Il buon esempio.
Nel dormentorio dei ragazzi di un ospizio dei poveri in Madrid, non era
suonata ancora la campanella che dà il cenno d'andare a letto. Quella
sera faceva un gran freddo, ed era stato concesso lo scaldarsi. Intorno
ad ogni caldano era un crocchio, dove più dove meno animato da vari
colloqui.
Tutti questi ragazzi, per la maggior parte garzoni d'artigiani e
di mestieranti, si raccontavano i fatti loro: parlavano delle loro
speranze ed erano generalmente ilari, perchè il riposo dopo una
giornata di lavoro mette allegria ed ispira buoni sentimenti. In una
sola di quelle conversazioni, separata dalle altre con un tramezzo di
tela, v'era meno contentezza, quantunque vi fosse maggiore strepito.
La componevano cinque o sei sciagurati giovinetti di nascita
benestanti, rinchiusi nell'ospizio perchè pei loro mali portamenti
s'erano resi indegni d'abitare nelle proprie case; e venivano quivi
custoditi come in luogo di correzione. Ma o che non volessero pigliare
esempio da quei miserelli operosi, docili e rassegnati alla loro
condizione, o che non fossevi nell'ospizio chi si curasse di loro, se
non una specie di bestiale aguzzino per tenerli a dovere; essi invece
di ravvedersi pel gastigo, persistevano nel mal pensare e nel peggio
operare. Non ci tratteniamo da loro; poichè vi sarebbe il rischio
di udire stolti o disonesti ragionamenti. Ritorniamo tra i buoni
ragazzetti, e facciamo conoscenza con uno di essi.
Si chiama Diego; ha quindici anni, e fa il battilano. La sua fisonomia
è bella e civile, ed ha una bontà di carattere e di costumi veramente
esemplare: tutti i suoi compagni lo amano e lo rispettano. Se tra loro
accadesse qualche sconcerto, egli trova subito il rimedio; toglie
di mezzo le dispute, corregge amorevolmente chi ha torto, modera il
risentimento di chi ha ragione. La sera poi, dopo tornato dal lavoro,
si mette lì con un libro in mano, e un po' per uno istruisce alla
meglio quelli dei suoi compagni che non sanno leggere.
Mentre egli faceva, secondo il solito, questa buona azione, ecco
a un tratto spalancarsi la porta, ed entrare un giovinetto ben
vestito. Dietro a lui è l'aguzzino, il quale esclama ad alta voce,
e con aria di villana ironia: «A lei, signor Contino, questa è la
sua camera, e ci troverà dei garbati compagni.» A tali parole, il
volto di quel giovinetto diventò a un tratto di mille colori, gli
tremarono le gambe, e calde lacrime gli scesero lungo le gote. I
ragazzi sospesero i loro colloqui, restarono per un momento in gran
silenzio, e nei loro cuori si svegliò subito molta compassione per
lui. Ma i cattivi soggetti della stanza di correzione, fattisi avanti
con molta curiosità, e conosciutolo da lontano, gli corsero subito
incontro, dicendo: «Come, come! il nostro Carlo! — Ci sei venuto anche
tu! — Ma che hai? — Non piangere. — Che fanciullaggini sono queste?
— Vieni, vieni, sarai de' nostri....» Egli dando loro un'occhiata
severa, e facendo un passo indietro, esclamò con voce risoluta: «No!
io non sarò più dei vostri!... lasciatemi;» e perchè forse non poteva
più reggersi per la fortissima commozione, si buttò sul letticciuolo
che gli era più vicino. I compagni, sconcertati da quella mossa, si
ritirarono ristringendosi nelle spalle; l'aguzzino intimò d'andare a
letto; e i ragazzi guardandosi tutti con aria di maraviglia, andarono
a spogliarsi. Il letticciuolo, sul quale Carlo s'era buttato quasi
fuori di sè, era appunto quello di Diego. L'aguzzino, dopo aver tolti
i caldani e invigilati i discoli, voleva menar Carlo tra loro. Diego,
con buon garbo, gli disse: «Lasciatevelo stare, povero ragazzo, se gli
fa piacere di rimaner lì; tanto a me non importa d'andare a letto. Per
questa notte posso dormire sedendo qui accanto.» — «Che cosa c'entri
tu, ora, a fare il saccente? Bella pietà per un monello!» — «Non
lo vedete, che è ancora mezzo svenuto? E poi laggiù con loro non ci
starebbe volentieri.» — «Ebbene, vacci tu nel suo posto.» — «O questo
poi no! la loro compagnia non piace neanche a me.» — «E che vuoi tu
fare costì?» — «Se egli avesse bisogno di qualche cosa...» — «Finisci
di sdottorare; non ci son io a badarci?» — «Ma voi non potreste
sentire.» — «Perchè?» — «Perchè ve la dormite nella grossa...» —
«Temerario! vorresti forse tacciarmi di non saper fare il mio dovere?»
