X.

L'amico sin dall'infanzia.

1.

_La Gelosia._

In una piccola città di provincia erano alla medesima scuola due

giovinetti quasi coetanei, amici sin dall'infanzia, ma di condizione e

d'indole differenti. Silvio, figliuolo d'un onest'uomo che aveva molta

famiglia e viveva strettamente con le poche entrate d'un campicello

e col piccolo stipendio di un impieguccio; Dionisio primogenito del

più ricco signore del paese che vi teneva la suprema magistratura:

quegli studioso, mansueto, riflessivo, pieno di fermezza e d'ingegno;

questi svogliato, indocile, capriccioso, leggiero. Nondimeno erano

stati insieme a imparare la crocesanta, insieme sempre a ruzzare; e

il padre di Silvio usava spesso, a cagione del suo impiego, in casa di

quello di Dionisio; perciò i figliuoli si trattavano da amici, e pareva

si volessero bene. In provincia poi i giovani, sebbene di condizione

diversa, s'affiatano anche più facilmente che altrove. Poveri o ricchi,

sono pochi e quasi tutti parenti, almeno alla lontana. Chi volesse

passare per uomo di un'altra sfera, gli converrebbe star solo: ivi un

titolo di nobiltà non sempre fa credere che sia alterata l'eguaglianza

della natura.

Silvio studiava volentieri, ed imparava presto; e suo padre si sarebbe

contentato di fargli ottenere a suo tempo il proprio impiego: Dionisio

doveva andare all'università per uscirne dottore a tutti i costi;

ma era negligente ed avverso ad ogni sorta d'occupazione. Vero è che

l'ammaestramento sostanziale di quella scuola era il latino; studio

lungo ed uggioso per garzoncelli che non sapevano dire due parole con

garbo nel proprio linguaggio, e fatto alle mani d'un maestro di poca

levatura e in fondo più svogliato degli scolari; ma Silvio sapendo

che bisognava passare quella trafila per ottenere l'impieguccio di suo

padre e mantenere nella famiglia il piccolo guadagno di esso, con tutto

cuore si torceva il cervello, e s'affaticava dì e notte per imparare.

Mentre Dionisio vedendo l'abbondanza per casa, e approfittandosi della

indulgente predilezione del maestro (che spesso accolto alla mensa del

padre, faceva alla peggio le sue lezioni), strapazzava i libri per dare

a credere di adoprarli, e tassava di buaggine i condiscepoli per esser

tenuto da più di loro, nulla curandosi del futuro.

Questi due amici erano per compiere il così detto corso di studj in

quella scuola, quando capitò all'improvviso nel paese un Ispettore

della pubblica istruzione. Allora il maestro si propose di cimentare

i suoi discepoli in un esame alla presenza dell'Ispettore; e bisognò

subitamente avacciarlo, perchè questi non aveva agio di trattenersi.

Incominciato l'esame, Silvio manifestò molto sapere e una bella

prontezza d'ingegno, talchè l'Ispettore ne fece quasi le maraviglie:

