La Principessa pubblicista e benefattrice dei contadini. Suo incontro
con Luigi Napoleone.
La _Gazzetta Italiana_ fondata dalla Belgiojoso a Parigi. —
Peripezie di questo giornale. — La Principessa ritorna in Italia. —
Locate e il suo paesaggio. — Villa dei Trivulzio. — Suo medagliere
e biblioteca. — Benefiche iniziative della Principessa pei
contadini e i loro figliuoli. — Il suo illuminato socialismo. — La
_donna Paola_ del Parini. — Il dottor Màspero. — L'_Ausonio_. — La
lettera del Manzoni sul “Romanticismo„. — Malcontento del Manzoni.
— Speranze in Carlo Alberto. — Drammatica fuga di Luigi Napoleone
dalla fortezza di Ham. — Incontro di Luigi Napoleone colla
Principessa. — Loro dialogo sul risorgimento d'Italia. — Poeta
profeta.
Mentre il principe Emilio Belgiojoso, travolto da irresistibil
passione, abbandonava le lotte della libertà della patria, ch'era stata
il suo alto e febbril sogno nella giovinezza, la principessa Cristina
continuava con più forte tenacia nell'azione seria, efficace, per
dare alfine all'Italia ordini liberi e dignità di nome. Anzi, più il
principe si obliava in un amore, del quale subiva la tirannia (egli un
giorno di spiriti sì indipendenti!) — e più la principessa prodigava le
mirabili energie intellettuali per raggiungere lo scopo nobilissimo.
E non solo ella operava più alacre che mai per la liberazione
della patria, fino al punto di presentarsi a Luigi Napoleone e
dirgli: “Principe! ajutate l'Italia!„ (come vedremo) — anche ad
altra liberazione ella pensava: alla liberazione delle umili classi
lavoratrici dall'oppressione degli sfruttatori e dalla miseria; — vi
pensava, quando questo sacro dovere non veniva imposto colla violenza,
quando non era neppur di moda.
La principessa Cristina Belgiojoso era convinta che la stampa, questa
forza formidabile, poteva, ben più delle fosche congiure mazziniane,
preparare il giorno della risurrezione d'Italia: pensava che era
urgente formare una pubblica opinione (come allora si diceva) a favore
d'Italia nostra; ed ella, con giornali da lei fondati nel primo
centro intellettuale d'Europa, qual era sempre Parigi, contribuì a
fortificarla, ben presto, chiamando intorno a sè scrittori valenti,
ma più lavorando ella stessa, infaticabile, e profondendo anche nuove
somme di denaro, munifica sempre.
La principessa Cristina Belgiojoso occupa un soglio eminente anche
nella storia del giornalismo. Ella possedeva un talento di prim'ordine
per cogliere gli argomenti del giorno. I maestri dell'arte del
giornale, — arte sì facile in apparenza, sì ardua in sostanza — possono
riconoscere le attitudini preziose di lei, esaminando i periodici
ch'ella lanciò a Parigi con patriottica audacia. Ella inspirava
articoli, li coordinava, li correggeva.
Nel 1845, ella fonda a Parigi un giornale italiano, con intenti
italiani, la _Gazzetta Italiana_; la fonda (chi lo crederebbe?) in
mezzo a una tempesta che alcuni amici italiani le suscitano intorno.
La principessa, Pier Silvestro Leopardi e Giuseppe Massari, formano
il “Consiglio di redazione„ della Gazzetta, ch'esce dalla _Rue du
Marché St.-Honoré, 5_, dove pure si tiene deposito di libri italiani.
Certo Marino Falconi, entusiasta ammiratore della Belgiojoso, attende
all'amministrazione e corrisponde coi libraj d'Italia per raccogliere
“nuovi fondi„ al periodico e per diffonderlo; ma egli dà ombra al
Massari e al Leopardi, che vorrebbero allontanarlo. Ed ecco, entra in
scena Terenzio Mamiani:
“.... Il Mamiani (scrive il Falconi al Vieusseux a Firenze)
interpellato da Leopardi di far parte del Consiglio, si ricusò
dicendo: Non convenire a lui solo stare a fronte della Principessa,
mentr'egli, Leopardi, e Massari, non erano che due accoliti di questa
donna, e troppo ripugnava che un giornale politico unico e primo di
tal fatta fosse diretto da una donna; — ch'egli volentieri entrerebbe
a tal direzione, quando insieme con lui vi fossero uno o due nomi
indipendenti da poterlo sostenere in caso di divergenza di opinioni fra
lui e la Principessa. Tale franco parlare scosse Leopardi, che si vide
compromesso e tacciato di accolito di una donna, e, tutto sgomento,
egli dichiarò che nulla farebbe più di quello che sarebbe per fare
Mamiani.„[95]
Così la culla della _Gazzetta Italiana_, come la culla di Ercole, era
seminata di serpi!
La principessa rimase addolorata del contegno del Mamiani e di Pier
Silvestro Leopardi. Essi le aveano portati, è vero, buoni articoli, ma
in fondo ella sola sosteneva le spese della rivista; e, sola, avrebbe
continuato. E così fece. Salutò i suoi oppositori, e si tenne seco il
Falconi. Era allora l'ottobre del 1845.
“Messi alla porta dalla Principessa gli oppositori, nacquero per
Parigi, nelle trattorie e nei caffè, mille pettegolezzi, vantando
che non vi erano più collaboratori per la _Gazzetta_; che quest'era
diventata un ornamento da donna; che non v'erano mezzi da continuare
neppure una settimana, e mille piccolezze stomacanti. A tanti raggiri,
rispondemmo con un silenzio ed un contegno stoico.„[96]
Così ancora il Falconi scrive al buon Vieusseux: il Falconi, che, come
si vede, prendeva arie di filosofo!