— E offeso della sincerità di Diego, quell'uomo brutale, e in quella
sera, come spesso accadeva, con la testa alterata dal vino, cominciò a
nerbarlo senza discrezione.
Il povero Diego, per non far peggio, si chetò, e andò a rannicchiarsi
accosto al suo letto. Intanto un mormorio di biasimo si fece sentire
per tutto. Allora l'aguzzino, accortosi forse di aver ecceduto nella
collera, lasciando star Diego che non rifiatava, andò nel mezzo del
dormentorio e agitando in aria il nerbo, disse con dispetto: «Così si
fa ai temerari: e guai a chi parlerà!»
Dopo pochi minuti venne il superiore dell'ospizio a far la ronda
consueta. L'aguzzino gli fece il rapporto di Carlo, ma senza parlare di
Diego. Questi uscito allora dal suo ricovero seppe con sì buona maniera
far conoscere al superiore lo stato di Carlo, la repugnanza che aveva
mostrato a stare coi discoli, e il proprio desiderio di cedergli il
letto per quella notte e stare a custodirlo che il superiore, umana
persona e amorevole verso Diego, che era stato sempre irreprensibile,
gli accordò ogni cosa, e ne lodò anche il buon cuore. L'aguzzino stesso
fu compunto dalla generosità di Diego, mentre s'aspettava, tremando,
un'accusa della commessa imprudenza.
Ora vediamo un po' chi era mai questo Carlo. Nato in una delle famiglie
dei così detti Grandi del Regno, in mezzo alle ricchezze e a tutti i
comodi e i piaceri della vita, allevato fra le mollezze, adorato dai
genitori, che non avevano altri figliuoli che lui, ebbe la disgrazia di
perdere la madre quando era sempre nell'età dell'infanzia. Oh! quella
di non avere più madre è tra le più grandi sventure dei figliuoli.
Chi può mai porgere ad essi le preziose cure materne? Chi ben conosce
l'indole, i bisogni, le inclinazioni di un fanciullo, se non colei che
gli ha data la vita, che lo ha educato, assistito fin dalla culla?
Ah! ben diceva un grand'uomo: _La madre è una seconda Provvidenza._
A Carlo restava un padre amoroso, e che sarebbe stato capacissimo di
fare le veci di lei. Ma costretto a star lungo tempo lontano dalla
patria, a motivo della sua carica di ambasciatore, credè provvedere
convenientemente all'educazione e all'istruzione del figliuolo
collocandolo con ogni maniera di raccomandazioni in un collegio che
passava per buono. Ivi, sia che mancassero allora direttori capaci
e maestri abili, o che il fanciullo fosse di natura sua disposto a
imitare piuttosto i cattivi che i buoni esempi, fatto sta che presto
perdette ogni buona qualità, divenne vizioso, nemico dello studio,
insubordinato, incorreggibile, e commise alla fine tanti falli, che fu
cacciato dal collegio. Il padre afflitto per questa cattiva riuscita
del figliuolo, e d'altra parte sempre costretto a star lontano da lui,
pensò di affidarlo ad un onesto e sapiente precettore. Questi presolo
ad amare e custodire come proprio figliuolo, avrebbe saputo adoperare
ogni mezzo per ridurlo buono. Ma i mali abiti presi da Carlo in
collegio lo avevano tanto e poi tanto sciupato, che pareva non esservi
più rimedio nè speranza di farne, se non un bravo, almeno un onesto
giovinetto. Certi compagni della stessa razza, alcuni dei quali erano
stati suoi camerati in collegio, altri gli aveva imparati a conoscere
fuori, trovarono insieme con lui il modo di deludere la scrupolosa
vigilanza del precettore, e si diedero a commettere ogni sorta di
azioni contrarie al decoro delle famiglie e alla buona riputazione.