ma Dionisio, quantunque venisse fuori con molta baldanza e il maestro

di soppiatto lo spalleggiasse, presto pericolando si perse d'animo, e

finalmente ne uscì scorbacchiato. Il padre, uomo di parole rotonde,

mestatore ed avvezzo a ber grosso, tenendosi d'avere in quel primo

rampollo un'arca di scienza da spopolare, e propostosi allora di

farsene merito, quand'ebbe visto ciò, ne fu addolorato nell'anima; e

senz'altro, la sera stessa, mentre appunto conversava con le seconde

cime del luogo, fatto venire a sè il garzoncello, così gli disse tutto

cruccioso: «Signor Dionisio! io mi sono fuor di modo scandalizzato

della meschinissima figura ch'ella ha fatto all'esame! Oggi che

s'offeriva l'occasione di segnalarsi, di prepararsi la strada a qualche

nobilissima carica nella capitale, per l'appunto oggi vosignoria è

stata presa, Dio mi perdoni, per un somaro. Già tutti lo sanno! Ecco

qui; si dirà nel paese che un ragazzuccio, che il figliuolo d'un povero

impiegatucolo di provincia, ha superato il mio primogenito in un esame,

e al cospetto di un Ispettore! Poteva ella fare uno sfregio più grande

a sè, a me stesso, all'onore della famiglia! Dov'è andata dunque la sua

dottrina? È questa la riprova delle belle cose che mi si dicevano? Si

prepara ella così per andare agli studi dell'università? Ah dunque sono

stato ingannato! Ecco deluse le mie speranze!... Eh via! si vergogni

di essere stato soverchiato da Silvio, di dover quasi imparare da lui

come si fa a farsi onore coi superiori! E non mi comparisca davanti

se prima la non si mostra più degno di portare il nome illustre dei

suoi antenati!...» Dionisio non aveva mai visto il padre acceso di

tanto sdegno; non aveva mai considerato con tanta importanza quella

faccenda dello studiare e del farsi distinguere sopra gli altri; non

s'era mai sognato di dover competere di dottrina o d'ingegno coi poveri

ragazzucci del vicinato; credeva che gli bastasse indossare vesti più

belle, ed avere qualche denaro in tasca ed il braccio del maestro, per

soverchiarli in tutto.

Confuso, costernato, inasprito dalle insolite rampogne, e poi alla

presenza di quelle persone! fu preso da subita gelosia; e dato ascolto

ai pungoli acuti di quel nuovo e fatalissimo sentimento: «Sì,» rispose

col volto infiammato «sì, mi sarò fatto scorgere; ma voi non sapete

che Silvio ha avuto dalla sua il maestro; ch'egli sapeva su che

cosa l'avrebbero interrogato.... M'imbrogliava lui col suggerirmi a

rovescio.... Se mi può fare del male, sempre se n'ingegna.... È un

astioso, un monello....» e varie altre menzogne e calunnie vituperose,

proferite con ira, con impeto da forsennato. E poi con la voce rotta

dai singulti, con gli occhi grondanti di lacrime, si lasciò cadere

disperatamente sopra una sedia.

Il padre, sbigottito, prestò fede a tanta dimostrazione di smisurato

dolore; temè che la veemenza del pianto convulso lo soffocasse; corse

per confortarlo, chiamò i servi, lo fece mettere a letto, e lo pose

nelle mani del medico. Indi riflettendo più maturamente alle cose viste

ed udite, credè vera la supposta malizia di Silvio, e lui solo incolpò

del male che avevano cagionato le sue incaute rampogne. I circostanti

o non sapevano il vero o non si arrischiavano a palesarlo; il maestro

fece di tutto per distruggere l'accusa di parzialità, ma non si curò

di prendere le difese del povero Silvio, contentandosi d'attribuire

a disgrazia piuttostochè alla ignoranza di Dionisio, il cattivo esito

dell'esame.

Lo sciagurato giovinetto si sentì poi lacerare l'anima dai rimorsi;

ma non ebbe la forza di confessar subito il suo fallo. Studiandosi di

celare agli occhi di tutti la propria vergogna, sfuggi d'allora in poi

l'incontro di Silvio; e poco dopo fu mandato a studiare all'università,

con un visibilio di raccomandazioni alle famiglie più ragguardevoli, e

d'attestati di buoni studi e di buona morale.

2.

_L'Impiego._

Passarono parecchi anni prima che Dionisio diventasse dottore, perchè

la poca voglia di studiare gli fece perdere più tempo degli altri;

e simulando malattie od impedimenti impensati, mascherò l'incapacità

di sostenere gli esami. Il padre credeva e spendeva. Tornando a casa

nel tempo delle vacanze, Dionisio qualche volta rivide Silvio, perchè

non era possibile sfuggirlo sempre, nè far dimenticare l'amicizia

che nell'infanzia gli aveva uniti. Soprattutto la caccia in compagnia

degli altri giovani del paese, dava loro occasione di passare insieme

qualche giornata; ma da solo a solo non si parlavano mai. Silvio nulla

sapendo dell'iniqua azione che Dionisio aveva commesso contro di lui,

attribuiva quella freddezza ad altre cagioni.

— Egli è ricco — diceva tra sè; — ora è avvezzo a praticare i signori;

chi sa quante belle cose impara per diventare un dottore! E un giorno

dovrà fare la prima figura nel paese... Io sono povero provinciale, sto

sempre coi contadini, non so più nulla di quello che abbiamo studiato

insieme alla scuola, e tutta la mia speranza consiste nel succedere al

babbo nel suo piccolo impiego. — Nondimeno gli dispiaceva di vedersi

sfuggito da Dionisio, e quella parola _insieme_ gli faceva sempre

mandare un sospiro.

