XIV.

La rivoluzione del 1848. Il battaglione della Principessa.

Partenza della principessa da Napoli con 200 volontarii e festoso

arrivo a Milano. — Il podestà conte Gabrio Casati e gli articoli

politici della principessa sulla _Revue des Deux Mondes_. —

Carattere della rivoluzione del 1848. — Incontro della Belgiojoso

col poeta Mickievicz. — Lettera di lei a re Carlo Alberto. — Le

risposte del conte di Castagneto. — Stizze di Cesare Balbo. — Il

_Crociato_ e altre pubblicazioni politiche della Belgiojoso. — Il

Circolo _albertista_ della principessa in via Borgonuovo a Milano.

— Assistenze ai feriti.

Scoppia la rivoluzione del '48, — ed eccoci nel momento più clamoroso,

al _gesto_ più epico della principessa. Ella forma, d'improvviso,

una colonna di volontarii napoletani per combattere la guerra

dell'indipendenza. Lasciamo a lei descrivere la scena:

“Ero a Napoli, quando scoppiò la rivoluzione a Milano. Non potei

resistere al prepotente desiderio di raggiungere i miei concittadini:

presi a nolo un piroscafo che mi conducesse a Genova. Sparsasi

appena la voce della mia partenza, mi accorsi quanta e viva simpatia

avesse destata in Napoli la causa lombarda. Volontarii d'ogni ceto

vennero a supplicarmi che li volessi condurre con me in Lombardia.

Nelle quarantotto ore che precedettero la mia partenza, la mia casa

non fu mai vuota: diecimila napoletani volevano seguirmi; ma il

mio piroscafo non portava che dugento persone. Acconsentii quindi a

condurre dugento volontarii: la piccola colonna fu subito completa.

S'era visto raramente tutta una popolazione uscir sì d'improvviso

da un lungo riposo, spinta da un solo pensiero di guerra e di

devozione. Fra i volontarii che domandavano di seguirmi in Lombardia,

gli uni appartenevano alle primarie famiglie di Napoli: abbandonato

furtivamente il tetto paterno, vollero seguirmi, non portando con

sè che pochi carlini; gli altri, modesti impiegati, cambiavano senza

rammarico il posto che li faceva vivere, per la vita del campo. Alcuni

ufficiali si esponevano al castigo del disertore, per portare le armi

contro l'austriaco; alcuni padri di famiglia lasciavano mogli e figli;

e un giovane il cui matrimonio, lungo tempo atteso, doveva essere

celebrato il giorno dopo a quello della mia partenza, pospose i più

cari doveri al desiderio di difendere la patria.

“Non dimenticherò mai il momento della mia partenza. Il cielo era

mirabile. Dovevamo imbarcarci alle cinque della sera. Quando io arrivai

al piroscafo, il mare era coperto da leggere barchette accorse da ogni

parte per augurarci il buon viaggio. Fra i tanti navigli ancorati nel

porto, avresti distinto facilmente il nostro al balenìo delle armi che

coprivano tutta quanta la coperta. I miei volontarii m'attendevano.

Nei brevi istanti, occupati per gli ultimi preparativi, fummo ancora

assaliti da innumerabili domande: da tutte le barche che circondavano

il nostro piroscafo, s'innalzavano voci supplicanti per scongiurarci di

scrivere un nome di più sulla nostra lista già completa. Non potevamo,

disgraziatamente, che opporre iterati rifiuti a quelle istanze sì

incalzanti; e quando il nostro piroscafo si staccò dalla riva, un solo

grido uscì da centomila bocche; tutti ci lasciavano per addio queste

parole: _Noi vi seguiremo!_„

Era affatto nuovo il vedere una bella signora patrizia, sola, che,

a sue spese, armava e assoldava, per generoso patriottico impulso,

una colonna di militi e partiva con loro in alto mare, come un

Giasone femmineo seguìto dagli Argonauti, come una Giovanna d'Arco

marittima! Ella, donna, sola, ancor giovane, ancor bella, in mezzo a

tanti giovanotti, in una nave!... Non vi era là neppur l'ombra d'un

regolamento di disciplina. Non vi erano gradi, allora; tutti erano

eguali davanti alla dea fascinatrice, dinanzi al cielo, al mare. Essi

passavano i giorni, e talvolta le sere e le notti stellate, cantando le

canzoni natie. Il piroscafo portava un nome poetico: _Virgilio_.