Il giornale veniva intanto proibito a Torino, a Roma, a Milano, a
Firenze.... E Gino Capponi se ne lamenta così col Vieusseux:
“Mi dispiace di quella _Gazzetta_ alla quale pigliavo gusto, e ce lo
pigliavano parecchi; ma tutti si aspettavano con ragione, che ce ne
fosse per poco....„[97]
Con ragione, naturalmente; perchè la _Gazzetta Italiana_ della
Belgiojoso era la prima, che con Cesare Balbo, proclamasse che l'opera
della liberazione d'Italia non dovea essere riservata esclusivamente
alle popolazioni, ma che e popoli e principi italiani dovevano
operare d'accordo. Le _Speranze d'Italia_, il libro dal bel titolo
e dal bell'ideale, del conte Cesare Balbo (che, uscito a Parigi nel
1844, l'anno della eroica spedizione dei veneziani Bandiera e Moro
in Calabria, fu squillo avvivatore) aveva nella _Gazzetta Italiana_
un'alleata. Le sêtte segrete, le cospirazioni, care al Mazzini,
parevano ormai alla principessa, come a Massimo d'Azeglio, ferri
vecchi. La Belgiojoso s'era, nel frattempo, allontanata dai principii
dell'agitatore genovese; ma ne aveva conservata l'amicizia, fino ad
accogliere articoli di quella penna poetica; articoli che, per altro,
non contrastavano coll'indirizzo del periodico; uno, ad esempio,
sull'educazione degli italiani, base del risorgimento!...
In pochi mesi, la principessa avea versati ottomila franchi, e nuove
spese occorrevano. Ella si trovò costretta a rivolgersi a' suoi
amici d'Italia, e, all'uopo scese a Milano, partendo da Parigi il 19
dicembre di quell'anno 1845. Perchè non dovea approfittare, pe' suoi
scopi patriottici, dell'amnistia che Ferdinando I aveva concesso ai
“pregiudicati politici„ salendo, nel 1838, sul trono d'Austria?...
E qui, a Milano, avvenne allora un fatto incredibile. La polizia, che
conosceva benissimo lo spirito d'infaticabile propaganda e il giornale
ardito della principessa, non le diede ombra di molestia; la lasciò
liberamente raccogliere sottoscrizioni per la _Gazzetta Italiana_!...
Il Governatore voleva che l'inclita principessa lombarda, cara alle
umili classi per le sue beneficenze, fosse rispettata e ripartisse per
Parigi senza odiose impressioni sul dominio austriaco in Italia. Era
una galanteria, e, nello stesso tempo, un atto diplomatico. Tanto, la
_Gazzetta Italiana_ a Milano non penetrava! Quel governatore era il
conte Spaur, successo al conte Hartig.
“Sia lode eterna all'ottima principessa Belgiojoso (esclama il
Falconi). Ecco come dovrebbero essere i ricchi! Essa ha preso a cuore
la cosa, e, a Milano ha già venduto trentotto azioni (da 100 franchi
l'una); e non si ferma lì. Se dieci soli in Italia così facessero, non
vi sarebbe da sperare assai più?„[98]
Ma fuori di Milano, poco o nulla si raccolse; e il Falconi se ne
disperò tanto da buttarsi.... al commercio dei formaggi! E qui vediamo
la principessa nel suo Locate, dove semina benefiche istituzioni a pro
delle classi sofferenti. Ed ecco un nuovo lato di quello spirito.
Un grosso, grave carrozzone, bianco di polvere, conduceva per una
lunga strada maestra, fra estese praterie da Milano a Locate, Cristina
Belgiojoso. Quando non v'era la ferrovia, bisognava rassegnarsi
per forza a quel viaggio interminabile, salutati appena da qualche
passero fuggitivo. Una malinconia di piani, d'aere, di tutto! Lo
stesso verde assume un tono di noja infinita. I “ruscelletti dei piani
lombardi„ non sono che una figura rettorica del _Nabucco_. Le risaje
si distendono squallide e avvelenano l'aria. È ben raro che si trovi
qualche casolare isolato. Bisognava proprio avere per meta un pajo
d'occhi fatati come quelli della principessa per affrontare la via
polverosa e interminabile. Solo, in alcune sere, sulle silenziose
praterie, s'inarcano immensi padiglioni di fuoco: sono tramonti
grandiosi e tragici; sono le _passioni del cielo_, come li definiva
l'infelice Elisabetta, imperatrice d'Austria. E, sparita la gran luce,
nell'azzurrina penombra le praterie fumano: sono nebbie, e si direbbero
incensi che la terra eleva al cielo che si va stellando.
Locate, terra dei Trivulzio, nella Bassa Lombardia, è un grosso
borgo industre, patria di latticinii insuperabili. La villa dei
Trivulzio, questa reliquia feudale in mezzo a una fattoria agricola
di carattere spiccatamente lombardo, partecipa anch'essa del carattere
dell'_ambiente_: non ha alcun aspetto di maniero, nulla di monumentale.
Sembra, all'esterno, una grandiosa cascina, che si estende per un
centinajo di metri; ma conserva alcune terrecotte del Quattrocento,
sospiro dei buongustai, il che le imprime un certo carattere, più degli
stemmi dei Trivulzio dipinti a fresco sulle muraglie, con esagerati
sfoggi di terre rosse, da qualche Raffaello di cattivo umore. Il
letterato Achille Mauri, additava alla principessa quegli stemmi
majuscoli, e le diceva:
— Principessa! Democrazia, non è vero?... e questi stemmi?