Finalmente ecco Dionisio col diploma e col titolo di dottore;

eccolo col giuramento sull'anima di sostenere le leggi del giusto

e dell'onesto, di proteggere gl'innocenti e gli oppressi, di farsi

campione della verità, della virtù, della patria. Bisognava recarsi

alla capitale per farvi le pratiche di questi sacri doveri, per

imparare dai vecchi dottori ad anteporre il comun bene all'utile

proprio, a spendere il tempo, l'ingegno, la vita se occorresse,

pel trionfo del vero, per la tutela degl'infelici, pel decoro della

nazione.

Intanto il padre di Silvio, essendo già vecchio e indebolito dalle

fatiche durate per sostenere la sua numerosa famiglia, s'era ammalato,

e con poca speranza di guarigione. Il figliuolo l'aiutava da lungo

tempo, e si poteva dire che facesse affatto le sue veci. Ognuno aveva

da lodarsi della loro puntualità nel servizio del Comune. Dovendo

conferire ad altri quell'impiego, non v'era dubbio nella scelta. A

nessuno cadeva in animo di contenderlo a quell'onesto giovine di

Silvio, lasciando stare che lo stipendio era il solo rifugio per

campare dalla povertà la sua famiglia.

E Silvio chiese il posto che suo padre fu obbligato a rinunziare,

vedendo che la malattia andava in lungo. Toccava al genitore di

Dionisio ed ai suoi colleghi giudicare a chi dovesse esser conferito;

fugli detto che aspettasse, e aspettò, senza darsi briga di cercar

raccomandazioni o favori da chicchessia.

Dionisio era già in carrozza sulla via della capitale, e stavano a

cassetta due dei minori possidenti del suo paese, i quali parlando tra

loro del più e del meno, vennero finalmente a queste parole:

«E avete saputo la disgrazia di Silvio?»

«No; che cos'è stato?»

«Poveraccio! Aveva chiesto l'impiego di suo padre, che, lo sapete,

ormai è infermo; se lo faceva suo....»

«L'hanno dato ad un altro?»

«Per l'appunto!»

«È egli possibile?»

«Nessuno lo crederebbe; ma è vero pur troppo! È dispiaciuto a tutti.

Quella famiglia è proprio rovinata!»

«Oh povero Silvio! Un giovine tanto onesto, tanto perbene! Quello,

vedete, quello se avesse avuto modo di studiare, a quest'ora poteva

aver fatto una bella riuscita! Ah! ecco un'altra ingiustizia; ma troppo

manifesta! che si fa celia! E chi sa? Quel pover uomo di suo padre,

con tanta famiglia, in un fondo di letto!... V'è anche pericolo che il

dolore l'uccida.»

«Infatti, dicono che quando l'ha saputo abbia cominciato subito a

peggiorare.»

«Lo credo io! Dopo uno smacco come questo, chi non lo conoscesse bene

potrebbe anche dubitare che avesse qualche demerito, o che il suo

figliuolo non fosse di riputazione illibata come la sua! Ma si può

sapere?...»

«Nessuno si raccapezza.... Cioè» ed abbassava la voce, accostandosi

all'orecchio del compagno «v'è chi dubita che quella persona....

l'avesse con Silvio a cagione del suo figliuolo. Cose vecchie,

ragazzate! ma.... vo' sapete che uomo è! E gli altri hanno dovuto fare

a modo suo.... Finchè li trova tutti di quella pasta! Bisogna sentire

che razza d'informazioni! Io le ho viste in archivio. E il peggio è che

le rimangon lì scritte e spiegate.... Povero giovine! gli è rovinato

per sempre!»

Dionisio udiva di dentro questo colloquio. Si rammentò dell'esame e

delle calunnie; si sentì venire le fiamme del rossore sul volto; i

rimorsi e l'angoscia gli straziarono il cuore. Fu in procinto di far

subito retrocedere il vetturino... Ma esitò un poco... forse perchè

aveva soggezione dei compagni di viaggio. Queste dubbiezze indebolirono

l'ispirazione. E' può darsi che quel che dicono non sia vero —

concluse tra sè. — Ma appena arrivato in città scrivo subito al babbo,

gli confesso tutto, sì, tutto! e se la cosa è vera, lo scongiuro a

rimediarvi. — Con questo proposito racchetò un poco la sua coscienza.