“La traversata fu rapida (continua a raccontare la principessa nel

suo rilevante lavoro _L'Italie et la révolution italienne en 1848_,

pubblicato nella “Revue des Deux Mondes„ di quell'anno fortunoso e

sfortunato). “A Genova, trovammo accoglienza veramente cordiale.„ E da

Genova, la Belgiojoso passò co' suoi militi nella sospirata Milano....

Ma qui è meglio riportare le stesse parole francesi della principessa,

che sentiva allora più che mai scorrere nelle sue vene il sangue del

maresciallo Trivulzio:

“La population milanaise s'était préparée également à saluer notre

arrivée par des témoignages de sympathie auxquels le gouvernement

provisoire jugea prudent de s'associer. Mes deux cents volontaires

étaient, après les soldats piémontais, les premiers Italiens venus

en Lombardie pour prendre part à ce que l'on appelait alors la

_croisade_ et la _guerre sainte_. La présence à Milan du premier

corps de volontaires napolitains semblait garantir que la guerre

contre l'Autriche allait devenir une guerre italienne, au lieu d'être

une guerre lombardo-piémontaise. Les départs consécutifs de quatre

autres légions napolitaines vinrent bientôt ajouter au sentiment

de confiance que l'arrivée de ces premiers volontaires avait déjà

inspiré. Quelques-uns de nos gouvernants se refusèrent pourtant à le

partager. Appelée en quelque sorte à répondre du sort des jeunes gens

qui m'avaient suivie de Naples à Milan, je cherchai plus d'une fois à

appeler sur eux l'intérêt du gouvernement provisoire, et je me heurtai

trop souvent contre une mauvaise volonté qui ne se déguisait guère.

Il m'arriva, par exemple, de présenter mes volontaires napolitains

comme l'avant-garde d'une armée de cent mille hommes, composée de

toute la jeunesse italienne, qui n'hésiterait pas à accourir au

moindre appel. — Dieu nous garde, s'écriait-on, d'un pareil secours!

— Je jugeai inutile de prolonger la discussion. Pourtant ce sont des

volontaires napolitains qui ont concouru à la défense de Trévise et de

Vicence, et aujourd'hui encore Venise renferme dans ses murs attaqués

des défenseurs qui ont quitté pour la secourir les beaux rivages de

Sorrente et les gorges sauvages de la Calabre.

“Quand j'arrivai à Milan, les Autrichiens n'avaient quitté la ville

que depuis huit jours, et les barricades encombraient encore les rues.

C'était la première fois que je voyais les couleurs italiennes flotter

sur les murs de la capitale lombarde. J'éprouvais une joie profonde et

sans mélange. Tout m'annonçait que l'enthousiasme politique n'était pas

refroidi, mais tout aussi ne tarda pas à me prouver que la situation

du pays n'était pas comprise par ceux à qui était échue la difficile

mission de la dominer et de la diriger.„

Il battaglione della principessa Belgiojoso entrò in Milano per Porta

Romana verso le tre ore pomeridiane del 6 aprile 1848; entrò nello

stesso giorno che nel Duomo, parato a lutto e fregiato d'iscrizioni

d'Achille Mauri, era stato celebrato fra le lagrime del popolo un

ufficio funebre pei caduti delle Cinque giornate; solenne ufficio,

coll'intervento di tutte le autorità; funzione patriottica e popolare,

nella quale primeggiava un drappello della _Compagnia della Morte_,

comandata da Filippo Anfossi, fratello d'Augusto, eroicamente caduto

nella lotta memoranda. Giulio Carcano scrisse per quella cerimonia

il _Canto del popolo_ in omaggio ai _morti della patria_, musicato da

Stefano Ronchetti:

Per la Patria il sangue han dato,

Esclamando: Italia e Pio!

