La vera beneficenza.
Carlo usciva dall'ospizio dei poveri industriosi con l'animo
migliorato dall'esempio della loro virtù, e il cuore intenerito
dalla dolcezza dei loro sentimenti. La superiorità che essi avevano
naturalmente acquistata sopra di lui invece di abbassarlo nell'opinione
di se stesso, lo aveva liberato dai folli pregiudizi dei giovani
vanagloriosi, e fattogli conoscere che la vera nobiltà dell'uomo
consiste nella illibatezza dei costumi e nel sapere. In mezzo alla
gioia del dover rivedere tra poco suo padre, e del sentirsi degno
di perdono e d'amore, gli doleva non solamente di essersi dovuto
separare a un tratto da Diego, ma anche di aver lasciati gli altri
buoni compagni, e quelle mura testimoni del suo ravvedimento e gli
arnesi del suo mestiero onorato, e l'umile strapunto sul quale aveva
dormito tanti sonni tranquilli. Avrebbe voluto tornare ad abbracciar
Diego, perchè gli pareva di averlo lasciato troppo freddamente; per
due o tre volte rivolse lo sguardo alla porta dell'Ospizio, e sospirò
pensando che tante anime amorevoli e virtuose, tante menti svegliate
vi fossero quasi che imprigionate sotto un duro governo; ma poi si
rammentò che quei giovanetti erano rassegnati e contenti della loro
sorte, che sapevano condursi in modo da non aver a temere la più severa
disciplina, che non conoscevano cosa fosse la invidia; e che egli v'era
entrato con la fronte bassa e il volto coperto di rossore, ed ora ne
usciva pieno di fiducia in se stesso, e con la coscienza tranquilla.
Tanto egli era occupato da questi pensieri che solamente quando fu
presso il portone del palazzo di suo padre, e in mezzo allo splendore
del gran lampione che ne illuminava l'atrio, vide luccicare la piastra
d'ottone che aveva sul petto e s'accorse che era sempre vestito
dell'uniforme dei poveri. Il segretario di suo padre, la persona che
era andata a pigliarlo, ne lo aveva avvertito prima che lasciasse
l'Ospizio; ma egli impaziente di volare ai piedi del genitore, non
gli aveva potuto dar retta, nè trattenersi un istante per mutarsi
le vesti. Quando erano per salire le scale del palazzo preceduti dai
servi con le torce accese, cosa che fe' venire sulle labbra di Carlo
un sorriso di compatimento a quel fasto ridicolo, il segretario gli
ripetè: «Vostra Eccellenza vuol presentarsi in quest'abito?...» Carlo
dolcemente lo interruppe, dicendo: «Quando mio padre saprà quanta
virtù ho conosciuta sotto queste vesti, non si offenderà di vedermele
indosso.» — «Ne sono persuaso, Eccellenza; ma se le poteva mutare. Io
avevo fatto già ritrovare le sue all'Ospizio.... Non vorrei che Don
Alonzo mi rimproverasse.» — «Ma egli ha mandato a ripigliar me, e non
le mie vesti;» e così dicendo, faceva in due salti gli ultimi quattro
gradini della scala di marmo.
Appena entrato nella sala, vide spalancarsi la porta di una stanza, ed
apparire sulla soglia suo padre; suo padre che lo aspettava a braccia
aperte e con la gioia dipinta sul volto. Carlo non badò che fossero
presenti il segretario ed i servi; ma subito corse a buttarsegli ai
piedi, esclamando:«Perdono!» — «Sì, figlio mio, ti ho già perdonato.
La tua buona condotta nell'Ospizio ti rende meritevole di tutto l'amor
mio. Alzati: dammi un bacio....»
Le lacrime del vecchio e del giovinetto si unirono insieme: e dopo un
lungo sfogo di tenerezza, Don Alonzo esclamò sospirando: «Perchè non è
ella viva tua madre? Povera Cristina! Sarebbe questa la più bella ora
della sua vita!» Carlo a tali parole si sentì commovere più che mai;
e più vivamente gustò la consolazione di avere riacquistato l'affetto
di un padre. Quando furono rimasti soli, Don Alonzo appoggiato alle
spalle di Carlo andò a porsi a sedere, e si tenne il figliuolo fra le
braccia con lo stesso giubbilo col quale era solito accarezzarlo da
piccino. Lo guardava fissamente, e vie più se ne compiaceva scorgendo
nell'espressione dei suoi lineamenti la contentezza di una coscienza
pura, la verecondia dell'età, e le sembianze venerate e care della
estinta sua sposa. «Dopo tre anni di separazione, diceva egli, dopo
aver tanto sofferto per te....» (a queste parole Carlo si sentì
stringere il cuore, e chinò il volto pieno di rossore) «dopo aver
corso tanti rischi ne' miei gravi uffici, il ritrovarti meritevole
di tutto l'amore di un padre, è una consolazione sovrumana, figliuolo
mio! Godiamola tutta, non ci addoloriamo più del passato; cancelliamo
ogni memoria funesta. Sì, tu sei il mio Carlo. Oh! non saremo mai
più separati.» E così dicendo, fissava i suoi sguardi in un quadro di
Murillo[12] che rappresentava il _Figliuol prodigo_ della Scrittura.
