PARTE SECONDA

Ecco il dì di domenica, in sull'alba, sereno come il volto e l'anima

di Marta. Il campanile di Fiesole annunziava suonando a festa l'ora

dello svegliarsi; e Marta ai primi tocchi della campana balzava dal

suo letticciuolo, accoglieva in cuore buon augurio dalla bellezza

del tempo, e acconciatesi addosso le proprie vesti, preparava con

amorosa sollecitudine quelle di Riguccio, ammanniva la colazione,

e sbrigava quelle faccende, pregando in silenzio per non isvegliare

ancora il fratello. Andò due o tre volte a guardarlo, e pareale vago

siccome un angioletto: nè lo svegliò se non quando ebbe ogni cosa

all'ordine per vestirlo da festa, e dargli da colazione, e menarlo

a Firenze. «Andiamo, Riguccio; oggi Iddio deciderà della tua sorte.

Raccomandiamoci a Lui; e la mamma, sai? e la mamma pregherà anch'essa

per noi. Andiamo a Firenze.»

[Illustrazione: Pag. 110.]

Eccoli sulla via. Nel sereno della notte l'erbe s'eran coperte di

rugiada, il calore del sole nascente la scioglieva in vapori, e le

nebbie ricoprivano la pianura. Ma una brezza di ponente un po' qua e

un po' là sollevava e dissipava quelle nebbie, sicchè or si scorgeva

un pezzo di paese, ora un pezzo di città comparire com'isola in

mezzo a splendido mare. Ma presto disparvero quei flutti vaporosi; e

allora com'era magnifico lo spettacolo della valle dell'Arno vista da

quell'altura di Fiesole! E la città distesa nel mezzo a un torrente

di luce che pioveavi sopra a fare scintillar come soli le finestre

dei templi e dei palazzi. Tante e tante campane risuonavano insieme e

producevano tale armonia che i giovinetti ne restarono insolitamente

meravigliati, perchè prima non s'eran trovati in uno stato da essere

tanto commossi a quello spettacolo, non avendo mai avuta la mente e

il cuore pieni di trepidanza e di confusi e teneri sentimenti come

in quel giorno. Firenze per loro era divenuta un mistero: la terra

promessa, o il deserto. Marta andava, andava, ma più col pensiero

che con le gambe; a ogni passo verso colà nasceale un sospetto,

un dubbio, un timore. Troverò io chi cerco? Sarò io esaudita? o

scacciata? o derisa? Fra tanta gente, sola con questo fanciullo!

Ma Dio m'accompagnerà; ed affrettavasi in così dire e in un momento

avea fatta una di quelle rapide scese che mutano lo spettacolo della

veduta come un incanto. Riguccio non era mai stato a Firenze; ma aveva

sentito dire e dire.... Case spropositate, innumerabili, strade che

non finiscono mai, chiese immense, colonne, portici, e una folla di

gente, che va e viene, cocchi, soldati, e vesti di mille foggie, e

quel che è più, statue, statue da incantar le persone. E tutto ciò

che egli confusamente vedeva sollevarsi laggiù tra gli altri edifizi,

gli pareva una statua, che dovesse, accostandovisi, mostrar braccia e

gambe e testa gigantesche, maravigliose.... Altro che i suoi fantocci

di neve! altro che le immagini dei tabernacoli! Ma sapete? eran poi

campanili, torri, cupolette, rocche di cammini, alberi, merli.... E

dove son dunque le statue? e s'indispettiva, il povero Riguccio, per

l'impazienza, e sbirciava da averne dolore negli occhi. E tutti i suoi

pensieri non erano altro che questi. Quando uno spettacolo più vicino

e dolente arrestò impauriti i nostri viandanti. Era un uomo steso

bocconi, immobile sopra la terra con la testa penzolante nel fosso e

insanguinata. Dio mio! l'idea che fosse un morto, la solitudine del

luogo in quell'ora sì mattutina, gli fece raccapriccire e arretrarsi.

Ma ritrovò presto la buona Marta il suo coraggio; guardò con occhi più

fermi, protese la testa verso il meschino, le parve scorgervi un segno

di vita, gli corse presso, lo sollevò, fasciò la ferita col fazzoletto,

saltò in Mugnone, e inzuppato il velo nell'acqua, la spruzzò nella

fronte al caduto e nettatolo un poco, lo riconobbe per un misero di

que' contorni, che spesso facea per improvviso svenimento quelle male

cadute. Egli cominciò a riaversi, e Marta si provò a trarlo sotto un

albero, perchè stasse meno in disagio; ma da tanto le sue forze non

erano; ed allora le giunse un aiuto inatteso. La sollecitudine di

Marta in prestar quel soccorso tanta era stata, da non farla accorta

che verso quel luogo veniva un uomo pulitamente vestito, di volto

un po' burbero ma umano, il quale accostatosele, zitto zitto le diè

vigoroso ajuto in quell'ufficio ch'ella non potea compiere da se

sola. Riguccio in tutto questo tempo s'affannava a fare, si dava gran

moto, ma che poteva? Alfine il povero si riebbe; la ferita era poco

temibile; lo condussero nella casa vicina d'un mugnajo conoscente di

Marta; essa glielo raccomandò come fosse suo padre: il mugnajo forse

anche più volentieri alle preghiere di Marta, lo accolse e n'ebbe cura.

Marta ringraziò poi dell'apprestatole ajuto l'incognito con quel suo

fare tanto garbato, ch'e' ne sentì in cuore i' non vi so dire qual

tenerezza. Ed egli avea già visto da lontano ogni cosa; e quantunque

paresse non d'altro premuroso che di continuar la sua via tra sè e sè

co' suoi pensieri fantasticando, pur non potè a meno di rallentare

il passo, e considerare la bella faccia di quella buona ragazza e

l'ingenuo volto del vispo fanciullo che non gli avea mai levati gli

occhi di dosso. Infine rallentò il passo, e si rivolse a domandare a

Marta (come taluni fanno in campagna) s'ella fosse fiesolana, e dove

ne andasse mai a quell'ora con quel ragazzo. Marta cortesemente gli

palesò la sua condizione, gli narrò il fine della sua gita a Firenze,

gli parlò dell'inclinazione di Riguccio per l'arte (e qui anch'egli

mise la bocca) e gli fece note le sue incertezze, i suoi timori, e

di Michelangiolo ragionò come dello Smisurato. Quel messere intanto

andava fisamente guardando or Riguccio ora Marta, e or sorrideva,

ora aggrottava le ciglia e increspava la fronte, come chi si trova

agitato da gravi pensieri. — «Dunque tu, fiesolanetto mio caro, tu

ami la scultura, e piccin come sei, vorresti porti a studiarla?» —

Oh! sì davvero! non sarò contento finché non mi vedrò nascer sotto

le mani un volto bello come quelli che sono lassù nella chiesa di

Fiesole.» — «Davvero! e come quello scolpito da Mino, eh?» — «Chi è

questo Mino, scusate?» — «Oh! il piccolo artefice che non conosce il

grande scultore della sua patria! Ma tu sei troppo in erba, è vero,

per saper queste cose. Te lo dirò io; Mino è un fiesolano, famoso

scultore; è quello appunto che ha scolpito il monumento del Vescovo

Salutati nella chiesa di Fiesole.» — «Oh che mi dic'ella! Questo Mino

è nato proprio nell'aria di Fiesole? Che grand'uomo doveva essere!

Com'è bello quel vescovo! Vero che par vivo quel volto!» — «Sì, Mino

era un grand'uomo, e quello è un gran bel volto, Riguccio! e anch'io,

sai? anch'io vi sono stato estatico a rimirarlo, e l'ho studiato, e non

ho potuto ancora farne uno che valga quello. Ah possa tu aver questa

sorte! E giacché parmi che il Signore ti voglia mettere in sulla via

dell'arte, vieni, Riguccio, vieni pur meco. Ti condurrò io a maestro

Michelangiolo.» A questa profferta si sentirono consolati. Andarono

dietro dietro a quell'uomo, per un pezzetto in silenzio, guardandosi

di tempo in tempo con occhiate di giubbilo. Presto giunsero alla

Porta San Gallo; entrati in Firenze, Riguccio non capiva in sè dalla

maraviglia. Tutto quanto aveva udito dire della città gli pareva nulla.

Quando poi vide la Cupola e il Campanile!... Basta dire che Marta dovè

allora pigliarlo per mano, e quasi trascinarlo dietro la loro incognita

guida. Dove la calca della gente incominciò a farsi maggiore, tutti

guardavano e molti facevano riverenza a colui che gli menava seco.

Alfine egli entra nel terreno d'una casa, spinge innanzi una porta,

li fa passare in uno stanzone pieno di statue e di marmi abbozzati,

e dice sorridendo: «Ecco qui maestro Michelangiolo.» Guardarono

intorno timidamente, e non v'era altri che egli stesso. «Dunque!...»

— «Dunque sono io.... così è: quello che tu cerchi son io, che non ho

difficoltà ad insegnarti quel che vorrai. Sicuro! La tua faccia, la tua

inclinazione, mi promettono un artefice. Vedremo. Bada bene! è un gran

cimento, Riguccio, il tuo; ma non iscoraggirti; anch'io da giovinetto

sentii un impulso prepotente, e alfine potei ubbidirvi, e trovai

anch'io un maestro che m'accolse amorevole. Io seguirò quell'esempio.

È una via di triboli quella che tu scegli; ma, se sarai uomo, e avrai

anima vera d'artefice, quei triboli invece d'arrestarti, saranno di

sprone all'ingegno e potrebbero spingerti alla gloria. Intanto, ecco la

mia bottega. Dimani t'aspetto.» Queste cose dette con impeto di grande

passione una dietro l'altra, senza respiro, colpirono prima di gran

sorpresa Marta e Riguccio, che finalmente poi diedero ambedue in un

pianto dirotto; s'abbracciarono, copersero di baci e di lacrime le mani

di Michelangelo, e benedissero Dio.

2.

_Sof._ Eh! il tempo non può esser più bello. Per questa parte non ho

paura.

_Lui._ O dunque per quale? che altro motivo ci potrebb'essere che oggi

la Milla non venisse da noi?

_Sof._ Chi lo sa? forse per via della debolezza. Sta un po' lontano di

casa.

_Mar._ Sicuro! Dopo la malattia che ha sofferto, sarà debole. È stata

più d'un mese nel letto, povera vecchia!

_Ang._ Ma ora è guarita hanno detto.

_Ter._ Ora è convalescente.

_Ang._ Convalescente che cosa vuol dire?

_Ter._ Domandalo a Sofia; te lo saprà dire meglio di me.

_Sof._ Vuol dire che è guarita, ma che è obbligata a un riguardo per

mettersi in forze.

Infatti non potrà ancora arrischiarsi a far quel che faceva prima

d'aver avuto quella febbre tanto cattiva: camminar di molto, uscir di

casa a tutte l'ore....

_Lui._ Mi fate celia? ci vuole un gran riguardo, altrimenti....

_Sof._ Guai a lei se le ritornasse il male addosso! le ricadute sono

peggiori delle malattie.

_Ter._ Oh! guarda guarda! l'Angiolina fa i lucciconi!

_Mar._ Chi sa che cosa avrà capito per convalescenza!

_Sof._ È guarita, sai? Angiolina, la Milla è guarita e sta bene.

_Ang._ Ma non è venuta da noi....

_Mar._ Se non viene oggi, verrà domani.

_Lui._ Se no, pregheremo la mamma che ci conduca da lei.

_Sof._ Ve ne ricordate, bambine, di quando ci andammo tempo fa a

visitarla? Che sesto, che pulizia nella sua camerina!

_Ter._ Io non potei venirci, perchè ero infreddata.

_Sof._ Figurati che non vi si sarebbe trovato un granello di polvere.

_Mar._ Che lenzuoli bianchi, e com'era tutta ravviata!

_Sof._ Aveva in capo una berrettina, che pareva dipinta.

_Lui._ E con quanta pazienza stava lì a covare il suo male!

_Mar._ E col suo solito sorriso a fior di labbra, _non sarà nulla, non

sarà nulla_, diceva.

_Sof._ _Questa buona vecchia, disse bene il dottore, ha due medicine

più valevoli delle nostre e che la faranno guarire dicerto: la pulizia

e la rassegnazione._

_Ter._ E perchè le venne male?

_Lui._ Per avere assistito una sua amica. Le fece otto o nove nottate

di seguito. Vecchia com'è, si strapazzò troppo e toccò anche a lei a

patire.

_Sof._ E quell'amica era guarita quando s'ammalò la Milla, ed allora

assisteva lei.

_Mar._ Che buone vecchine! parevano due sorelle.

_Sof._ Sta'? Mi par di sentire la voce d'Eugenio a piè di scala. È

andato insieme con Tito a pigliarla.

_Ter._ Dicerto son essi. E la Milla è con loro; perchè se fossero soli,

a quest'ora avrebbero salito la scala.

_Lui._ Sicuro; le daranno di braccio.

_Ter._ Oh, bene bene! è tanto che non l'ho vista! Andiamo a

incontrarla, bambine (_le bambine corrono all'uscio_).

_Sof._ Mi viene un pensiero. Tiriamo la poltrona sull'uscio; così,

appena salite le scale, la Milla si potrà riposare con tutto il suo

comodo (_una bambina l'aiuta a tirar la poltrona_).

_Eug._ Signorine, correte, ecco una visita per voi (_dice di dentro_).

_Mil._ (_accompagnata da Tito e da Eugenio_) Oh! Dio vi benedica

bambine.

_Tit._ Largo, largo!

_Sof._ Qui, qui.... è qui la poltrona. Milla, ben arrivata.

_Eug._ Bravissime. Eh! le nostre sorelle hanno giudizio!

_Sof._ Quanto ci rallegriamo tutte di vederti guarita!

_Mil._ Per grazia d'Iddio! Un bacio, Angiolina! E la mia Teresa? anche

tu sei guarita, lo so.

_Eug._ Ma non le state tanto a ridosso! Lasciatela ben avere!

_Tit._ E qui, sull'uscio, non istai bene, cara Milla; v'è del

riscontro; se sei accaldata, ti può far male. Eugenio, piglia codesto

bracciolo.

_Mil._ E ora cosa farete? vi pare? grazie, grazie! mi rizzerò.

_Eug._ Sta' ferma, non ti dobbiamo alzare, ci son le ruote.

_Sof._ Andiamo, andiamo, io spingo la spalliera.

_Eug._ Ecco la Milla che va in trionfo.

_Lui._ Davvero! Evviva la Milla guarita!

_Tutti._ Evviva! (_l'Angiolina batte le mani e scavalla_).

_Mil._ Eh, non c'è male no! che siamo di Befania?

_Tit._ Ora serrate l'uscio; badate che le finestre sian chiuse bene.

_Mil._ Ma per cosa m'avete presa? Non sto poi lì per l'appunto. È

vero che nella convalescenza bisogna rigar diritto; ma io son di buon

sangue, sapete? Eh! se io avessi avute tutte queste ubbie a' tempi de'

tempi, ora non darei nè in tinche nè in ceci.

_Eug._ Hai ragione. Che cosa importa far tanti daddoli? Io sfiderei

l'acqua e il vento anche quando avessi la febbre.