L'alme pure han rese a Dio,

Benedetti nel morir:

Hanno vinto e consumato

Il santissimo martir.

Di que' forti — per noi morti

Sacro è il grido, e non morrà.

Noi per essi alfin redenti

Salutiamo i dì novelli:

Sovra il sangue de' fratelli

Noi giuriamo libertà!

E sul capo de' potenti

L'alto giuro tuonerà.

Di que' forti — per noi morti

Sacro è il grido, e non morrà.

Il giornale _Il 22 marzo_ nello stesso giorno descrisse quell'ingresso

colle seguenti linee, nelle quali scorgo la penna dell'austero Carlo

Tenca, poi direttore del patriottico _Crepuscolo_:

“Le commozioni si succedono senza tregua. Dopo la funebre cerimonia,

ecco giungere in Milano, in sulle tre ore, la schiera de' volontari

calabresi (_così!_) condotta dalla principessa Belgiojoso. Entrò per

Porta Romana in ordinanza marziale, e sfilò accompagnata dalle nostre

guardie civiche sotto le finestre del palazzo del Marino. La schiera

è di circa 200: bella gioventù, ardente, già addestrata alle armi e

vestita di divisa militare italiana. Il popolo l'accompagnava festoso

per le vie, plaudiva all'ajuto fraterno, all'amor patrio, all'eroismo

che spirava dai volti di quella generosa legione. Sotto le finestre

del palazzo, salutò con clamorosi evviva il Governo Provvisorio:

esso rispose, per bocca del presidente Casati, parole di simpatia, di

fiducia e d'amore. Quel concorso d'Italiani, che dall'estremo confine

della Penisola portano il loro tributo alla causa comune, è augurio di

vicino scioglimento alla gran lotta; e il Casati l'annunziò sperando

che presto possa il paese, libero affatto e ricomposto, provvedere

ai proprii destini. Preluse all'italica unità, meta di tutt'i

desiderj, dicendo che il Sebeto e l'Olona ormai non irrigavano più

che una medesima terra. Il popolo accolse con giubilo questa solenne

espressione de' suoi voti, e, plaudendo, chiese di salutare l'intrepida

condottrice di quella schiera, che col coraggio del soldato e colla

carità della donna, si consacra alla santa impresa dell'emancipazione

della patria. Il saluto fu lungo e clamoroso, e la principessa si

ritrasse commossa senza poter proferire una parola. Il fremito durò a

lungo nella moltitudine tripudiante, prima che questa si sciogliesse;

e tutti partirono benedicendo a quella parola potente che armonizza tra

noi tutti i cuori e tutte le braccia.„

Un testimonio oculare mi descrive con eguale accento quell'accoglienza.

La principessa entrò in carrozza scoperta, a capo del suo battaglione:

in pugno stringeva una bandiera tricolore, e portava un cappello

piumato alla calabrese, come i suoi militi, i quali rispondevano

alle acclamazioni del popolo strappandosi dal cappello le penne e

distribuendole alle avide mani che s'alzavano per afferrarle in mezzo a

un delirio di gioja e fra le grida: _Viva l'Italia! Viva Pio IX!_

Ma il podestà, conte Gabrio Casati, non vedeva di buon occhio il

battaglione della principessa. Nel poscritto d'una lettera sua al conte

Cesare Trabucco di Castagneto, il Casati scriveva:

“È arrivata la Principessa Belgiojoso con una truppa di 150

avventurieri. Temo che m'abbia fatto un cattivo regalo. Tuttavia ho

dovuto rappresentare la scena di arringare questa truppa....„[110]

S'accorse la principessa del malcontento del conte Casati?... Fatto sta

ch'ella travolse il suo concittadino nell'onda de' giudizii severi, da

lei espressi nella _Revue des Deux Mondes_.

