

quale altra causa lo movesse, deliberò fermarsi ad abitare: pertanto,

venduta ogni sua possessione altrove, nel luogo che oggi chiamano

Portoria, comperò terre, e costruì case fino al numero di dugento, i

conduttori delle quali durarono un pezzo a pagare il censo ai più remoti

discendenti del Conte. La prosapia che ne venne fu chiamata dei D'Oria,

piacendo mantenere fuori e in casa presso i cittadini la memoria

dell'ava benemerente: ora, non sapendo io se ricercando più oltre si

potesse trovare della stirpe dei Doria origine più certa di questa, a

questa mi attengo, perchè so che più gentile non verria fatto rinvenirla

di certo.

Io mi passerei volentieri del poco degno ufficio di narrare quali

fossero i maggiori di Andrea, dove mi fosse mestieri svolgere copia di

pergamene, ma, poichè tu trovi scolpiti i gesti dei suoi padri sopra

tutta la facciata marmorea della chiesa gentilizia di San Matteo di

Genova, e meglio assai nelle pagine della Storia, non fie grave a me

scrivere, nè ai miei lettori leggere di qualcheduno di loro. La Storia e

i marmi pertanto ricordano un Ansaldo Doria consolo di Genova, che con

65 galere e 160 vascelli espugnò Almeria; e Nicolao, inclito nelle arti

della pace quanto Ansaldo in quelle della guerra, imperciocchè, col suo

ben fare, seppe rimettere in accordo i reali di Napoli co' Genovesi.

Oltre all'Ansaldo acquistarono terre per la repubblica, o le

recuperarono perdute, Obertino espugnatore della Canea, Lucchetto e

Michele, i quali tornarono in devozione di San Giorgio quella parte di

Corsica ribellata per virtù del Giudice della Cinarca; Corrado vincitore

delle torri di porto Pisano e di Ghio; Filippo conquistò Negroponte;

Antonio, Carpena in Catalogna. La Meloria compartì infausta, e

nondimanco perenne gloria a Uberto, che vi mise in fondo la fortuna di

Pisa; e, dieci anni dopo, nelle acque sicule, egli sfidava a pari duello

a morte i Veneziani, che non tennero la posta. Lamba e Pagano percossero

di fiere battiture i Veneziani; all'ultimo di questi toccò l'onore di

pigliare lo stendardo di Niccolò Pisani, e lui prigione; nè riuscì a

Venezia meno infesto di loro Luciano, come quello, che, mentre le

procedevano più afflitte le fortune, le sconquassò 15 galere e le fece

2400 prigionieri. Sei volte i Doria fin al 1528 tennero il dogato,

compresa la discendenza di Lamba Doria. Basti degli antenati di Andrea

averne esposto tanto, che dirne tutto riuscirebbe sazievole e non

espediente allo assunto.

Del padre suo chiamato Ceva poco ci dicono i ricordi: sappiamo solo,

ch'egli possedè parte della signoria di Oneglia, non però la maggiore,

con Domenico Doria; e come dalla moglie Caracosa pure di stirpe Doria

gli nascessero due figliuoli, il primo dei quali taluno chiama Giovanni,

tal altro David, e forse ebbe entrambi i nomi; il secondo fu Andrea,

quel desso di cui ho preso a discorrere. Questi uscì al mondo in Oneglia

la notte di santo Andrea, 30 Novembre 1466.

Le terrene cose avendo commesso Dio alle disputazioni degli uomini (le

sacre carte lo affermano), ella è fortuna espressa se caschino sopra un

argomento due diversi pareri soltanto; però mentre taluno pensa gli

abiti nostri sequela unica della educazione, non deve recare maraviglia

se altri si ostina a sostenerli derivati dalla natura; e forse la verità

è tra due: però male si negherebbe, che Andrea, fino dalla infanzia,

mostrasse ingegno audace, mani pronte e mente vaga di avventure: di

fatti, ora con lo smarrirsi, ch'ei faceva errando lontano da casa, ora

col tornarci malconcio, spesso col dovere andare in traccia di lui, ed

una volta perfino a cavarlo per forza di su una galera genovese donde

non voleva più scendere, tanta perturbazione apportava nei parenti, che

certa zia, donna assai tenera delle cose dell'anima, paurosa che Andrea,

dandosi come pareva alla milizia, avrebbe messo a repentaglio la sua

eterna salute, ordinò nel suo testamento, che, dov'egli perdurasse in

cotesti appetiti guerreschi, avesse a perdere quanto ella gli aveva

legato.

