Giovanni Fantoni[28] _e il suo calzolaio_.
Giovanni Fantoni nacque nel 1775 in Fivizzano, piccola città della
Lunigiana toscana. La sua famiglia è annoverata tra le più segnalate di
quella provincia e tra le patrizie fiorentine. Fu educato prima dai PP.
Benedettini in Subiaco, poi nel Collegio Nazzareno di Roma. Soggiornò
in Pisa per accudire agli studi filosofici e legali, ma senza compirli;
ebbe quindi un impiego a Firenze nella Segreteria di Stato, ma in breve
abbandonò Firenze e l'impiego, per ascriversi nelle milizie del re di
Sardegna. La vivacità del naturale, e l'intolleranza d'ogni servilità
e freno, cagioni principali del suo frequente mutare di proposito e di
soggiorno, lo costrinsero presto a lasciare anche la professione delle
armi; nè ebbe miglior ventura a Roma, dove lo ricondusse la speranza
degli impieghi ecclesiastici col favore d'un prelato suo parente, nè
a Napoli, dove gli amici e i congiunti ambivano di vedergli acquistare
la grazia del re come gli altri cortigiani. La poesia, alla quale era
naturalmente e fervidamente inclinato, lo distolse infine dall'andar
dietro ai fantasmi dell'ambizione o della fortuna; e contento delle
modiche entrate del retaggio paterno si ritirò nella quiete della sua
patria, e quivi si diede tutto agli studi poetici. Così cantava nelle
sue Odi:
A parca mensa vive senz'affanno
Chi i cibi in vasi savonesi accoglie;
Nè i cheti sonni a disturbar gli vanno
Sordide voglie.
Che mai cerchiamo, sconsigliati, quando
Son pochi i lustri della nostra etade?
Cangiar che giova, dalla patria in bando.
Clima e contrade?
(_Ode a Giorgio Viani_)
Lo spirto tenue del latino stile
A me la Parca consegnò benigna,
Ed insegnommi a disprezzar la vile
Turba maligna.
(_Ode medesima_)
Me non seduce l'amistà; non preme
Bisogno audace, nè venal timore;
Stolta non punge d'insolente onore
Avida speme.
Libero nacqui: non cangiò la cuna
I primi affetti: a non servire avvezzi,
Sprezzan gli avari capricciosi vezzi
Della Fortuna.
(_Ode medesima_)
Quando, sul finire del secolo, le dottrine repubblicane ripresero
vigore in Italia dopo la rivoluzione di Francia, il Fantoni le accolse
e le professò con generoso intendimento; scrisse parecchie poesie per
diffonderle; e in Milano e in Modena predicò popolarmente la libertà.
Stoltezza, perfidia e ambizione fecero prevaricare la maggior parte
dei sostenitori di quelle dottrine, e per colpa tanto dei mediocri
quanto del più grande tra gli uomini che ebbero influenza e potere
nelle vicende di quel tempo, la repubblica e in Francia e in Italia
parve un errore, e la libertà democratica si convertì in licenza. Ai
pochi che le virtù del governo popolare conoscevano e praticavano, a
quelli che nelle speranze rimasero illusi e nei mutamenti si serbarono
incontaminati e costanti, toccò la prigionia e l'esilio. Tra questi fu
Giovanni Fantoni.
Nel 1800, ritornato dalla Francia, ebbe nell'università di Pisa la
cattedra di letteratura italiana; ma l'anno dopo gli fu ritolta. Si
ricondusse allora nella patria, dove fu fatto Segretario dell'Accademia
di Ferrara, e dove poi morì nel 1807.
Pare che taluni tra i suoi encomiatori vogliano togliere affatto il
merito dell'originalità alle sue poesie, sforzandosi di farlo passare
per un pretto imitatore d'Orazio. L'imitar bene un gran maestro non
è servilità, e tutti sanno quanta distanza passi dalla giudiziosa
imitazione alla copia. E forse cotali improvvidi panegiristi non hanno
posto mente alle qualità dell'uomo; poichè i sentimenti magnanimi e il
culto della morale e del vero hanno ben altra faccia nella poesia d'un
cittadino onesto e nemico d'ogni bassezza cortigianesca, che in quella
d'un impudente adulatore della tirannide d'Augusto.