Oggi, desta stupore il leggere d'una donna comandante d'un proprio

battaglione di militi, ai quali distribuiva i brevetti di nomina colle

parole: _Noi Principessa Cristina di Belgiojoso.... nominiamo...._ Si

pensa a Giovanna d'Arco; si pensa alle sultane dell'Indostan, dette

Begum, che guidavano eserciti in guerra.... Ma bisogna riportarsi al

Quarantotto, a tutta quell'epoca di esaltazioni, di fantasmagorie,

congiunte ad immortali atti di valore. Era l'epoca, nella quale gli

uomini portavano i piumati cappelli all'_Ernani_, alla _Puritana_

(imitati dalle opere popolari del Verdi e del Bellini), e andavano

baldanzosi per via coi pugnali dei tenori e dei baritoni nella cintura,

collo schioppo in spalla; uno schioppo ch'era stato forse in pugno

a Benvenuto Cellini nel sacco di Roma. Infatti, la galleria d'armi

antiche Poldi-Pezzoli a Milano era stata spogliata dagl'insorti; che

aveano eretto le barricate (quest'_architettura de la libertaa_, come

le definiva il poeta Rajberti) coi confessionali, coi pianoforti, coi

pollaj, colle carrozze stemmate, coi letti matrimoniali, colle scranne

dei teatri.... In quei giorni, la marchesa Arconati-Visconti, fervida

amica del Berchet, gentildonna assennata, non arringò forse la folla

da un balcone in piazza San Fedele?... Il tragico si mescolava al

comico, come nei drammi dello Shakespeare, come nei drammi della vita;

e qual dramma una rivoluzione, nella quale un popolo vilipeso per tanti

secoli come imbelle, sorge d'un tratto vindice, eroe, e inerme scaccia

dalla città, a suono allegro di campane come nei Vespri Siciliani, un

mezzo esercito armato, con un generale Radetzky alla testa!... Qual

dramma il veder giovanetti patrizii inginocchiarsi davanti alle madri

perchè li benedicano prima di lasciarli accorrere al combattimento,

forse alla morte; donne che bendano pietose le teste degli austriaci

feriti, poc'anzi maledetti dalle loro labbra frementi; sacerdoti che

impartiscono l'assoluzione a popolani agonizzanti a piè delle barricate

e, subito dopo, sparano contro il nemico i fucili tolti da quelle

mani irrigidite nella morte. _Dio lo vuole!_ gridavan gli uni come i

crociati alla liberazione di Gerusalemme; _Viva Pio IX!_ rispondevano

gli altri. Ed era magnifica quella figura di pontefice che sorrideva

ai martiri della patria, fra i canti di guerra e le preghiere; era

consolante quell'improvviso affratellamento di patrizii con plebei,

quell'accordo nell'olocausto giocondo di sè stessi a una idea; idea

che si sentiva ardere nei cuori e che parea di vedere là, dinanzi,

incarnata in una figura di giovane donna turrita, raggiante: l'Italia!

Cristina Belgiojoso si trovò, a Milano, dinanzi a un grande poeta:

all'autore del fatidico _Libro della nazione e degli esiliati

polacchi_, al lituano Adamo Mickievicz, gloria e simbolo della Polonia.

Egli era venuto con altri dieci compagni a offrire anch'esso il braccio

e l'anima per la redenzione del nostro paese. La principessa aveva

conosciuto il Mickievicz a Parigi, dove, in quel Collegio di Francia,

era stata instituita una cattedra di storia e di letteratura slava per

lui, apostolo possente e gentile, che univa nel suo canto, nella sua

parola, nell'anima sua, due ideali: la fede in Dio e la libertà della

patria; l'una gl'inspirava le due sublimi preghiere che chiudono il

_Libro degli esiliati_; l'altra gl'inspirava _Conrad Wallenrod_, il

fremebondo poema.

Nella “preghiera dei pellegrini„ il gran poeta della Polonia supplicava

“Iddio Signore onnipotente„ così:

“I nostri vecchi, le nostre donne, i nostri fanciulli non possono

se non pregarti nel silenzio delle loro anime

“E spargendo lagrime.... Abbi pietà della nostra patria e di noi!