_Mil._ Oh! codesto passa la parte! È bene avvezzarsi svelti a ogni

cosa; ma non bisogna lasciarsi andare allo sbaraglio come fanno gli

sgangherati.

_Sof._ E poi, Eugenio ha un bel dire! e se gli viene un dolor di

capo....

_Eug._ Ecco subito! a detta loro sarò un cancherino.

_Mil._ Talotta chi fa più il gallo, bambino mio....

_Eug._ Vorrei che tu mi potessi mettere alla prova, per farti vedere

chi son io!

_Mil._ Ebbene! mi ricordo che l'anno passo, quando tu avevi la

scarlattina, parevi proprio un pulcin bagnato.

_Eug._ _L'anno passo_, signora Milla, _l'anno passo_ io era in fasce si

può dire. Ora che son grande....

_Mil._ Appunto ora bisogna aver più giudizio, messere! — Che cosa

lavorate voi di bello, bambine?

_Sof._ Vedrai, vedrai.... intanto preparo.

_Tit._ Eugenio mio, bisogna andarsene con le trombe nel sacco!

_Lui._ Eh! con la Milla non si scherza.

_Eug._ E poi siete tutte dalla sua parte!

_Ang._ Guarda, Milla, ho avviato oggi per la prima volta la calza.

_Mil._ Brava Angiolina! Me ne rallegro davvero! — E a me toccherà a

star con le mani in mano.

_Eug._ E che sì che anche la Milla avrà da fare, bambine!

_Sof._ Che cosa!

_Ang._ Eh! lo so io! — Guardami in viso, Milla....

_Mil._ Sono a servirla.

_Eug._ Abbiamo fatta la pace, è egli vero?

_Mil._ E quando c'è stata guerra tra noi?

_Eug._ Tu sei una gioia. O sta' a sentire.

_Mil._ Qualche altra billèra!

_Eug._ Parlo sul serio. — Domenica passata andammo a Fiesole, il babbo,

la mamma, Sofia, Luisa e noi due....

_Sof._ Vedemmo quel busto famoso; andammo in Borg'unto...

_Mil._ Ho capito, ho capito.

_Lui._ Se l'aveste sentito fare dalla Milla quel racconto ne sareste

rimasti incantati.

_Mil._ Zitte, zitte! Lo sapete che cosa diceva santa Caterina da Siena,

bambine?

_Tit._ Su qual proposito?

_Mil._ Santa Caterina da Siena diceva: _quando si parla bene di voi,

non si parla di voi._

_Sof._ E cosa significa?

_Mil._ Che ogni nostro merito non appartiene a noi, ma è dono di Dio.

E poi, ve lo dissi, quel racconto mi fu riferito da Don Vittorino.

_Ter._ Ma come andò poi di Riguccio?

_Eug._ Ci siamo, Milla, ci siamo!

_Lui._ E di quella buona fanciulla di Marta?

_Tit._ Adagio un poco! Ricordiamoci che la Milla è convalescente; e che

il parlare stracca più del filare. Non mi parrebbe vero di sentire un

racconto; ma siamo discreti.

_Sof._ Tito ha ragione. Che cosa ne dite voialtri?

_Lui._ Eh sicuro! possiamo aspettar qualche giorno.

_Mil._ Che siate benedette! Si potrebbe far di più per una mamma?

_Sof._ Oggi chiacchiereremo del più e del meno.

_Eug._ Siete tante, che a dirne una per una....

_Tit._ E noi anderemo a studiare. Addio a poi, cara Milla.

_Mil._ Addio, addio! — Che bravi ragazzi che avete per fratelli,

bambine mie!

_Sof._ Son due angioli.

_Mil._ Tirano proprio dal babbo e dalla mamma.

_Lui._ Eugenio col suo buon umore ci tien tutti allegri.

_Sof._ Anche Tito è giojale; ma sta sul sodo; è il maggiore!

_Mil._ E fa bene: deve dare il buon esempio.

_Sof._ Ma non se n'investe punto; lo fa con tanta buona maniera!

_Mil._ Ah! chi è buono davvero, è modesto e amorevole.

_Ang._ Guarda, Milla; guarda bello il ricamo di Sofia!

_Sof._ M'ha insegnato la mamma; e il disegno è di Tito.

_Lui._ Io fo un lavoro ad Eugenio pel suo giorno natalizio.

_Mil._ Brava! che cosa gli fai tu di bello? una borsettina?

_Lui._ No; un pajo di guanti, perchè la mamma ha detto che gli saranno

più utili della borsetta.

_Mil._ Ha pensato benissimo.

Così per quel giorno fu tutta conversazione. Le bambine, con quella

cara ed ingenua sincerità dell'infanzia ragionarono delle loro

contentezze, dei loro affetti nascenti, delle speranze, delle gioje

d'una famiglia numerosa e bene ordinata; e la Milla non lasciava

mai fuggire l'occasione di dare qualche consiglio, d'approvare,

d'incoraggire la buona condotta di ciascheduna di esse. Talmentechè

tutte furori contente; e lavorando si divertirono ed impararono

qualche cosa senza bisogno del racconto. A poterla riferir tutta

quella conversazione, vi sarebbe da rimanerne consolati davvero. —

Ma chi di voi, miei cari lettori, chi di voi non goderà spesso di un

egual piacere? Insieme coi genitori e i fratelli, insieme con qualche

altra Milla, e forse ogni giorno, farete uno di quei colloquj nei

quali l'anima si apre, e ci confortiamo a vicenda nella disgrazia,

o a vicenda ci disponiamo nella felicità a procacciare il bene del

nostro simile. Allora sogliono esser da noi confessati con sincerità

i nostri errori, e dai nostri cari con generosità ci sono perdonati, e

con amore corretti. Rammentiamo allora i nostri avvenimenti dei tempi

scorsi; rammentiamo i nostri antichi, e al sentir raccontar dal nonno,

dal babbo o dal fratello maggiore le loro virtù, e le grandi cose che

avvennero nella nostra patria, il cuore si scalda e si sente stimolato

a ben fare. Le persone della nostra famiglia ci sono sempre più care,

e l'amore e la concordia ci vengono adagio adagio migliorando l'animo.

Sappiate rendervi degni di questa confidenza scambievole, sappiate

godere d'una pace sì deliziosa; non la disturbate mai: essa è il tesoro

delle famiglie.

Cinque o sei giorni dopo, la Milla era già rubizza come prima; tutte le

tracce della malattia erano sparite; avea la sua rocca al fianco, salì

le scale da sè lesta lesta, come una fanciulla di sedici anni; le era

tornata la sua voce un po' tremula, sì, ma schietta e sonora, e potè

ripigliare il filo dei suoi racconti. Questa volta anche la mamma vi si

trattenne; Tito ed Eugenio erano lì. S'era messa un po' in soggezione

la buona vecchia per via della signora Elena; ma poi, dopo essersi data

una stropicciatina alle grinze della fronte e alle mani, cominciò in

questo modo:

Tempo fa, per far servizio a un'amica, m'occorse d'andare in Borgo San

Frediano dal signor Bartolini[17], che è quel gran maestro di scultura

che voi sapete: ed entrai proprio nel suo studio. Vidi allora due o tre

stanzoni pieni di bellissime statue, parte finite e parte abbozzate, di

tanti ritratti e disegni, di blocchi di marmo grossi spietati; modelli

di gesso, palchi, scalei; e v'erano diversi garbati giovani, alcuni

dei quali smodellavano, ed altri modellavano creta. Mi figuro io che

la bottega di Michelangiolo in via Ghibellina fosse un dipresso come

questa. In vece di maestro Lorenzo, mettiamoci maestro Michelangiolo,

che questo antico non si potrà aver a male d'essere raffigurato al

moderno, e stiamo a vedere che cosa segue.

Un ragazzo, con aria di campagnolo e vestito rozzamente, franco senza

essere sventato, ilare, di volto bello quantunque non regolare, entra

a buon'otta, corre verso il Maestro, lo saluta, ed esso ridendo gli

dà il _benvenuto bambino_, e poi seguita il suo lavoro intorno a

una statuetta abbozzata. Voi avrete già indovinato chi fosse questo

fanciullo: ora mettetevi ne' suoi piedi per immaginarvi quanto

giubbilo dovesse provare in quel punto nel vedere adempito il suo

desiderio ardentissimo. Il Gori lo aveva accompagnato, per andar

poi a ripigliarlo al tramontare del sole. Riguccio si mise tosto a

guardar Michelangiolo, che ora lavorava infuriato, ora con flemma,

e non cavava mai gli occhi di sul lavoro. Passa un'ora, ne passano

due, e Riguccio lì. _Ma che se n'è scordato che ci sono io?_ diceva

egli tra sè: _a vedere ci ho gusto; ma non son io venuto qui per

iscolpire?_ A un tratto il Maestro si scosta, si mette a considerare

la sua statuetta per ogni verso, e poi le butta addosso con tutta la

sua forza il mazzuolo, e la manda in pezzi. Riguccio si tirò addietro

impaurito, e uno scolaro di Michelangiolo, accorso al tonfo, domandò:

«_Che è stato, Maestro?_» — «_Non vuol venire a mio modo; è meglio

rifarla._» — «_Fosse stato il marmo col quale vi faceva lavorare Piero

dei Medici[18], meno male; e poi ecco un mese di lavoro perduto._» —

«_Un mese!_ diceva sotto voce Riguccio. _Ci vuol tanto tempo a fare una

statuina, e poi avere il cuore di spezzarla?_» Intanto Michelangelo

s'era messo a schizzare, forse quella stessa figura, per istudiare

meglio la composizione.

Riguccio un po' seccato di star lì fermo senza far nulla, s'arrischiò

a girellare soffermandosi ora davanti a una statua, ora davanti a un

busto, e osservando con grande attenzione e piacere. S'accostò poi ad

un giovine che copiava con la matita. Che bel disegno! Ma ogni poco

lo scolaro cancellava con certi pastellini di midolla di pane più qua

e più là il suo disegno, e tra fare e disfare, la metà del giorno era

scorsa; ed egli aveva concluso pochissimo. Intanto anche Michelangiolo

va a guardare il disegno dello scolaro. Dà una scossa di testa, e poi

dice: _Antonio mio, in sei mesi che tu stai qui ad imparare, avresti

dovuto andare un po' più avanti. Questo disegno non te lo passo; l'aria

della testa non l'hai presa bene; queste linee son troppo grosse.... da

capo, da capo!_ poi gli leva di sotto gli occhi il disegno, e d'un solo

foglio ch'era, giù, senza misericordia, ne fa due pezzi, uno per mano,

e se la batte. Riguccio rimase a bocca aperta, e gli dispiacque tanto

per quel povero giovine, che gli spuntò una lacrimuccia.

Ma s'accorse che Antonio, più allegro di prima, si rimetteva al

medesimo studio, dicendo: _Chi sa che la quarta prova non mi riesca?

avanti, avanti! coraggio Antonio! tra qualche mese tu potrai maneggiare

il mazzuolo._

Riguccio cominciò a sentire appetito; si mise a mangiare un bel pezzo

di pane bianco che la Marta gli aveva posto sotto il braccio nel dirgli

addio, e poi s'addormentò sopra una panca, perchè nella notte non

avea potuto chiuder occhio; tanta era stata l'impazienza di vedere il

giorno per andare a Firenze. Alle ventitrè arrivò il Gori a pigliarlo,

e bisognò che lo svegliasse. Michelangiolo non s'era più fatto vedere,

e Riguccio se n'andò via tutto mortificato e confuso.

— Che cos'hai fatto di bello, Riguccio? gli domandò il Gori quando

furono usciti.

— Lasciatemi stare, per carità, non voglio discorrere.

— Cose grosse? Che te n'è uscita la voglia?

— I' non so in che mondo mi sia. Lasciatemi stare, vi dico.

— Oh! non ti tocco, non aver paura.

Il Gori s'accompagnò con altri due Fiesolani, e discorrendo con loro,

non pensò più a Riguccio, il quale se n'andò dietro dietro, a capo

basso, fin sulla piazza di Fiesole.

La Marta era sull'uscio di bottega; si aspettava di vederselo correre

incontro tutto festoso; ma egli rimaneva coperto dal Gori; ed essa non

vedendolo, a un tratto s'impaurì; ma quando potè scorgerlo venir su

in quel modo sopra pensiero e con andatura svogliata, lo credè troppo

stracco, e si mosse verso di lui a prenderlo per la mano.

Riguccio quando la vide lì in piazza, non ebbe cuore di dirle nulla;

solamente le strinse la mano e le restituì secco secco il saluto.

Appena entrato in bottega, quando appunto la Marta era per domandargli

perchè avesse visuccio e le lacrime in pelle in pelle, egli se le buttò

al collo e cominciò a pianger davvero.

— Riguccio mio! e che hai? t'è seguita qualche disgrazia? Michelangiolo

non ti vuole? Ma dimmi qualche cosa, non far piangere anche me, senza

ch'io ne sappia il motivo. Parla, Riguccio, parla, che guai ci sono?

— Michelangiolo non mi ha dato retta; sono stato lì tutto il giorno

come un balocco; si vede che io sono troppo piccino....

— Eh via! non ti scoraggire tanto presto: oggi non avrà potuto badare

a te per l'appunto. Domani sarà un'altra cosa; non piangere, abbi

pazienza.

Quando poi egli si fu un poco sfogato, le raccontò per filo e per

segno quel che era avvenuto; e la Marta, quantunque ne rimanesse un

poco maravigliata, pure non glielo diede a conoscere, e seguitò a

confortarlo. Essa aveva preparato una buona cena; la malinconia del

ragazzo era quasi dissipata dalle buone parole della sorella; dopo

due o tre scosse di testa, cominciò egli a chiacchierare allegramente

secondo il suo solito, e a poco a poco gli venne sonno, e dormì bene

tutta la notte. La Marta non potè, com'esso, dormir subito, poveretta!

Cominciò a fare mille congetture sul contegno di Michelangiolo, e a

dubitare: ma quella angelica fiducia che non l'abbandonava giammai

troncò le sue riflessioni, e potè poi anch'essa riposare un po'

in pace. — Intanto che dormono; anch'io, bambine mie, ho voglia di

pigliare un breve respiro.

_Eug._ Ma perchè trattarlo in quel modo, povero Riguccio? mi pare

un'azione villana.

_Tit._ Ho sentito dire che Michelangiolo era lunatico qualche volta.

_Sig. Elena._ Egli avrà forse voluto provare la costanza di Riguccio;

vedere se la vocazione si manteneva a dispetto delle difficoltà: fargli

conoscere quante ve ne sono da superare prima di riuscire a far qualche

cosa di buono nelle belle arti. È facile che un ragazzo come Riguccio

credesse che da fare i fantocci di neve allo scolpire vi fosse poco

divario, e che in pochi giorni avrebbe potuto esclamare: _Sono scultore

anch'io!_

_Eug._ Gliele doveva dire tutte queste cose piuttosto.

_Sig. Elena._ Ma a dare a voialtri qualche avvertimento su ciò che non

conoscete bene, che cosa accade? O non capite, o non credete. Il fatto

parla più chiaro e persuade meglio.