Il padre Ceva, morendo, lasciò raccomandati i figliuoli giovanetti alle

cure della moglie Caracosa, donna, a quanto apparisce, d'ingegno

sottile, di corpo non sana; chè il parente Domenico, considerati la

natura umana sempre cupida dello altrui, e i tempi infami per rapine

commesse con violenza e con frode, anzichè di conforto aveva empito di

affanno gli ultimi momenti di lui. Invero i presagi paterni si

avverarono di corto, imperciocchè Domenico, passati appena i primi

giorni del lutto, incominciò a mettere parole alla lontana, come una

femmina male potesse tenere signoria di terre, e quelle difendere dai

nemici così interni come esterni; sembrargli profittevole che,

spogliandosi ella da codeste cure e da codesti pericoli, attendesse

intera a bene allevare i figliuoli. La donna, che capì per aria, lo

ringraziò del consiglio, anzi gli disse: egli averla prevenuta con le

parole, non già con la mente, conciossiachè tale si fosse per lo appunto

riposto nell'animo di fare; però non potrebbe a verun patto sofferire

che altri, entrando a parte della signoria di Oneglia, cagionasse a lui

Domenico fastidii, contenzioni e intoppi forse peggiori: pigliasse tutto

egli, non consentisse, che il retaggio dei Doria andasse diviso: quanto

al prezzo, rimettersene alla generosità sua: pensasse i figliuoli di

Ceva essere di un medesimo sangue con lui, e poveri, e da quella parte

di signoria in fuori non possedere altro assegnamento nel mondo.

Domenico, blandito nelle sue voglie, desiderò tenersi bene edificata la

donna, e, presi in grazia i figliuoli e lei, quanto a prezzo non istette

su lo scarso, e si profferse largamente per ogni buono officio a fine di

bene avviare i garzoni. A questa alienazione del paterno patrimonio con

animo rimesso si accomodò Giovanni, non Andrea, cupido per istinto dei

gaudii della dominazione, per modo che, salito in furore, si chiuse

nella propria stanza, dove limandosi il cuore, e rifiutando ostinato

ogni ragionamento, dopo pochi giorni infermò. La madre, la quale a posta

sua era assai donna di suo capo, si puntò nei primi giorni a non

visitarlo; ma, sentendo poi come il male si aggravasse, si recò nella

stanza del giacente, dove trovatolo tutto intorato e a lei non volgente

il discorso, nè gli occhi, data licenza ai famigli, ella gli si pose a

sedere a canto il letto, e con severa voce così gli favellò:

«La giovanezza, figliuolo mio, per soverchia calidità di sangue, è

presuntuosa; immaginando, che col crescere degli anni venga meno

l'ardire, ella picchia la mano sul pomo della spada, e baldanzosa

esclama: io quanto voglio posso; e non è così: la esperienza della vita

t'insegnerà, o Andrea, come più scarsamente, e meno durevolmente l'uomo

acquisti con la forza, che con la industria. Ora io ho considerato, che

chi appetisce la roba altrui commette peccato, ma se dell'orfano,

delitto; e come Domenico palesandomi questa sua cupidità abbia già

strappato il primo argine della verecondia: adesso nelle ruine, massime

nelle morali, il primo schianto è quello che conta. Contro le voglie del

cupido parente, che per poco di contrasto diventeranno disoneste, forse

scellerate (e i tempi nostri ce ne porgono copia di esempii

luttuosissimi), che posso io povera vedova, che cosa potete voi altri

poveri orfani? Le difese forensi salvano dai potenti quanto i corsaletti

di bambagina dalle artiglierie, e nondimanco costano care. Confiderai

negli amici di casa? Di questi la più parte, come gli uccelli di passo,

volano altrove con la rigida stagione; rimarranno pochi; taluni di

questi ti conforteranno col fiele, quasi che la ingiuria della fortuna

fosse colpa tua, e presto si stancheranno di sostenerti, perchè non ci

ha quanto il misero, che venga di corto in uggia; e a te dorrà

amaramente avere messo a repentaglio dell'anima e del corpo i pochi

risoluti a correre per te ogni sorte più rea; e, se non ti avvenga

rimanere oppresso così ad un tratto, ecco schiusa la porta a discordie,

a contese, a nimicizie spietate e ad opere di sangue, infamia della

nobilissima casa nostra. O piuttosto vorresti, che io mi richiamassi al

Senato di Genova perchè si mettesse di mezzo a comporre le nostre liti?