“Concedi che di nuovo possiamo volgere preghiera a te, come ti

pregavano gli avi nostri, sul campo di battaglia, con le armi in

mano, dinanzi ad un altare costruito di tamburi e di cannoni,

sotto il baldacchino fatto delle nostre aquile e de' nostri

vessilli.

“Concedi alle nostre famiglie di pregarti nelle chiese delle

nostre città e delle nostre campagne. Concedi ai nostri figliuoli

di pregare sui nostri sepolcri. Sia fatta peraltro non la nostra,

ma la tua volontà, o Signore!„

Ma la principessa voleva incontrarsi in un'altra augusta figura, in

Carlo Alberto, l'unico principe italiano che avesse snudata la spada

per la libertà: Carlo Alberto, nel quale Cristina Belgiojoso fidava

sempre più. Ed ella gli scrisse. È una lettera franca, datata dal

paesello di Belgiojoso dove ella s'era ritirata, in attesa degli

avvenimenti:

“_13 Aprile, Belgiojoso._

“_Sire,_

“_Perdoni la Maestà Vostra il parlar schietto di persona non usa alle

formalità della Corte, ed avvezza ad esprimere senza velo nè reticenza

le proprie opinioni._

“_La M. V. sa con quanto ardore io desiderassi il di Lei intervento in

Lombardia. Sfortunatamente le mie istanti preghiere non furono esaudite

se non molto tardi, quando i Milanesi credevano di aver compìto da essi

soli il più difficile dell'impresa. Questo ritardo rende ora dubbio

ciò che sarebbe stato certo, qualora la M. V. avesse passato il Ticino

qualche giorno prima dell'insurrezione di Milano._

“_L'opinione mia è sempre la medesima, cioè desidero di tatto cuore

la unione della Lombardia al Piemonte e sono incombenzata da persone

influenti di Napoli di unire al partito Piemontese di Napoli il partito

Piemontese di Lombardia. Dalla risoluzione che prenderanno i Lombardi

dipende la sorte di tutta Italia. O noi ci congiungiamo al Piemonte, e

non passeranno forse due anni che l'Italia intieramente sarà raccolta

sotto la Casa di Savoja; o noi ci erigiamo in repubblica, e Genova

ci imita, la forza militare d'Italia, il Piemonte, è ridotta a poco:

l'Italia si divide in infiniti Stati e ricadiamo nel Medio Evo. La M.

V. può facilmente comprendere quanto io desideri la prima di queste

soluzioni._

“_Ebbi questa mattina un pressante invito dal rappresentante di una

potenza forte ed amica, di mettermi alla testa del partito della unione

col Piemonte. A questa persona io feci le seguenti obbiezioni che la

M. V. potrà, volendo, solvere. Due partiti sono ora in presenza, in

Milano, il Piemontese ed il Repubblicano; il Piemontese è composto

della aristocrazia Milanese, cioè di coloro che erano un anno fa

amici dell'Austria, del Governo Provvisorio e di quelle persone che

sono mosse dal timore di perdere i titoli o i denari. Questi sono

e divengono di giorno in giorno invisi al popolo; commettono errori

madornali; introdussero disordine in tutte le amministrazioni; saranno

fra non molto rovesciati dal popolo, ed in qualunque caso la opinione

loro indisporrà la parte sana della popolazione._

“_Il partito della Repubblica si compone del ceto medio, della gioventù

e del popolo._

“_Io non posso accordarmi coi primi e, d'altronde, quand'anche lo

facessi, non produrrei nessun vantaggio al partito medesimo; imperocchè

non passeranno quindici giorni che l'avere quei signori proposta una

cosa, basterà perchè sia respinta dal popolo._

“_Le mie simpatie sono invece non colla repubblica, ma cogli individui

che compongono il partito repubblicano._

“_Una cosa io posso fare e farò volentieri, se la M. V. me ne facilita

la esecuzione. Io mi studierò di formare, nel ceto medio stesso, _un

partito della unione della Lombardia col Piemonte_, nè dispero di

riescirvi. Ma questo partito non sarà mosso da mire aristocratiche,

ed io non perverrò a formarlo se non posso rispondere che la M. V.