Sapute queste cose il padre di Carlo ordinò addirittura che questo
figlio ingrato fosse posto in un luogo di correzione, dove potesse
restarne umiliato l'orgoglio, e piegata la volontà, se non agli
studi, almeno all'esercizio d'un'arte o d'un mestiere. Scrisse che
non voleva oramai considerarlo più come figliuolo, fino a che non
avesse affatto mutato condotta. In conseguenza di questo severo
comando, Carlo fu fatto chiamare da un magistrato di Polizia. Questi
dopo avergli fatta conoscere la gravezza delle sue colpe, e come non
correggendosi avrebbe potuto ridursi a peggior partito, gli palesò
la volontà paterna, e lo confortò a sottoporvisi per suo bene. Il
giovinetto a questa notizia diede nelle furie; ma raffrenato presto
dall'autorità della persona che gli parlava, cominciò a riconoscere i
propri falli ed a pentirsene; ma troppo tardi. Allo sdegno successe
la vergogna, il pianto, la preghiera. «Non è in mio potere,» gli
rispondeva il magistrato, «di fare altrimenti in questo punto. Vi siete
reso immeritevole dell'indulgenza di vostro padre. Dovete sopportare un
gastigo; il mondo è rigoroso, non lo nego; la vita che dovrete menare
nell'ospizio per voi assuefatto alla insubordinazione, ai divertimenti,
all'ozio, sarà un po' dura; ma quanto più sollecitamente ripiglierete
il sentiero della virtù, tanto più presto vi sarà restituita la stima e
l'affetto del padre, la riputazione altrui e quella libertà della quale
avete abusato.» Accortosi Carlo che quella non era più una semplice
minaccia, e che per forza o per amore bisognava obbedire, prese la sua
risoluzione, e si sottopose alla meritata pena, lasciandosi condurre
nell'ospizio, e proponendosi in cuor suo di correggersi davvero.
Infatti quel ricusare di far lega nell'ospizio coi cattivi compagni non
corretti, fece vedere che il proposito era fermo, e che non era ancora
spento in lui il sentimento dell'onore. E ci voleva, io non lo nego,
un po' di coraggio a perseverarvi anche dopo aver visto il locale e
conosciuti i mali trattamenti che vi si usavano. Che se consideriamo
che prima Carlo abitava uno dei più bei palazzi di Madrid, era servito
di tutto punto, aveva carrozze e cavalli al suo comando, soleva
frequentare (quantunque non vi fosse troppo bene accolto) le case dove
gli oziosi si studiano di scacciare la noia coi balli ed i giuochi; e
ora si ritrovava in quel ricovero di poveri ragazzi, in un dormentorio
piuttosto sudicio e nauseante, sopra un meschino letticciuolo senza
materassa e con biancheria ordinaria; e sottoposto non solamente al
superiore del luogo, ma ancora a quel brutale aguzzino; e che questo
gran rovescio di medaglia era avvenuto da un momento all'altro;
bisognerà convenire, che il suo animo doveva essere oppresso da
straordinario travaglio. Almeno avess'egli potuto buttarsi a' piedi di
un padre ed implorare perdono, o meno severa punizione; ricorrere alla
pietà di una madre, cercare i conforti e gli aiuti di un amico! Ma no!
Il padre era lontano, sdegnato; la madre gli era morta fino da quando
era piccino; amici..... oh! ne aveva molti, ma di nome soltanto, ma di
quelli che sono anzi indegni del venerato e carissimo nome di amici; di
quelli che si accordano a fare il male invece di consigliare il bene, e
fanno la corte a chi gli accoglie finchè pare felice; lo scherniscono
e lo fuggono quando si propone di essere virtuoso; lo abbandonano
allorchè diventa infelice. Ma Diego che non gli era amico, anzi non lo
aveva mai conosciuto, e che a vederlo in quel luogo doveva giudicarlo
colpevole, pure pensando solamente che era infelice, ebbe compassione
di lui, e sopportò anche di essere maltrattato per assisterlo. Chi
lo avesse detto un giorno a Carlo, orgoglioso nel suo palazzo, che
si sarebbe trovato ad aver bisogno della protezione di un povero
orfanello!