O Andrea, va pur franco, ch'ei non se lo lascerebbe dire due volte! ma

credi eziandio, che il Senato sarebbe capace di levare a Domenico anco

la parte sua, non già a te restituire la tua; e questa è storia vecchia

quando si ricorre allo aiuto dei potenti. Però mi parve cosa savia non

inimicarci il congiunto, togliendogli la causa di prenderci in

avversione, ed all'opposto dandogliela di conservarsi benevolo, e

giudico che lo farà; me ne dà pegno il giusto prezzo profferto, il quale

dimostra come l'uomo, quando per conseguire il suo intento non si trovi

costretto necessariamente a commettere malefizio, anco con qualche suo

incomodo si atterrà all'onesto; l'amore, o se ti piace piuttosto la

superbia del casato, molto può presso tutti, principalmente nei nobili,

dacchè formano parte della potenza e del decoro tuoi la potenza e il

decoro della schiatta intera; onde non è da rivocarsi in dubbio, che

Domenico si metterà coll'arco del dosso a farti stato, purchè sia fuori

di Oneglia, e, quando ciò non avvenisse, aquila sei, e a me tua madre

basti curare, che altri non ti tagli i sommoli dell'ale; cresciute

ch'elle ti sieno, ricorda che l'aquila dei Doria è usa ai lunghi voli.

Ho udito spesso raccontare da tuo padre come parecchi capitani famosi

dell'antichità, bruciando le navi, o con altro strattagemma conducessero

lo esercito alla stretta di vincere o di perire; e sempre vinsero; io

togliendoti la signoria di una parte di Oneglia forse ti apro il cammino

per diventare signore di Genova intera.»

Piacquero le parole al giovane Andrea, il quale, rasserenato tutto

nell'animo, ammirò la prudenza della madre proseguendola con le lodi che

seppe maggiori, e comecchè molto per lo addietro lo amasse, le crebbe

affetto così, che da quel giorno in poi, non desiderò altra compagnia,

parendogli, come pur troppo era, che nè più amorevole, nè più copiosa di

utili ammaestramenti potesse rinvenirla altrove; e quando poi, con

inestimabile amarezza, la vide intristire di salute, e poco appresso

infermare di male di morte, non le si mosse mai da lato, raccogliendo,

piuttostochè con pietà filiale, con religione, le parole, i baci ed i

sospiri estremi di lei.

Qui cade in acconcio confermare per via di esempio quella sentenza

esposta nel proemio, che dice, i contemporanei o per troppo amore o per

troppo odio non parere i più idonei all'ufficio di storico verace.

Infatti messer Lorenzo Cappelloni, che scrisse la vita di Andrea Doria

nel 1562, e la dedicò a Giovannandrea figliuolo di Giannettino, ci

racconta come tali e tante fossero l'aspettazione e la benevolenza dei

sudditi Onegliesi riposte in Andrea, che offersero ricomperare la sua

parte di Signoria per poi restituirgliela, e così non rimanere privi del

suo dolce imperio, e lo facevano, se non lo impediva egli medesimo. Ora,

posto da parte che la Caracosa s'induceva a cotesta vendita non già per

bisogno ch'ella ne avesse, ma sì per compiacere al parente, e

pretermesso eziandio, che, non si sa come, Domenico si sarebbe lasciato

scappare di mano uno acquisto tanto appetito da lui, avvertiamo: che i

popoli acconsentano essere venduti, questo si è visto e quotidianamente

si vede; ma, che si ricomperino al fine di mantenersi in servitù, passa

il segno di ogni incredibile viltà; e se ciò fosse, tornerebbe, per

opinione mia, poco ad onore nascere uomini, imperciocchè le bestie nè

fanno, nè sanno immaginare così miserando abbandono. Dicono altresì, che

Andrea desse opera ai buoni studii, ed in essi riuscisse eccellente, la

quale cosa non ci venendo dimostrata da documento alcuno che si parta da

lui, ci stringeremo a non impugnarla, confessando, che in esso fosse

abbondanza di eloquio efficace, come certo possedè astutissimo ingegno.

A ventisei anni, se non povero, almeno non troppo copioso di averi, ma

ricco di speranze e di concetti, uscì di casa a cercare sua ventura pel

mondo. Innanzi tratto capitato a Roma, per favore di Niccolò Doria

capitano delle guardie del Papa, fu accolto uomo di arme al servizio

d'Innocenzo VIII di casa Cibo: veramente non erano cotesto luogo nè

officio da fare grosso civanzo, imperciocchè uomo di arme si appellasse

a quei tempi il soldato nobile che militava senza esser sottoposto ad

altri che al Principe per cui combatteva; e nondimanco Andrea ci si era

messo proprio con la speranza, che il Papa, per essere genovese,

avvantaggiasse le cose sue; tuttavolta ei non potè per allora

sperimentare i beneficii della corte di Roma, che in quel medesimo anno

papa Innocenzo passò a miglior vita, succedendogli nella cattedra di san

Pietro Alessandro VI Lenzuoli.