_Mil._ Bisogna che la cosa sia così, perchè quella storia, poco più

poco meno, durò varii giorni; ma Riguccio lì, e quanto più vedeva le

difficoltà e le fatiche, più gli cresceva la voglia di cominciare.

Accortosi intanto che prima d'andare al marmo ci voleva altro, e che

bisognava risolversi a qualche cosa, trovò un foglio, prese della

matita, e inginocchiatosi davanti a un panchetto accanto ad Antonio,

si pose a copiar lo studio di quello scolare imitandone i modi. Non gli

riusciva d'azzeccarne una, ma gli pareva meno strano cancellarla venti

volte che dire a memoria quattro parole latine.

Insomma e' ci lavorò per qualche ora senza perdere la pazienza nè la

voglia; e quando si dovè alzare non poteva più camminare; tanto gli

s'erano intormentiti i ginocchi. Ma almeno aveva fatto una prova;

qualche segno v'era; bene o male aveva cominciato ad adoperare la

matita.

Quando fu andato via, Michelangiolo corse a guardar quella prova, e

dopo averle dato un'occhiata, disse fra i denti: «Antonio, Antonio! ho

paura che questo ragazzo ti voglia levar la mano. Veggo che bisogna

pensarci davvero. Da quel monte ne sono scesi de' buoni; e mi pare

che questo voglia accostarsi piuttosto al maestro Mino che a maestro

Simone»[19].

[Illustrazione: Pag. 123.]

Il giorno dopo Riguccio più allegro del solito corse al disegno.

Michelangiolo, senza che egli se ne avvedesse, gli si pose dietro a

guardare come faceva, e dopo un poco gli disse: — _Questo non è lavoro

per te._ Riguccio si riscosse, e voltatosi, arditamente rispose: — _O

dunque ditemi voi._

— Vien meco; ecco qua il tuo posto.... copia questo disegno.... fa',

disfa' mille volte finchè non si scambi con l'originale.

— E che cos'è l'originale?

— È questo, il disegno che tu devi copiare.

— Ho capito.

Gli altri scolari sorridevano d'aver sentito che egli non sapeva

nemmeno che cosa fosse l'_originale_; e Riguccio fece il viso rosso.

— Non t'importi che ridano adesso; purchè tu non li faccia ridere

quando avrai finito la copia. Bada a te e a quel che ti dico io:

pazienza e costanza; e se qui dentro c'è qualcosa di buono (e gli

batteva leggermente le nocche sul capo) dovrà venir fuori.

Riguccio non intese a sordo. Ogni giorno faceva un progresso. Presto

presto passò a modellare: le speranze di Michelangiolo non furono vane.

Marta che vedeva sempre il fratello tornare a casa contento, pareva la

donna più felice di questa terra. E ora io vorrei potervi dire tutta

la consolazione di quelle due anime piene d'ingenuità e d'affetto;

vorrei potervi descrivere la beata pace di quella cara famigliuola che

vedeva ogni giorno esauditi i suoi voti. Romolo, il tutore, cominciava

a guardar di buon occhio Riguccio, benchè non avesse la tonaca; e le

affettuose ammonizioni di Marta, e una terribile malattia cagionata

dall'abuso del vino, lo avevano quasi fatto ravvedere. Ma il pover'uomo

era debole ed invecchiato innanzi il tempo; stava delle ore a seder

sulla panca nella bottega di Marta, mezzo assonnato, a considerare

quella giovine vispa ed attiva, seguendone con lento muover di testa

i passi celeri e affaccendati in su e in giù per la bottega. Se prima

non poteva Marta far capitale dei tutore negli affari del suo piccolo

commercio, di più le toccava ora ad assister lui; e lo faceva con

tanta premura, che egli non pensava più a nulla, e tutto andava pel suo

verso.

Riguccio, coll'andar dell'età, imparava sempre più a valutare i tanti

pregi di questa sorella, e ne parlava al maestro con trasporto. Questi

volentieri lo ascoltava, e ogni giorno più si sentiva disposto ad

amarlo, non solamente perchè riusciva benissimo nell'arte, ma più

perchè lo consolava co' suoi teneri sentimenti, gli dimostrava per

ogni verso una gratitudine affettuosissima, e teneva poi nello studio

una condotta esemplare. Divenuto, si può dir quasi, il favorito di

Michelangiolo, nessuno degli altri scolari ne dimostrava gelosia,

perchè tutti vedevano bene che egli lo meritava, anzi l'avevano caro;

ed essi stessi lo amavano come un fratellino, ed anche lo aiutavano

quando poteva aver bisogno di loro. Egli aveva per quelli maggiori

a lui d'età e di sapere lo stesso rispetto di un sottoposto pei suoi

superiori: nè gl'intravvenne mai di credersi qualche cosa di più degli

scolari venuti dopo, e meno abili.

Questa fu la vita di Riguccio per qualche anno; la vita di un ragazzo

buono, d'ingegno; piena di quelle contentezze e di quella pace che

abbelliscono tanto le umili case dei braccianti. Ma io non la posso,

neppur volendo, descrivere per filo e per segno. E poi, si può dire che

la conosciate, perchè a voi la provvidenza ha dato i beni della fortuna

e le migliori doti dell'anima. Avete una mamma....

_Sig. Elena._ Milla ti prego di tornare a Riguccio.

_Mil._ Sì, sì, perchè il volto e gli occhi delle sue figlie dicono

molto più delle mie povere parole. — Sicchè, per tornare al racconto,

e accostarmi per oggi alla fine, salterò quattro o cinque anni, e

arriverò a una mattina del 1525. Codesta mattina Michelangiolo entra

pensieroso nello studio; aveva in mano una lettera, e rileggendola ora

qua ora là, dava delle occhiate ai suoi lavori e a Riguccio; gli altri

scolari non erano ancora giunti. Dopo un poco fece l'atto di chi ha

preso una risoluzione, e disse a Riguccio: — Clemente[20] mi chiama a

Roma; ho stabilito d'andarvi; vuoi tu venir meco?

— Io a Roma? con voi? a vedere il vostro Mosè[21]? le vostre pitture

del Vaticano?...

— Dunque vuoi tu venir meco? risoluzione!

— E potreste voi dubitarne?

— Domani partiremo.

Riguccio era fuori dì sè dalla gioja. Nel rimanente di quella giornata

non gli riesciva di lavorare; la smania di veder Roma, quella famosa

città piena delle maraviglie delle belle arti, lo avea inebriato.

In quel tempo in ispecie Roma era frequentata dai più famosi artisti

dell'Italia i quali eseguivano a gara quelle opere che la fanno eterna

maestra delle altre nazioni. Quando sarete più grandi, ragazzi miei,

conoscerete queste cose un po' meglio; e vi sarà qualche altra persona,

come per esempio il vostro amico Don Vittorino, che ve ne saprà

ragionare.

Io penso ora a quella povera Marta, che è alla vigilia di vedere

il fratello allontanarsi da lei. Anche Riguccio, passati i primi

istanti della sua gioia, vi pensò, e sentì stringersi il cuore. Egli

era appunto sulla via per tornarsene a casa; guardava da lontano il

campanile di Fiesole, e gli pareva di vederlo per l'ultima volta;

sentiva la campana dell'Ave Maria, e si figurava Marta pregare Iddio

per non essere mai separata dal suo Riguccio. Come farà egli a darle a

un tratto una nuova così dolorosa? Da una parte non gli parea vero di

veder Roma, e affrettava il passo; dall'altra non sapeva risolversi a

lasciar Marta, e lo rallentava; e una volta ritornò un pezzo indietro

per andare a scusarsi con Michelangiolo, perchè aveva promesso troppo

presto, e dubitava di non poterlo seguire a motivo della sorella. Ma

finalmente l'amore dell'arte la vinse; Riguccio tornò a casa, e trovò

la sorella che appunto stava in pensiero per lui che aveva fatto

più tardi del solito. Si accorse che egli era agitato da qualche

cosa di serio, ma aspettò l'ora di cena per conoscer la causa di

quell'agitazione, perchè sapeva che il fratello non le nascondeva mai

nulla.

— Marta, le disse Riguccio quando si furon messi a tavola, tu pensavi

di ritirare in casa il nostro tutore perchè ti fa pena vederlo star

solo di notte in quel tugurio accanto al mulino, ora ch'egli è, si

potrebbe dire, malato. Io veggo che tu pensi bene. Così a un bisogno

avrà chi lo soccorra; e noi siamo in dovere di farlo; ma c'è una

difficoltà.... manca la camera.... Se questa difficoltà sparisse?

— Allora sarebbe accomodato ogni cosa. Romolo viverebbe con noi; non

gli parrebbe vero; tu sai che lo riguardiamo come un padre.

— Dunque bisognerebbe ch'io gli dassi il mio letto....

— E tu, dove vorresti dormire?

— Eh! io un giorno o l'altro....

— Come sarebbe a dire? spiegati meglio.

— Se io andassi per un poco a studiare a Roma?...

— Povera me! tu mi vorresti lasciare?

— Per un poco.... A Roma potrei veder tante cose, potrei acquistare

tante cognizioni.... il maestro mi ci vuol condurre....

— Magari! quando si tratta del tuo bene.... Ma non tanto presto, credo

io: tu sei molto giovine ancora.... E poi ci vorrà una buona moneta.

— Eh! per codesto Michelangelo mi conduce senza spesa....

— Lo so che è tanto buono e tanto generoso, specialmente per te; mi

disse anzi che un poco tu lo aiuti e ch'egli vuol pensare a darti

stato.... Ma perchè mi fai tu stasera questi discorsi? Aspetta a quel

tempo.... per ora vedrò di assister Romolo in qualche maniera....

— Ma non te l'ho detto.... che Michelangiolo mi menerebbe a Roma?

— Subito?

— Anche domani, se tu....

— Ho capito, ho capito (e le spuntavan le lacrime), tu non me l'hai

voluto dir subito, per non darmi un dolore così all'improvviso....

Lo dicevo io che tu avevi qualche gran cosa di nuovo stasera? Ecco

fatto.... l'ho saputo.... io me l'aspettavo, ma non così presto....

Riguccio, almeno non piangere in codesto modo.... non mi scoraggire;

se è per tuo bene, perchè dovrei io negartelo? non posso neppur farlo,

anzi l'ho caro, vuol dire che Michelangiolo ti giudica degno di andar

con lui a Roma; e forse domani, è egli vero? tu non rispondi? ah! pur

troppo domani mi toccherà a dirti addio.... Da questa sera in poi non

ceniamo più insieme, chi sa per quanto! Almeno che Iddio t'accompagni

sano e salvo; e ti faccia tornar presto nelle braccia della tua Marta.

Ma se tu devi studiare a Roma, ci vorrà altro! e chi sa quanto è

lontana da Firenze questa gran Roma! E poi si sente tanto parlar di

guerre in oggi.... Sicuro, a andar con Michelangiolo non v'è pericolo;

un uomo come lui sarà rispettato da tutti; tu sei molto giovine, ma hai

giudizio; anche senza le ammonizioni della tua Marta ti saprai regolare

da te.... Dunque proprio domani?

— Zitta, per carità, io non ne posso più; tu mi fai scoppiare il cuore.

Marta non ti lascerò, non è possibile; io lo dicevo dianzi tra me;

avevo fatto bene a tornare addietro per dirlo anche a Michelangiolo;

ma, domani, domani.... egli non se l'avrà a male.

— Riguccio, di un po' di sfogo ne ho avuto bisogno; stasera è la

vigilia della tua partenza; o poi son donna; non ho altri che te

a questo mondo; se ho pianto, se ho detto tutte quelle cose, sono

compatibile; ma ora ti ripeto che il tuo bene deve andare innanzi a

ogni cosa. E poi tu l'hai promesso al maestro. Bisogna mantenergli la

parola. Chi sa che tu non gli possa anche recare qualche servizio? Va',

va'; tu puoi pensare a me anche da lontano. E io? figurerò d'averti

meco; avrò la compagnia di Romolo; sì, da una parte è bene, perchè

quell'uomo mi fa troppa pena a star solo. E quando ritornerai?

— Non lo so: ma ho speranza di tornar presto.

— Dio lo voglia per la tua Marta. Ora che tu sai scrivere, mi

scriverai spesso; domani voglio venire a dire addio a Michelangiolo;

mi raccomanderò anche a lui. Intanto, va' a riposarti; se devi porti in

viaggio....

— Sì; domattina ci diremo addio. — E si lasciarono. Ma nessuno di

due aveva voglia di dormire; quando Riguccio se ne fu andato, Marta

ricominciò a piangere zitta zitta; pure nel medesimo tempo metteva

assieme le robicciole del fratello per fargli alla meglio una valigetta

da viaggiatore. Spuntò il giorno; Marta e Riguccio s'incontrarono con

occhi lacrimosi, ma la sorella faceva coraggio al fratello, quantunque

in cuore fosse maggiormente angustiata di lui. Riguccio, alla fine,

andava col maestro in una città così famosa a soddisfare la sua gran

passione per l'arte, ad acquistar sapere, a diventar uomo davvero. Ma

la sorella restava sola, senza compenso alcuno alla sua afflizione, con

mille pensieri, con mille paure che dalla sua fantasia inesperta e dal

suo cuore affettuoso erano grandemente accresciute. Pregarono insieme;

insieme partirono di buonissim'ora, e per istrada si rammentarono di

quando videro per la prima volta il Buonarroti.

— Allora la Provvidenza ci protesse. Riguccio, te ne ricordi? Ci

proteggerà anche questa volta. La nostra cara mamma pregherà ancora

per noi. Benchè separati da tanto paese, noi saremo sempre uniti

nel pensiero di quell'anima benedetta, che ora dal cielo ci vede

nell'afflizione, e regge i nostri passi, e benedice le nostre speranze.

— E sostiene il tuo coraggio. Tu fai le sue veci con me; ella mi

diede, e tu mi conservi la vita, Marta, io mi accorgo di fare un passo

superiore alle mie forze. Oh Roma! Roma! quanto mi costi!

E poi camminarono in silenzio fino alla casa di Michelangiolo. Quando

si diedero l'ultimo addio, quando s'abbracciarono senza poter più

articolare una parola, anche il maestro si sentì scorrere le lacrime

sulle gote, ed ebbe rimorso d'essere stato cagione di tanto spasimo a

quei due angioli.

Marta non s'era perduta mai di coraggio: ma quando fu ritornata a casa

si abbandonò liberamente a un lungo sfogo di pianto, e cercò in seguito

un po' di consolazione in fare a Romolo tutto quel bene ch'ella poteva.

3.

La signora Elena, vedova di un negoziante di Firenze, erasi ritirata

a vivere in campagna per diminuire le spese d'una famiglia numerosa

rimasta quasi priva di assegnamenti. Vivente il capo di casa se l'era

passata bene, ma la morte di lui, sopraggiunta all'improvviso in

tempi sfavorevoli al commercio, era stata una rovina irreparabile.

Noi abbiamo già conosciuto questa famiglia prima della sua disgrazia.

Vi ricordate voi della vecchia Milla, e di tutte quelle fantoline

alle quali narrava talvolta le sue novelle? Io vi parlo di loro.