I compagnoni ch'ei s'era fatto all'università, sapendo il suo

arrivo, andarono ad incontrarlo fuori di porta. Tutto lieto di questa

sorpresa, dovè intrupparsi con loro, andar con loro alla trattoria,

poi al teatro, e gozzovigliare la maggior parte della notte. Stanco

del viaggio, sbalordito dallo stravizio, dormì saporitamente per

molte ore; e non pensò più nè a Silvio, nè alle cose del suo paese.

Poi bisognava rendere la pariglia ai compagni; festeggiare gli altri

dottori novelli che di qua e di là giorno per giorno arrivavano come

lui alla capitale per farvi le pratiche; assaggiare tutti gli svaghi

d'una città grande; far le visite alle persone alle quali era stato

raccomandato; frequentare le conversazioni galanti; studiare il giorno

i costumi dei damerini famigerati, per farne sfoggio la notte, e per

far dimenticare più che fosse possibile ch'egli veniva da un angolo

della provincia...; e in ultimo qualche volta e dure panche, il nero

tavolone, gli stempiati polverosi libroni dello studio di un avvocato,

e le interminabili sedute dei tribunali.... Come potersi ricordare del

povero Silvio?

Presto sopravvenne anche il bisogno di chiedere denari a suo padre; e

scriveva, l'assegnamento non bastargli nè anche a mezzo per mantenersi

con decenza nella capitale, per fare onore al nome illustre della

famiglia (aveva imparato da lui a tenerlo nel debito pregio); non

potervisi più vivere a buon mercato come a tempo del nonno.... E

allora, anche ricordandosi del povero Silvio, come arrischiarsi a

rinfrescare la memoria di quella faccenda, a confessare una colpa,

quando si trattava d'un affare di tanto maggiore importanza, almeno per

un dottore del suo pelame?

3.

_Un'altra ispirazione._

L'anno dopo, Dionisio tornava a casa per passarvi l'autunno.

Era malinconico, pallido, taciturno....; pareva un infermo o un

balordo. Aveva lasciato a malincuore i compagni, i divertimenti, le

conversazioni....; gli davano martello certi debiti che bisognava

pagare a tempo corto per non farsi scorgere, per non intaccare la

riputazione della famiglia; e.... solamente lo confortava il non udir

più nominare i tribunali nè lo studio. Suo padre intanto era in collera

seco lui per lo scorporo fatto allo scrigno a cagione delle infinite

richieste di denaro; gli aveva dichiarato di non volerle più esaudire;

e sperava che almeno l'autunno gli desse un respiro.... Insomma

l'imbarazzo di Dionisio era grande. Bisognava mettere in opera ogni

accortezza, umiliarsi, macchinare, pregare, scongiurare. Intanto, per

distrarsi da così molesti pensieri.... la caccia. Non già con la solita

comitiva, che non vi fosse il rischio di rintopparsi con Silvio!...

Oh! ma anche senza volerlo, presto seppe che Silvio non sarebbe andato

a caccia nè con lui nè con altri. Suo padre era morto! E il povero

giovine, per sostentare la madre e cinque sorelle, aveva dovuto vendere

ogni cosa, inclusive il fucile, che passava per uno dei migliori che

fossero nel paese. E quel fucile..., lo aveva comprato il fattore

di casa, il quale appena potè trapelare che il padroncino facesse i

preparativi per la caccia, corse tutto lieto ad offrirglielo, persuaso

di fargli una gradita sorpresa; e gli disse chi n'era stato il padrone,

e che gli costava un pezzo di pane[27], essendosi approfittato, con

l'accortezza d'un fattore par suo, del bisogno d'un disperato. Ah, quel

fucile! Dionisio lo conosceva pur troppo! Non ebbe ardire di toccarlo;

voltò la faccia, e andò via senza rispondere.

V'era in quel paese un cacciatore di professione, uomo da bosco e da

riviera, rilevatore esperto di cani, pratico delle poste di tutto il

vicinato per trovarvi gli animali sicuri. Dionisio soleva condurlo

seco, e fermò quell'anno di andare a caccia solamente con esso.