Sebbene, com'egli scrive, l'esser nato di famiglia patrizia non lo
portasse a far mostra di quell'orgoglio che è tanto biasimevole in
tutti gli uomini, pure negli anni più fervidi, mentre militava in
Sardegna, o trattovi da inconsiderato impeto giovanile, o spinto
dall'esempio dei suoi compagni, anche il Fantoni s'accostò alquanto
ai fare di quegli scapestrati che si gloriavano d'essere audaci
con le donne, intemperanti negli svaghi e nelle spese, malcreati
e presuntuosi, quasichè il titolo di cavaliere o di conte fosse un
privilegio per insolentire con tutti e per tutto. In questo breve
intervallo pertanto egli ebbe a pentirsi spesso dell'inconsideratezza
dei suoi portamenti, e si ritrovò inoltre angustiato dai debiti.
In Alessandria poi gli accadde di doversi sfidare al duello con un
uffiziale superiore. La cagione di questa sfida, per quanto rilevasi
dalle sue lettere, non era disonorante, ma gli stava contro il fatto
per se stesso biasimevole, e più che altro la mala voce di giovane
traviato; e coloro che lo avevano spinto ad errare col malesempio e
con le lusinghe del vizio e che indegnamente si vantavano suoi amici,
quando lo videro in quel cimento lo abbandonarono secondo il solito
con viltà e con dispregio. Il duello non ebbe effetto; e per sottrarsi
a ogni altra briga gli convenne rinunziare al posto che aveva nella
milizia. Ma appena ottenuta questa licenza, i suoi creditori lo fecero
imprigionare per paura ch'egli volesse partirsi dalla città e dallo
Stato senza pagare i suoi debiti. Nè la mediazione dei signori Sappa,
famiglia ragguardevole d'Alessandria, nè la nobiltà della sua casa,
valsero a risparmiare quest'umiliazione allo sdegnato giovine, il quale
più che mai sfuggito dai codardi compagni de' suoi stravizi, dovè star
chiuso alcuni giorni nelle pubbliche carceri dei debitori, finchè il
padre non ebbe risposto alle sue lettere con la spedizione del denaro
pel pagamento de' debiti.
Nello stesso giorno che in pena della sua imprudenza, deposte le
assise dei difensori della patria, e frenato a stento lo sdegno che
lo accendeva, si ritrovò sotto la stretta custodia di un carceriere,
capitò alla porta della sua prigione il calzolaio che lo serviva da un
mese. Era questi un uomo d'età avanzata, di modi risoluti e cortesi,
padre di famiglia, lavoratore onesto e assiduo. «Che cosa volete voi
dal contino?» gli diceva con malgarbo il custode. «Vi par egli tempo e
luogo da far visita a un debitore? non dubitate, se i denari verranno
ce ne sarà anche per voi.» — «Io ho avuto licenza di passar da lui»
riprese tranquillamente l'artigiano: «voi fate il vostro dovere e non
pensate ad altro.» — «Ci vuole un bel coraggio! Venite pure, ma debbo
avvertirvi che solamente a vederlo voi spiriterete dalla paura. Questo
Rodomonte in erba schizza fuoco dagli occhi, non vuol parlare, non
vuol mangiare; e v'assicuro io, che fino all'arrivo del sacchetto non
avrà occasione di far consumo di scarpe. Questi giovani presuntuosi
e malaccorti pretenderebbero di scialacquare a spese degli altri; e
se non trovano la gente balorda che si rassegni ad essere gabbata se
l'hanno a male. Io se fossi babbo di queste buone lane, vorrei ch'e'
marcissero in catorbia[29] almeno almeno un par d'anni, per insegnar
loro a farla da grandi quando non possono, a negar la mercede agli
operai che per loro cagione stentano con la famiglia, a ridersi sotto
i baffi di chi si è affidato alle promesse!» — «Voi gli mettete tutti
in un mazzo! Molti meriteranno questi rimproveri e un gastigo severo,
ma il conte Fantoni è un giovine onorato, molto rispettabile e pieno
di buon cuore; e voi farete bene a parlarne con stima e a trattarlo
con umanità.» — «Miracolo! È la prima volta che sento un creditore
parlar bene del suo debitore. Ma bravo! Anche questa è accortezza.
