A Fiesole in _Borg'unto_, era una buona fanciulla di 16 in 17 anni,
piuttosto più che meno, bianca e linda com'il bucato, con due occhi
neri sgranati, e tenera tenera come il latte premuto. L'era proprio
una consolazione a vederla, in una casetta pulita, con tutte le su'
cose a sesto, che io non vi so dire. La sua povera mamma era morta
giovane d'un male lento e penoso, e avea lasciata questa figliuola
e un angioletto d'otto o nov'anni, salvo il vero. Il padre, morto
anch'esso, e prima della moglie, era mugnaio; e nella sua casetta di
Borg'unto avea messo in piedi una bottega per la vendita della farina
e del semolino, e via discorrendo. Quand'era viva la madre di Marta,
vi stava essa al banco; e, alla meglio, tirava innanzi la famigliuola,
senz'altro ajuto che quello del suo buon garbo e della sua onestà. Ma
quando quella madre infelice non ebbe più forza di patire i dolori
di questa terra, Marta potete figurarvi quanto rimanesse sconsolata
col suo Riguccio! E' credevano di dover portare alla sepoltura anche
lei. Per qualche giorno la modesta bottega fu chiusa, e la casetta fu
chiusa, e Riguccio non andò a fare il chiasso con gli altri ragazzi
in piazza di Fiesole, e Marta pianse dì e notte accanto al letto della
defunta madre. Non vi fu un cristiano in Fiesole che non si affliggesse
per Marta ch'era l'idolo di tutti; e a certe pietose donne riuscì
finalmente di consolare un po' l'orfanella, e di farle rivedere la
faccia del sole. A un tal Romolo, parente lontano del padre di Marta,
fu dato l'incarico di guardare agl'interessucci di que' due sventurati.
Ma questo tutore, scelto in mal'ora, altro non era che un disutilaccio,
Iddio lo perdoni, che faceva d'ogni erba un fascio, e aveva il
lacrimevole vizio di bazzicare ogni po' l'osteria. Di rado capitava in
sul far bruzzo nella bottega della farina, traballando com'il solaio
sotto il badile, a farvi che? a metter a soqquadro ogni cosa, e spesso
con due o tre compagni della stessa pasta, che gli facevan tenore.
Figuratevi Marta! Ma la poverina, fatta più coraggiosa dalla disgrazia
più grande, s'acconciò da sè a bottega, e coi modi aggraziati, che
rammentavan sua madre buon'anima, seppe così bene richiamar gli
avventori, che tutti volentieri difilavano a comperare il fior della
farina da lei. Chi l'avesse vista col suo candido grembialetto, dare
a tutti con gentil modo il buon peso, accogliere e baciare da sorella
i fantolini che andavano col soldo stretto nel pugno a fare spesa,
rimandar sempre il povero consolato di qualche elemosina di farina
o di grano, sopportare con angelica rassegnazione i mali trattamenti
di Romolo, e custodirlo quando il vino l'avea messo proprio in terra,
e dolcemente ammonirlo e consigliarlo quando pareva in buona, sicché
talvolta e' ne rimaneva commosso, l'avrebbe detta un angiolo venuto in
terra a consolazione degli uomini. E così, a stento, poteva campar da
ruina quel po' di bene di Dio che a lei e a Riguccio lasciato avevano i
genitori. Ora, a proposito di Riguccio, per tornare un passo indietro,
e' bisogna sapere che egli andava a scuola a imparare il latino,
perchè suo padre, povero uomo, aveva avuta grande smania d'aver nella
casata un calonaco[15]; e Romolo, che non gli pareva vero metter la
tonaca a quel ragazzo, per non averlo più tra' piedi e lasciarlo al
Capitolo, era intestato a far eseguire la volontà del defunto. Ma il
povero piccino, di quello studio non ne capì a buccicata, e spesso gli
toccava a star ginocchioni, e far pepino[16] in mezzo di scuola. Voglia
d'istruirsi, come l'avrebbe avuta! ma quelle parolacce nere nere in
_bus_ ed in _bas_ non gli entravano in capo, e lo facevano andare alla
malora. E la mamma, povera mamma! gli aveva promesso di liberarlo da
quel diascolo dell'inferno, intercedendo per lui presso il tutore, e di
mandarlo piuttosto laggiù a Firenze da un certo maestro Michelangiolo
famosissimo, che insegnava a far certe statue di marmo ch'egli era un
portento a vederle; perchè Riguccio bisogna dir proprio ch'e' fosse
nato con quella pulce nel capo, di voler fare le statue di marmo. Ogni
volta che con que' suoi occhiolini scorgeva un'immagine di terra cotta
o di pietra delle cave, o di marmo, e nella cattedrale di Fiesole un
certo mausoleo d'un vescovo, e' restava lì basito a guardare, e si
sarebbe scordato della merenda. Quando poi sulla piazza di Fiesole
cascava giù la neve come Iddio la manda, correva là a rimpasticciare
certi fantocci, che tutti chi li mirava e' non facevan altro che dire,
ve' belli! Ma la mamma era morta! E Riguccio tutto scorrucciato e
sulle spine, andava alla scuola sì, ma sempre alle solite. E Marta ci
soffriva, e sospirava con lui confortandolo amorevolmente a sperare,
che un qualche rimedio prima o poi sarebbe venuto; e finalmente
fattasi animo, lo prese un giorno con sè, e andò a incontrar Romolo,
che tornava dal mulino, lì presso al cimitero di Fiesole, dov'era
sepolta anche la sua povera mamma. Lo fermò, e gli disse di volergli
chiedere una grazia; una grazia che quella sventurata che giaceva colà
sotto terra gli volea chiedere prima di morire; ma Dio non le lasciò
tempo; ed ella pigliava ora le sue parti, e lo pregava in nome di lei
a voler liberare Riguccio dalle parole latine, e mandarlo da maestro
Michelangiolo a Firenze a studiare scultura, che tanto e po' tanto
Riguccio inclinava a quell'arte: e piangeva accennando le sepolture,
e Riguccio stava col viso nascosto nel guarnellino della sorella.