L'Angiolina, la minore, non è più da chicche. Ella ha già i suoi 11

anni, e con le sorelle Maria, Teresa e Luigia piange la perdita così

funesta d'un genitore adorato. Ma quelle fanciulle erano cinque.

Ahimè! sono costretto a darvi un'altra notizia dolorosa La buona, la

vispa Sofia, la sorella maggiore, la delizia di casa, dopo essere

stata sposa per due anni ad un bravo giovine dottore di medicina,

ebbe una terribile malattia, e morendo nel fiore degli anni, lasciò

la desolazione nella sua famiglia e nel povero Vittorino suo marito

che l'adorava. E chi sa che la sua morte non avesse affrettato quella

del padre! La signora Elena resse a queste acerbe sventure, perchè

la Provvidenza non volle che quei suoi figliuoli (vi ricorderete

anche di Tito e d'Eugenio) rimanessero affatto abbandonati. Ma potete

figurarvi a quale vita di privazioni erano ridotti! invece d'abitare

un quartiere nel centro di Firenze, e bello, comodo e ammobiliato con

lusso benchè modesto, noi li troviamo ora in una meschina casuccia di

campagna. Invece d'essere serviti di tutto punto da due o tre persone,

bisogna che s'ajutino a far da sè con la più stretta economia di cose

e di tempo. Non più veglie piacevoli, delle quali i ragazzi duravano

a parlare un pezzo, perchè erano andati a dormire due ore più tardi

del solito, ed avevano sentito la mamma e la Sofia suonare e cantare

veramente bene, e s'erano ritrovati a cenar tutti insieme. Non più

vestiti belli, non più trottate in carrozza... Ma nessuno si creda che

uno stato così diverso dal primo gli affliggesse per la mancanza dei

comodi e degli svaghi. Quante famiglie si sono ritrovate in simili

angustie, specialmente a quei tempi nei quali tutta l'Europa era

sottosopra per le guerre di Napoleone! e la infelice nostra Italia ne

pativa forse più di tutte le altre nazioni. In questo mondo bisogna

saperci adattare a ogni condizione; e quando le disgrazie non sono

meritate, Iddio ci dà la forza di sostenerle. Così era nella virtuosa

famiglia della sig. Elena. Eccola lì tutta raccolta in una stanza, e

a fare chi un lavoro chi un altro, dopo avere sbrigato un po' per uno

le faccende di casa. La sig. Elena ricama per fuori, e intanto insegna

alla Teresa. La Maria e l'Angiolina lavorano per casa. Eugenio studia,

perchè sua madre fa di tutto per renderlo capace di esercitare una

buona professione. Non si sarebbe vergognata a metterlo ad un mestiere,

ma giacchè egli era innanzi negli studj, le pareva peccato farglieli

abbandonare sul più bello. La Luigia, rimasta la maggiore, sceglie e

prepara i migliori capi della biancheria di Tito. Ma oh! quanto codesta

occupazione è dolorosa per lei e per tutti! Volete sapere il perchè? Il

giorno dopo Tito doveva partire coscritto per l'armata di Napoleone I.

Ci mancava anche questo per accrescere la loro disgrazia! Quando egli

era per raccogliere il frutto degli studi legali, essendo vicino al

termine delle sue pratiche, sopraggiunse una di quelle coscrizioni

fulminanti che rubarono tanti poveri giovani alle loro famiglie negli

ultimi tempi dell'impero francese. E per l'appunto anche a lui toccò

ad essere del numero dei coscritti, quando aveva maggior bisogno di

rimanere in casa, e minori mezzi per riscattarsi.

Non valse addurre la povertà della famiglia, che perdeva in lui il solo

sostegno; furono inutili tutte le raccomandazioni, bisognò prepararsi

a partire, e quella serata era la vigilia di una crudele separazione.

Figuratevi dunque come tutti erano costernati; ma forse più di tutti la

Luigia che amava quel fratello con trasporto di tenera predilezione.

«Oh! disse ella dopo aver tratto un lungo sospiro, anche Marta

fiesolana, ve ne ricordate sorelle? si afflisse tanto nel preparare il

corredo a Riguccio, quando ebbe a partire per Roma con Michelangiolo.

Ma essa lo mandava a farsi un bravo scultore, e aveva la speranza di

rivederlo. Noi... ah! noi forse perderemo Tito per sempre! Povero Tito!

chi sa quanto gli toccherà a patire in mezzo alla guerra, per morir poi

lontano da noi e dalla patria!»

Nessuno ebbe coraggio di rispondere a così funesto presagio. Ma una

voce a quegli afflitti carissima ruppe all'improvviso il silenzio,

pronunziando con fermezza queste parole: «Iddio non abbandona chi ha

fiducia in lui; e chi soffre con rassegnazione patisce meno.» E una

vecchierella entrava nella stanza, e consegnava con faccia lieta alla

sig. Elena un gruppetto di monete. Questa con le lacrime agli occhi

strinse la mano grinzosa della vecchia, e posandosela sul petto, disse

alle figliuole: «Benediciamo la provvidenza e quest'angiolo che ce ne

porta i soccorsi.»

Quelle monete erano in parte il guadagno delle loro mani; e quella

vecchia (scommetto che alcuno di voi lo ha già indovinato) era la buona

Milla. Sicuro; quando la disgrazia entrò in quella famiglia, di tanti

che vi bazzicavano in tempi migliori, una sola persona restò fedele,

ed anzi raddoppiò le sue visite, supponendo, e con ragione, che ve

ne fosse bisogno. E questa persona fu appunto la vecchia Milla, che

se voleva, avrebbe potuto andare piuttosto in case ricche e mettere

assieme dei quattrinelli col far da guardiana ai fanciulli quando

i genitori eran fuori, come già fatto aveva dalla signora Elena.

Ma no; ella preferì di servire i padroni impoveriti, e senza ombra

d'interesse, perchè il Vangelo insegna a soccorrere gl'infelici.

Quando poi la signora Elena si decise a ritirarsi in campagna,

chiamò la Milla in disparte e le disse: «Milla, per ora io non ho la

possibilità di ricompensarti come vorrei della grande assistenza che

tu ci hai fatta; e più che altro mi sta sul cuore di doverti perdere.

Ma non dubitare, non mi scorderò di te; e se un giorno o l'altro, che

Dio non voglia, ti mancasse un po' di letto e un boccon di pane, vieni

subito da me, che alla meglio ti adatterai quel che fa a sette...» —

«Per carità, interruppe la vecchia, la non mi faccia codesti discorsi.

Non si rammenta del bene ch'ella mi ha fatto quando poteva? Me ne

rammento io; e ci vorrebb'altro altro a saldare il mio conto con lei!

Anzi, non m'arrischiavo a dirglielo: io mi sono tanto e poi tanto

affezionata alla sua famiglia, che mi pare impossibile di dovermene

staccare; e da povera vecchia come sono, un po' d'aiuto per le faccende

più rozze mi proverei a darlo.» — «E tu vorresti sacrificarti in

una casa di miserabili come siamo ora?» — «Magari! se avessero la

degnazione di accettarmi....»

A un tratto di carità spontanea come questo in una misera donnicciola

del volgo, la signora Elena si intenerì tanto, che non ebbe nè anche

fiato di rispondere. Le buttò le braccia al collo, ringraziò il

cielo, e fin da quel giorno la generosa vecchia fu a parte della loro

sorte, e seppe renderla meno infelice. Ella teneva in custodia la

masserizia, regolava le faccende di casa, sapeva mettere le mani per

tutto, trovava ogni stillo per raffinare l'economia, insomma era la

buona testa della famiglia. E poi, bene spesso, quando sarebbe stata

ora di pigliarsi un po' di riposo, correva a Firenze dalle persone di

sua conoscenza a procacciar lavoro per la padrona senza mai nominarla,

e a riportarlo e riscuotere que' pochi, o a vendere uno di quegli

oggetti di valore dei quali la signora Elena era costretta a disfarsi

per qualche straordinaria occorrenza. Quella sera appunto era stato

necessario mettere assieme una sommerella, perchè Tito andasse via

almeno con qualche soldo in tasca. E tra due o tre crediti di lavoro,

ed il ricavato dalla vendita d'una bella mantiglia di Fiandra, la

Milla portò a casa un cento di lire. «Tito non se l'aspetta, disse la

signora Elena con aria di compiacenza. Questi po' di soldi gli potranno

far giuoco una volta o l'altra; glieli devi dar tu, consegnandoli alla

Luigia; una buona parte di essi gli hai guadagnati con le tue mani. Ma

brava davvero la nostra Milluccia! io non mi aspettavo tanto. E chi sa

quanto hai girato! Va' a mangiare un boccone ed a riposarti. Stasera

facciamo veglia noialtre, e la Luigia non v'è pericolo che ti ceda la

mano a preparare il corredo di Tito.» — «Troppa bontà, signora Elena,

ma io non sono stracca davvero. Anzi que' due passi m'hanno fatto pro.

Ho anche da mantenere una promessa, è egli vero, fanciulle mie? la

feci a voi e a Tito. Per voi si potrebbe rimettere a un'altra sera; ma

Tito.... domani deve andar via.... potrei essere a Trespiano[22] quando

ritornerà....» — «Se ritornerà!...» interruppe sospirando la Luigia.

— «Oh! questo ve l'assicuro io.... son povera donna, ma del mondo ne

conosco la mia parte, e mi basta di campare qualche altro mese per

rivedere Tito fra noi, non dubitate....»

Così ella cercava col suo spirito di far coraggio a quella famiglia;

e sia l'autorità acquistatavi con le sue qualità eccellenti, sia la

fiducia che ispirano i conforti dei vecchi, e il tono di sicurezza col

quale proferiva queste parole, ella vi riusciva davvero. E poi nella

sua mente accorta e generosa andava ruminando un progetto, che sebbene

difficile, pure voleva tentarlo.

Le pareva d'avere scoperto, che Tito, benchè facesse di tutto per

nasconderlo, pure aveva una grande smania di andare alla guerra. Con

un temperamento robusto e una fantasia molto fervida era facile che

vi fosse indotto dagli avvenimenti straordinari di quell'epoca. Oggi

veniva la notizia d'una gran vittoria di Napoleone; dimani d'un'altra;

quando gli raccontavano di un soldato comune divenuto in pochi giorni

generale d'armata; qua d'un regno cangiato in repubblica; là d'una

conquista fatta con cento colpi di fucile.

Ma Tito era pur sempre tenero figliuolo e fratello; e ondeggiava molto

tra gli affetti di famiglia e lo spirito di ventura. Quell'angiolo

della Luigia specialmente gli stava tanto nel cuore, che alla Milla

pareva proprio impossibile che in fine dei conti Tito si potesse

risolvere volentieri a quel passo. Quindi essa aveva posto gli occhi

addosso ad una persona, sul contegno e sulle condizioni della quale

fondava la maggiore speranza. Quel Vittorino, vedovo della Sofia, senza

genitori, senza altri parenti che la famiglia della signora Elena,

liberissimo di sè ed amico vero e generoso, non avrebbe potuto trovare

il verso di risparmiare a quella famiglia una perdita così grande?

Nella testa della Milla nulla era impossibile; ma l'osso duro stava in

quella di Tito. Egli non si sarebbe adattato facilmente a mutare idea;

e poi sarebbe stato anche necessario smontare una certa sua naturale

renitenza a chiedere od a ricevere favori da chicchessia. La Luigia

poteva molto sopra il suo cuore; ma essa, persuasa ormai che la perdita

di Tito fosse irrevocabile, cercava anzi di moderare esternamente il

suo dolore per affliggerlo meno. E se fosse dall'altro canto arrivata

a conoscere la segreta propensione del fratello ad abbandonarla, ne

sarebbe rimasta così afflitta, la poverina, da vederla forse consumarsi

dal dolore in un fondo di letto.

Insomma la Milla stava come gli altri aspettando ansiosamente il

ritorno di Tito e di Vittorino che erano andati insieme a Firenze, per

vedere se almeno fosse stato possibile ottenere una dilazione alla sua

partenza, giacchè da quello che vociferavano allora intorno all'armata

di Napoleone, si poteva congetturare che la spedizione di Russia (1812)

fosse per essere differita. Intanto, pensava tra sè, bisogna toccare il

cuore di questo Rodomonte in erba; e se Dio mi dasse tanta eloquenza

da riuscirvi col racconto che gli ho promesso di fare prima che se ne

vada.... Basta: mi proverò. E se fo peggio? Vorrei vedere anche questa!

E allora parlo a quattr'occhi a Vittorino, e gli dico la cosa tale

quale come la intendo io; e qualche santo provvederà.

In quel mentre fu picchiato, e Vittorino e Tito arrivano. Prima che

alcuno rifiatasse, tutti gli occhi furono subito addosso a loro.

La Luigia, che era avvezza a leggere sulla fisonomia del fratello,

conobbe subito che ogni speranza era perduta, e seguitò con maschia

rassegnazione le sue faccende. Tito, dopo aver guardato di volo sua

madre e sua sorella, si mise a sedere nascondendo il volto tra le mani;

Vittorino, stringendo con aria di afflizione la mano della signora

Elena, le fece capire qual risposta avrebbe avuto la sua dimanda.

«Eh! io me l'aspettava,» disse ella, dopo aver reso la stretta di mano

a Vittorino. — «Le abbiamo tentate tutte le strade, soggiunse questi.»

— «Ma ce n'è un'altra che tocca a me,» diceva la Milla in cuor suo,

guardando fissa fissa co' suoi occhiali Vittorino e Tito. Un lungo

silenzio successe a queste poche parole; e poi la signora Elena, venuta

l'ora delle altre sere, intuonò una preghiera.

Chi si fosse ritrovato a quella fervida orazione proferita con voci

tutte dolore e tutte innocenza com'erano quelle d'Eugenio e delle

sorelle minori, sarebbe rimasto soavemente commosso fino alle lacrime.

La sola voce della Milla era la stessa di prima; sempre ferma e

tranquilla, come se non avesse avuta ragione alcuna di sospirare.

Finita l'orazione, i volti si rasserenarono un poco, ognuno potè

guardarsi con minore afflizione, e cominciò un colloquio, non dirò

lieto, ma rassegnato. Tanto è vero che il rivolgersi a Dio nelle

disgrazie infonde vigore per sostenerle. L'Angiolina poi, che meno

di tutti intendeva la causa del comune dolore, e non poteva stare

alle mosse, esclamò: «Ecco, Milla, Tito è tornato; dunque.... ce lo

finisci una volta il racconto di Riguccio?» — «Perchè no? basta che

la signora Elena si contenti; e poi bisogna vedere se Tito e Vittorino

si degneranno di stare a sentirlo....» — «Potresti dubitarne? rispose

Tito; io stesso te ne pregai: e tu me lo promettesti. Sarà il ricordo

che io porterò meco di te. Vittorino ci ha gusto, lo sai.» La signora

Elena fece segno alla Milla d'incominciare, e questa prese a dire così:

«Vi ricorderete, bambine mie, che quel buon giovine di Riguccio

andò a Roma con Michelangiolo. Dicono che in quella città vi sia un

visibilio di statue e di pitture delle più belle che si possano vedere;

sicchè aveva da cavarsi la voglia di studiare: e vi si mise con tanto

proposito, che in poco tempo diventò il migliore ajuto del suo maestro.