Già gli altri dormivano, e Diego si provava a richiamare alla mente
la fisonomia di Carlo vista alla sfuggita, ma sembratagli molto
espressiva. Infatti Carlo aveva un bel volto, occhi neri e vivaci,
ed una capigliatura folta ed inanellata; il colorito di salute, e
svelta la persona. Quando questi, sollevandosi sulla sponda del letto
dalla parte di Diego, gli prese una mano, e gliela strinse. Diego,
alzandosi, gli domandò subito se aveva bisogno di qualche cosa; ed
egli, con voce sommessa: «Vieni sul tuo letto; io anderò sul mio se tu
m'insegni dov'è. Grazie della garbatezza che m'hai usata. Dimmi il tuo
nome perchè io possa benedirlo come il nome di un mio benefattore.»
— «Sentite, sarà meglio che seguitiate a stare costì; io v'aiuterò a
spogliarvi perchè possiate dormire con più comodo. Le lenzuola son di
bucato: un po' grosse, ma pulite.» — «No, no, questo sarebbe troppo»
rispose Carlo, e voleva scendere dal letto: ma le forze gli mancavano.
«Lo vedete, è meglio che proseguiate a starvi. Tanto io ci sono avvezzo
a dormire così.» — «Ma credi tu che io meriti questa tua compassione?
Non sai che sono un figliuolo colpevole.... scacciato dalla casa
paterna;... che fa orrore a me stesso la vita che ho menato fin qui?»
— «Ma se riconoscete di aver fatto male, vuol dire che adesso siete
pentito, e che cercate di correggervi. Sentite, io mi son messo qui
accanto a voi perchè non ho potuto fare a meno. Quando vi ho visto
venir qui con quell'aria tanto afflitta, e quando avete ricusato di
far lega con quelli là, mi son sentito intenerire; ho cominciato a
stimarvi... a volervi bene.» Carlo da queste parole inaspettate ebbe
tanto conforto, che ripreso coraggio e vigore gli buttò piangendo
le braccia al collo, e gli diede un bacio. «Dunque tu mi compatisci,
tu mi ami? Io non avrei sperato questa consolazione. È tanto, se tu
sapessi, è tanto tempo che tutti mi disprezzano! Mi ricordo che da
fanciullo quando io era buono, tutti mi accarezzavano, ed allora ero
felice. Da che incominciai ad essere cattivo non ebbi più l'amore di
nessuno... neanche quello del babbo! Ora... ora forse non sarò più in
tempo per ottenerlo... No! mi ha messo fuori di casa; io sarò infelice
e svergognato per sempre.» — «Non dite così; quando vostro padre saprà
che vi portate bene, dimenticherà il passato e tornerà ad amarvi; ne
sono sicuro. Dopo un castigo come questo, si fa celia? Io, vedete! io
sono infelice davvero e senza rimedio, perchè non ho babbo nè mamma,
e non gli ho neanche conosciuti: mi morirono quando io era piccino.
Tutti mi chiamano Diego, ma nessuno mi dice figliuolo, nè fratello.»
— «Dio mio! la tua disgrazia è grande davvero; ma tu sei innocente;
la tua coscienza non ti rimprovera come a me d'esserti reso indegno
d'averli i genitori. Mio padre mi scaccia da sè, mi toglie il nome di
figlio.» — «Ma c'è la speranza del perdono.» — «Se non fosse questa,
sicuro, non potrei vivere.» — «Dunque state tranquillo, riposatevi, e
se avrete bisogno di me, chiamatemi. Sono qui accanto.» E si rimetteva
a sedere, giacchè Carlo aveva lasciato la sua mano. «Se ho bisogno
di te?...» Soggiunse questi, «sì certo, tu sei il mio protettore; so
quanto hai già sofferto per me; veggo proprio che mi sei stato dato dal
Cielo per aiutarmi. Nella mia desolazione, in un luogo come questo, con
la vergogna che ho, mi era necessaria un'anima che avesse compassione
di me. Oh! se io fossi meno colpevole, mi arrischierei a chiamarti
amico; ma no!... no..., non sono ancora degno di avere un amico!»