— «Ma tu non sai, caro padre, disse Carlo, chi ti ha salvato il
figliuolo.» — «So tutto: e vedrai se io saprò esser grato al nostro
Diego.» — «Oh sì! toglilo, per pietà, toglilo dalla sua misera
condizione. Egli era nato per avere un padre come te.» — «E lo avrà.»
Carlo gli si buttò al collo, ricoprendolo di carezze.
«Impara, soggiunse Don Alonzo, impara, figlio mio, a rispettar
l'indigente che per nostra vergogna è tanto vilipeso tra noi. Vi sono
degli uomini inetti che non si degnan considerarlo come loro simile,
mentre essi non hanno meritato giammai un grado nella società. Non
valutano altro che le ricchezze e i titoli, perchè il debole intelletto
e lo stolto orgoglio non si solleva a idee generose. Tu hai avuto in
tempo una bella lezione, e spero che tu ne saprai approfittare per
sempre. Tu vedi intorno a te le ricchezze; ma ricordati continuamente
che a te non appartiene altro che la virtù e il talento di saperle
adoperare a vantaggio de' tuoi fratelli, e che la più bella compiacenza
dell'uomo facoltoso è quella di sentirsi degno della stima e dell'amore
di tutti.» Così quella sera fino a notte avanzata, la passarono in
dolce colloquio, fecero dei progetti per Diego, e non si saziarono di
stare insieme.
La sera dopo i parenti e gli amici di Don Alonzo andarono in buon
numero, e con tutto il fasto dei grandi di Spagna, a visitare
l'ambasciatore. Le stanze erano sontuosamente addobbate e illuminate.
Tutti si rallegravano coll'ambasciatore di rivederlo in patria, sano
e in prospera fortuna, per aver con molta riputazione, e con buon
esito compiute le gravi incombenze affidategli dallo Stato. Ma egli
ringraziandoli delle loro congratulazioni, andava ripetendo agli amici
più confidenti e più stimabili: «Or ora avete a rallegrarvi meco per
una fortuna di gran lunga superiore a queste.» Niuno di essi sapeva di
qual fortuna egli intendesse parlare, e stavano in molta aspettazione.
Quando egli, dopo essersi per alcun tempo separato dalla comitiva,
ritornò in mezzo ad essa, conducendo per mano Carlo e Diego col loro
abito dell'Ospizio, dicendo ad alta voce: «Ecco, io aveva perduto un
figliuolo, e ne ritrovo due: questi è il mio Carlo, e questi è Diego
suo amico;» e così dicendo li baciava e gli abbracciava ambedue. A tale
scena inaspettata molti cuori si intenerirono, e si alzò un applauso
generale di approvazione e di affetto per quel padre virtuoso e per
quei buoni giovinetti.
Vi fu non pertanto taluno al quale parve che quell'azione del vecchio
ambasciatore e quell'abito del suo figliuolo dovessero oscurare il
decoro della famiglia; ma costoro veramente erano di quei cotali
cortigiani abietti che giudicano della dignità e del valore di un
uomo dal numero dei servi e delle carrozze che ha, dai titoli della
famiglia, e massimamente dalla copia e dalla squisitezza delle vivande.
Tutti gli uomini di senno goderono di cuore con Don Alonzo della
sua felicità, e cercarono di far conoscenza con Diego. Don Alonzo,
presentandolo ad essi, narrava come la sua virtù gli avesse indirizzato
sulla via dell'onore il figliuolo, e Carlo stesso ne faceva risaltare
i meriti. Ma Diego col suo fare un po' rozzo, ma bello perchè sincero
ed energico, rispondeva che tutto era dipeso dalle buone disposizioni
e dal pentimento di Carlo; che egli non aveva fatto altro che volergli
un gran bene, giacchè il cuore di un orfano quando trova corrispondenza
ama davvero, ama costantemente.
Finita la conversazione, Diego voleva tornare all'Ospizio; ma era
tardi, e non gli sarebbe stato possibile entrarvi. Sicchè dovè restare
nella casa del suo amico.