E il brioso conte Toffetti, alludendo alla desolante monotonìa della
rasa campagna, domandava alla principessa nel suo inalterabile dialetto
veneziano:
— _Principessa, come se divèrtela fra ste coline?..._
La villa ha vaste sale i cui usci, ai giorni della principessa, non si
chiudevano mai. Il nudo pavimento era, un dì, coperto di modeste stuoje
di paglia; ma alcuni gabinetti avean le pareti coperte di seta; qualche
altro presentava panoplie d'armi antiche: e, altrove, libri preziosi,
miniati da mani diventate polvere da molti secoli. La sala terrena
serviva per ricevere i lavoratori dei campi, per le rappresentazioni
teatrali, per esecuzioni di concerti, per feste di ballo.
Nella sala terrena, la principessa, ne' primi anni del suo matrimonio,
siedeva su una antica poltrona a mo' d'un trono; e i contadini, fedeli
alle tradizioni patriarcali e feudali, le passavano davanti, baciandole
reverenti la mano. Era allora la _razza Trivulzio_ che trapelava da
quella dama; ma, in quel tempo, l'orgoglio era peccato di pochi.
Un'altra sala superiore (la biblioteca) è ancora ricca di libri. Vi
abbonda la collezione Tauchnitz dei romanzi inglesi, della quale la
Belgiojoso era ghiotta.
La stanza da letto della principessa è vasta; vasto il talamo, coperto
da cortine. Un inginocchiatojo accanto al letto accoglieva ogni sera
la principessa che pregava. E, attigua, un'altra stanza ravvolta in
misteriosa penombra: la luce vi penetra appena da un finestrone dai
vetri colorati e istoriati, come nelle cattedrali gotiche. Là, la
Belgiojoso meditava, scriveva, e distribuiva innumerevoli beneficenze,
Con quel tacer pudico
Che accetto il don ti fa.
Vi era un medagliere che, ai tempi della principessa Belgiojoso,
contava fra i primi d'Europa.
Nella _Gazzetta privilegiata di Milano_ del 1845 (e precisamente del
28 febbrajo e 9 marzo) si legge una descrizione di quel medagliere,
com'era allora conservato.
Il marchese Carlo Trivulzio con lungo studio e dispendio (dice
la _Gazzetta_) raccolse una collezione di medaglie e monete dei
tempi greci, romani e del medio evo, degna di gareggiare colle più
pregevoli. La principessa Cristina Belgiojoso Trivulzio, nel diventarne
proprietaria, volle (nel 1845) che la collezione fosse riordinata.
Fra le medaglie, quattrocento spettavano a uomini illustri italiani
e stranieri. La serie dei papi era delle più cospicue; cominciava da
Sisto I e giungeva, con qualche interruzione, sino a Leone XII. Salvo
qualche lacuna, i re di Francia da Clodoveo I arrivavano a Luigi XVI,
alla rivoluzione. Molte medaglie, coniate ai tempi dei duchi di Savoja,
dei re di Sardegna, dei Gonzaga di Mantova, dei signori di Padova, dei
dogi di Venezia.
Le monete comprendevano un periodo di quindici secoli e si riferivano
a trecento città. V'era una serie, quasi intera, di monete d'Aquileja.
Fra le rarissime: uno scudo d'oro di Paolo II coniato nel 1464. Due
monete di forma poligona appartenevano a Gian Giacomo de' Medici,
marchese di Musso, poi signore di Lecco. Fra le curiosità più preziose
si notava la Bolla di Maria, moglie all'imperatore Onorio; un cammeo
eseguito a Milano per quelle nozze, celebrate nel 398, e che venne
scoperto in Roma nel 1544 entro la tomba di Maria nell'antica chiesuola
di Santa Petronilla. Il marchese Giorgio Trivulzio potè venirne in
possesso, e ne fece dono alla cugina principessa Cristina Belgiojoso,
la quale non si stancava d'ammirare quel giojello rotondo, che constava
di due onici legati da un aureo cerchio fregiato di quattro smeraldi e
di dieci rubini. Fra gli anelli d'oro, uno era a suggello, di zaffiro,
colla testa di Federico III imperatore di Germania. I sigilli?... Erano
più di novecento. V'era anche un catino triangolare di majolica, con
un dipinto rappresentante l'esercito di Carlo V che passa l'Elba a
Milburgo.[99]
Finchè visse la principessa, la ricca raccolta numismatica rimase
incolume, formando uno dei taciti orgogli di lei. Morta, la raccolta
fu venduta alla Casa reale d'Italia. Sua Maestà il re Vittorio Emanuele
III, il dotto numismatico, ben conosce quella collezione preziosa, che
narra tanta storia di passioni dinastiche, tanta agitazione di corone
e di popoli; tanto dramma umano lampeggiato dall'iraconda, spesso
fratricida smania d'impero.
Ma non era la numismatica, non era la raccolta di cammei, di libri
antichi, d'oggetti d'arte rarissimi; non era tutto quel ricco insieme
di fiori nelle serre e di monete e di medaglie (degna cornice alla
figura di Cristina) ciò che faceva amare sopratutte alla principessa
la terra de' suoi avi Trivulzio. Ella amava quella popolazione
onesta e laboriosa; ella ne era l'alta benefattrice, la madre. Di
Locate-Trivulzio, ella fece in breve tempo un comune modello, avvivato
da sapienti, filantropiche istituzioni, delle quali gli storici del
socialismo dovranno tener conto.
Fin dal giugno del 1842, in una visita fatta alla sua indimenticabile
Locate, la Belgiojoso avea diramato ai possidenti della Bassa Lombardia
una lettera-circolare, tentando di commuovere i loro cuori a pro dei
figliuoli minorenni e orfani dei contadini. Ella diceva: “La frequenza
dei matrimonj, l'insalubrità dell'aria e le qualità de' lavori fanno
sì che gli orfani trovansi in una proporzione assai maggiore qui che
altrove. Affidàti alla malsicura custodia di lontani parenti, e qualche
volta di estranei, adoperati negl'impieghi più fastidiosi, maltrattati,
mal nutriti, male allevati, dessi formano una popolazione inferma e
viziosa che consuma oltre il guadagno, e ricade a carico de' padroni
o dei fittabili o dei benestanti, diminuendo così la proprietà di cui
potrebbero quei paesi godere.„[100]
La Belgiojoso toccava la corda sensibile dell'interesse di tanti
proprietarii, per raggiungere lo scopo supremamente benefico, che le
arrideva: l'istituzione d'un _orfanotrofio rurale_.