Allora non gli mancò mai da fare: e bisognò che si trattenesse in

Roma più di quello che non avrebbe pensato. Egli era proprio nel suo

centro: ma ogni volta che ripensava alla sua cara Marta (e questo

avveniva spesso), gli pareva d'essere sulle spine, e avrebbe voluto

volare nelle sue braccia. Ma il sentimento della gratitudine per colui

dal quale si poteva dire che avesse ricevuto il suo essere, e quella

bramosia sempre crescente di diventar bravo, gli facevano soffrire

in pace quell'amara separazione. E la Marta? ogni giorno che Iddio

metteva in terra si figurava di veder tornare a casa Riguccio; e invece

le toccava a contentarsi di quando in quando d'una sua lettera. Una

volta però restò anche priva di quella po' di consolazione di leggere

i due o tre versi d'amore che soleva scriverle. Intanto cominciavano a

correre certe voci di guerra in Italia e verso Roma, che la posero in

un'angustia da non si poter raccontare. E poi a un tratto a un tratto

si sparge la nuova che un diavoleto di gentaccia era corsa contro

Roma, l'aveva assediata e posta miseramente a sacco[23]. Per tutto, la

gente sbigottita raccontava orrori di quell'assedio. Chi aveva parenti

verso quei luoghi, era disperato. Migliaia di persone, i vecchi, le

donne e i fanciulli stessi erano stati trucidati senza pietà, per le

case, nei conventi e a piè degli altari: perchè quella marmaglia di

scellerati, spinti da barbarie e da avidità senza esempio, aizzati

dalle grida e dal sangue, non portarono rispetto nè anche alle chiese;

per tutto ammazzavano, per tutto rubavano. I sacerdoti che avessero

tentato d'impedire l'orrenda profanazione erano presi e messi ai

tormenti. Molti dei cardinali furono arrestati, e se volevano uscirne

vivi erano costretti a ricomprarsi la vita a prezzo d'oro; e se non

potevano, la pagavano col loro sangue. Il papa stesso[24] a mala pena

scampò da quella sfuriata di barbarie, ricoverandosi in un castello.

Insomma credeva la povera gente di dover vedere la distruzione

della cristianità, e che fosse proprio vicino il giorno del giudizio

universale.

Fu un miracolo se la Marta non morì diviato a sentire queste notizie;

e ne rimase così sgomenta, perchè s'immaginò subito che Riguccio fosse

perito, che doverono portarla in casa a braccia, e stentò un pezzo

a riaversi. Ma la poverina aveva perduto il suo spirito, era stata

assalita da una fissazione mortale.

Se non era l'assistenza d'una vicina caritatevole, che se la prese in

casa sua per poterla custodire più assiduamente, si sarebbe lasciata

mancare di tutto. Non faceva più una parola, non riconosceva più le

persone. Stava tutte le ore del giorno inchiodata sopra una seggiola,

con gli occhi fissi al terreno. Solamente la sera quando si discorreva

d'andare a letto, non c'era verso di farla spogliare, e diceva alla

sua custode: «Riguccio deve tornare tra poco; non voglio che mi trovi

addormentata; tanto non piglierei sonno. Andate voi, andate voi; io lo

debbo aspettare.» A ostinarsi, avrebbe cominciato a dar nelle furie;

bisognava fare a suo modo. E allora ogni volta che sentiva qualche

rumore, balzava in piedi, e correva tutta allegra alla finestra,

dicendo: «È lui, è lui, aprite subito.» Cessato il rumore, e non

vedendo comparire il fratello, continuava a stare in orecchio per

qualche minuto, e poi, battendosi la fronte, come donna disperata,

ritornava a sedere, e ricadeva nella sua profonda melanconia.

Erano già passati parecchi mesi che la meschina conduceva questa vita,

e pensavano di metterla nello spedale, quando una mattina, svegliatasi

la custode, la Marta non v'era più. Girò per la casa, girò per Fiesole,

ne domandò a tutti; nessuno sapeva risponderle, nessuno l'aveva

vista. Anche a Firenze corse la fama di questa sparizione, e non vi fu

anima vivente che potesse trovare il bandolo del mistero. Fu fatto un

visibilio di congetture e di chiacchiere, e poi non se ne parlò più,

altro che in Fiesole, dove gl'ignoranti avviarono a fantasticare di

certa figura bianca che appariva la notte nella casa abbandonata della

Marta, e d'una voce sotterranea che si sentiva gridare per tre volte

Riguccio, sempre alla medesim'ora, nel duomo di Fiesole, in quel luogo

dove la Marta soleva mettersi a fare orazione. Sicchè i ragazzi e le

donnicciole dall'un'ora di notte in là non passavano più di sotto la

casa della Marta; e il posto dov'ella s'inginocchiava in duomo restò

sempre vuoto. In questo mentre anche laggiù a Firenze seguiva un altro

diavoleto. Quelli che comandavano allora appartenevano alla casata

de' Medici, parenti del Papa assediato in Roma, e si vede che volevano

far le cose un po' troppo a modo loro. Perchè i Fiorentini ripigliando

ardire dalle disgrazie del Pontefice, fecero una rivoluzione per mutar

governo, e scacciarono i Medici da Firenze, rimettendo in piedi la

repubblica[25].

Ma due anni dopo, quando il Papa ritornò in essere, fece di tutto per

rendere alla sua famiglia il potere che aveva perduto in Firenze. I

Fiorentini s'ostinarono a non volerne saper più nulla, e si preparavano

a far la guerra. Ci voleva molto coraggio, tanto più che erano

minacciati da altri nemici e tormentati dalla peste. Ma in quel tempo

ce n'era del coraggio e del valore. E delle persone di proposito ve ne

furono tante, che la storia d'allora è veramente famosa, a quel che ho

udito dire. Già voi la saprete. Sicché mi basta di rammentarvi soltanto

che il maestro di Riguccio fu chiamato in Firenze a difendere col suo

sapere la patria nel pericolo estremo nel quale si ritrovava. Ed egli,

che essendo buon cittadino amava sopra ogni altra cosa Firenze, lasciò

subito i suoi lavori a mezzo, e partì. Riguccio che nel saccheggio di

Roma era rimasto salvo proprio per miracolo, stava sulle spine per via

della Marta, della quale non aveva potuto avere più nuova. Quando sentì

che il maestro era per tornare a Firenze, gli si raccomandò perchè lo

conducesse seco. Questi glielo accordò subito volentieri, ma dandogli

consigli e denari, lo fece partire solo, perchè egli aveva bisogno di

viaggiare segretamente.

Fermatosi Riguccio in una città chiamata Perugia, udì narrar mirabilia

di una certa compagnia di gente colà arrivata di poco, e che si metteva

sulla piazza con suoni e canti a rappresentare a forza di gesti un

monte di storie. A Riguccio, che era un po' curioso, venne voglia

d'andare a vedere questo spettacolo. Vi trovò una folla straordinaria,

e sentiva da tutti mettere a cielo la bellezza d'una fanciulla che era

tra quelli Zingani.

Fattosi largo, e arrivato a poter fissare da lontano gli occhi su lei,

restò basito a mirarla. Essa aveva tutte le fattezze della Marta, e se

fosse stata meno pallida, l'avrebbe subito presa per sua sorella. Ma

intanto si sentiva come ribollire tutto il sangue nelle vene, e gli

nacque una smania così grande di avvicinarsi di più, che spingendosi

avanti all'impazzata, a furia di dare e di ricevere spinte, si trovò in

un batter d'occhio sotto il palco degli Zingani.

Allora quella fanciulla, aperte le braccia, cadde bocconi verso di

lui gridando: «Eccolo, eccolo!» Riguccio non dubitò più che fosse la

Marta; con un lancio saltò sul palco, la prese in collo, prima che

nessuno s'accostasse, e la menò via come un lampo. Sulle prime tutti

rimasero estatici a questa scena. Poi tre o quattro di quegli Zingani,

accesi dalla collera, misero fuori gli stiletti, e corsero addosso

a Riguccio. Subito le guardie entrarono in mezzo, ed egli seguitando

con ogni sforzo a difenderla gridava: «È la mia sorella! Guai a chi la

tocca!» Molti del popolo, inteneriti, e presa parte per lui, si misero

a spalleggiarlo; ed era per seguire una gran tragedia. I più se la

battevano a gambe; le donne urlando e fuggendo cascavano e rimanevano

calpestate; i fanciulli strillavano, e il fracasso cresceva a furia,

come un terribile temporale. Riguccio difendendo sempre la sorella

avviticchiata al collo, si raccomandava alla giustizia di Dio e degli

uomini.

Finalmente arrivò sulla piazza un Commissario con molti soldati, che

circondando quella coppia ordinarono al giovine di arrendersi, e gli

promisero di non fare alcun male nè a lui nè alla fanciulla. Riguccio

allora si diede un po' di pace; ma non volle mai lasciar la Marta,

e furono insieme arrestati e condotti al palazzo alla presenza del

Podestà. Quando la Marta si fu un poco riavuta, cominciò a tremare

forte forte e a raccomandarsi che non la dividessero più dal fratello.

A Riguccio fu fatto un esame per sapere se veramente era fratello di

quella ragazza. Il capo degli Zingani, parimente arrestato e condotto

ad esame, confessò che da cinque o sei mesi viaggiando per quelle parti

l'aveva trovata svenuta di notte sulla strada di Roma, e che fattala

ritornare in sè, non aveva potuto sapere da lei per qual combinazione

fosse capitata in quel luogo, nè qual nome avesse nè di qual città

o di qual famiglia venisse. Alle sue interrogazioni restava muta, o

rispondeva soltanto: «Roma... Riguccio.» Ritenutala seco, si accorse

che era mentecatta, e provatosi a farla gestire nei suoi pantomimi,

ella faceva tutto quello che le dicevano, purchè le pronunziassero il

nome di Riguccio.

Dopo questo processo, la Marta fu condotta in uno spedale; Riguccio

che non voleva abbandonarla, fu costretto a separarsene ed a restare

nelle mani del Commissario, finchè non avessero scritto alla Signoria

di Firenze per conoscere meglio la verità. Quanto fu crudele per i due

sventurati questa nuova separazione dopo essersi visti per così poco

tempo e in mezzo a tanto scompiglio! La Marta che era spesso fuori di

sè non lo seppe subito; ma arrivata allo spedale, e guardate le persone

che la circondavano, cominciò a darsi alla disperazione, accorgendosi

che Riguccio non v'era. Poi ricadde in un deliquio mortale, e temerono

più volte che la poverina volesse render l'anima a Dio.

Dopo otto giorni arrivarono a Perugia le risposte di Firenze, per le

quali Riguccio e la Marta furono liberati. Quando Riguccio lo seppe,

corse subito allo spedale, ma il dottore che aveva preso la cura

della Marta, non lo lasciò andar subito da lei, perchè v'era pericolo

di farla ricadere. Cominciò dunque a prepararvela a poco a poco, e

finalmente le cose andarono bene, perchè quando la Marta lo rivide,

gli si buttò al collo, e diede in un pianto dirotto che fu proprio il

suo salvamento. Poi, come se non potesse credere a tanta felicità,

gli prese il volto con ambedue le mani, e facendogli un monte di

carezze lo guardava immobilmente con certi occhi da fare' scoppiare

il cuore; e diceva sorridendo: «Sì, sì; è lui; Iddio me l'ha reso;

ringraziamolo, Riguccio, ringraziamolo Iddio, che ha avuto pietà delle

sue povere creature. Me lo diceva stanotte la mamma, sì, me lo diceva

che tu dovevi tornare e pigliarmi. Andiamo via subito; non mi par vero

d'essere a casa dopo tante tribolazioni. Se tu sapessi quant'ho patito,

fratello mio!...» — E Riguccio piangendo s'inginocchiava al capezzale,

e le chiedeva perdono d'averle dati tanti dolori. «No, no; tu non

ci hai colpa; non ne parliamo più dunque, ma andiamo subito a casa

nostra.»

Riguccio non avrebbe voluto esporla a viaggiare vedendola così

rifinita; ma per lei sarebbe stato peggio rimaner lì, perchè vi si

consumava dalla passione. Cominciarono dunque a far poca strada per

giorno, e intanto si raccontavano i loro patimenti. La Marta non

sapeva nè anch'essa spiegare in che modo fosse sparita da Fiesole;

non si ricordava di quando gli Zingani la presero, nè di ciò che le

facevano fare allorchè era con loro. Dal momento che uscì fuor di sè

quando le fu narrata la strage di Roma, fino all'incontro con Riguccio,

non aveva pensato ad altro che a cercare in ogni luogo di lui, a

guardare se fosse tra quelli che le andavano intorno.... Ragionando

di ciò arrivarono finalmente sani e salvi a casa; e fu una gioja e

una sorpresa grandissima per tutti i Fiesolani, quando una mattina li

videro comparire all'improvviso.

Tutte le fandonie messe fuori dagl'ignoranti sul conto della Marta

furono smentite; e le bambine che le volevano tanto bene, e che avevano

paura ad accostarsi di sera a quella casa, perchè dicevano che ci si

sentiva o ci si vedeva, corsero allegre ad accarezzarla, e conobbero

che non era un'ombra. La Marta, alla buon'aria della sua patria,

ritrovò un po' le sue forze, ma non era più quella di prima. I dolori

e gli strapazzi grandi come quelli sofferti da lei rovinano la salute.

Ma il suo spirito le tornò tutto; e quantunque la fosse quasi sempre

tra il letto e il lettuccio, pure non metteva tempo in mezzo e aveva

trovato subito da guadagnare col lavoro delle sue mani. E il bisogno

era grande, perchè in tempi di guerra come quelli v'era carestia

d'ogni cosa, e nessuno faceva più lavorare gli artisti. Riguccio

andò a Firenze a trovar Michelangiolo, e a raccontargli ogni cosa. Il

maestro si afflisse molto delle disgrazie di quella buona fanciulla;

ed aiutò più che potè lo scolaro. Ma non aveva lavoro da dargli; e poi

gli fece questo discorso: «La nostra patria è in pericolo grandissimo,

Riguccio mio, ed ha bisogno di braccia che la soccorrano. Tu vedi in

armi tutta la gioventù valorosa per sostenere la libertà della patria,

e i vecchi e le donne preparate a difendere i propri focolari. Io so

che se ti dicessi: Prendi una spada e seguimi, tu mi daresti subito

retta. Ma la tua sorella ha sofferto abbastanza, poverina, tu non le

devi dare altri dolori; altrimenti la faresti morire. E poi questo

sforzo che noi facciamo, se un tradimento non ci rovina, anche senza

le tue troppo tenere braccia avrà buon effetto. Oh sì, tu sei ancora

troppo giovine, troppo inesperto nelle armi; sicchè non aver paura di

passare da vile se rimarrai ad assistere la tua Marta. Ritorna subito a

casa tua, prendi questi denari per il vostro campamento, e aspetta che

sia passata la burrasca. Dopo ci rivedremo forse con pace, e torneremo

a lavorare insieme sul marmo. Addio. Non posso più trattenermi teco.