Così avrete meno paura di non esser pagato fino ad un picciolo.» Il
calzolaio guardandolo con espressione d'autorevole rimprovero, senza
degnarsi di rispondergli, pose nelle sue mani una moneta, e gli accennò
silenzio col dito sulle labbra. Erano all'uscio del prigioniero. Il
custode strettasi la moneta negli artigli, spalancati gli occhi e messo
il capo nelle spalle, tirò il catenaccio, e introdusse il calzolaio
nella prigione, mentre borbottava tra sè e sè: — Corbezzole! e' son
dunque d'accordo! Allora poi gli è un altro par di maniche. Oh poveri
creditori! vo' state freschi! Le volpi si consigliano.... Chi ha avuto
ha avuto; e tutti lesti! —
[Illustrazione: Pag. 180.]
Il malizioso carceriere aveva detto il vero quanto allo stato del
prigioniero. Seduto sul pagliericcio, coi pugni stretti, il capo
basso e le ciglia fieramente aggrottate affissando il terreno, a
quella visita non si risentì, non si mosse: le sole narici tumefatte
dalla collera davano segno di vita. Il vecchio artigiano si levò
rispettosamente il cappello, si soffermò presso la soglia per aspettare
il permesso d'inoltrarsi, e considerando quella faccia livida per
l'ira e per l'afflizione, incominciò zitto zitto a versar calde lacrime
che gli rigavano le gote grinzose. Aspettò un poco, e poi dell'altro,
e poi dell'altro; e visto infine che il prigioniero non gli badava:
«Signore» disse con voce di pietoso conforto, «vi contentate voi ch'io
venga un po' qui a tenervi compagnia? Degnatevi di sfogarlo meco il
vostro dolore: e datevi pace, ch'io non son solo ad affliggermi della
disgrazia che v'è accaduta.»
Il prigioniero lo guardò; vide quella canizie soccorrevole e mesta,
scorse le lacrime dell'artigiano umile ma onorato e venerabile;
balzò in piedi tutto compreso da un'improvvisa dolcezza; corse ad
abbracciarlo, a stringergli la mano, e lo condusse a seder seco sul
pagliericcio, e pianse con lui. Oh sì! egli aveva bisogno di piangere.
Un momento dopo s'indispettì d'aver ceduto alla commozione; gli parve
d'essere stato debole; ma quello sfogo gli fece bene; ed esclamò
con aspetto sereno: «Grazie, amico mio! Io mi credeva abbandonato
da tutti, ma non è vero. Così è: la virtù soccorre i disgraziati,
ancorchè questi non meritino tutto il suo generoso compatimento. Il
calzolaio non voleva ascoltare queste parole. «Piuttosto, diceva,
se v'occorre qualche cosa fate capitale di me. Io sarò buono a poco,
ma se mancasse di meglio eccomi qua; non volevo esserci venuto senza
conclusione.» — «Tu m'hai già consolato tanto con la sola presenza che
di più non poteva desiderare. Guarda, tu mi rammenti mio padre. Mi par
d'essere insieme con lui.» — «Signore, vo' avete avuto la degnazione di
ricevermi: la vostra cordialità mi fa animo... i' vorrei.... Per carità
non ve ne offendete.»
«Che cosa? Parla liberamente. Credilo! quest'arresto e impossibilità di
pagar subito i miei debiti m'accorano più che altro pensando a te. Ma
spero che mio padre risponderà presto....»
«Scusate, non dovete pensare a me.... anzi io.... ma la libertà è
troppo grande!»