Risposero i possidenti?... Risposero, allora, i felici della terra?...
Nessuno.
La principessa, intenerita alle sofferenze di tanti poveri lavoratori
della gleba, cominciò coll'istituire nell'inverno del 1845 a Locate
uno scaldatojo per quei contadini. La _Gazzetta privilegiata di Milano_
ne rendeva allora conto in un'appendice,[101] ch'è tutta un inno alla
benefica signora.
In una sala terrena della villa, trecento contadini s'agglomeravano
a scaldarsi, giorno e sera. Così avea disposto la principessa, per
toglierli dalle stalle infette. Lo scaldatojo era aperto all'alba e si
chiudeva verso la mezzanotte. Persona scelta dalla principessa, faceva
ad alta voce letture adatte ai contadini. La benefattrice voleva che,
alla sera, tutti pregassero insieme. Così, dalla villa, usciva un
mormorìo di preci come da un tempio.
Allo scaldatojo, la Belgiojoso aggiunse la cucina economica; anche
questa tutta a sue spese. I contadini vi trovavano ottima e copiosa
minestra a mezzodì e alla sera, per dodici centesimi, ridotti poi a
dieci soli: il pagamento potevano farlo quando e come volevano; ma i
più se ne scordavano volentieri.
“Il pagamento (dice la _Gazzetta privilegiata di Milano_) delle
minestre che si somministrano, può farsi giornalmente, in fine d'ogni
settimana, od anche in maggior periodo di tempo, o a denaro che si
raccolga da persona a ciò delegata o con lavori di determinato prezzo,
pei quali si somministrano dalla nobile istitutrice le materie prime,
come sarebbe lino da filare, filo da tessere o far calze, tela da
cucire, ecc. E notisi che anche i prodotti di questi lavori sono già
dall'animo benefico della signora principessa destinati in prevenzione
o a far parte delle abbondanti elemosine che per lei si distribuiscono
durante il corso dell'anno, o ad essere venduti al puro costo, in
occasione di sagre e di altre circostanze, che attirano affluenza
di persone da' luoghi circonvicini in paese, nella vista di fornir
mezzi anche ai meno bisognosi di provvedersi con minor dispendio degli
oggetti di biancheria o di vestiario occorrenti alle loro famiglie.„
Che ne dicono i socialisti d'oggi?... Per una Trivulzio della metà
del secolo scorso, non c'è male!... Ell'era acerrima nemica delle
beneficenze.... a parole. La principessa Cristina Belgiojoso fondò a
Locate una scuola infantile a tutte sue spese: i bambini dai due anni
ai sei vi erano accolti, nutriti e vestiti. Sentiva ella un palpito di
maternità fra quelle testine bionde, raccolte dalla sua inesauribile
beneficenza, dal suo affetto?...
E aprì pure una scuola di lavori femminili per le ragazze, alle quali
facea insegnare a leggere, a scrivere, a conteggiare. Si pensi che la
principessa facea istruire i giovani di Locate persino nell'algebra,
nella geometria e (con più senso pratico) nell'agraria.
Nè qui finivano le filantropiche istituzioni a Locate, ch'era allora,
in tutta Italia, il comune più progredito in fatto d'istituzioni per il
popolo.
“E qui non si limitano ancora i beneficii (nota il foglio ufficiale
di Milano); chè la signora principessa intenta sempre a procurare il
benessere di quegli abitanti, ha già dato ordini positivi perchè,
cominciando dall'anno corrente, siano di mano in mano ricostrutte
e convenientemente adatte le case di sua proprietà, che servono ad
uso di abitazione della maggior parte della popolazione, in modo da
renderle sane, ben ventilate e capaci a soddisfare a tutt'i bisogni
delle famiglie, sceverandole di tutti gl'inconvenienti d'insalubrità e
d'immondezze, che derivano dalla male ideata loro costruzione attuale.„
Era vero. A quest'opera, aveva già posto mano l'architetto Maurizio
Garavaglia, procuratore generale della principessa.
Nel venerdì santo di quell'anno stesso 1845, le sale della villa
Trivulzio di Locate risonavano alle note dello _Stabat Mater_ di
Gioachino Rossini, eseguito da fresche voci femminili. Erano le
giovanette di Locate che, ivi raccolte, lo cantavano con passione, con
ardore religioso, sotto la direzione della principessa, la quale aveva
loro insegnato quella musica tutt'altro che facile, impiegando due sole
settimane; perciò un poeta del villaggio ne fu rapito, e improvvisò un
sonetto che comincia:
Io non credea che d'inesperta voce
Trar si potesse mai sublime un canto!
Ed esclama ancora:
Oh, come il core a ognun restò conquiso!
V'ha chi si rammenta ancora di quelle cantatrici: ve n'erano di
bellissime: tipi gentili, soavi, delle Madonne di Bernardino Luini.
Breve la fronte, e greco il naso finissimo, e gli occhi scuri, ma vivi,
un po' a fior di testa, e i capelli cuprei graziosamente ondulati, e
scendenti come due bende sulla fronte e fino alle orecchie piccole e
rosee. Quei tipi (che a Bernardino Luini servivano a dipingere Madonne,
che son dolci Muse incoronate di alloro) vivon tuttora nelle campagne
lombarde; ma nelle fatiche dei campi, nella struggente vita dei
tugurii, nelle ibride mescolanze della vita moderna, presto appajono
adulterati, offesi.... E presto spariranno.