Andrea, o che conoscesse la temperie mutata (costumando ogni Papa

portare le sue creature, e papa Alessandro era spagnuolo), o le immanità

di costui presentisse vergogna non solo del sommo sacerdozio, ma della

nostra specie; senno insomma lo assistesse o fortuna, egli stimò

prudente pigliarsi il puleggio da Roma, e ridursi in corte di Guido da

Montefeltro duca di Urbino. Quanto costà ei si fermasse non rammenta la

storia, ma fu piuttosto soggiorno che dimora, e se è lecito affermare

fatti per via di congetture credibili, sembra che il suo cuore restasse

tocco da amorosa passione, come meglio dal processo di questa storia

verrà dichiarato.

Da Urbino Andrea recossi a Napoli, vivendo tuttavia Ferdinando il

vecchio che lo prese nella sua guardia, ma anco questo principe dopo

pochi giorni per subita infermità si partiva dal mondo. Quantunque però

pei rumori di Francia, e pei casi di Milano incominciassero a turbarsi

le faccende del regno di cui i popoli si mostravano infelloniti contro

la razza arragonese, Andrea stette in divozione di Alfonso, erede del

regno e degli odii del padre suo, il quale, inteso a provvedere alla

fortuna pericolante, mandò Ferdinando duca di Calabria suo figliuolo con

buon nerbo di armati, e Andrea Doria tra questi, a tentare novità nel

Milanese contro Ludovico il Moro, o almanco per impedire il passo in

Romagna a Carlo VIII. Il terrore delle armi Francesi, la ferocia loro

non mai più per lo innanzi usitata in guerra, la gente imbelle, e le

anime avvilite in Italia, la perfidia dei confederati, il rancore dei

popoli resero ogni provvedimento vano. Senza fare opera di valore, al

giovane Ferrandino toccò dare indietro a Faenza, a Roma, a san Germano,

a Capua; da per tutto. Andrea sembra rientrasse in Napoli prima delle

sorti estreme del duca di Calabria, dacchè ricaviamo dalle storie

ch'egli accompagnò il re Alfonso sopra l'ultimo lido del mare, dove si

disse parato a seguitarne la ventura; ma il re, porgendogli grazie, dopo

molto abbracciarlo lo persuase a rimanersi col figliuolo Ferrandino, al

quale pochi giorni prima aveva risegnato il trono.

Ella è una molto terribile storia quella del re Alfonso accaduta sopra

cotesta terra, dove pure avrebbe dovuto attecchire come ricordo per dare

esempii salutiferi ai regnanti che vennero dopo; il che non avendo

fatto, quasi punto per punto, ed in virtù delle medesime cause si

rinnova in questi giorni.

Morto Ferdinando il vecchio, subentrava nel trono Alfonso, di padre reo

figlio peggiore, il quale propiziò il suo insediamento facendo trucidare

quanti rinvenne baroni nelle carceri di Napoli destinati dal re

Ferdinando a miserie ineffabili, ma pure sofferti vivi: erano tra

questi, come porse la fama, il duca di Sessa e il principe di Rossano,

messi in ceppi dal 1464, nonchè i ventiquattro fatti prigionieri nella

guerra d'Innocenzo VIII, e dei baroni malcontenti parecchi. Prode in

armi, come ne dette saggio nelle guerre contra ai Turchi, i quali

passavano allora per la prima milizia del mondo, Alfonso non si sbigottì

per la presagita calata dei Francesi in Italia, e finchè si trattò

combattere nemici stranieri fece buon viso alla fortuna; quando poi

l'impeto delle novità dette gridi di dolore e di minaccia così ai vivi

come ai morti del regno, ch'egli aveva convertito in cimitero, non valse

a resistere a sè stesso, nè ad altrui; non agli altri, imperciocchè non

avesse saputo restare capace come il popolo ardisse rompere il muto

spavento in cui gli pareva averlo impietrito, ed ora, sentendolo

mormorare a guisa dei fuochi sotterranei del suo paese, e fargli sotto

traballare la terra, il tremante era egli; a sè poi valse a resistere

anco meno, chè i suoi rimorsi, assunta forma non pure nei sogni, ma

nella veglia, gli davano guerra con fantasmi terribili. A colmo di

terrore ecco sopraggiungere il cerusico di corte e dirgli essergli

comparso tre volte in tre diverse notti lo spettro del re Ferdinando,

che con fiere minacce gli aveva imposto, andasse da parte sua ad

Alfonso, e lo chiarisse inane ormai opporsi alle armi di Francia, essere

scritto nei cieli, non solo che la sua stirpe ruinasse giù dal trono, ma

rimanesse altresì tutta travolta nel sepolcro; causa di ciò l'ira del

Signore accesa dalle scelleraggini sue, particolarmente da quelle che

furono commesse pei mali consigli di lui Alfonso, che gli bisbigliò

negli orecchi ritornando da Pozzuolo nella chiesa di san Leonardo a

Chiaia. Le dovevano essere coteste colpe grosse davvero, conciossiachè

Alfonso, appena udito tanto, si chiuse in fretta ed in furia nel

castello dell'Uovo, dove senza compire l'anno del regno (chè solo due

giorni mancavano) risegnò con riti solenni la corona a Ferrandino suo

figliuolo, giovane di ventiquattro anni, e subito dopo, notte tempo,

fuggì, a mo' di ladro, a Mezzara città di Sicilia, portando seco tra

roba e danaro, il valsente di meglio trecentomila ducati: colà si

ridusse nel convento del monte Oliveto, confidando ottenere nella

solitudine la pace che ci trovano quelli soltanto che ce la portano.