accoglierà le domande che da esso venissero formate. Non consentirà

per certo ad unirsi al Piemonte, quale il Piemonte è oggi, accettando

le istituzioni, le leggi, ecc., di esso. Ma potrà accordarsi di

sottoporsi al medesimo principe, quando questo conceda alla Lombardia

le istituzioni che ad essa si confanno._

“_Se mi vien fatto di formare questo partito, la M. V. potrà fare

conto di avere dei veri partigiani in Lombardia fra le persone chiare,

distinte ed influenti. Ma, per amore della salute d'Italia, V. M. non

si illuda di avere un vero partito sino a tanto che con lei staranno

soltanto i nobili e gli impiegati di Milano. Dessi cadranno presto,

e, rimanessero ancora, come stanno oggi, non sarebbero punto nè poco

ascoltati dalla popolazione._

“_Al rappresentante della estera potenza io non diedi risposta

definitiva, imperocchè prima di assumere un impegno come quello di

dirigere un partito, voglio accertarmi che codesto partito può esistere

ed avere qualche forza; il che non sarà mai se la M. V. non si prende

cura di formarsi un partito nella classe media._

“_Scusi la M. V. il franco parlare e consideri soltanto il sentimento

da cui sono le mie parole dettate._

“_Aspetto la risposta che la M. V. piacerà farmi trasmettere, e depongo

ai piedi di lei l'omaggio della mia rispettosa devozione._

“_Della Maestà Vostra,_

“_la umil.ma ed obb.ma serva_

“CRISTINA TRIVULZIO DI BELGIOJOSO.„

E re Carlo Alberto fece rispondere dal conte di Castagneto non alla

principessa Belgiojoso direttamente, ma al cavaliere Maurizio Farina

così:

“Volta, 21 aprile 1848.

“_Mio caro Farina_,

“.... Le mando in tutta confidenza una lettera della P.ssa Belgiojoso.

Non ne parli con anima al mondo, tale essendo il desiderio di S. M.,

ma se ne valga per informarsi, poi mi scriva. Procuri però di vedere

la stessa Principessa, e senza far mostra di nulla sapere, le dica

solamente che tiene incarico da me di ossequiarla e di farle sapere che

per l'affare di cui scrisse converrebbe conoscere le condizioni; ma che

si calcola molto più su lei che su qualunque altra persona.

“DI CASTAGNETO.„[111]

Le condizioni, infatti, le condizioni!... Quali erano?

I Milanesi desideravano che la capitale dell'alta Italia da Torino si

trasferisse a Milano. E così bramava pure la principessa. “Quindi un

grido (scrive Angelo Brofferio) un grido di turbamento si levò dalle

Alpi alla Sesia e gli animi ne furono scossi profondamente.„[112]

Il conte di Castagneto scriveva di nuovo, il 15 giugno, da Valeggio a

Maurizio Farina:

“.... Se vede la Belgiojoso mi faccia servo, e ritenga che una

dichiarazione di fusione semplice, con un Ministero misto, che subito

si metta alla direzione degli affari, è la sola àncora di salute

possibile.„[113]

Ciò che importava prima di tutto era la fusione (come dicevano) della

Lombardia col Piemonte. Era già un bel passo verso l'unità!... E la

principessa centuplicò le sue forze con attività più che mai febbrile,

perchè la _fusione_ avvenisse al più presto. Fin dal 1847, nel proemio

del suo _Ausonio_, ella aveva scritto queste parole: “Lo spirito

anti-austriaco mostrato da Carlo Alberto nelle differenze doganali

del Piemonte coll'Austria, e la sua fermezza provarono all'Italia

che v'ha _un principe italiano_, che questo principe non è mancipio

dell'Austria e che all'uopo saprebbe rinverdire le antiche glorie della

casa di Savoja.„ E dire che parecchi primarii patrioti piemontesi le si

mostravano avversi: fra essi, l'irritabilissimo Cesare Balbo; il quale,

a proposito d'un giudizio poco benevolo espresso sulle sue _Speranze

d'Italia_ nel _Journal des Débats_, si sfogava con Gino Capponi così:

“.... Mi pena perchè questa cattiva, o almeno piccola opinione di

me è sparsa dalle ignoranti parole dei _Débats_ o della principessa

Belgiojoso, e dalle inqualificabili del Gioberti....„[114]

La principessa, è vero, inspirava, o, meglio, componeva ella stessa,

articoli sui giornali di Parigi intorno alle speranze d'Italia, ma non

sulle speranze stampate di Cesare Balbo, ch'ella anzi lodava assai:

ella scriveva nel _Constitutionnel_, nella _Liberté de penser_, nella

_Démocratie pacifique_, nel _National_; ma questi giornali di Parigi

non bastavano alla sua prodigiosa attività di propaganda patriottica.

Per raggiungere la fusione della Lombardia col Piemonte, ecco, ella

fonda a Milano, a sue spese, un nuovo giornale battagliero, _Il

Crociato_; era scritto quasi tutto da lei, nella casa di via Borgonuovo

numero 20, dov'era andata ad abitare e precisamente nelle stesse sale

abbandonate dalla bizzarra, voluttuosissima contessa moscovita Giulia

Samoyloff; la quale era scomparsa da Milano fin dai primi sintomi della

rivoluzione.

E non credendo bastante _Il Crociato_ per la sua crociata, la

principessa pubblicò anche alcuni numeri d'un altro giornale, _La Croce

di Savoja_, oggi introvabile; e due opuscoli: _Ai suoi concittadini:

parole_. Nel primo dimostra l'unità italiana preferibile alla

federazione propugnata da Carlo Cattaneo; nel secondo, dimostra la

forma monarchica preferibile alla repubblicana.

Nelle sale della Belgiojoso in via Borgonuovo, dove poche settimane

prima gli ufficiali austriaci devoti alla contessa Samoyloff

trascinavano le sciabole, s'adunavano parecchi liberali, caldeggianti

l'unione della Lombardia col Piemonte. Vi andavano il conte Vitaliano

Borromeo, che aveva rimandato all'imperatore d'Austria le insegne del

Toson d'oro, dicendo che non potea portare più ordini d'un governo che

s'era imbrattato del sangue innocente de' suoi concittadini. Vi andava

il roseo conte Enrico Martini, il quale (ahimè!) troppo conosceva le

sale della contessa Samoyloff, onde, per il passato, alcuni amici ne lo

avevano punito togliendogli il saluto. Il Martini, bello e seducente,

dagl'impeti baldi, mentre tutte le porte di Milano eran tenute dagli

Austriaci, vi era arditamente penetrato, in modo abbastanza comico.

Fuori di Porta Comasina s'incontrò in un certo Angelo Cattaneo, che

avea ottenuto il permesso specialissimo di uscire e di rientrare

in città per provvederla di sale. Il Cattaneo gli fece indossare un

suo abito ben noto alle guardie; lo caricò d'un sacchetto del sale

della sapienza, e il Martini entrò franco in città per unirsi, in

casa Taverna, agli uomini del Governo Provvisorio. Nello stesso tempo

che pensava alla politica, la principessa pensava ai malati della

rivoluzione, ai feriti, e spesso scendeva dal suo palazzo per andare in

via San Paolo nelle sale da ballo della _Società del Giardino_, dove

molte signore d'ogni ceto si raccoglievano giorno e notte a preparare

lini e filaccie, col pensiero ai fratelli combattenti, ai destini

d'Italia.

E la _colonna Belgiojoso_?... Che ne avvenne veramente?...

La Principessa Belgiojoso Da memorie mondane inedite o rare e da archivii segreti di Stato · 第 22 / 75 题