Più tardi, la principessa istituì a Locate una fabbrica di guanti,
nella quale molte giovinette erano impiegate. E sempre il pensiero del
vantaggio de' poveri! sempre l'idea delle industrie utili, geniali,
mulinava in quella mente aperta ad ogni progresso moderno!
La Belgiojoso seguiva, ne' suoi provvedimenti benefici verso i poveri,
sopratutto il proprio impulso; pur avea dinanzi l'esempio di altri
patrizii milanesi, ed esempii anche in famiglia, che le additavano
la via della carità illuminata. Un Trivulzio fondò a Milano l'asilo
pei vecchi. La contessa Laura Visconti Ciceri fe' innalzare dalle
fondamenta, e dotò, uno spedale femminile aperto nel settembre
del 1840. Fin dal 1444, Vitaliano Borromeo aprì una pia casa per
distribuire pane e vino ai bisognosi. Gian Ambrogio Melzi fondò, nel
1637, un ospizio per distribuire ai poverelli viveri e vesti.
Se la principessa oggi vivesse, inclinerebbe alle teorie del
socialismo?... In una sua lettera che trovo nella Biblioteca Nazionale
di Parigi, disgraziatamente senza indirizzo e senza data, ella afferma
che “la société organisée telle qu'elle est aujourd'hui, est une
protestation éclatante contre la justice de Dieu; protestation qu'il
est urgent de faire cesser.„ E la principessa inviava mille franchi
per due “azioni„ d'un giornale che a Parigi avrebbe dovuto combattere
contro le ingiustizie sociali.[102]
Riguardo a Locate, non va taciuto un opuscolo della Principessa:
_Osservazioni sullo stato attuale d'Italia e sul suo avvenire_,[103]
al quale rispose un avvocato Felice Borsani coll'altro opuscolo: _Gli
affittajuoli della Bassa Lombardia_.[104] Ella, con competenza di
proprietaria, con senso pratico, trattava una questione ben viva in
quei tempi, nei quali Milano continuava ad arricchirsi coi prodotti
agricoli; viva anche oggi, coi presenti scioperi agrarii. Ma chi
ricorda quell'opuscolo?... In quelle pagine, che si direbbero scritte
da un Melchiorre Gioja, l'autrice accusa severamente gli affittajuoli:
li accusa di sfruttare i contadini; di lasciarli in perpetua miseria,
arricchendo sè stessi. E gli affittajuoli, feriti, a strillare allora
come aquile; a protestare contro la principessa!
Le molte, gravi cure limavano intanto la fibra ammalata della
Belgiojoso; la quale potea dire sorridendo: “Che importa?... La
fortezza è traballante, ma la guarnigione sta bene; resistiamo!„ Per
isvagarsi, interveniva, a Milano, alle veglie festose d'amici patrizii.
Una sera, comparve con uno de' suoi fantastici abbigliamenti, a una
festa di ballo, che il duca Lodovico Melzi dava nel suo palazzo.
Entrò nella gran sala, vestita tutta di bianco, ornata il capo da
candide ninfee, che le scendeano intorno al collo, al busto e a
tutta la sottile persona, in una spirale: ninfee finte, perfettamente
imitate dal vero, colle loro foglie verdi cascanti. Qualcosa di simile
dell'abbigliamento di _suora grigia_ che la principessa avea adottato
per qualche spettacolo dell'Opéra-Italien a Parigi!
Talvolta, si recava a visitare una carissima parente, cantata da
Vittorio Alfieri, ed esaltata da Giuseppe Parini, che l'aveva eletta
a Ninfa Egeria, e le leggeva le primizie dei proprii lavori. Era la
vecchia e briosissima marchesa Paola Castiglioni-Litta, che nella
signoril casa a Porta Orientale (ora Corso Venezia) riceveva ogni
giorno un'infinita schiera di nipoti, fra i quali la principessa
Belgiojoso. Li riceveva a letto, col suo cuffione bianco, col suo
consueto, limpido sorriso. Nata nell'8 settembre del 1751, la marchesa,
secondo la sentenza di tanti bravi medici, doveva sparir dalla terra
fin da' primi anni della giovinezza; visse invece sino al 1846, alla
vigilia dell'insurrezione di Milano: ed ella avea visti i duttili
cavalieri serventi del Settecento, ed era intervenuta alle feste della
Corte di Luigi XV!... I suoi motti di spirito giravano, come farfalle,
per tutt'i palazzi: Giuseppe Parini, l'amico suo, n'era rapito.
Nell'ode _Il dono_, il grande poeta parla di quella “fervida mente„
della “copia„ di quell'“ingegno„ di quello spirito arguto, e minia
così:
.... spontaneo
Lepor tu mesci a i detti,
E di gentile aculeo
Altrui pungi e diletti,
Mal cauto da le insidie
Che de' tuoi vezzi la natura ordì....
Napoleone continuava a flagellar Milano di balzelli, di ruberie e,
nello stesso tempo, ordinava all'obbediente Eugenio Beauharnais, vicerè
d'Italia, d'imbandire sontuose feste di ballo a Corte per abbagliare
colle cortesie e col fasto i poveri sudditi spogliati. La marchesa
Paola Castiglioni non tardò a rispondere alla gentil viceregina che le
porgeva invito ad un ballo:
— Grazie! ma nessuna di noi, signore milanesi, possiamo venire.
— Perchè, o marchesa?
— Perchè non abbiamo più giojelli!
Altri motti di spirito di lei divertivano anche Alessandro Manzoni.
Ella pregava così il buon Dio: “O Signore, non fatemi morire in
carnevale!„ Negli ultimi anni, era presa da allucinazioni gioconde: le
pareva di vedere la Corte di Luigi XV coi cavalieri, colle dame, coi
doppieri ardenti, e udiva musiche nuove e liete. In un suo taccuino,
annotava: “Fenomeno. Musica da me solo udita, e di notte e di giorno.