Colà, dopo dieci mesi, moriva del male dello etico, alla quale infermità

si aggiunse una postema nella mano, colpa di umori del tutto corrotti

nel corpo di lui.

Siccome vi hanno poche cose, che valgano tanto ad accostarci a Dio

quanto la miseria propria, ed anco di rimbalzo l'altrui, però è da

credersi, che l'aspetto di queste miserabili vicende fosse la causa, la

quale condusse in quel tempo Andrea a pellegrinare in Gerusalemme, dove

i frati del Tempio lo crearono cavaliere. Chi cotesti frati fossero, e

con quale ragione equestri insegne compartissero, a noi non cadde il

destro di trovare, nè ce ne curammo; però nè lo ingegno, nè la età balda

erano tali da ispirare sconforto in Andrea; buffi di vento che ben fanno

inclinare la nave fino sotto ai marosi, ma non la torcono dallo impreso

cammino; ed in vero, avendo pigliato lingua come i Francesi, secondo la

vecchia loro natura, prontissimi a stendere le mani, non si mostrano del

pari capaci a tenere, già balenassero nel regno di Napoli, qui con

celeri passi tornava.

E' parve un momento, che la collera di Dio si fosse placata contro il

sangue di Arragona, e quella degli uomini altresì, però che il giovane

re Ferrandino, fiore di cortesia, strenuissimo in arme, sagace, industre

a tenersi bene edificati i popoli, molta parte del regno avesse ripreso,

e sovvenuto da Ferdinando e da Isabella di Spagna, prometteva

ricuperarlo intero, come gli successe di corto con sua gloria imperitura

ed esultanza degl'Italiani, i quali, sebbene inconsapevoli del come,

pure aspettavano refrigerio dei diuturni affanni da lui, nè forse

andavano le speranze fallite, se il giudicio eterno, contra le

apparenze, non istava sempre aperto sopra la sua stirpe, ond'egli

innocente ebbe pure a portare il peso della iniquità dei padri; ei fu un

baleno luminoso e fugace, e, al cessare di lui, crebbe l'orrore delle

tenebre ch'egli un momento rischiarava.

Federico di Arragona raccolse la eredità luttuosa del nipote, e

prometteva a posta sua assai comportabile regno: senonchè gli si

legarono contra i re di Francia e di Spagna per la malnata cupidità del

bene degli altri, ed il secondo, tuttochè prossimo congiunto di lui; per

la qual cosa Federico vinto dalla izza si commise in balía della

Francia, lasciando che cotesti due predoni, fattisi amici per acciuffare

la preda, si accapigliassero per ispartirsela, e così accadde. Ma questi

casi menò il processo dei tempi, e quando Andrea ripose il piede nel

regno durava la lotta tra Ferrandino e Carlo VIII: ora per affetto

antico, e per vantaggio nuovo, poteva giudicarsi, che Andrea avrebbe

seguitato le parti di Ferrandino, ma non fu così, e con maraviglia dei

presenti, come di quelli che vennero dopo, fu visto accostarsi alle

bandiere di Francia; anzi non mancano scrittori i quali affermano, che

assoldati venticinque balestrieri a cavallo, e pagatili per tre mesi di

suo, andasse ad offerirgli al Prefetto di Roma che teneva Sora, Arci,

Arpino e Rocca Guglielma con altre più castella in divozione della

corona di Francia su i confini del Regno; ma l'avventura si narra

altrimenti, e dicono come, dopo lunga esitanza, Andrea venisse tratto

alle parti di Francia dall'amicizia antica, che la famiglia Doria

professava per quella della Rovere, possedendo entrambi beni contigui in

riviera di ponente, e dalla memoria delle oneste accoglienze, ch'egli

ebbe in corte dal duca di Urbino suocero del Prefetto; lo mosse eziandio

la gratitudine a questo per avergli salvato il fratello Giovanni da

imminente pericolo di vita quando, sbattuto dalla tempesta, ruppe col

suo galeone su la costa di Ancona; e insieme a queste e forse sopra a

tutte queste cause valse lo affetto concepito da Andrea per la duchessa,

la quale egli, trattenendosi nella corte di Urbino, aveva conosciuto

fanciulla.