— «Sentite, io posso essere buono a poco; ma farò tutto quello che
potrò per aiutarvi.» — «Aiutami, sì, aiutami a ritornare virtuoso; per
incoraggiarmi, dammi il nome di amico, amami come un tuo fratello; io
cercherò di meritarmi la tua amicizia e il tuo amore.» Diego non poteva
rispondere da quanto era intenerito; e a quelle parole si sentiva come
sollevare dalla sua misera condizione di orfano. Tante volte aveva
egli pianto in segreto pel dolore di non avere una creatura che lo
amasse quanto egli sentiva di poter amare! Gli affetti soavissimi di
figlio e di fratello che la natura pone in cuore a tutti, erano in lui
repressi, ma non distrutti; non gli aveva potuti gustare, ma era sempre
avido di gustarli; e ora questi affetti erano tutti compresi in quello
dell'amicizia che gli veniva offerta in sì commovente maniera.
Fino da quel momento adunque i due giovinetti si sentirono inclinati ad
amarsi come fratelli: e appena conosciuta dai compagni di Diego questa
amicizia, essi cominciarono a dimostrare per Carlo una parte di quella
stima che avevano per Diego. Senza di ciò, Carlo sarebbe stato da tutti
considerato come un di quei sciagurati della stanza di correzione; e
lo avrebbero sfuggito con ribrezzo. Egli poi ottenne licenza di non
dormire in quella camera; ma sì di avere il suo letto accanto a quello
di Diego.
Il giorno dopo gli convenne sottoporsi ad una umiliazione che
gli sarebbe costata molto, se non avesse già rassegnato l'animo a
dimenticarsi della vita passata. Fu chiamato in una stanza terrena e
gli fu detto di mettersi a sedere; e poi un perrucchiere gli recise
tutta la bellissima chioma che gli scendeva inanellata fino alle
spalle. Se due giorni prima il suo cameriere gliene avesse strappato
un capello nel pettinarlo, il vanaglorioso contino si sarebbe talmente
sdegnato da scacciarlo subito dalla sua presenza. Ora bisognava essere
rapato come gli altri. Dopo di che ebbe a spogliarsi dei suoi vestiti,
e mettersi la camicia di canapa, l'uniforme dell'ospizio, con le
mostre d'un altro colore e i bottoni di metallo, il berretto numerato,
e la piastra d'ottone da attaccarsi al petto. In ultimo gli fu detto
di scegliersi un mestiere. Egli domandò qual fosse quello esercitato
da Diego; e udendo che Diego faceva il tessitore di lana, scelse il
medesimo, pensando che così sarebbe stato continuamente con lui.
Fu condotto nel lanificio, e consegnato al maestro di quella officina.
Oh! quella officina era ben diversa dal suo elegante salotto di
studio. Figuratevi un lungo stanzone con 10 o 12 telaj che facevano un
continuo strepito, che unito a quello di varj incannatori e al brusìo
de' lavoranti assordava; e aggiungete il molestissimo odore della lana
unta, i motteggi di qualche ciarlone, che parevano lanciati contro di
lui, e la meschina figura di chi non è buono a far nulla. Per allora fu
fatto incannatore. A poco per volta il moto che si dovè dare, la vista
dei nuovi oggetti, il buon umore di quelli onesti manifattori, valsero
a distrarlo dalla sua malinconia. Ma il suo primo pensiero fu quello
di ricercare di Diego, il quale peraltro non v'era. Ne interrogò il suo
maestro, e questi gli fece sapere che quel buon giovine andava a tesser
fuori dell'Ospizio, perchè insieme con altri pochi aveva ottenuto
questo privilegio per la sua abilità nell'arte della lana. Se questa
notizia dovè piacergli da un lato, come conferma del buon carattere
del suo amico, lo contristò dall'altro, riflettendo che erano pochi i
momenti nei quali poteva stare insieme con lui. Invece dunque di trovar
Diego nel lanificio, ebbe la mortificazione di incontrarvi due o tre
di quelli della camera di correzione, incannatori come lui, rassegnati
a quella condizione, e in conseguenza svogliati, e spesso umiliati dai
rimproveri dei loro maestri, dagli strapazzi, dai castighi.