Ebbe principio nel mese di aprile di questo 1824.„
Quando morì, il suo corpo era quasi centenne; la sua anima avea
vent'anni![105]
Ma altre allucinazioni pativa, pur troppo, Cristina Belgiojoso.
Fu a questo tempo che certi turbamenti nervosi della principessa
s'accentuarono, colmandola d'angoscie. Le venne presentato un medico
dalle brusche maniere, ma dal nitido ingegno, il dottor Paolo Màspero,
il quale si occupava di epilessia con speciale competenza. I due volumi
di lui sul terribil morbo, oggi sono invecchiati e dimenticati, ma
possono attrarre ancora i profani perchè formicolanti di casi curiosi e
pietosi, narrati con garbo letterario. Il Màspero era, infatti, della
razza geniale del Redi: era medico e poeta. Nel modo stesso che il
Monti si servì della versione latina dell'_Iliade_, apprestatagli dal
Mustoxidi per compiere la magniloquente traduzione del poema d'Omero
(ch'è tanto semplice e ingenuo nel testo!) — il Màspero si servì d'una
traduzione letterale dell'_Odissea_, per compierne la versione poetica,
la quale, a detta d'Andrea Maffei, gareggiava per nerbo e per eleganza
con quella del Monti.
Il Màspero disse alla Belgiojoso:
— Principessa! Se si affida a me, le prometto di migliorare assai le
condizioni della sua salute!
— Venite con me allora! Seguitemi dove vo. Così vedrete voi stesso, ad
ogni momento, se obbedirò alle vostre prescrizioni. Accettate?...
L'obbedire era un bell'impegno per la Belgiojoso, la quale, anche
in fatto di medicina, aveva le sue idee. A ogni modo, ebbe fiducia
nel Màspero; e questi lasciò il nativo cielo lombardo per il cielo
di Parigi, seguendo la principessa come la sua ombra. Non furono
quelli gli anni più lieti per il buon dottore; ma i più istruttivi.
Quante volte si trovava imbarazzato, co' suoi modi mezzo rusticani,
tra raffinati stranieri! Ma la principessa, delicata, lo toglieva
d'impaccio, apprezzando sempre più le gelose prestazioni del medico
fedele. Poichè ella si serviva di lui anche per incarichi segreti, come
il soccorrere di nascosto poveri esuli italiani. Il dottor Màspero si
vedeva trasformato così in elemosiniere. La principessa, a poco a poco,
sotto le cure pazienti del Màspero, andò migliorando nella salute. La
malattia non le sparve veramente del tutto; anzi certe sue incredibili
stranezze delle quali si pascolarono per molto tempo le riunioni degli
sfaccendati, altro non erano che nuove morbose manifestazioni di quella
malattia tremenda e lagrimevole d'origini oscure.
La principessa ritornò a Parigi con numerose sottoscrizioni raccolte a
Milano, e trasformò la _Gazzetta Italiana_ nell'_Ausonio_, dopo d'aver
dato (ma per poco) ad essa un altro battesimo: quello di _Rivista
Italiana_.
L'_Ausonio_ usciva mensile in un fascicolo compatto, come la _Revue des
Deux Mondes_. Lo scopo del periodico era di rivelare meglio l'Italia,
mostrandola degna di libertà, di risorgimento. Fresca delle impressioni
della Lombardia, la principessa dipinse nella rivista un quadro sui
contadini della Bassa Lombardia, e un altro sui contadini dell'Alta:
suo dolente ritornello! Fra gli affittajuoli e i contadini della Bassa
Lombardia, la scrittrice stabilisce un confronto che tocca il cuore:
“Sebbene l'affittajuolo sia come il popolo d'Italia tutto ardente
nella fede cristiana, ed attaccatissimo al culto della Chiesa, pure
non si può dire che v'abbia in esso carità nessuna. L'animo di lui
non è propriamente cattivo, imperocchè, quando potesse far del bene
al misero, senza nuocere a sè, e senza darsi noja, il farebbe. Ma non
alligna in quel cuore neppure una favilla di quell'amore per l'umanità
che si rivela, quando esiste, da ogni atto ed ogni motto. Non ode
il contadino fuorchè rimproveri, insulti, improperii, maledizioni, e
sommesso in faccia all'affittajuolo, scarica sulla moglie e sui figli
il malumore represso....
“Le famiglie sono numerose; e in quei paesi così fertili, su quel
suolo così ricco, può tenersi per certo che, in una famiglia composta
di cinque individui, uno ve ne sia sempre travagliato da febbre.... Le
donne filano assidue dall'alba fino a mezzanotte, chiuse nelle umide,
tenebrose e luride stalle, disseccandosi i bronchi col continuo bagnare
il filo per torcerlo più agevolmente e guadagnare così non più di due
soldi al giorno.„
E, fin d'allora, la Belgiojoso raccomandava che i proprietarii
esaminassero i contratti conchiusi cogli affittajuoli, “imponendo a
questi dovuti riguardi verso il povero, interrogando i suoi contadini,
dandosi di essi qualche pensiero, convincendosi, insomma, che i
possedimenti territoriali esigono maggiori brighe, che non il possesso
di obbligazioni dello Stato.„
Parole scritte nel 1846; e pajono di jeri!
Queste pagine fanno parte di tutta una serie di _Studii sulla storia
d'Italia_, largo lavoro che mostra l'ampiezza e la cultura di quella
mente di donna singolare. Nella dispensa ottava dell'Ausonio, è
notevole lo studio su Firenze, dalla cui storia l'autrice trae
insegnamenti per l'Italia.