Ti raccomando la tua sorella.» — «Ma se la vostra vita fosse in

pericolo, io darei tutto il mio sangue....» — «Lo so; ma non per me,

per la patria io ti permetterei di sacrificarlo, se tu non avessi

quella sorella. Torna, torna da lei, te lo comando.» Riguccio, che

lo riguardava come suo padre, non rifiatò, e dopo averlo ringraziato

dell'aiuto e del consiglio, volò a Fiesole. E fece bene, perchè la sua

povera Marta cominciava di già a tremare. Infatti poco tempo dopo[26]

quei medesimi ladroni che avevano saccheggiato Roma, assalirono a un

tratto Firenze; e non bastò la bravura di molti valorosi a liberarla,

perchè il generale dei Fiorentini li tradì colla più infame perfidia,

e bisognò che alfine si arrendessero, perdendo per sempre la libertà

con la distruzione della repubblica. Riguccio non si pentì d'aver dato

retta a Michelangiolo ed all'amore per l'adorata ed infelice sorella,

perchè passate tutte le burrasche il grand'uomo non si dimenticò del

suo scolaro fiesolano; e questi potè far vivere alla Marta una vita

meno infelice, senza mai più abbandonarla. Essa continuò sempre a

fargli da madre amorosa, e Iddio benedisse la loro virtù; giacchè

Riguccio ebbe sempre dei buoni lavori, si guadagnò un pane per la

vecchiaia, e si fece onore al suo tempo. Ma siccome non ebbe altra

bramosia che di vivere onestamente adempiendo al proprio dovere, e

assistendo la sorella, così il suo nome non è venuto sino a noi con

altra fama che quella più bella e più durevole di tutte, con la fama

della virtù; e morì tutto contento d'aver potuto rasciugare una volta

le lacrime della sorella. —

La Milla finì così il suo racconto. Le fanciulle intenerite la

ringraziavano, ed avevano un visibilio di cose da domandarle; ma la

signora Elena le mandò a letto, perchè era tardi. La Luisa continuava

piangendo in segreto a preparare la valigia di Tito; e Vittorino

se ne stava immerso in profondi pensieri, aspettando che l'amico

proferisse qualche parola. Questi, che aveva attentamente ascoltato

il racconto, si riscosse a un tratto, e sospirando esclamò: «Perchè

non posso io fare come Riguccio! Milla, è stata una crudeltà la tua

a portarmi quest'esempio, ora che non c'è più rimedio.» La signora

Elena che incominciava ad accorgersi dell'intenzione della vecchia,

ma non poteva neppur essa immaginare uno scampo alla partenza del

figliuolo, si accorava più che mai. «Io ho sempre sentito dire che ad

ogni cosa c'è il suo rimedio, fuorchè alla morte, rispose la vecchia

a Tito.» — «Parla, ed io sono pronto a far di tutto per rimanere.» —

«Raccomandiamoci a Dio; c'è ancora una nottata di tempo.» — «Ma io non

so vedere come mai.... Se mi riuscisse di nascondermi....» — «Credo di

averlo trovato io un mezzo, interruppe risolutamente Vittorino, dando

un'occhiata d'intelligenza alla vecchia. Sì, la Milla ha ragione. A

tutto c'è rimedio, fuorchè alla morte.» — «Sentiamo!» dissero a un

tempo la madre e la Luisa, correndo verso di lui. — «Ancora non posso

parlare, continuò Vittorino; e poi non vi abbandonate così presto

a una speranza che potrebbe fallire.» — «Ah! lo diceva io!» disse

fra sè la Luisa. — «Mi pareva impossibile!» ripetè la madre, che era

già rassegnata al suo destino. — «Non ci tormentare così, Vittorino,

soggiunse Tito; su cosa fondi le tue speranze?» — «Rispetta il segreto

del tuo amico. Ora ho bisogno d'esser libero, e mi basta di sapere che

tu resterai volentieri, potendo, ad assistere la tua famiglia.» — «Il

cielo lo volesse!» — «Ed io non ne ho mai dubitato: dunque lasciate

fare a me. Non c'illudiamo, ve lo ripeto; ma intanto bada bene, Tito,

finchè io non ritorno qui, non ti muovere. Fidati di me; dammi un

abbraccio e buona notte a tutti. Ma a te, Milla, prima che io me ne

vada, una parolina in segreto.» — «Son qua,» rispose tutta allegra la

vecchia alzandosi, e pigliando un lume per accompagnarlo.

E agitati tutti da incerti e vari sentimenti si separavano senza sapere

più cosa dirsi. Tito non poteva staccarsi dalle braccia di Vittorino.

Essi si amavano svisceratamente, e quella separazione produceva in

tutti e due un'insolita e fortissima commozione. Finalmente Vittorino

rimasto solo con la vecchia, e ritiratosi con lei in una stanza remota,

sentì il bisogno di un po' di sfogo; si rasciugò un sudore diacciato

che gli bagnava tutte le membra, e poi disse alla Milla: «Ora non ho

più paura di lasciarmi vincere dalla debolezza. Cosa vuoi? questi sono

passi che a un tratto non si possono fare. Ti confesso il vero che io

mi credeva più forte. Ma, finalmente, vi sono riuscito. Benedetta tu

che sei capace di fare questi miracoli!» — «Che miracoli? io conosco il

suo cuore, e tanto basta.» — «Va bene; dunque ci siamo intesi. Portami

da scrivere.» In un batter d'occhio Vittorino scrisse e consegnò

alla vecchia un biglietto dicendole: «Domattina, più tardi che tu

potrai, dallo alla signora Elena, e bada bene che Tito non ti scappi,

se no tutte le tue premure....» — «Eh lasci fare a me (e non poteva

trattenere le lacrime), dovrei perdermi sul più bello?» — «Dunque!....

addio, Milla.... ci rivedremo noi?» — «Io spero di sì; ma voglio

chiederle un'altra grazia....» — «Di' pure.» — «Il bene che io voglio

a questa famiglia infelice mi ha fatto arrischiare un po' troppo con

lei, povero giovine.... mi perdonerà?» — «Io? io ti debbo ringraziare,

perchè tu hai risvegliato il mio coraggio. Se quella che io fo è una

buon'azione, e mi rende stimabile ai miei occhi ed ai tuoi, è tutto

tuo merito.» — «Dunque, che Iddio l'accompagni: pregherò sempre per

lei.» — «Brava Milla! Addio!» E la vecchia dai singulti non poteva più

articolare una parola; gli si buttò al collo, e gli prese le mani per

baciarle. «Un bacio, un bacio sulla tua venerabile fronte, generosa

vecchia! Io ti amo come la Provvidenza di questa famiglia. Finchè tu

starai con lei, non vi saranno più disgrazie. Amami tu pure come se ti

fossi figliuolo; io anderò superbo di poterti chiamare mia madre!» E in

così dire si staccò dalle sue braccia, e scomparve. La vecchia passò

tutta quella notte in orazione; e la mattina dopo, quando s'accorse

di non poter più tenere il segreto, e che tutti stavano in gran pena

per l'indugio di Vittorino, chiamò in disparte la signora Elena, e le

consegnò il biglietto scritto da lui la sera innanzi: v'erano queste

parole:

«Il dovere dell'amicizia e della parentela m'ha consigliato a partire

per l'armata invece di Tito. Se questa risoluzione può essere grata

alle persone che mi sono più care su questa terra, ne ringrazino

specialmente la buona Milla. Tito accetti volentieri questo sacrifizio

che io ho voluto fare per il bene della sua famiglia. Io sono già in

viaggio; a ogni modo sarebbe inutile qualunque tentativo per farmi

tornare indietro. Spero che presto ci rivedremo. Un abbraccio a tutti.»

La signora Elena s'ebbe quasi a svenire. Tito voleva a ogni costo

correr dietro a Vittorino; ma la Milla si mostrò così risoluta a

impedirlo, che gli convenne fare a suo modo. La Luisa fuori di sè

dalla gioia, Eugenio, le altre sorelle, tutti circondarono la vecchia

benedicendola mille volte, e chiamandola loro benefattrice, loro

angiolo custode. Ed ella s'aiutava a dire che tutto era derivato

dalla virtù di Vittorino. Ma ripensando al racconto della Marta, tutti

conobbero bene che ella non l'aveva fatto a caso, e che se Vittorino

era un amico raro, la Milla era una donna veramente di proposito.

Ora, voi già sapete che le buone azioni prima o poi sono premiate. Un

giorno vi sarà dunque narrato come Vittorino non avesse a pentirsi del

bel sacrificio che egli fece di se stesso alla vera amicizia. Intanto

vi dirò che in casa della signora Elena non vi furono più disgrazie

tanto grandi. Tito fattosi abile nella legge, si acquistò una buona

clientela e provvide comodamente ai bisogni della sua famiglia. Eugenio

cominciò a far progressi nei suoi studi di chirurgia, e la signora

Elena potè condurre una vecchiaia confortata dalle consolazioni che le

davano i suoi figliuoli. E della Milla? Abbiate pazienza; ma prima di

parlare nuovamente di lei, prendiamo un po' di riposo.

4.

La capacità e il buon successo di Tito nella sua professione avevano

procacciato alla famiglia della signora Elena una discreta agiatezza

che era mantenuta e quasi aumentata dalla provvida economia della

Milla. Quindi, fatto un consiglio domestico tra la madre, Tito e la

Milla, deliberarono di trasferirsi in campagna, per far godere alla

famiglia i benefizi della buon'aria o per aumentare il risparmio.

Questa risoluzione fu un tripudio per tutti, e cominciarono a ragionare

della scelta del luogo. Un giorno che la Milla non v'era, e le

fanciulle parlavano con la mamma, la Luigia si pose a dire come la

vecchia rammentasse talvolta con passione il paesello dov'era nata,

un luogo di poggio, in conseguenza di aria buona, e lontano dalle

grandigie dei villeggianti. Quantunque la Milla ne fosse uscita da

fanciullina, pure lo descriveva con diletto mirabile notando ogni cosa,

e la fonticella dove sua madre la mandava in compagnia dell'altre

bambine ad empire la brocca, e la buona memoria del prior vecchio e

l'onesta semplicità degli amorevoli contadini. La signora Elena capì

per aria il pensiero gentile della figliuola, e fissato tra loro di

mantenere il segreto aspettarono il ritorno di Tito per ragionarne

con lui. Applaudì egli alla proposta, e presa tosto informazione del

luogo seppe che il priore attuale era un degno sacerdote giovine,

stato suo condiscepolo, e che aveva sotto la sua giurisdizione un

convento soppresso, nel quale avrebbero potuto facilmente trovare

abitazione per tutti. Un giorno di festa andò a visitarlo, riscontrò

opportuno il paese e l'abitazione e concertò ogni cosa col virtuoso suo

condiscepolo, salva l'approvazione di sua madre. Essa la diede; e una

sera Eugenio rinfrescò alla Milla la memoria del suo paese. Per lo più

la sua prima risposta era un sospiro, perchè sebbene lo rammentasse

volentieri, pure _non v'è dolce senza l'amaro_, soleva ella dire;

e la più favorita tra le sue ricordanze era quella del giorno dei

morti che ella passò nel casolare nativo. «Avevo undici anni (diceva

ella); mia madre, quell'angiolo benedetto di mia madre era morta

giovine pochi giorni prima; il babbo, povero pigionale, sconsolato

tanto da non si dire, perchè le voleva un bene dell'anima, si messe

in capo di lasciare quei luoghi che a ogni passo gli rammentavano la

sua disgrazia. I nostri parenti erano pochi, e poveri quanto noi. Il

priore le scavò di sotto terra le ragioni per trattenerlo; gli parlò

della rassegnazione ai voleri di Dio, gli promise d'aiutarci, gli fece

toccare con mano ch'era meglio cento volte anche per via di me rimaner

lì che andare vagabondo per il paese senza un pensiero fatto, col

pericolo di dovermi lasciare alle mani degli altri.... Non vi fu verso

di rimuoverlo dal suo proposito. Io potevo far poco, ma ogni sforzo

lo feci per consolarlo, e avevo bisogno anch'io, e dimolto, di chi mi

facesse coraggio. Ma egli non ci si poteva più vedere ormai nella casa

dell'afflizione; aveva paura di commettere qualche eccesso e non voleva

staccarmi da sè un istante. La sera nel canto del fuoco mi guardava

fisso per ore ed ore, finchè io non cominciavo a piegare il capo in

seno; che il sonno, quantunque fossi addolorata, non mi voleva dar

pace; allora mi abbracciava stretto stretto piangendo, e mi conduceva

a letto. Egli poi, senza spogliarsi, tornava a singhiozzare tutta

la notte seduto presso il cammino. Finalmente il priore, vedendo che

neppure il tempo serviva a moderare il dolore di mio padre, e che egli

si sarebbe consumato d'inedia, lo raccomandò ad un negoziante suo amico

di città che ci prese a servizio. Dovevamo partire il giorno dei morti,

e il priore, date al babbo tutte le istruzioni opportune, gli aveva

più che altro raccomandato, giacchè ormai la risoluzione era presa, di

partir subito, d'andar via la mattina a buon'ora. Infatti il babbo,

appena levato, e dopo aver fatto fagotto di quella po' di robicciola

che potevamo portare con noi, sospirando mi prese per la mano; andammo

a dire addio a tutti, e uscimmo dal paese. Ma, fatti pochi passi, e

appena entrati fra le macchie più alte che ci coprivano la vista della

nostra povera casa, il babbo si pose a camminare più adagio, e invece

d'andare verso Firenze cominciò a vagolare pei viottoli senza dirmi mai

una parola; e ogni poco si rasciugava le lacrime. Di quando in quando

si metteva a sedere su qualche greppo coi gomiti, sulle ginocchia e

il capo nelle mani. Io a raccomandarmi, in ginocchioni che si facesse

coraggio, che si staccasse una volta da quei luoghi funesti. Nè anch'io

mi sarei potuta ridurre ad allontanarmene, ma vederlo spasimare in quel

modo era un'altra passione più grande. Eppure tutta la giornata....

(quanto mi paresse lunga non lo so dire) era scorsa con quella

passione, senza che un'anima ci venisse a dare un po' di conforto.