Abitava costui in una straducola remota; Dionisio in sulla sera, col

berretto sugli occhi, uscì di casa per avvisarlo. Entra nel terreno

della casuccia; vi trova uno squallore di povertà fuor dell'usato;

una donna vestita a lutto che filava, ed alcune povere fanciulline

occupate anch'esse, quale in un lavoro, quale in un altro, recitavano

il rosario con voce bassa, quasi gemebonda; la debole fiaccola

d'una candela di sevo illuminava la mestizia e la pallidezza dei

loro visi.... Soprappreso, quasi voltandosi per andarsene, domanda

di Stefano il cacciatore: «Oh! non sta più qui» dice garbatamente

la donna. «È tornato di casa.... Va' ad insegnarglielo tu al signor

Dionisio; è vicino;» e indicava la minore di quelle fanciulle. Il

giovine sentendosi nominato, si voltò quasi non volendo per affissare

quella donna che parlava a stento con voce fioca. Ed ella: «Non mi

riconosce più eh? Poveretto, ha ragione! Sono andata a male; dopo

tante disgrazie!.... Sono la mamma di Silvio, sa? E anche lui, povero

figliuolo.... la lo vedesse!... Ci siamo ridotti a star qui per fare un

po' di risparmio anche nella pigione.»

Dionisio, coprendosi la faccia, non aveva fiato di rispondere; gli

tremavano le gambe; avvilito usciva di lì, ringraziando con parole

tronche, e rasentando il muro.

La bambina era già corsa innanzi ad insegnargli la casa di Stefano.

Quando furono presso all'uscio: «Sta qui» disse, e lo salutava tornando

indietro. Dionisio l'aveva scorta con un visuccio sfinito e brulla di

vesti; la compassione, lo spasimo dei rimorsi lo spinsero a un tratto

a cavarsi di tasca la sola moneta che gli rimaneva; e, chiamata la

bambina.... Ma questa, al diaccio del metallo, quasi abbrividendo

ritrasse tosto la mano, lasciò cadere la moneta per terra, e fuggì via.

Egli allora si percosse la fronte a guisa di forsennato. — E non ho

altro! — esclamava. — E forse io.... — In quel mentre il cacciatore

usciva di casa. Udito il suono della moneta che era ruzzolata sul

lastrico, e vedendo colui a capo basso, si pose tosto a cercare; il

luccichio gli dette nell'occhio, ed esclamando: «Eccola là» andò a

raccattarla. Porgendola a Dionisio lo riconobbe; credè che la sua

confusione dipendesse dalla paura d'averla perduta; e gli fece festa.

Dionisio, sforzandosi di nascondere lo stato dell'animo, prese la

moneta, la mise in tasca, ed incominciarono a parlare di caccia. Il

tempo per andare in montagna era propriamente opportuno; Stefano aveva

visto una lepre in quella macchia, una in quell'altra; aspettava lui

per tornarvi; sarebbe stato peccato indugiare; nessun altro nel paese

doveva vantarsi d'aver colto le prime lepri.... Dunque fissarono per

la mattina dopo allo spuntare dell'alba. «E porti il fucile di Silvio»

diceva Stefano. «So che il fattore non se l'è lasciato scappar di mano.

Con quello, la lo sa, non si falla un tiro!»

Che notte tormentosa passasse Dionisio, chi può ridirlo? E' non ebbe

bisogno d'essere svegliato allo spuntare dell'alba. Non aveva potuto

chiuder occhio; gli dolevano le tempie come se v'avesse confitti due

chiodi. Il povero Silvio, suo padre, la vedova, quella stanza terrena,

quella bambina gli avevano risvegliato acuti rimorsi... Ma già i cani

di Stefano raspavano alla porta della camera. Alzarsi di su quel letto

di spine, uscir fuori arruffato come una belva, afferrare il fucile che

trovò accanto all'uscio, correre all'aria aperta per riaversi un poco,

fu un punto solo. Stefano era occupato a raffrenare i cani perchè non

facessero a quell'ora troppo schiamazzo, e non s'accorse dello stato di

Dionisio.

Quando il giovine dottore tornò a casa, era tardi, e suo padre dormiva.