«Senza soggezione, amico mio, senza soggezione! Dite pure; parlate.
Se io potessi.... chi sa? volentieri.» «Dunque, ecco qui. Ora si dà
il caso che io, senza scomodo, potrei darvi modo di pagare i debiti, e
d'uscir subito da questo luogo....»
«Tu? Ma come? Coi tuoi denari? Col frutto del tuo sudore?»
«Non pensate più in là. Vi basti che i denari ci sono; che io posso
disporne liberamente; che nessuno saprà mai nulla; che voi me li
potrete rendere a tutto vostro comodo... Intanto questi...,» e si
levava di tasca una borsetta di monete d'oro. Giovanni, sorpreso e
commosso da quella generosa offerta, non seppe che cosa rispondergli.
Abbracciandolo, respingendo il denaro, e appoggiando il capo sulla sua
spalla singhiozzava; e il calzolaio a consolarlo, a ripetere l'offerta,
a scongiurare perchè l'accettasse e fosse certo che il privarsi d'ogni
suo avere non gli faceva disappunto: «Avete detto ch'io vi fo ricordare
di vostro padre. Figuratevi dunque d'essere un mio figliuolo. Fatelo
per amor mio; perchè a vedervi in arresto, a pensare che abbiano potuto
trattarvi così, io ci patisco troppo. Signore, mi raccomando, fatemi
questa grazia!» e quasi piegava le ginocchia.
«Non posso!» rispose Giovanni, alzandosi risoluto e imprimendo un
bacio sulla mano del vecchio. «Non posso! Il servigio che tu mi rendi
con l'esempio della tua generosità è tanto maggiore d'ogni altro,
che mi parrebbe d'essere un ingrato se io prendessi questi denari.
Quante volte avevo fatto proposito di ravvedermi! I rimorsi della
mia coscienza, gli stimoli dell'onore, la memoria degli avvertimenti
paterni non bastavano. Tu m'hai toccato il cuore! Io sento di essere
un'altro; tu mi restituisci la fiducia nella virtù, il coraggio per
sostenere le disgrazie.... Tu mi riconduci corretto nel seno della
famiglia! Poteva io sperare un benefizio più grande? Contentati
d'avermi fatto questo! Se le tue faccende te lo permetteranno ritorna
a consolarmi. Io t'aspetto a braccia aperte.» E con altre parole e coi
gesti gli diede manifestamente a conoscere che non si sarebbe potuto
mai indurre ad approfittarsi di quel denaro. Il calzolaio, con gli
occhi rivolti al cielo, fece un atto di compassionevole ammirazione,
s'allontanò un poco, poi ritornò indietro a ripregarlo per ben due
volte, e alla fine vistolo irremovibile, lo lasciò solo.
Ognuno può immaginarsi le riflessioni del giovin conte. I compagni dei
suoi piaceri, gli amici di nome, i personaggi che si davano l'aria di
proteggerlo, tutti zitti, tutti lontani dalla sua carcere, quasichè
si vergognassero d'aver che fare col giovane scapestrato e messo in
arresto per debiti. — Io sono uno scapestrato, è vero; ma prima di
venir qui, sebbene conoscessero i miei portamenti e sapessero tutto,
pure mi facevano buon viso e m'invitavano alle loro conversazioni e
alle loro feste. La maggior parte di questi debiti gli ho fatti per
uniformarmi ai costumi della società elegante, per fare onore alle
persone che m'invitavano. Ora che sotto la veste del cavaliere v'è il
tribolato, ora mi lasciano in balìa dei miei creditori, a sopportare
la pena dei miei traviamenti. Ora non son più il giovine allegro al
quale si possono condonare le imprudenze giovanili; ora che senza
l'aiuto di mio padre non posso riscattarmi dalla prigione, io sono il
libertino che merita gastigo e abbandono e disprezzo! Oh! se avessi
voluto prevenire, come tanti hanno fatto, con qualche strattagemma
la vigilanza dei creditori, e vilmente nascondermi, e perfidamente
tradirli, io sarei, a giudizio di costoro, un giovine accorto; e la
mia colpevole azione passerebbe per un tratto di spirito! Intanto
quest'uomo, un bracciante, un vecchio padre di famiglia, colui che
tante volte s'è inchinato a calzarmi, che forse ha dovuto sopportare
in silenzio qualche mio atto d'impazienza, qualche umiliazione, egli
primo, egli solo vien frettoloso a soccorrermi; invece di giudicarmi
con quel rigore che dovrebbe, mi dimostra rispetto, e mi palesa una
tenera affezione, alla quale, senza la mia disgrazia, non avrei mai
pensato; e forse immaginandola allora, non avrei degnato dì curarmene!