Non parve poi senza ragione discorrere con alquanto di lunghezza

cosiffatta materia; dacchè supremo scopo di cui detta storia sia per lo

appunto questo: con religioso studio purgare i personaggi dalle false

accuse, come apporre loro le vere, correggendo del pari la malignità e

la piaggeria antiche, e dispensando a ciascuno la debita lode, o la

meritata infamia. Andrea, un po' per tenere dell'asprezza delle rocce

liguri, un po' per elezione, si mostrò sempre nei suoi propositi

piuttosto ostinato, che tenace; poco voltò; e se mutava più tardi la

bandiera di Francia per quella dello Impero, esporrò com'egli ci si

trovasse condotto da molte ed onorevoli cause.

Avendo pertanto il Prefetto preposto Andrea alla guardia della rocca

Guglielma, gli raccomandò, con fervorose istanze, la difendesse

gagliardamente, dacchè ei la considerasse come la chiave delle difese di

frontiera, a cui Andrea rispose; stesse sicuro che farebbe il debito:

per la quale cosa avendo egli rinforzato il presidio con altri dugento

fanti, buona e cappata gente, prese a battere la campagna intercettando

vettovaglie e salmerie, e menando prigioni; insomma scorazzandola tutta

fino a Gaeta con infinita molestia del nemico: alla fine tante ei ne

fece, che il gran capitano statuì torsi via cotesto pruno dagli occhi,

anzi egli stesso si dispose recarsi sotto le mura della Rocca, ed

assaltarla con buon nerbo di milizia avvezza a cotesta maniera di

fazioni. Andrea, quantunque fosse di ciò informato ottimamente, pure,

sapendo come nella guerra chi si fa povero di spie diventa ricco di

vitupero, persuase, con disparecchie promesse, tre soldati guasconi a

girsene, in sembiante di disertori, a pigliare soldo nello esercito

spagnuolo, e quinci lo ragguagliassero del tempo in cui Consalvo si

sarebbe mosso, e quando fosse giunto a san Germano; per ultimo arrivato

sotto la Rocca, da qual parte pianterebbe le artiglierie: nè solo stava

all'erta per di fuori, ma sì e meglio dentro, dove, avendo preso lingua

di certi umori dei terrazzani, i quali, paurosi di andare a sacco,

avrebbero voluto rendersi a patti, egli con buone parole gl'indusse a

mettere nel cassero le donne, ed i fanciulli, affinchè ad ogni sinistra

ventura trovassero là dentro validissimo schermo: i quali poichè ebbe

accolto dentro, con parole oscure e nondimanco terribili fece intendere

che guai ad essi ed alle famiglie loro se si fossero attentati a tenere

occulte pratiche col nemico: sia che il proprio ingegno gli consigliasse

simile strattagemma, ovvero glielo suggerisse Polieno, che ne riporta

parecchi di somiglianti, posti in opera principalmente da Ciro nelle

guerre che sostenne contro ai Medi: non per questo però gli riuscì la

cosa appuntino come egli avrebbe desiderato, imperciocchè venendogli

agli orecchi che i terrazzani, solleciti delle masserizie troppo più che

delle famiglie, avessero spedito segreti messi al Consalvo, molto

raccomandandosegli, ed assicurandolo, che vigilati da vicino non

potevano movere un capello per ora, ma tostochè capitasse il destro gli

avrebbero senz'altro consegnato la terra, egli ordinò di corto i tapini

ambasciatori s'impiccassero per la gola; e furono due.

Muniti i luoghi, allestite le armi, confortate le soldatesche a fare

buona prova, egli oscuro milite attese a sostenere lo sforzo di Consalvo

salutato meritamente a quei tempi col nome di _gran capitano_. La

batteria fu data alla terra il dì di san Giorgio, e comecchè i tiri

percotessero meno efficaci assai di quello che Andrea dubitava, tuttavia

le mura dopo un lungo tempestare sfasciaronsi: aperta la breccia, le

fanterie spagnuole, uniche al mondo per intrepidezza, mossero strette

insieme ed unite, non altramente che fossero una massa di ferro, allo

assalto; nè la gente del Doria per quanto ci si travagliasse dintorno

potè impedire, che espugnassero la prima cinta: non per questo Andrea

sbigottì punto, o rimise dell'animo, sì perchè prode egli era molto, e

sì perchè deliberato a difendere anco cotesta prima cinta, non però ci

facesse sopra troppo assegnamento, onde la battaglia si rinfrescò sotto

le mura del cassero. Gli Spagnuoli, rifiniti dal diuturno menare delle

mani, avevano allentato dello ardore, ma, combattendo sotto gli occhi

del sommo loro capitano, è da credersi, che l'avrebbero spuntata anco in

cotesta seconda prova, se Andrea non avesse preso a fulminarli di fianco

con una bombarda di ferro che balestrava pietre.