Se avesse voluto dar retta a una ispirazione per non passar un'altra

cattiva nottata.... Ma come si fa? Non conveniva svegliarlo. E poi la

spossatezza per essersi affaticato tutto il giorno sulla montagna; il

dispetto di non aver saputo freddare nè anche una lepre, sebbene avesse

il buon fucile di Silvio (il fattore glielo aveva posato all'uscio di

camera invece del suo, ed egli non l'aveva riconosciuto per la fretta

d'uscire); e la notizia che suo padre era andato in collera per certe

lettere venutegli dalla capitale, lo spinsero a chiudersi in camera,

e buttarsi sul letto. E il sonno gli venne, ma più angoscioso della

veglia, ma pieno di paurose visioni, di brividi, di scosse, di sudori

freddi.... Nondimeno il pensiero di placare lo sdegno del padre, che

da un amico dalla capitale era stato avvisato dei traviamenti del

figliuolo, cagionò un altro indugio al ravvedimento del primo fallo;

e le successive fatiche della caccia e le pingui prede fecero a poco a

poco svanire anche le paurose visioni.

4.

_Un mutamento di cose._

Un bel giorno il popolo della capitale, indi quelli delle provincie

mutarono improvvisamente lo Stato. Anche nella piccola terra di

Dionisio i vecchi magistrati doverono girar largo. La moltitudine

s'adunò per crearne dei nuovi. Fu detto doversi scegliere le persone

più oneste, fossero anche di povero stato. Il voto universale ne

gridò tre, una delle quali era Silvio. Appena proferito il nome,

tutti l'applaudirono con maggior favore degli altri. Lo condussero di

peso nella sala del pretorio; ognuno giubbilando lo riveriva. Ai suoi

cenni, alle sue parole fu sedato ogni tumulto. I più sfrenati volevano

correre ad alcune case per incendiarle, per vendicarsi; ed egli

prevenne tosto quell'impeto, fece posare le armi, spegnere le fiaccole,

rispettare le case di tutti. Ma non fu a tempo a impedire che taluni

penetrassero nell'archivio del Comune per distruggere, per mettere a

soqquadro le carte, per rifrustare i documenti che potessero rendere

più manifesta la cattiva amministrazione e gli arbìtri dei magistrati

deposti. Trovarono infatti certe scritture che avrebbero nociuto più

che mai alla riputazione del padre di Dionisio, e tra esse le false

informazioni contro Silvio per dichiararlo indegno dell'impiego del

padre. E appena il giovine ebbe posto piede nell'archivio, i più

zelanti gliele mostrarono aizzandolo a trarne vendetta. Ma egli con

dignitoso contegno gli esortò a racchetarsi, dicendo non doversi

pensare da chi voleva il pubblico bene, nè a vendette private nè a

persecuzioni, tanto più che nessuno s'opponeva ormai alle nuove cose,

e i pochi resistenti in principio erano già sottomessi o dispersi. Indi

raccolte in fretta le carte che appartenevano al padre di Dionisio, le

prese con sè; deputò alcuni dei più docili a custodire l'archivio, e si

trasse dietro il rimanente della folla.

La stessa sera di quella giornata piena di agitazione, Silvio, prima

di riposarsi dalle sue fatiche, montò a cavallo, e occultamente prese

la via della montagna. Egli solo sapeva dove si fossero rifugiati,

per paura dello sdegno del popolo, Dionisio con suo padre e con pochi

servi. Giunto colà, i servi s'intimorirono, indi rimasero stupefatti a

vederlo solo, in quel luogo, a quell'ora. Chiese di parlare a Dionisio,

anch'esso sbigottito per tale arrivo; ma Silvio, rassicuratolo con atti

umani, lo trasse in disparte, e consegnandogli il fascio «Da' a tuo

padre questi scritti» gli disse. «Ch'ei li distrugga se vuole. Sappiate

che il paese è quieto, poichè il governo è assodato per tutto; statevi

tranquilli, e non vi sarà torto un capello.»

«E tu!...» rispondeva Dionisio commosso nel prendere i fogli: «Tanta

generosità con me?....»

«Non siamo noi amici fin dall'infanzia?» riprese Silvio: e con una

stretta di mano si partì subitamente da lui.

Racconti per giovinetti · 第 13 / 28 题