Eravamo in certi luoghi dove la terra non è lavorata, e nessuno vi

capita quasi mai; e poi quel giorno tutti vanno alla chiesa a pregare

per i poveri defunti. Poi cominciò ad imbrunire, ed io fui più sgomenta

che mai.... Quand'ecco la campana che suona a morto. Allora il babbo

si riscosse tutto, mi prese per un braccio, e mi disse: Andiamo a dire

addio alla mamma. — Quasi correndo mi tirò sopra un poggetto vicino

al camposanto, di dove dietro una siepe folta potevamo vedere e non

esser visti; appunto in quell'ora il priore in processione coi fratelli

della Compagnia incappati, con la croce dei morti innanzi, e tutto il

popolo dietro, andava a benedire le sepolture. Mio padre s'inginocchiò,

e tutti e due cominciammo a rispondere sotto voce alle orazioni che il

priore intonava. Quand'egli fu arrivato alla cappellina del camposanto,

si fermò sulla soglia a fare un discorso: tutti i popolani gli stavano

davanti prostrati intorno alle sepolture, e qualche volta il vento ci

portava fin lassù le parole del vecchio venerabile che alzava la voce

in mezzo ai singhiozzi della gente contrita. Io sentivo bene che egli

parlava dell'amore per la memoria dei defunti, e della concordia tra

i vivi. Oh! di questa ne ragionò per un pezzo; e mi ricordo come se

fosse ora, delle ultime parole di quel discorso; ch'e' le proferì a

voce più alta e più commossa: — «Sì, oggi rammentiamoci più che mai

d'esser fratelli; figuriamoci che ora i più venerandi, e i più cari

tra quelli che dormono il sonno delle generazioni passate, ritornino

per un istante agli amplessi d'amore, e pigliando le nostre destre le

congiungano in segno di fratellanza. Oh! che questa riconciliazione

sia perfetta e costante, e frutti il vostro bene e quello dei vostri

figliuoli! Ecco, io benedico queste ossa e i pensieri santi e le virtù

che vi chiedo. Addio, anime benedette! Che nessuno di noi tradisca le

promesse fatte in vostro nome. Addio! Che il rispetto e l'amore pei

defunti siano alimento al rispetto e all'amore pei vivi.» — Quindi,

benedicendo con larghe aspersioni la terra del camposanto, intuonò il

_Miserere_, e abbracciò i popolani a sè più vicini. Allora questi si

abbracciarono tutti fra loro; e baciavano le fosse e le croci, e poi

rimessi in processione adagio adagio, singhiozzando ritornarono in

chiesa che era quasi buio. Allora mio padre, che in tutto quel tempo

non aveva fatto altro che piangere dirottamente, scese, e mi condusse

tremando nel camposanto rimasto aperto. Sulla fossa di mia madre

l'erba non era ancora spuntata; il babbo vi si lasciò cader sopra a

baciarla mille volte, a chiedere a Dio che se era possibile facesse

ritornare sulla terra quell'angiolo, oppure che gli dasse più forza di

sopportarne la perdita, per non lasciare me orfana di tutti e due. Io

che non sapevo come levarlo da quella tribolazione, pensai che avrei

forse alleggerito il suo dolore onorando la sepoltura della mamma;

e incominciai a cogliere erba di sulle prode e a spargerla su quella

terra: il babbo si pose a guardarmi estatico; io continuai a strappare

erba e portarla lì, ed egli a poco a poco mi sembrò allora più

consolato; poi girando gli occhi scintillanti gli parve di vedere una

vanga in un canto, forse quella stessa con la quale avevano scavato la

fossa alla povera mamma. Corse a pigliarla; andò fuori del camposanto

in un pratello a cavare piote, io a portarle e distenderle sulla terra

nuda della fossa, e in momenti restò tutta coperta d'erba come se vi

fosse nata da molto tempo. Finito questo, il babbo non pianse più;

andammo via dopo aver baciato un'altra volta la fossa, e, zitti zitti,

rientrammo in casa che tutti dormivano. Quella notte, dopo tanto sfogo

di dolore, mio padre fu più rassegnato del solito; e appena spuntata

l'alba, partimmo senza che nessuno si fosse accorto di noi.» Dopo

questo racconto la Milla passava alle descrizioni, e soleva finire di

parlare del suo paese coll'augurarsi d'esser seppellita nel medesimo

camposanto dove erano i suoi genitori. Quindi Eugenio e l'Angiolina,

che non si saziavano mai di farle ripetere queste cose, volevano che

parlasse di Vittorino, del come ella aveva fatto a conoscerlo, e di

molti particolari della sua infanzia; che appunto il signore al quale

fu raccomandato il padre della Milla, era nonno di Vittorino; ed

essa lo aveva visto nascere, crescere ed educare quasi sotto i suoi

occhi. Ma la signora Elena gl'interruppe e domandò alla Milla: «Dunque

ci torneresti volentieri al tuo paese, a finire di passarvi la tua

vecchiaia?» — «Magari! soggiunse la vecchia tutta ringalluzzata; ma

ora che sto tanto volentieri con loro, finchè mi faranno la carità di

tenermi, non ci penso.» — «La carità di tenerti? La fai tu a noi la

carità di seguitare ad assisterci. Dopo che hai fatto tanto per noi, in

età così avanzata, sarebbe tempo che tu pigliassi un po' di riposo.»

— «Vergine benedetta! esclamò la Milla facendosi tutta seria, sono io

tanto decrepita da aver bisogno di riposo?» — «Non dico questo; ma se

ti facesse piacere di goderti la tua pace lassù, non potresti farlo,

ora che le ragazze sono grandette?...» — «Dunque, dunque, sentiamo un

poco (disse ella tra il serio e il faceto, perchè la signora Elena

parlava con piacevolezza, e le fanciulle sorridevano), questa è una

licenza bell'e buona. Che ho io fatto, meschina me! per meritarmela?»

— «Finiamo la celia (riprese tosto la signora Elena); noi facciamo i

bauli, e presto partiremo per il tuo paese; vuoi tu venire con noi?»

— «La celia comincia ora (diceva la vecchia ridendo); che domine di

bizzarrie son ellen queste?» — «Io ti dico che lo faremo; non è vero?

(a Tito che in quel momento entrava nella stanza) non è egli vero,

Tito, che abbiamo fissato di andare in campagna, proprio nel paese

della Milla?» — «Verissimo (rispose egli).» — «Ebbene (continuò la

madre); ella non vuole accompagnarci; vuol rimanere in Firenze.» —

«Possibile! (diceva Tito maravigliandosi).» — «Non dico questo (riprese

la vecchia con fuoco); magari, se vi andassero! verrei con loro in

carne e in ossa; ma non posso credere che vogliano sacrificarsi lassù

in una catapecchia come quella; l'aria è buona, non dico, eccellente;

Eugenia avrebbe da scavallare e da trovare di belle cose.... Ma se non

vi sono villeggianti vicini, non vi sono passeggiate! è un saliscendi;

un vento che respinge più che uno va innanzi.»

_Lui._ E dove sono dunque tutte le bellezze che tu ci descrivevi?

_Mil._ Oh! quelle sono le delizie dei poveri montanari, ma non possono

dare nel genio ai cittadini.

_Tito._ Eppure le ci piacciono più delle bellezze ricercate e

artificiali della città. Sempre Cascine, sempre Boboli, sono cose che

vengono a noia. Ma un po' di libertà, fra le boscaglie pittoresche,

sulle colline scoscese, lungo quei torrentelli, sui prati freschi,

senza polvere, senza rumori di carrozze, senza ostentazioni di

lusso.... queste sono le vere delizie per chi è assuefatto a vivere

nella città.

_Eug._ Sarebbe un incanto.

_Lui._ E ce ne hai fatto innamorare tu di quei luoghi.

_Mar._ Anche Vittorino, te ne ricordi? ne parlava con tanta passione.

_Ele._ E poi è il tuo paese....

_Ter._ Ci sei tu con noi....

_Ang._ Ci farai tanti bei racconti....

_Mil._ Non so che dire: se hanno proprio quest'intenzione, bisognerebbe

che cercassero almeno dove soggiornare con comodo... Io non ho più

casa.... e poi.... le nostre case non sono per loro.

_Eug._ Oh! si starebbe volentieri anche in quelle.

_El._ E che cosa ci consiglieresti di fare?

_Mil._ E' v'è un convento senza frati....

_Tito._ Appunto lì noi staremo (disse Tito, correndo ad abbracciarla);

Milla mia, te l'abbiamo fatta la celia. Io l'ho già visto quel

convento; ho parlato col priore; è fissato ogni cosa; aspettiamo te.

_Mil._ Vengo subito (con uno slancio d'allegrezza). Ma queste son

cose.... cose da farmi dare la volta al cervello! Una consolazione

come questa non me l'aspettavo davvero. Ah! (sospirando profondamente),

perchè non è egli tornato ancora il signor Vittorino?

_Tito._ Ed anche su questo ti darò una consolazione. Ho parlato oggi

all'Ambasciatore di Francia, e tra poco avremo le sue lettere. Tu

sai che non entra in Russia, perchè venne la nuova della ritirata di

Napoleone, e che fu destinato alla cura dei feriti negli spedali di

frontiera. Egli ha mostrato tanto zelo e tanta bravura nell'assistenza

di quei disgraziati, che è stato nominato chirurgo di reggimento col

grado di capitano, ed ha avuto la croce della Legion d'Onore. Il suo

nome è già pubblicato onorevolmente nei giornali francesi e lombardi;

e nel paese dov'egli è lo considerano come un benefattore mandato

dal cielo a sollevarli dalle ultime e più lacrimevoli sciagure della

guerra. Gli era stata decretata anche una bella ricompensa in denaro;

ma egli l'ha rilasciata a benefizio di tanti divenuti miserabili dopo

la rovina di Napoleone, e si è fatta una bella riputazione d'uomo

caritatevole e valoroso. Ora qualunque sia l'esito degli avvenimenti,

Vittorino non è più esposto ai pericoli della guerra; e quando non vi

sarà più bisogno di lui negli spedali, tornerà da noi sano e salvo, e

carico d'onore.

A queste nuove tutti si abbandonarono a un giubbilo indescrivibile;

la Milla piangeva dalla consolazione; e il giorno dopo cominciarono a

fare i preparativi per la campagna, aspettando con ansietà le lettere

di Vittorino che confermassero quelle notizie, e cercando tutti di

provvedere chi una cosa chi un'altra per accomodargli una stanzetta

secondo il suo genio, per quando egli fosse di ritorno.

5.

Mentre in casa della signora Elena tutti aspettavano con impazienza

il ritorno di Vittorino, quasi ogni sera parlavano di lui, e la

Milla ne raccontava, come a dire la vita. Una volta tra le altre ella

narrò questi fatti: «Io entrai a servizio del signor Dottore, padre

di Vittorino, due mesi dopo la morte della sua moglie. Vittorino

aveva allora poco più di sette anni, e si era ammalato per dolore

d'aver perduto la madre. Suo padre mi si raccomandò caldamente che

lo assistessi, e che non pensassi che a lui. Quando mi accostai per

la prima volta al letto di quel caro fanciullo, e' mi guardò fisso

fisso, poi gli venne da piangere, e voltò il capo dall'altra parte.

Vedeva una donna accanto a lui, ma non era quella che avrebbe voluto.

Poi voltandosi meno afflitto, e con una specie di rammarico d'avermi

accolto in quel modo, mi disse: «Oh sì! ti vorrò bene. Milla, ti vorrò

bene, di molto; il babbo mi ha detto che tu sei tanto buona! Ma tu

mi parlerai sempre di mia madre, non è vero?» — «Io l'ho conosciuta

poco (risposi), ma so quanto era buona, e.... sì signore, le ripeterò

tutto quel bene che ho udito dire dagli altri.» — «Eh! bisognerebbe

che tu l'avessi conosciuta in casa e di molto!... Faremo così: io ti

racconterò tutto quello che ella faceva per me e pei poveri malati

che venivano da mio padre; e tu di mano in mano mi ripeterai queste

cose, perchè non sto meglio altro che quando parlo di lei.» E subito

cominciò a descrivermi la sua vita, le sue carità, e sto per dire,

tutta l'educazione ch'essa gli dava. Mi fece sapere che in casa vi

erano quattro letti per quei ragazzi poveri che arrivavano malati dalla

campagna, e che, secondo il signor Dottore, non era bene che fossero

messi tra gli uomini allo spedale; e mi disse che sua madre faceva

loro da infermiera. Io, benchè queste cose le sapessi, lo lasciai dire

un pezzo, perchè mi accorsi che era proprio il suo bene; e poi gli

risposi in questo modo: «Se mi riescisse di fare qualcheduna di quelle

cose che faceva sua madre buon'anima, me ne ingegnerei. Ma a forza di

sentirlo dire imparerò, e mi proverò.» — «Davvero? esclamò egli tutto

allegro. Brava Milla! oh! bella cosa! lo dirò al babbo, che appunto era

afflitto per non poter più fare assistere quei poveri ragazzi. Come si

fa? egli è costretto a star tutto il giorno fuori di casa; io ancora

non son buono a nulla; e poi mi sono ammalato. Ma tu ci rimedierai,

e almeno per quei poveri figliuoli, la morte della mamma non sarà una

disgrazia tanto grande come è stata per me.» — «Ma io (risposi) avrò

bisogno d'essere istruita di tutto punto.» — «T'insegnerò io quel

che potrò, non dubitare.» — «Dunque guarisca presto per potermi fare

questo servizio.» — «Eh! se non mi sentissi tanto debole!... Ma ora,

quest'idea che t'è venuta mi dà coraggio. Guarisco più presto.»

Bisogna dire che la fosse proprio così, perchè in pochi giorni potè

levarsi. Allora concertammo con suo padre l'assistenza de' ragazzi

malati ch'egli accoglieva in casa, e Vittorino m'istruì di tutto

veramente bene.

Così dopo che ebbi preso pratica di tutte le faccende, il signor

Dottore ricominciò ad accogliere in casa qualche povero figliuolo che

avesse avuto bisogno della sua assistenza. A volte ce ne erano due, a

volte tre; chi si tratteneva 15 giorni, chi un mese e più; nell'inverno

specialmente i letti erano quasi sempre tutti e quattro occupati.

Allora si faceva venire un'altra donna per ajutarci. Vittorino poi,

tornato da scuola e finite le sue lezioni, si metteva meco attorno

a quei piccoli malati, e sfaccendava continuamente, in specie quando

cominciò a studiare la medicina.

Suo padre poi era infaticabile. La mattina si levava all'alba, e se

non aveva malati in casa o da far subito qualche visita fuori, si

metteva a studiare, anche da vecchio. E ogni giorno venivano tanti

a consultarlo, che spesso spesso n'era piena la sala. Il resto della

giornata sempre fuori, e rade erano quelle volte che non mangiasse alla

peggio un boccone in qualche bottega, o che non aspettasse a desinare

la sera per mancanza di tempo. Prima d'andare a letto, se non era

passata la mezza notte, studiava; e quasi mai lo lasciavano riposare

in pace, perchè non venivano meno di due o tre chiamate per notte.

Sempre sano, sempre robusto, sempre di buon umore, non vi fu un momento

della sua vita nel quale stasse senza fare o senza pensare al bene del

prossimo. Mai divertimenti, mai ozio; le sue conversazioni erano al

letto dei malati o nello studio di Vittorino. «Benissimo» diceva egli

quando ve lo trovava innanzi di lui; «procura di renderti presto abile

a qualche cosa, giacchè la capacità d'imparare non ti manca. Io non ho

risparmiato nè risparmierò spese per farti istruire. Invece di mettere

assieme ricchezze, ti preparerò il patrimonio della scienza, che non

è sottoposto a disgrazie. Lo vedi? io guadagno molto perchè la società

ricompensa bene le mie fatiche; ma tolte le spese del nostro campamento

e della tua istruzione, il rimanente voglio restituirlo alla società

con ajutar gl'infelici. Ora che ho da pensare a te, mi convien negare a

molti il mio debole ajuto; ma quando avrai imparato la tua professione,

io non avrò più il rammarico di queste negative. Quindi rammentati che

se arrivo alla vecchiaia dovrai assistermi: oppure potrei morir presto,

e saresti costretto innanzi il tempo a provvedere da te medesimo

ai tuoi bisogni.» Ma Vittorino non aveva d'uopo di quegli stimoli.