Un giorno del 1846, l'_Ausonio_ uscì con una novità prelibata: una
lunga lettera, inedita, di Alessandro Manzoni (divenuta poi tanto
famosa) _Sul Romanticismo_. La principessa sperava che il sommo
scrittore, suo concittadino, ne tollerasse la pubblicazione in omaggio
ad antiche relazioni d'amicizia che correvano fra loro; ma il Manzoni
non le approvò, nè allora nè poi, l'arbitrio della pubblicazione. La
principessa gli scrisse una lunga epistola cortese, sostenendo che la
lettera _Sul Romanticismo_ le era pervenuta da colui al quale era stata
indirizzata (il marchese Cesare Taparelli d'Azeglio); e conchiudeva
affermando il principio “è cosa incontestabile che le lettere
appartengano a colui cui vennero dirette, e non a chi le scrisse.„
Altri afferma ch'è vero, invece, l'opposto.[106]
Anche l'_Ausonio_ venne proibito dalle polizie d'Italia; ma gli esuli
di Parigi avidamente se ne impossessavano appena usciva dalla libreria
Dusacq della rue Jacob. Col maggio del 1847, si chiuse la prima
serie dell'_Ausonio_; e nuovi scrittori accendevano di idee, di vita,
nuove pagine. Massimo d'Azeglio vi scrisse un ampio articolo, oggi
sconosciuto, _La sentinella del Campidoglio_. La sentinella è Pio IX.
Il Pontefice liberale era già salito sul soglio di San Pietro, destando
liete speranze.
I tempi incalzano e l'_Ausonio_ da rivista mensile diventa rivista
settimanale. Ed esce non più in lingua italiana, bensì tutta in
lingua francese, perchè i fratelli latini, i francesi, si accalorino
anch'essi per la causa d'Italia! Gl'interessi italiani sono trattati
con maggior nerbo; i varii Stati italiani sono considerati nei loro
caratteri, nelle loro tendenze; lo stile è più esplicito; la frase è
più scottante. Non più moderazione! Un veemente articolo _L'Ausonio
aux modérés de Toscane_ comincia: “La modération n'est pas toujours une
vertu; elle n'est souvent que le masque de la couardise.„
Già Carlo Alberto brandisce la spada per l'indipendenza italiana, e uno
scrittore anonimo ha il coraggio di esclamare: “l'Autriche est perdue!„
Carlo Alberto è l'astro dell'_Ausonio_, è l'astro ormai della
principessa. A cominciare dal 1848, l'_Ausonio_ ha cessato d'essere
settimanale per uscire il 5, il 15 e il 25 d'ogni mese.... Ma dobbiamo
fare un passo indietro e seguir la principessa in Inghilterra, dove
s'abbocca con Luigi Napoleone, che sta per diventare il padrone della
Francia, e un giorno darà una mano all'Italia.
Nel _Brunswick hôtel, Jermyn street_, a Londra, sotto il falso nome
di Conte d'Arenenberg, è sceso Luigi Bonaparte. Egli è fuggito il 25
maggio del 1846 dalla fortezza di Ham, dove re Luigi Filippo l'avea
fatto rinchiudere, per punirlo della sollevazione tentata a Boulogne
a favore dei Bonaparte. Dalla celebre fortezza di Stato il principe è
scappato negli abiti d'un muratore.... Fuga romanzesca.... e avvenne
così:
Entro la fortezza di Ham, alcuni muratori erano intenti a imbiancare
(nella mattina del 25 maggio 1846) le scale. Luigi Napoleone,
coll'ajuto del dottor Conneau, medico della fortezza, indossò in fretta
un vestito da muratore, sporco di calce, che avea pagato venticinque
franchi; si tagliò i mustacchi; si coprì la testa d'una parrucca nera,
scarmigliata; si pose sulle spalle un'assa della libreria che Luigi
Filippo gli aveva concesso in prigione; e stringendo fra i denti una
vecchia pipa, si avviò franco all'uscita della fortezza. I muratori,
vedendo un compagno sconosciuto, avrebbero potuto meravigliarsene;
perciò vi fu l'accorto compare che si affrettò ad accompagnarli
all'osteria a beverne di quel buono.
Ecco, ora, il principe faccia a faccia con uno de' guardiani. Egli
gli mette l'assa davanti al viso, e procede. Eccolo ora nel cortile
ch'ei deve attraversare in tutta la sua lunghezza. Si nasconde ancora
colla tavola (vera tavola di salvezza!) e passa. Così passa davanti
alla prima sentinella.... L'emozione lo prende: ei lascia cadere la
pipa, che va in frantumi. Si china per raccoglierne i cocci, poi si
rimette in cammino, e s'imbatte nell'ufficiale di guardia. Ma questi,
tutto intento a leggere una lettera (forse una lettera d'amore?) non lo
vede nemmeno. Il principe fila sotto le finestre del comandante.... I
soldati di sentinella, presso l'unica uscita della fortezza, sembrano
stupiti dello strano insieme, che presenta quel falso muratore.... Il
tamburino si gira più volte a guardarlo. Intanto, i piantoni di guardia
aprono la porta, ed il fuggitivo è ormai fuori della carcere. Ma,
appena uscito, incontra due operaj della fortezza.... Essi lo fissano
con attenzione.... E, pronto, egli allora a nascondersi coll'assa....
Questa volta teme di non poterla scappare.... Un operajo esclama: È
Bertrando!... — È salvo.
Intanto, il dottor Conneau (quello che avea aperta cautamente la
carcere a Luigi Napoleone) ingannando le sentinelle, s'era fatto
premura di sparger la voce che il principe, ammalato, dopo una notte
insonne, riposava; e che bisognava lasciarlo tranquillo. Il dottor
Conneau pose sul letto una specie di fantoccio rannicchiato contro il
muro; un fantoccio formato da un mantello e da un _foulard_....