L'orgoglio della nascita mette fra noi una distanza immaginaria....
Oh! la vi è pur troppo una distanza, ma non quella che i pari miei
si figurano. La virtù dell'uomo onesto lo fa essere di gran lunga
superiore allo sfaccendato presuntuoso, che invece di farsi da lui
servire, appena meriterebbe d'averlo per compagno! Ma ecco l'amore
che ci agguaglia tutti, che non prende per sua misura la nobiltà della
nascita o la copia degli averi, ma solamente le disgrazie.
Pochi minuti dopo la partenza del calzolaio, il Fantoni fu distolto da
questi pensieri, perchè il custode gli consegnò una lettera recatagli
allora da un giovinetto. L'aperse con impazienza, ed era di mano
del medesimo calzolaio, che in termini rozzi ma più risoluti, più
affettuosi e più liberi, gli ripeteva l'offerta, mostrandosi afflitto
dal dubbio che la non fosse stata creduta sincera, e dichiarando meglio
la necessità e la convenienza d'accettarla. Ma Giovanni gli mandò
subito questa risposta: — «Ho ricevuto il vostro biglietto; ed il mio
cuore sente tutto il prezzo dell'offerta che voi mi fate. Non è che
un mese che mi servo di voi; appena mi conoscete, e mi offerite per
sollevarmi dalle mie disgrazie tutto quello che possedete! Uomo onesto
e sensibile, degno di uno stato migliore, avvilito da tanti che non
hanno il vostro cuore ed i vostri sentimenti, non crediate giammai che
io sia per profittare della vostra generosità: non turberò mai a prezzo
di qualunque disgusto la tranquilla mediocrità del vostro povero stato.
Se il Cielo vorrà di nuovo concedermi che io possa darvi una prova
della mia gratitudine, vi avvedrete se il mio cuore doveva conoscere il
vostro, e se meritava un affronto da chi forse aveva più diritto di voi
di conoscerlo, e di risparmiarne l'onorata sensibilità. Tra la folla di
coloro che cessarono con la mia disgrazia di essermi amici, vi scelgo
per amico e fedele. Voi mi consolerete, voi mi darete dei semplici e
sinceri consigli, voi sarete a parte dei miei pensieri. Mi vergogno
di aver creduto miei amici certi insetti titolati che s'imbrattano nel
fango mentre nuotano nell'oro; non di essere di un povero ma onesto e
sensibile artigiano.
«Li 11 Febbraio 1779.
«_L'aff. Amico_
«GIOVANNI FANTONI.»
Il calzolaio tornò di poi a sollevarlo nel suo ritiro, «dove» scriveva
lo stesso Fantoni a un suo amico lontano «non è passato giorno ch'ei
non sia venuto a trovarmi, o, vietandoglielo i suoi interessi, non mi
abbia scritto; nelle sue lettere si conosce un uomo franco e sensibile,
e la rozza semplicità del suo stile si rende rispettabile per la
nobiltà dei suoi sentimenti.»
Peccato che non si sia potuto ritrovar memoria anche delle lettere del
calzolaio! Ma la sua amicizia col Fantoni fu durevole, e il tratto di
virtuosa generosità per cui lo conobbe dovè molto giovargli in tutto il
rimanente della sua vita.