Studiava, studiava tanto, che, io avevo paura non gli dovesse far male.

Ma si vede che lo studio spontaneo, e fatto in regola, non guasta la

salute. Vittorino non ha mai più avuto un dolor di capo, ed è stato

sempre bianco e rosso come una rosa. Oh! qualche volta impallidiva, sì,

poverino! ma quando si parlava di sua madre; e se ne parlava spesso!

Talora esortava suo padre a non si strapazzare poi tanto, specialmente

in certe giornate piovose, umide e fredde dell'inverno: ed egli soleva

rispondergli: «Figliuol mio, la vita sarebbe nojosa ed inutile se non

vivessimo più per gli altri che per noi stessi. Stando in mezzo agli

uomini, e trovandoci sani, ben vestiti e nutriti, mentre vi son tanti

che tribolano per le malattie o che patiscono il freddo e la fame, ti

darebbe il cuore di godere dei tuoi comodi senza aver prima diminuito i

mali del prossimo? E che ti varrebbe l'aver campato tanti anni, se poi

morendo non ti consolasse l'idea di aver potuto rasciugare le lacrime

altrui anche a costo di qualunque tua privazione, di aver lasciato

buona fama di te nella patria, non per vanagloria, ma per esempio dei

tuoi figliuoli? I veri piaceri dell'uomo son questi. Ti rammenti tu

della vita di Vittorino da Feltre che io ti ho fatto leggere tante

volte? Vedesti come ogni suo pensiero, ogni sua azione furon sempre

rivolti al bene degli uomini, educando e istruendo i fanciulli? Ti ho

pur messo quel nome così venerato perchè tu ne segua l'esempio, perchè

tu abbia sempre presente la memoria delle sue virtù, perchè t'infonda

la gagliardìa del suo animo.» E poi, e poi.... io gli ho udito dire

tante altre cose bellissime, che se fossi capace di ripeterle, vi

sarebbe da scrivere un libro.

Così in quella casa era una vita sempre laboriosa pel bene del

prossimo; e anch'io mi sentii tanto infiammata nella carità, che mi

diventò un bisogno di secondare come io potevo i padroni. V'erano poi

le più belle soddisfazioni, allorchè quei meschini accolti nei nostri

letti ne uscivano risanati. A volte una povera madre aveva recato il

suo figliuolino senza speranza di rimedio, e poi che tenerezza quando

lo ripigliava guarito! E spesso una dolce paternale invece della

ricetta, toglieva le cause di malattie derivanti dalle sregolatezze,

e faceva ritornare la pace e l'ordine nelle famiglie. Insomma tutti

benedicevano nel nome di Dio quella casa ed i suoi padroni.

Erano già passati dieci anni che io facevo codesta vita, quando

sopraggiunse al padrone una terribile disgrazia. Ogni volta che mi

rammento di quella notte mi vengono i brividi, e mi sgomenta solamente

il pensiero di doverla ridire.

Spesso accadeva che il padrone prevedesse di dover tornare a casa dopo

la mezza notte, e ordinava allora che Vittorino andasse pure a letto

senza aspettarlo. Io sola mi trattenevo levata, perchè non mi riusciva

di dormire tranquilla finchè non lo avessi udito tornare. Una volta

d'inverno, la mezza notte era già passata d'un pezzo, e il padrone era

sempre fuori. Avevamo in casa un ragazzo malato piuttosto gravemente, e

che avrebbe avuto bisogno di lui; e mi faceva specie che non tornasse.

Aspetta, aspetta, principiai a stare in pensiero; e Vittorino che

era levato per custodire l'infermo, mi dava di quando in quando certe

occhiate come per domandarmi del padre. Mi affacciai alla finestra:

solitudine per tutto. Il cielo era più qua e più là ricoperto di nuvoli

neri neri; la luna illuminava a pezzi alcune case, e lasciava l'altre

coperte da cupe tenebre. Di tratto in tratto si scatenava un vento da

far paura; e portando seco il fragore del fiume che aveva la piena,

somigliava alla romba del terremoto. Mi levai di lì, perchè quel cielo

nero e quel vento strapazzone proprio mi sgomentavano. Passò un'altra

mezz'ora, e nessuno comparve. Tornai alla finestra: il tempo s'era

fatto più tetro che mai, e cominciava a fioccare il nevischio con un

freddo pungente. Alla fine odo un rumore di passi lontani; ma era gente

che correva in altra parte; poi a un tratto comincia uno scampanìo

insolito e così sgangherato, che io non mi sapevo raccapezzare; e il

vento lo straportava qua e là, sicchè non c'era verso di capire d'onde

venisse. Fui assalita da una farragine d'idee così tetre, che appena mi

accorsi di uno che passava a gambe di sotto casa. Allora mi feci animo,

e gli domandai che diavoleto ci fosse: «Brucia nel borgo!» rispose, e

via come un lampo. A quella nuova mi sentii subito gelare sangue: il

padrone aveva dei malati nel borgo.... Ero per uscire dalla finestra,

quando Vittorino risolutamente mi dice: «Milla, custodisci il malato;

io vo a cercare del babbo.» — «Dio l'assista!» esclamai. Egli era già

fuori e correva.

Pensate come rimasi? Le gambe mi si ripiegarono sotto, e in quel

momento non sarei stata più buona a nulla, se non mi avesse scosso il

pensiero di dover assistere quel malato. Ah! Quanto furon crudeli quei

momenti d'incertezza! Poi ecco uno strepito sordo che via via cresceva

tanto da scuotere tutta la casa e da far tremare i cristalli. Erano

i pompieri con le loro macchine. Dunque il bruciamento è grosso dissi

tra me.... Dio mio! cosa sarà dei miei padroni? Intanto il ragazzo si

lamentava perchè doveva esser medicato, ed io da me sola non potevo

farlo. Nondimeno lo confortai alla meglio, e lo feci chetare. Stando

sempre in orecchi, mi parve d'udire nuovamente un calpestìo. Corsi

alla finestra, e vidi uno sparirmi proprio di sotto gli occhi. «Che

fosse entrato in casa?» Vo all'uscio di scala; nessuno saliva; piglio

il lume, apro con impazienza, nessuno; mi soffermo, neanche uno zitto;

scendo, e allora scorgo una persona appoggiata nel canto del terreno.

Chi va là? gridai risoluta prima di accostarmi. La persona si mosse e

a voce bassa esclamò: «Per amor del cielo, lasciatemi ripigliar fiato;

vengo dal bruciamento; non ho potuto più reggere.... Ora v'è tanta

gente che io posso andare a riposarmi. Oh! se mi faceste la carità di

un bicchier d'acqua!» — «Magari, diss'io, venite su: vi darò un po' di

vino, vi rasciugherete.» Era un povero manifattore conciato in modo da

far compassione; aveva le mani e il viso affumicati, e le vesti fradice

mézze. Gli detti da bere, gli feci mutare il vestito, e lo condussi

alla stufa; e quando si fu un poco riavuto, mi pareva mill'anni

d'interrogarlo. Egli mi diceva: «Benedetta la vostra carità!...» Ma

udendo in quel mentre i lamenti del malato nella stanza accanto, si

rattenne e poi esclamò: «Per tutto miserie! non badate più a me; tanto

vo via....»

Ma io lo pregai ad aspettare un poco: corsi a confortare il malato,

e tornata a lui: «Oh! che rovina! (mi disse) io non ne potevo più a

portar acqua: non avrei lasciato il mio posto.... ma come si fa? Dopo

aver lavorato tutto il giorno, stasera mi mancava la forza.» — «Ma

ditemi se nessuno è in pericolo.... Io sto in pena.» — «Poco prima

che uscissi ho visto calare dalle finestre un malato....» — «È vicino

l'incendio?» interruppe allora, con voce da farmi scoppiare il cuore,

il ragazzo che aveva udito queste parole. — «È distante, è distante

(dicemmo subito tutti e due), non abbiate paura. E poi (aggiungeva il

manifattore) il vento è diminuito; comincia a piover più forte; non c'è

alcun pericolo.» Indi seguitò a voce bassa, perchè il povero ragazzo

non l'udisse: «Dunque hanno calato uno o una che era in fine, per

quanto dicevano; e poi sono scesi i pompieri. Appena levate le scale,

il palco già sprofondava (mi si rizzano i capelli a pensarvi).... e

sono venute alcune grida di mezzo alle fiamme. V'era sempre gente, e

i pompieri non lo sapevano! In quell'istante di terrore è comparso

un giovine urlando: _Mio padre, mio padre!_ Passa tra i pompieri,

afferra una scala, e sale senza paura del tetto che veniva giù a pezzi.

Dietro a lui si slanciano coraggiosamente i pompieri; arrivano alla

finestra; il giovine vi salta sopra cavalcioni, e grida _soccorso!_

I pompieri l'aiutano a tirar su per le braccia uno rimasto aggrappato

al parapetto senza aver più pavimento sotto i piedi. Come Dio vuole,

quasi per miracolo, riesce loro di calarlo: era vivo; ma in uno stato

da far pietà. A un coraggio come questo ci è venuto da piangere a tutti

e abbiamo dato in uno scoppio d'applausi. Ora non so altro.» Potete

figurarvi come rimanessi a questo racconto! Il povero malato piangeva,

quantunque non avesse bene udito tutte le parole del manifattore; e

poi dall'indugio del padrone si accorgeva di qualche guaio, e i suoi

dolori crescevano. Ma poveretto! non pensava più a sè; il crepacuore

lo aveva per gli altri. Io, sgomentata ma non avvilita, mi raccomandai

al manifattore che picchiasse alla vicina casa d'un medico, e lo

mandasse subito da me, che v'era bisogno di lui. Quel buon uomo non si

fece pregare. Almeno, avevo io pensato, solleviamo quest'infelice; e

facciamo che vi sia un medico in casa per il padrone e per Vittorino,

se ne avessero bisogno. Il racconto del manifattore mi faceva pur

troppo immaginare che avesse parlato di loro. Intanto mi posi a cercar

fila, fasce ed ogni altro occorrente per medicare le bruciature.

Ma tutti questi preparativi io li facevo con una specie di

disperazione. Come sarà andata a finire? pensavo. Nessuno veniva a

dir nulla.... Che momenti, figliuole mie, che momenti furon quelli!

Arrivato il dottore, visitò subito il ragazzo, e lo medicò. Quando era

per andarsene me gli raccomandai che restasse ad aspettare il padrone,

ed egli guardandomi con aria afflitta, mi disse: «Poveretto! non gli

mancano assistenti; ma rimango volentieri per saper come sta. Io credo

d'essermi svenuta a quelle parole, perchè poi fui come improvvisamente

riscossa da molte voci; e vidi la stanza piena di gente. Mi feci

innanzi, scorsi il padrone che appena dava segni di vita, i medici

che lo assistevano e Vittorino che piangendo gli aiutava. Allora mi

diedi anch'io a fare quel che potevo; ed il padrone fu posto a letto.

Bisognava veder con che prontezza, con che animo Vittorino dava mano a

tutti per medicarlo! Era bruciato nelle gambe e nelle spalle, e aveva

una ferita grave dietro la testa. Oh! che spettacolo da straziare

il cuore! Più volte avevamo scongiurato il figliuolo a ritirarsi da

quella vista, a pensare alle sue bruciature; anch'egli n'aveva molte;

ma no! finchè il padre non fu assicurato, finchè non udì pronunziare

che non v'era pericolo di morte, non gli si volle staccare dal fianco.

Alla fine mi riesci di strapparlo di lì, e chiamato il chirurgo che

aveva finito d'assistere il padrone, lo condussi in camera sua. Povero

giovine! fino allora s'era sostenuto con la forza dell'animo; alla fine

si buttò sul letto, perchè la forza del corpo lo aveva già abbandonato.

Per buona sorte le bruciature erano superficiali, e le ferite poco

gravi. Io restai a custodir Vittorino, e il chirurgo dopo che m'ebbe

istruita sul modo di assisterlo, ritornò a vegliare al capezzale

del mio padrone. Dopo qualche tempo credei che Vittorino si fosse

addormentato; ma era una specie d'assopimento; poi cominciò a delirare.

A un tratto si alzò sul letto; io durai fatica a tenerlo. Ei gridava:

«Qua.... c'è uno, qua.... salvate questo.... questo.... Oh Dio! è lui!

è mio padre!... aiuto!» Io mi studiai di calmarlo, di dirgli che suo

padre era salvo.... E come Dio volle, tornando in sè a poco a poco,

spalancando gli occhi spauriti cominciò a guardarmi fissa, a fregarsi

la fronte come per rimettere in ordine le idee, e a un tratto esclamò:

«Milla mia!» e gettandomi al collo le braccia, proruppe in un pianto

dirotto. Io mi sentivo una serratura alla gola, e tribolavo dimolto

senza potermi sfogare. Poi venne da piangere anche a me, e stetti

meglio. Allora Vittorino: «Mi son riposato (disse); sto bene: voglio

far nottata al babbo da me: lasciami un momento solo, ch'io mi vesta,

anzi va' a dormire; riposati anche tu.» Io mi studiai di dissuaderlo;

andai a vedere il padrone; gli dissi che anch'egli stava meglio, che

il chirurgo non lo lasciava un istante; ma fu inutile; volle vestirsi,

e andare in camera di suo padre. Già era l'alba; tuttavia mi obbligò a

buttarmi sul mio letto; ed egli assisteva ora il padre, ora il ragazzo

malato.

Non passarono molti giorni, che il padrone cominciò a migliorare, e,

bisogna che lo dica, i medici ed i chirurghi suoi amici gli fecero

sempre una grande assistenza Di Vittorino non se ne discorre. Volle

fargli tutte le nottate da sè; e furono diciassette di seguito; il

giorno dormiva forse un'ora; io non so come potesse reggere a tanto

strapazzo senza ammalarsi. Alla fine, dopo due mesi di medicature e

di letto, il padrone guarì e cominciò a muoversi, ma col bastone in

una mano e con l'altro braccio sulle spalle di Vittorino. Facevano

tenerezza a vedergli girare in quel modo per casa, e parlare

amorevolmente; ed il padre ringraziava il figliuolo d'avergli salvata

la vita. Questi non voleva udire ringraziamenti e diceva di non aver

fatto altro che il suo dovere. La convalescenza durò più d'un mese.

Presto ricominciarono a venire i malati; il padrone a andar fuori.

Vittorino praticava nello spedale e tutti ripresero la solita via,

senza che avvenissero dipoi cose straordinarie.» — Qui la Milla tacque.

Anche nella famiglia della signora Elena nulla avvenne di nuovo fino al

ritorno di Vittorino. Di quanta consolazione fosse per tutti rivederlo

sano e salvo lo potete facilmente immaginare. Egli non si separò più

da quella famiglia. La buona vecchia se ne separò, e per sempre, con

immenso dolore di tutti; ma quel dolore fu consolato dall'aspetto

sereno ed angelico di colei che faceva la morte del giusto.

Racconti per giovinetti · 第 12 / 28 题