«Forse ti dispiacerebbe, gli diceva Don Alonzo, di abitare con noi,
e non più nell'Ospizio? di abbandonare il tuo mestiero, onorato sì,
ma faticoso e misero, per istruirti nelle scienze e nelle arti, e per
coltivare con ogni mezzo il tuo ingegno? Ecco, tu sei infelice perchè
non hai una famiglia; e qui trovi un padre e un fratello. La tua
virtù, il servigio grandissimo che tu mi hai reso, aiutando Carlo a
perseverare nel suo proposito di correggersi, meritano una ricompensa
molto maggiore di quella che io ti offro. Sì, Diego, sì, figliuol mio:
Carlo ed io vogliamo oramai tenerti per nostro; tu porterai il nome
della mia famiglia, goderai insieme con Carlo delle mie ricchezze; io
avrò due sostegni, due difensori nella vecchiaia, e in questo modo mi
renderai un beneficio più grande di quello che io ti fo. Sarai sempre
compagno fedele del mio Carlo; ed io morrò con la consolazione di non
averlo lasciato solo.
«Il Direttore dell'Ospizio ti ha già accordato la libertà. Non manca
altro che il tuo consentimento. Rispondi, e seconda i miei desiderj
per accrescere la nostra fortuna.» Così dicendo egli teneva le sue
braccia sulle spalle di ambedue i giovinetti, e Carlo posando una
mano su quella del padre, stringeva con l'altra la destra di Diego,
e lo guardava fisso fisso, come per interpetrare i suoi pensieri
dall'espressione del volto. Ma Diego immerso a tal discorso in profonda
riflessione, teneva la testa chinata sui petto, non corrispondeva alle
strette di mano di Carlo, e vi furono alcuni minuti di silenzio prima
che proferisse queste parole: — «Che ho io fatto per poter accettare
le vostre offerte? Null'altro che il mio dovere. Tutti dobbiamo essere
buoni, ed aiutare il nostro simile, e chi lo fa, non ha bisogno di
premio; e poi il premio, v'è chi ce lo dà segretamente qua dentro. Ma
di qual servigio parliate, io non lo so. Carlo mi chiese amicizia; io
mi sentii disposto ad amarlo.... Tu, Carlo, rispondi a questo affetto,
e mi consoli tanto col chiamarmi fratello; voi mi volete esser padre;
che posso io desiderare di più? O perchè dovrei io abbandonare il mio
mestiero, lasciare il nome dei miei poveri genitori, che io non ho
conosciuti, ma sono sempre loro figliuolo; che io non vedo, ma so dove
sono sepolti e vo a piangere sulla terra che ne ricuopre le ossa? Non
potrete voi forse continuare ad amarmi nella mia condizione? Oh! io
sento per voi un affetto che non so dire, tanto egli è tenero e grande;
ma sono anche affezionato agli arnesi del mio mestiero, ai compagni
che ho lasciato nell'Ospizio, alle speranze che ho per la mia sorte
avvenire. Continua ad amarmi, sì Carlo; non potrei vivere senza questa
certezza; e voi, Don Alonzo, continuate a chiamarmi figliuolo, perchè
alleggerite così l'afflizione di un orfano; ma lasciatemi nella mia
condizione oscura e tranquilla. Queste grandezze, lo sento, non sono
fatte per me. Finchè avrò salute e voglia di lavorare, avrò tanto che
basti per soddisfare a' miei bisogni. Tra un anno il mio principale mi
passa _lavorante_; esco dall'Ospizio se voglio, sono liberissimo di me
stesso. Non potrei rinunziare a questa speranza, tradire così i miei
compagni e gli obblighi che ho contratto nel mio mestiero. Oh! se non
mi fossi già incamminato in una professione, potrei chiedervi consiglio
ed aiuto; ma or ora sono lavorante, ed ho in mano un'arte che può fare
dei passi, e darmi un pane discreto e una buona riputazione.»
Carlo rimase maravigliato a questo discorso. Don Alonzo ne riconobbe
la saviezza, ed esaminando con più attenzione i tratti di Diego,
si accôrse che egli doveva avere una di quelle anime elevate che si
congiungono al vero merito, si accorse che il volerlo porre nel grado
suo non era un farlo salire ma piuttosto un farlo scendere, giacchè
errano molto coloro i quali si argomentano di sollevare a maggiore
stato gli uomini ponendoli in mezzo alle pompe o fregiandoli di titoli.