Romolo in sulle prime non volea neppure stare a sentir que' discorsi;
ma le lacrime e le parole di Marta, che avrebbero intenerito un cuore
più duro del suo, tanto poterono che Romolo si strinse nelle spalle,
e per levarsi, com'e' diceva, quella seccatura di torno: Va', disse
a Marta, va' pure a Firenze, a condurre questo monello a imparare lo
scalpellino. E in quel dire adocchiò un suo compagnone, gli fe' cenno
ponendo il pollice della destra sulle labbra con la mano e il gomito
sollevato, e diè di volta verso la bettola. Marta lo ringraziò in
nome del Cielo e di sua madre, e un po' tra 'l dolce e l'amaro, prese
per mano Riguccio tutto ringalluzzato, e tornò a casa. Quivi si ajutò
presto presto a rassettare alla meglio tutte le briccicòle di Riguccio
per mandarlo un po' ravviatino a Firenze. «Ma intanto, gli diceva, come
farai tu, piccino mio, a scendere ogni mattina a Firenze, e di Firenze
risalir quassù ogni sera? Le tue gambucce ti porteranno? — «Eh! perchè
no? Dovessi andare anche a finimondo, rispondeva quell'innocente,
v'andrei come fanno le rondini, purché potessi imparare una volta a
fare un po' un viso di Madonna a me' modo.» — «E solo solo?... Io non
ti potrò accompagnare....» — «Oh! non aver paura! E poi vi son tanti
scalpellini e sbozzatori quassù, che vanno ogni giorno a Firenze!» —
«È vero, hai ragione. Pregherò il Gori che ci abbia un occhio. — «Sì,
sì, il mio compare. Gli voglio tanto bene, ed egli ne vuol tanto a me,
che lo farà volentieri.» — «E il tuo desinaruccio, non te lo potrò più
fare io con le mie mani, e resterò sola....» — «Tu mi farai la cena
e la colazione, e staremo insieme la sera, e le domeniche; e io ti
racconterò allora tante cose....» — «Bene via, domani è domenica; la
bottega sta chiusa; sì.... domani anderemo a Firenze.... Ma.... e da
chi anderemo, noi poveretti, ora che ci penso su con più fondamento?
Dove troveremo uno che ci accompagni, che ci presenti a Michelangiolo?
Io, meschina me! come potrei fare a parlare ad un uomo tanto famoso?
E poi, mi ascolterebbe?... Oh! aspetta, aspetta! quel Gelasio, quel
cugino della povera mamma, quello che sta sempre laggiù a Firenze,
in quella casa grande grande.... egli, egli mi farà questa carità,
ne son certa. E' mi pare un buon uomo; quando v'andavo con la povera
mamma che gli faceva sempre un regaluccio di castagne e di fior di
farina, e' ci faceva pure il buon viso! Se ne ricorderà di noi. Sì, sì,
anderemo da lui.» — Così per la coraggiosa Marta non v'erano ostacoli,
e si figurava che tutto sarebbe andato benone. Ma poveretta! Ella era
stata, sì, qualche volta a Firenze con sua madre buon'anima; ma non
potea sapere quanto fosse difficile a una fanciulla timida e inesperta
come lei, senza conoscenze di Fiorentini, in quei tempi indiavolati,
col solo ajuto di quel Gelasio, che sarà stato forse un povero
fante, aggirarsi in quella gran voragine, parlare a Michelangiolo; a
quell'uomo straordinario, concludere un affare di quella sorta, per
un ragazzo di sì tenera età. Ma tentar non è mai male, e a chi nulla
tenta, nulla riesce.