Nè qui forse tornerà inopportuno notare come sul finire del secolo

decimoquinto si costumasse caricare le artiglierie con palle di pietra

condotte ad opera di scalpello, e di queste, ora non fa molti anni, se

ne mirava copia dentro le fosse della fortezza di Samminiato avanzate

allo assedio di Firenze; siccome poi dalle pietre, prima di ridurle alla

rotondità, si cavavano molte schegge, così immaginarono tirare partito

eziandio da queste: per la quale cosa, spartitele in sacchetti adattati

alla capacità del cannone, li caricavano dentro la tromba del pezzo

donde schizzavano fuori a bersagliare il nemico; questo si chiamava tiro

a scaglia: più tardi alle schegge di pietra sostituironsi pallottole,

chiodi, sferre, e per ultimo i cartocci pieni di palle, che pigliarono

nome di mitraglia, del qual nome la etimologia da noi s'ignora: però i

forbiti scrittori, che, in odio al miscuglio di sermoni stranieri col

nostro, discorrono di tiri a scaglia delle moderne artiglierie,

favellano senza esattezza, e con manco senno, imperciocchè nascendo cose

nuove, e ai padri nostri affatto sconosciute, e' faccia di mestieri

altresì che menino seco un nuovo nome per essere significate alla mente

degli uomini.

Tornando adesso alla storia, gli Spagnuoli non vollero saperne altro, e

si ritirarono dal muro malconci. Siccome però si dubitava, che il giorno

veniente con ogni sforzo supremo si sarebbe rinnovato l'assalto, Andrea,

tra le altre provvidenze prese nella notte, mandò fuori un manipolo di

soldati al fine che, per quanto potessero, s'industriassero indagare i

concetti del nemico: costoro, mentre procedono cauti, colsero alla

sprovvista il capitano don Pietro di Murcia, strenuo soldato tenuto in

pregio dal Consalvo, il quale, mosso dallo scopo medesimo di specolare,

e senza compagnia come colui che teneva dello spavaldo, si aggirava per

quelle vicinanze. Del quale successo afflitto il Consalvo, appena si

mise giorno, mandò un trombetto a proporre la tregua, ferme stanti le

condizioni come in cotesto punto si trovavano, ed il riscatto di don

Pietro di contro a convenevole taglia. Andrea, accettata senza farsi

pregare la tregua, studioso di procacciarsi la fama di cortese, dette

abilità al capitano di stare a sua posta, o andarsene; e poichè a lui

piacque partirsi, donatigli cappa di scarlatto, e palafreno, e fattegli

restituire tutte le sue anella, e la collana di oro, lo mandò con Dio.

Allora il Consalvo, che fu proprio fiore di cavalleria, non volendo

restare di sotto al Doria, gli rese la parte della rocca Guglielma che

aveva conquistato, dichiarando ciò fare non per riguardo al Prefetto,

bensì in onoranza della fedeltà e prodezza del giovane castellano.

Come per ordinario accade a cui usa cortesia, Andrea non iscapitò a

mostrarsi cortese, imperciocchè in quella parte del borgo che occupavano

gli Spagnuoli si trovassero le mulina, senza le quali, dove per poco si

fosse dovuto tirare innanzi lo assedio, egli si sarebbe trovato a

pessimo partito. Durante la tregua, Consalvo, quasi presentisse la

gloria futura di Andrea, lo mandò ad invitare nel campo, dove accoltolo

con ogni maniera di affettuosa dimostrazione, lo volle a mensa co'

principali dello esercito; tenendosi quivi molti e dotti ragionamenti

intorno all'arte della guerra, il gran Capitano di colta uscì fuori col

domandare al Doria se, nella batteria data alla rocca Guglielma, paresse

a lui, secondo il suo buon giudizio, che l'artiglieria fosse stata

piantata a dovere. Alla quale interrogazione Andrea rispondendo con

parole discrete disse: non saperlo per lo appunto decidere, quantunque

confessasse, che gli aveva nociuto troppo più che da lui non si

desiderava: ma l'altro insistendo, che per modestia non si schermisse

dallo aprire l'animo suo, che tanto egli quanto il suo luogotenente

avevano rimesso in lui il giudicare su quel punto, Andrea soggiunse:

poichè lo volete ad ogni modo, io vi dirò per mio avviso, che voi

avreste piantata meglio la vostra batteria impostandola nel boschetto

degli olivi di fronte alla cortina orientale, però che a quel modo i

colpi investendo meglio la terra nel mezzo, mi avrebbono tolto la

comodità di accorrere senza danno da una parte all'altra al soccorso,

come pure mi è riuscito di fare; di vero di questo fortemente dubitando,

ci aveva provveduto alla meglio abbattendo più che poteva piante,

affinchè almeno gli artiglieri spagnuoli rimanessero scoperti al tiro

dei nostri moschettieri.