Carlo si sottoponeva volentieri ai più rozzi lavori del suo mestiero, e
cercava anche delle fatiche per lui troppo gravi, come se avesse voluto
con quel continuo affaccendarsi soggiogare l'orgoglio che di quando
in quando ricompariva a tentarlo. Ma per tramischiare a quelle facili
occupazioni qualche cosa di più soddisfacente per il suo spirito,
si pose poi ad ajutar Diego nell'insegnare a leggere, cominciò una
lezione di scritto a lui ed agli altri, e si proponeva poi di far loro
conoscere l'aritmetica, e qualche elemento di geometria. Quando poteva
si occupava con ardore appassionato a richiamare alla memoria certe
poche nozioni di meccanica che aveva acquistate nei tempi scorsi.
Questa nuova vita ei l'avrebbe chiamata felice, se il pensiero del
padre da lui offeso non l'avesse afflitto continuamente. La sua buona
condotta poi era premiata dall'amore di Diego e dalla benevolenza degli
altri che volentieri si familiarizzarono con lui.
Quindi mostrandosi ognora più umile e compunto, anche dal direttore
fu valutata la sua costanza nella virtù. E siccome ogni sabato sera
i lavoranti andavano nello scrittojo dell'ospizio e veniva loro
distribuita una certa sommerella di quattrini, la quale cresceva o
diminuiva secondo il maggiore o minore lavoro che avevano compito nella
settimana, così anche Carlo fu dopo qualche tempo ammesso a questa
distribuzione. I compagni se ne rallegrarono molto; e qualche volta
spontaneamente gli rendevano giustizia, e ne facevano elogio alla
presenza del superiore e di Diego. Oh quanto gli erano care quelle
lodi sincere dei poveri e virtuosi artigianelli! Che differenza tra
esse e la vile adulazione degli stolti che lo corteggiavano ai tempi
addietro! Ma sebbene Carlo avesse ripreso fiducia nella virtù, e si
sentisse ormai la coscienza tranquilla, pure quante volte pianse con
Diego il silenzio di suo padre! Egli aveva perfino incominciato a
temere che quel genitore giustamente sdegnato si fosse affatto scordato
di lui, e lo avesse abbandonato per sempre. Quand'ecco una sera, mentre
erano per andare a letto, Carlo, fuori di sè dalla gioja, corse da
Diego e gli disse: «Bisogna separarci per ora; stasera rivedrò mio
padre che è tornato, e mi ha perdonato; la mia gioja è indicibile;
una sola cosa mi dispiace: di non ti poter condurre meco; ma conoscerà
mio padre, conoscerà colui che gli ha salvato il figliuolo. Addio.» E
abbracciatisi teneramente i due amici si separarono; l'uno per correre
al seno di un padre non veduto da tre anni, l'altro per rimanere orfano
nell'ospizio dei poverelli. Diego non potè proferire alcuna parola;
ma tutto lieto della felicità dell'amico, si coricò sul meschino suo
letticciuolo accanto a quello abbandonato da lui. Per qualche ora non
potè addormentarsi. Con una soavissima compiacenza si figurava tutte
le consolazioni che in quella sera l'amico suo avrebbe gustate: il
perdono, il riacquistato affetto di un padre; la stima riottenuta da
tutti; il rivedere l'abitazione e le cose sue; il ritornare a godere
di una libertà di cui non avrebbe più abusato. In mezzo a questi dolci
pensieri gliene venne uno sinistro: Carlo, nella sua nuova vita si
ricorderà dell'orfano lasciato nell'Ospizio?... Ma presto lo scacciò
dalla mente: era tanto grande il loro affetto, s'era manifestata così
bella l'anima di Carlo, che Diego lo avrebbe troppo offeso dubitandone
per un solo istante.