Il proprio merito è la vera, la sola dignità che possa mettere l'uomo
al di sopra degli altri. Sicchè Don Alonzo rispose tosto:
«Così parla un bravo Spagnolo: Diego, tu sei il mio amico. Fa' dal
canto tuo quello che giudichi meglio. Io so cosa apparterrà di fare a
me.»
Carlo che aveva poca esperienza degli uomini, ed era tanto persuaso
che Diego avrebbe accolto l'occasione di mutare stato, non potè subito
indovinare quel che passava per la mente di suo padre, e ne rimase
mortificato. Non volle insistere, perchè sapeva quanto Don Alonzo fosse
fermo nei suoi proponimenti, e perchè vide ritornare sul volto di Diego
la serenità d'un animo contento.
Pur diceva tra sè: «Io non capisco come un meschino artigiano possa
ricusare la fortuna di diventare a un tratto ricco signore.» E infatti
a molti altri giovanetti abituati a vivere signorilmente, e che non
hanno avuto mai occasione di conoscere la condizione di un artigiano
onesto e capace, potrebbe questa parere una cosa strana.
Ma siccome Carlo aveva già goduto delle dolci soddisfazioni della
vita operosa, così non indugiò molto ad accorgersi che Diego poteva
ragionevolmente preferirla a qualunque altra. Infatti non avendo più
da darsi tanto moto nella giornata, cominciò a dormire sonni meno
profondi, e le morbide materasse del suo letto parato gli facevano
spesso desiderare lo strapunto dell'Ospizio.
Benchè avesse già preso ad occuparsi di qualche studio con ordine
e buona volontà, pure talvolta una certa malinconia lo tormentava.
E riuscivagli gravoso il dovere stare in sussiego alla presenza dei
grandi che incontrava, l'udire le adulazioni dei servi o dei protetti
di suo padre, l'essere trattato per tutto con complimenti affettati, il
doversi sottoporre spesso a noiose cerimonie.
Sapeva bene egli accordare il dovuto rispetto a ciascuno, e si studiava
di seguire le buone regole della civiltà; ma queste non bastavano
con i grandi, avvezzi a cerimonie ampollose e stucchevoli; ed egli,
semplice e schietto, si nauseava di tutti quei modi artificiosi. —
Diego intanto, ritornato nell'ospizio, fra' suoi compagni, al suo
telaio, continuava a vivere tranquillamente, e non si era pentito del
suo rifiuto.
Carlo andava spesso a visitarlo tanto nell'Ospizio che a bottega;
e quivi ritrovava tutta la ingenua letizia, si godeva la dolce
domestichezza degli onesti artigiani, la loro sincera affezione, la
semplicità e la franchezza delle loro maniere.
Diego poi qualche volta visitava Don Alonzo, e in specie le domeniche
si tratteneva con Carlo a continuare il suo studio dei principj di
geometria. Questi in poco tempo, aiutato da un maestro, riacquistò
le cognizioni dimenticate in quella scienza, e così poteva ripeterle
a Diego che vi aveva presa una passione grandissima. Una volta Don
Alonzo assisteva a una di queste lezioni. Arrivati a mezzo, nasce una
difficoltà; e Carlo non sa più andare avanti.
Diego, quasichè non accortosi del suo imbarazzo, pare immerso in
profonda meditazione.
Don Alonzo, come uomo molto istruito, avrebbe saputo levare la
difficoltà, quantunque non fosse delle più leggiere; ma accortosi che
l'ingegno di Diego tentava di superarla con le proprie forze, fe'
cenno a Carlo di tacere, e aspettò. Infatti Diego non tardò a far
conoscere sorridendo che aveva trovato la soluzione del problema,
e si pose ad aiutare Carlo ad intenderlo. Lo scolaro era divenuto
maestro. Così fu d'allora in poi; e allorchè Don Alonzo, che teneva
dietro con gran premura ai progressi di Diego, propose lo studio della
meccanica, allora sì che l'ingegno dell'orfano si manifestò veramente
straordinario.
Appena conosciuto l'effetto e le proprietà delle macchine elementari,
Diego seppe intendere l'artifizio delle più complicate, immaginarne
delle nuove e applicarle ai lavori del suo mestiere.
Bisognava proprio dire che la natura lo avesse fatto nascere per i
progressi di quella manifattura. Intanto Don Alonzo, unitamente al
principale di Diego, provvedeva in segreto ai modi adattati a coltivare
un ingegno che poteva riuscire utilissimo al suo paese.