Il principe Luigi Napoleone è libero; non teme più nulla. A una mezza
lega da Ham, si getta commosso in ginocchio davanti alla croce d'un
cimitero. Otto ore dopo, tocca il suolo belga e, dodici ore più tardi,
l'Inghilterra, dove s'incontra colla principessa Belgiojoso.
L'incontro del giovane principe ex carbonaro coll'ex _giardiniera_
della Carboneria milanese è uno dei più caratteristici. V'è presente
anche il dottor Paolo Màspero, il fedel medico-poeta, che la
principessa si è condotto con sè.
Da una parte, v'è un giovane che sente d'essere il nipote di Napoleone
il Grande; un giovane che tutto osa, perchè tutto ambisce; dall'altra,
un'intrepida gentildonna, che sente i doveri d'italiana e che, a tutti
i costi, lotta per rendere il nome d'Italia sua rispettato nel mondo.
La principessa italiana ricorda al principe francese il suo antico
affetto all'Italia, il suo amore per l'indipendenza dei popoli. Gli
ricorda i moti di Romagna, a' quali egli prese parte col fratello nel
1831. Gli raccomanda caldamente l'Italia lo prega di non dimenticare
una terra, dalla quale è uscita la sua famiglia.... — Principe (gli
dice) aiutate l'Italia! —
Luigi Napoleone la guarda fisso, l'ascolta.... Le prende quindi la
mano, e le risponde:
— Principessa! Lasciatemi mettere a posto le cose di Francia; poi
penserò all'Italia.
Le stesse parole che, più tardi, il principe ripetè a un fortissimo
spirito lombardo; all'intimo amico suo, conte Francesco Arese.
Luigi Napoleone raccontò alla principessa Belgiojoso tutt'i particolari
della fuga dalla fortezza di Ham; li raccontò alla presenza del dottor
Paolo Màspero, che li riferì poscia al suo ritorno a Milano, e che
sono gli stessi particolari narrati da Imbert de Saint-Arnaud nel libro
_Louis Napoléon et Mademoiselle de Montijo_.[107]
Luigi Bonaparte avea, infatti, militato per la libertà d'Italia
nell'insurrezione romagnola del 1831, agli ordini dell'irrequieto
faentino Giuseppe Sercognani, già soldato di Napoleone I; in
un'imboscata, corse allora pericolo della vita contro il trombone d'un
fanatico ciociaro che voleva ucciderlo; e fu salvato per miracolo da
un Martelli che, sguainata la sciabola, deviò il colpo e ammazzò il
ciociaro.[108] La principessa Belgiojoso avea ajutato con denaro anche
quell'insurrezione? Pare di sì.
[Illustrazione: La Principessa CRISTINA BELGIOJOSO nel 1848
(da un ritratto di quell'anno conservato nel Museo del
Risorgimento di Milano).]
Cristina Belgiojoso si fermò poco a Londra. Ne partì, anche per i
terrori subiti nell'albergo dove alloggiava.... Durante la notte, sopra
la sua camera, aveva udito il rotolìo d'un corpo pesante, come d'una
palla da cannone che corresse. Ella attribuì quel rotolìo, quel cupo
rimbombo, a fenomeni spiritici.... La padrona dell'albergo fu costretta
a confessarle che altri viaggiatori avevano udito più volte quei
rumori; rumori dei quali nessuno sapeva spiegare la cagione.
Intanto i Francesi, che amano sempre le audacie, i _bei colpi di
scena_, applaudivano all'evasione di Luigi Napoleone. Quegli stessi
che, dopo il tentativo infelice di Boulogne l'avevano deriso, lo
esaltavano per la felice riuscita della fuga da Ham. Un principe di
sangue imperiale, travestito da muratore, non si trova, infatti, tutt'i
giorni! I biasimi e le risa di jeri si mutarono in ammirazioni. Luigi
Napoleone divenne “l'uomo del momento„. In lui, nell'antico carbonaro,
confidavano gli amici della libertà; confidava la Belgiojoso,
anticipando i sentimenti espressi da un poeta italiano, allorchè questi
si rivolse appunto a Luigi Bonaparte:
Fiero contendi ai despoti
Le mal rapite glebe.
Stoppa possente ai cupidi
Suoi traditor la plebe.
Tu, Gedeon, sul Tempio
Alza di Dio l'insegna.
Vendica il Mondo; e regna
Come nessun regnò.
Vasta è la via. Puoi vincere
Il sangue onde sei nato.
Guai se tu manchi all'opera
Per cui t'ha Dio mandato.
O Infame o Grande. Il tacito
Mondo ti guarda e spera,
Altro a chi vince e impera
Vaticinar non so.
Sol, pei materni visceri,
Ti prego a giunte mani
Non oblïar, nel turbine
Del tuo fatal dimani,
Questa oblïata Italia
Del sangue tuo; quest'Eva
Che a te le braccia leva
Consunte di dolor.
Mille de' suoi, che dormono
Là tra le scizie nevi,
Per chi tu 'l sai, fantasimi
Tetri, placar tu devi.
Pensa alla madre, al cenere
Dell'Alighier: nefando
Di Bonaparte è il brando
S'egli altri numi ha in cor.
Così cantava un poeta, che fu vate nel più alto senso della parola,
perchè fu il profeta dei destini di Casa Savoja. Così, nell'ode storica
_Il 2 dicembre_, cantava Giovanni Prati: così speravano alcuni: così
forse sentiva, allora, Luigi Bonaparte.
Nel 1847, la Belgiojoso andò a Roma, e appena ivi giunta, versò 20,000
lire pei moti rivoluzionari.[109] Ella sapeva maneggiare il fucile e la
spada, e montare a cavallo senza sella. Poteva essere un'Amazzone della
riscossa italica, e lo fu.