Dette le quali parole, Consalvo, con maggiore vivezza che la gravità

spagnuola gli consentisse, ed egli costumasse, battuta la spalla a certo

_gentiluomo di artiglieria_[1] esclamò: — Viva Dio, adesso continuerete

a perfidiare? Dite su a questo signore castellano da qual parte

intendessi io piantare le artiglierie per battere la rôcca. — Piacciono

le lodi anco ai Celicoli, almeno lo affermano, pensate dunque se agli

uomini, massime quando vengono profferte a quel modo, che non lascia

dubbio sopra la loro sincerità; però Consalvo si sentì preso da subita

propensione pel giovane capitano; della quale ebbe a dargli prova di

corto, imperciocchè, per inavvertenza di Andrea o per propria iattanza,

uno dei guasconi, spie dei moti del nemico, si mescolò con la comitiva

del capitano, donde accadde che, essendo stato riconosciuto dal suo

superiore, che aveva nome Valentiano, o perchè così veramente si

appellasse, ovvero fosse della provincia di Valenza, questi, messa mano

all'arme, intendeva ad ogni costo sfregiargli la faccia come a

traditore: nè l'altro parve rassegnarcisi di quieto, onde ne nacque un

suono di urli e di minaccie misto con uno incioccamento di arme da

parere il finimondo; però Consalvo, levatosi da mensa, trasse

prestamente al rumore, ed informato del caso, dopo avere ripreso il

Valentiano con acerbe parole, senza volergli dar luogo a scuse, lo

licenziò di presente dalla milizia; però che, egli disse, gentiluomo

essendo e spagnuolo, doveva rammentarsi come tutti quelli che vengono

coll'ospite, tanto per chi gli accoglie, quanto per tutti quelli che lo

circondano, essi non devono mostrare che una faccia sola, cioè quella

dell'ospite.

Forse con maggiore lunghezza, che non paiono meritare, abbiamo esposto

questi fatti, conciossiachè per essi Andrea Doria salisse subito in fama

di prestante e gentile cavaliere, avendogli dato la fortuna abilità di

far di arme col più illustre capitano del tempo, e di avernela cavata

con onore.

Seguitando le sorti del Prefetto, le Storie ricordano alcuni gesti di

minor conto co' quali Andrea, sia negoziando sia armeggiando, diede

prova di valore; e tra i primi fu prova di non mediocre sagacia, quando

spedito dal Prefetto in Francia a risquotere non so che paghe dovutegli

dal re Luigi, egli tornò tosto indietro, e co' denari nelle bolge,

essendo i Francesi a cotesti tempi, ormai diventati antichi, tanto

solleciti a prendere, quanto duri a restituire o a pagare, dove non

fosse per fare baldoria, magari con lo spogliato: come se, dopo averlo

fatto piangere, si recassero a coscienza di farlo anco ridere; cosa che,

avvertita da Niccolò Machiavello, la tramandò ai posteri con queste

parole, le quali paiono, piuttostochè scritte, incise nel metallo: — La

natura dei Francesi è appetitosa di quello di altri, di che, insieme col

suo e dello altrui, è poi prodiga: e però il Francese ruberia coll'alito

per mangiarselo poi, e mandarlo a male, e goderselo con colui a chi lo

ha rubato. Natura contraria alla Spagnuola, che di quello che ti ruba

mai non cede niente. —

Quanto ai fatti di arme, si nota come la repubblica di Firenze, avendo

condotto per suo capitano generale Giovanni della Rovere con dugento

uomini di arme, e dugento cavalleggeri, questi mandò Andrea, con

parecchie compagnie di fanti, in aiuto dei Fermani, in quel tempo assai

tribolati dagli Ascolani, dov'egli, adoperando prudentemente non meno

che valorosamente, ebbe in breve tempo posto fine alla guerra,

conciossiachè, venuto alle mani con gli Ascolani sul Tronto, egli assai

di leggieri gli ruppe, facendovi prigioniere il figliuolo di Stoldo di

Ascoli, che pose, secondo il debito, in potestà dei signori di Fermo, ma

con tante raccomandazioni pel giovane, e preghiere di piegare gli animi

a giusti accordi, che il cuore di Stoldo se ne sentì vivamente commosso,

onde, di lì a poco, trattenendosi Andrea allo assedio di San Piero

d'Aglio, per mezzo suo appiccò pratica di pace, la quale, con

soddisfazione di tutte le parti, venne presto conchiusa.

Vita di Andrea Doria, Volume I · 第 9 / 20 题