Era già trascorso un anno, e Diego doveva passar lavorante. Nel
medesimo giorno nel quale un anno fa il garzoncello preferiva
alle ricchezze e ai piaceri di una vita signorile la speranza di
esser fatto lavorante, Don Alonzo e Carlo andarono a trovarlo nel
lanificio, e insieme col suo principale lo condussero fuori. Arrivati
in una delle primarie strade di Madrid, si fermarono di faccia ad un
edifizio costruito di nuovo, e che aveva l'aspetto di una fabbrica
per la manifattura della lana. Don Alonzo cavò fuori le chiavi dello
stabile, e vi introdusse la comitiva. Era esso spazioso, elegante
senza fasto, corredato di tutti gli arnesi della manifattura i più
perfezionati, come telai, incannatoi, cardi ec., e provveduto di tutti
i comodi immaginabili. V'era un vasto magazzino ripieno delle lane
più pregiate che dar potessero i merini di Spagna; una buona quantità
di acque sorgenti, un vasto cortile, un comodo scrittoio. Dopo aver
tutto visitato minutamente, e riconosciuti i pregi di quella officina,
formata come per incanto, Don Alonzo disse: «Questo è un bel corpo,
come vedete: ma gli manca l'anima.»
Tutti guardarono Diego; e Carlo che aveva già indovinato il pensiero
del padre, correndo all'amico e abbracciandolo, esclamò: «Eccola qui,
eccola qui l'anima che ci vuole.» — «Così è, Diego mio, soggiunse Don
Alonzo; oggi il tuo principale ti fa lavorante, e sei libero di te.
Ecco la tua officina, egli ti sarà compagno ed aiuto; scegli fra i tuoi
amici dell'Ospizio i lavoranti e i garzoni dei quali avrai bisogno per
la tua manifattura. Carlo sarà il tuo ministro, il tuo segretario: io
ho già messo a tua disposizione una somma che ti servirà di capitale; e
tutti i miei greggi di merini son tuoi. Ecco qui un contratto col quale
sei dichiarato perpetuamente possessore dell'edifizio, delle macchine,
dei merini e del capitale.
«Prendine il possesso, lavora e prospera. Spero che oggi non mi
risponderai come un anno fa.» — «No, uomo generoso, riprese egli
baciandogli la mano con un trasporto di riconoscenza, io non ricuso
i vostri benefizi; avete secondato la mia inclinazione; saprò
approfittarmi degli aiuti che mi porgete, ma permettete che io gli
accetti come imprestito, e non come dono. Questo edifizio, questi
oggetti, il capitale, ogni cosa sia vostra per ora; io voglio
acquistare tutto ciò coi miei guadagni. E se un giorno potrò dire,
come spero, che tutto è frutto dei miei sudori, allora il vostro sarà
vero benefizio, allora io mi compiacerò d'averlo meritato. Se non mi
accordaste questa grazia, io sarei costretto a ricusare di nuovo le
vostre offerte generose.» — «Ebbene, rispose Don Alonzo, sia fatto come
tu vuoi. Io ti ammiro sempre più, e non mi vergogno a confessare che
sei più savio di me. Rispetto l'indipendenza dell'ingegno, e convengo
che è meglio che tu ti adoperi con le tue proprie forze a venire
in miglior condizione. Hai ragione, i ricchi non debbono donare, ma
somministrare al povero i modi perchè lavori, e così acquisti prospero
stato con la propria industria. È vero tuttavia che io non aveva
intenzione di soverchiarti, ma solamente mi muoveva ad operare così
il molto desiderio che ho di farti conoscere la mia gratitudine, e di
rendere giustizia alla tua virtù.» — «E a me parrebbe di essere troppo
ingrato se non riconoscessi queste buone intenzioni. Perdonatemi: io mi
son sentito costretto a parlare in quel modo da un interno sentimento
che non saprei come spiegare.» Tanto Don Alonzo che il principale
convennero di nuovo che Diego aveva ragione, e che andava lasciato
libero di fare in quella maniera.
Carlo non intese alla prima la ragionevolezza di quelle riflessioni;
trasportato con ardore dal suo affetto per Diego, avrebbe voluto dargli
tutto se stesso, avrebbe barattato condizione; ma poi si avvide che
appunto questo suo desiderio di trovarsi nella condizione di Diego
piuttosto che nella sua, veniva anche dal vederlo incamminato ad una
professione conforme alle sue inclinazioni e alla sua capacità, e dal
conoscerlo tanto pieno di saviezza per sapersi regolare nelle diverse
occorrenze. Voleva esser Diego, perchè Diego ne' suoi diciotto anni era
già uomo fatto per abilità e per senno.
Qui fermiamoci, e godiamo nell'immaginare come Carlo sapesse usar
bene della sua fortuna, e come Diego divenisse abilissimo e facoltoso
principale di fabbrica, e potesse adoperare l'ingegno per il bene della
patria.